Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Dalla sincronicità di Jung all’entanglement quantistico. Per un modello causale di connessione locale e non-locale di tipo naturale e psichico – Seconda parte

5. Moventi della sincronicità

L’altra questione su cui interrogarsi è da cosa è mossa la sincronicità? Prendiamo in studio questi due argomenti, rispettivamente una sintesi naturale (fisica) e una citazione psichica (spirito):

Fra due sistemi è entanglement quantistico (intreccio) dove le proprietà di uno sono completamente correlate con le proprietà dell’altro. Così i sistemi in entangled rappresentano una sola entità, tale che se si separano non vengono descritti come sistemi distinti ma come unico sistema; poiché, al cambiar di alcuni stati di uno, come lo spin o la polarizzazione, cambia istantaneamente l’altro, indipendentemente dalla loro separazione spaziale. Esempio: nel mondo quantistico causa un fenomeno entanglement (intreccio) lo sdoppiamento di un singolo fotone che passa simultaneamente in due fenditure, uscendone, dietro le fenditure, intrecciati nello spazio e nel tempo, con interferenze che raggiungo posizioni ben precise tramite un passaggio di informazione “non-locale” As⇒Bs.

«Trovai [in merito alla magia] una spiegazione illuminante nel sesto libro del Naturalia di Avicenna, in cui si dice che è insita nell’animo umano una certa proprietà di cambiare le cose […]; precisamente [ciò accade] quando l’anima è trascinata a un grande eccesso di amore o di odio. Se quindi l’anima di un uomo cade in preda a un grande eccesso di una qualche passione […], si può stabilire sperimentalmente che l’eccesso costringe [magicamente As⇒Bs] le cose e le cambia nella direzione verso cui tende.» Alberto Magno, De mirabilibus mundi Continua a leggere


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Dalla sincronicità di Jung all’entanglement quantistico. Per un modello causale di connessione locale e non-locale di tipo naturale e psichico – Prima parte

Poiché ho visto molti [esempi] in cui persone non implicate
venivano influenzate, ho inventato la parola “sincronicità”
come termine per coprire questi fenomeni, cioè cose che
accadono nello stesso momento in quanto espressione dello
stesso contenuto temporale.
Jung

Introduzione e modello causale generale

Partendo dalle intuizioni junghiane sulla sincronicità, l’articolo mira a introdurre un modello causale locale e non-locale per i casi sia naturali che psichici (cap. 1-3), per poi descrivere i caratteri, moventi e misure della sincronicità (causalità non locale) da entrambi i punti di vista natura-psiche (cap. 4-6), per in fine giungere a una definizione di scienza psichica e naturale (cap. 7-9). Per compiere ciò il concetto di causa diviene cruciale, per cui vale la pena chiarire il modello causale entro cui muoviamo il nostro intento:

AB
A causa l’effetto B. 

Questa inferenza può manifestarsi in disparate guise; per esempio tramite una delle seguenti connessioni causali:

  • Connessione costante 1. causa necessaria (A→B) «A è il presupposto di B» dove se A causa sempre B allora A presuppone B. 2. causa sufficiente (B→A) «B è il presupposto di A» dove se B non ha altre cause oltre A, ovvero ¬A⇒¬B, allora B presuppone A;
  • Connessione probabile 1. causa uno-molti (A⇒B∨C) «A può essere il presupposto di B» dove se A può causare B o C allora A può non presupporre B. 2. causa molti-uno (A∨C⇒B) «B può essere il presupposto di A» dove se anche C può causare B disgiuntamente da A allora B può presupporsi senza A. In queste connessioni probabili, davanti a una probabilità di B da A maggiore di una probabilità di B senza A, «PA(B) > P(B)» [1], non sappiamo ancora se è A il presupposto di B, potendo B causarsi anche senza A ma da C. Inversamente, davanti a una probabilità di B da A minore di quella di B senza A, «PA(B) < P(B)», non sappiamo ancora se non è A il presupposto B, potendolo causare. Quando però la probabilità più bassa è talmente improbabile da non capitare mai, in tal caso, a livello probabilistico, diciamo che l’altra è la probabilità causale “certa”.

Per riassumere in una sola forma le suddette connessioni costanti e probabili della causa, diciamo che:

AB se P(B)=A
A causa B se A è probabilità P di B.

Uso questa generalizzazione perché, a ben vedere, non dice se la probabilità fra A e B è certa «PA(B)=1» oppure probabile «PA(B)=0<1», indi neanche se è una causa uno-a-uno «A⇒B» o uno-a-molti «A⇒B∨C». Non dice neppure se la causa è necessaria «A→B», sufficiente «B→C» o entrambe «A↔B». Men che meno dice se B accade in un tempo t simultaneo all’accadere di A, «At⇒Bt», o successivo «At⇒Bt’», né se A e B accadono in uno spazio s più o meno a contatto «As⇒Bs’» o a distanza «As⇒Bs». Pertanto non dice neppure se si tratta del motore immobile aristotelico (causa prima) o della causa relativa, dell’abitudine humeana o della speranza matematica, di una comune fiducia o di una condizione logica-deduttiva inevitabile. Semplicemente dice che, affermando «A⇒B se P(B)=A» si ammettono i detti casi causali e loro combinazioni.

Di seguito il detto modello generale della causa.

«A⇒B → P(B)=A» può manifestarsi nelle seguenti forme e combinazioni:
PA(B)=1            →                    Causa costante, certezza;
PA(B)=0<1        →                    Causa probabile, incertezza;
A→B                 →                    Causa necessaria, se A allora B;
B→A                 →                    Causa sufficiente, se B allora A;
A↔B                 →                    Causa necessaria e sufficiente;
At⇒Bt                   →                    Causa simultanea, nello stesso tempo;
At⇒Bt’                  →                    Causa successiva, in tempi diversi;
As⇒Bs’              →                    Causa a contatto, in spazi diversi;
As⇒Bs               →                    Causa a distanza, nello stesso spazio;
A∨C⇒B             →                    Causa molti-uno, campo di possibilità;
A⇒B∨C             →                    Causa uno-molti, campo di possibilità;
A⇒B                  →                    Causa uno-a-uno, campo deterministico.

Da questa raccolta, per parlare della sincronicità ci interessiamo in particolare alla causa a contatto e a distanza. Ma partiamo dall’inizio.

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La Fenomenologia di Sir Francis Bacon

> di Fabio Laiso*

Non c’è dubbio che uno dei filosofi preferiti di Husserl sia stato Cartesio. Ne Le meditazioni cartesiane, volume che raccoglie le conferenze tenute tra il 24 e il 25 febbraio 1929 nell’Anfiteatro Descartes, alla Sorbonne di Parigi, il filosofo di Prossnitz parte proprio dal metodo “geometrico-deduttivo” del sistema cartesiano per spiegare i principi della sua teoria trascendentale. Seppure sembri un paradosso, è all’altro grande pensatore del XVII secolo (peraltro antagonista di Cartesio) che bisogna guardare per rintracciare alcuni dei caratteri salienti che si ritroveranno poi nella fenomenologia trascendentale: Francesco Bacone. Vorrei comporre questo articolo prendendo a prestito la tecnica filmica del montaggio alternato, al fine di evidenziare le analogie più evidenti tra il metodo induttivo sperimentale di Bacone e quello fenomenologico trascendentale di Husserl. Cominciamo con gli incipit. Continua a leggere


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Dieci argomenti di filosofia

 

> Vito J. Ceravolo*

A Manuela Santalucia

Questo è un testo d’amore, senza alcuna critica.

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1. Argomento dell’esperienza

Tendo la mano intorno a me. Afferro una ciliegia, mi impatta sul tatto. Apro gli occhi e mi è rossa. Avvicinandola il profumo mi inebria. La mordo: succhi si sprigionano in bocca, è fresca rotondità. Ho appena ingerito in me degli oggetti esterni, divenuti ora la mia esperienza soggettiva. L’esperienza soggettiva è la propria immediata esperienza delle cose e noi esperiamo cose solo quando le proviamo in noi stessi, in propria esperienza interna: si ha immediata esperienza solo di ciò che si percepisce internamente in se stessi, e ciò che si percepisce internamente consta anche dei valori, interiorizzati in sé, dell’oggetto percepito.

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Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere


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Benjamin Fondane, La coscienza infelice

 

Benjamin Fondane, La coscienza infelice, cura e traduzione di Luca Orlandini, Aragno, Torino, gennaio 2016. ISBN 978-88-8419-765-8 (pp. 430).

 

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> di Stefano Scrima*

«L’uomo, chiunque esso sia, ovunque si volga, è insoddisfatto del suo destino» (p. 21). Così esordisce La coscienza infelice di Benjamin Fondane (1998-1944), poeta esistenziale, filosofo, drammaturgo e cineasta rumeno espatriato in Francia nel 1923. Sulla scorta del suo maestro Lev Šestov, con quest’opera apparsa nel 1936, Fondane si rivolta contro l’infelicità della condizione umana forgiando una propria filosofia esistenziale, che, come gli esistenzialismi che la precedettero e seguirono, intende mettere al centro l’individuo concreto, la sua esistenza reale, l’uomo in carne e ossa.

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Logica, il problema della verità. Un classico Mursia di Martin Heidegger

> di Paolo Calabrò

Il problema fondamentale della filosofia è quello del rapporto tra il Pensiero e l’Essere. E se la logica è lo studio delle leggi necessarie del pensiero, per dirla con il padre della critica moderna, allora il problema di quel rapporto è il problema della logica. Ma che cos’è la logica, quando la si indaghi a fondo e da vicino? In quale relazione è, fin dall’origine, con il logos? Può essere esaurita in una serie di regole, per quanto ampia, o va indispensabilmente tenuta aperta e in itinere? Domanda da porre soprattutto quando si tiri in ballo la temporalità: perché se l’Essere evolve nel tempo e il Pensiero, in qualche modo, ne segue le vie… come non immaginare che anche il legame tra i due (cioè quel legame che abbiamo chiamato, appunto, logica), evolva con essi? Continua a leggere


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Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte seconda

> di Leonardo Marcato*

Il primato ontologico del Pensiero: la scienza moderna
Nella prima parte di questo articolo si è cominciato a mostrare come Panikkar rifiuti il modo con cui la civiltà occidentale, nel corso dei secoli, ha costruito la propria struttura riconoscendo l’identità tra Pensare ed Essere, sin dal dettato parmenideo del frammento 3 Diels-Kranz, sempre in una direzione che parte dal pensare e giunge ad in-formare l’essere. In un certo qual modo, quindi, accettare acriticamente il dogma parmenideo significa donare una priorità non solamente gnoseologica ma anche ontologica alla capacità razionale umana di analizzare in senso logico ogni dato, empirico e non. E se qualcosa non è pensabile secondo i canoni della razionalità e della logica, sembra provocatoriamente dire Panikkar, allora non esiste: ad esempio, parlando del divenire, nel primo tomo del decimo volume che raccoglie le Gifford Lectures l’autore ricorda:

«Zenone di Elea, da bravo allievo di Parmenide, negherà il movimento (e, in ultima analisi, il Divenire) perché la nostra mente non può comprenderlo» (RPOO X/1, p. 133). Continua a leggere


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Ritorno o Fondamento? Tracce per un’analisi dell’interpretazione panikkariana di Parmenide a partire dal dialogo tra Raimon Panikkar ed Emanuele Severino – Parte prima

> di Leonardo Marcato*

Il convitato di pietra
Più di dieci anni fa fu organizzato un incontro tra due pensatori contemporanei la cui influenza continua ad essere fortemente presente in quegli ambiti di cui si sono occupati ed in quelle vite che il loro passaggio ha incrociato. Nell’aula magna dello IUAV, il 9 marzo 2004 a Venezia, Emanuele Severino e Raimon Panikkar si incontrarono dopo oltre trent’anni (la prima volta avvenne a Roma, in occasione dei famosi Colloqui Castelli, come loro stessi ricordarono in quel momento); ed è di quest’anno, finalmente, la pubblicazione del testo di quell’incontro. Leggere gli scambi di battute, le domande, le risposte ed il rispettoso disaccordo tra i due protagonisti restituisce almeno parzialmente l’atmosfera di quel giorno e la forza delle questioni sul tavolo. Uno dei punti dove la discussione si è fatta più serrata ed interessante, come emerge dal testo e come sottolineato nel commento scritto da Luigi Vero Tarca che accompagna il volume, è la metafora della rete e del mare. Per riassumere quello scambio, Severino sostiene che quando si va a pesca la rete cattura sempre il mare, e se qualcosa esce dalla rete dev’esserci una super-rete che comunque permette di comprendere il mare. Panikkar ribatte sostenendo che anche se si andasse a pesca, ci sarebbero comunque pesci catturati e pesci di cui non si sa nulla, perché escono dalle maglie della rete; il mare non sfugge né è preso, semplicemente sta – e comunque, lui non ha reti per pescare (Panikkar, Severino 2014, pp. 27-33). Continua a leggere


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Prolegomeni ad una ‘filosofia del profondo’

> di Andrea Ignazio Daddi*

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Il termine ‘filosofia del profondo’, che richiama la ben più nota locuzione ‘psicologia del profondo’, è relativamente poco diffuso e le sue differenti ed effettive accezioni sono ancora prive di una trattazione sistematica. Non tragga in inganno il titolo apparentemente pretenzioso di questo mio breve scritto. Le ricerche che ho effettuato, lungi dall’essere esaustive, si prefiggono, infatti, l’assai meno ambizioso obiettivo di porre parzialmente rimedio a una tale mancanza.

A quanto mi risulta è Giovanni Giulietti il primo ad utilizzare, nel 1965, tale dicitura nel suo saggio La filosofia del profondo in Husserl e Zamboni [1]; si tratta di un’analisi comparata del pensiero del celebre padre della fenomenologia e di quello del gnoseologo italiano, esponente della neoscolastica contemporanea. Accomunati da una forte tensione antintellettualistica, entrambi i pensatori, pur nelle rispettive specificità, sono alla ricerca della dimensione non mediata, preriflessiva ed autentica dell’esperienza conoscitiva ed esistenziale nella sua integralità [2]. A proposito di Husserl, Giulietti cita Enzo Paci, che vede nel pensiero del filosofo moravo «[…] le anticipazioni di tante nuove dottrine filosofiche che alimentano il discorso filosofico attuale, dall’esistenzialismo alla psicoanalisi […]»[3]:

«[…] quella che crediamo la vita vera […] è, invece, la vita nella quale il principio vivente è “coperto”, nascosto, obliato, “assonnato”, non sveglio, non presente a se stesso»[4]. Continua a leggere


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Il senso dell’esistenza. Per un nuovo realismo ontologico. Markus Gabriel e il realismo

> di Stefano Santasilia

Nel dibattito sul ritorno del realismo e sul nuovo realismo (nato, in Italia, “sotto le direttive” dell’oramai arcinoto Maurizio Ferraris), il testo di Gabriel si colloca come un momento di riflessione acuto e significativo. Difatti la riflessione del giovane filosofo tedesco non vuole porsi come un ritorno ad una forma di realismo dura, contrapposta semplicemente ad un possibile estremo costruttivismo. La questione è, più che altro, quella di riuscire a mostrare come non vi sia opposizione alcuna tra la condizione dell’immaginario e quella della conoscenza del mondo così com’è (considerando che tale conoscenza pur basandosi su presupposti immediati non si dà certo come diretta e scevra da precomprensione).
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Il senso delle cose. Per un realismo fenomenologico. Un saggio di Angela Ales Bello

> di Stefano Santasilia

Il dibattito relativo al realismo, con lo specifico riferimento al nuovo realismo, imperversa oramai in maniera evidente in tutto il panorama mediatico. Il problema di fondo, che anima la discussione, è il tentativo di comprendere se il “ritorno” alle cose sia qualcosa che necessariamente va riproposto a discapito delle altre correnti filosofiche o se, in realtà, queste ultime, o qualcuna di esse, già da sempre ha coltivato quell’attenzione al reale che il nuovo realismo pretende riportare alla ribaltà come estrema necessità. Il testo della professoressa Ales Bello si colloca in questo secondo filone di ricerche assumendosi la responsabilità di mostrare come, nella sua stessa fondazione, la fenomenologia si strutturi come un realismo.
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