Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Piacere e dolore da Kant a Leopardi

Abstract: L’articolo descrive la teoria del piacere e del dolore, in particolare, l’oggetto della riflessione è individuare i punti di connessione tra due icone del pensiero europeo, il primo in ambito filosofico, Kant, mentre il secondo in ambito poetico, Leopardi. Un connubio di pensiero e poesia che ha lo scopo di portare l’attenzione su un tema molto dibattuto nel corso della storia della filosofia moderna e della letteratura.

La filosofia kantiana riflette sui limiti della ragione umana e giunge alla conclusione che l’uomo conosce solo nella dimensione esperenziale e che, oltre i limiti dell’esperienza, il sapere barcolla tra le fauci dell’illusione, un’illusione metafisica. Nella Critica della Ragion Pura, pubblicata in prima edizione nel 1781, e più specificatamente nella parte dell’opera dedicata alla Dialettica Trascendentale, Kant si occupa della conoscenza umana che si rivolge agli oggetti stanti al di fuori dei confini dell’esperienza. Dal punto di vista teoretico, la figura centrale indagata dalla filosofia kantiana è l’io penso, l’attività di giudizio per eccellenza. Il soggetto trascendentale, l’io appunto, è inconoscibile, inaccessibile, avviluppato da un’oscurità che non da accesso alla ragione. Secondo Kant l’io illude l’essere umano catapultandolo nella sfera dell’illusione. L’illusione è inganno, un inganno che il filosofo tedesco attribuisce alla ragione, non ai sensi1. Dunque, all’interno della coscienza umana sono presenti ragioni oscure e sfuggenti che l’io non è in grado di chiarire ed afferrare. Da ciò ne consegue che la filosofia morale si pone come un’analitica dei moventi che trasforma questi ultimi in motivi in quanto occorre un’analisi del motore che spinge all’azione. I moventi oscuri che circolano nell’essere umano lo determinano nell’azione e nel desiderio. Il desiderio assume un ruolo centrale poiché l’intera questione morale trattata da Kant ruota intorno ad esso: è il desiderio il motore dell’agire.

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Kant tra tempo ed eternità

Abstract: l’articolo affronta la riflessione kantiana inerente alla fine di tutte le cose, come narra il titolo stesso del suo saggio dedicato a tale argomento. Scopo del breve scritto e comprendere come Kant interpreta la fine e la soluzione che funge da baluardo alla sua riflessione tipicamente razionale.

«È d’uso comune, soprattutto nel linguaggio della pietà religiosa, attribuire a un uomo che sta morendo il seguente modo di dire: egli sarebbe sul punto di passare dal tempo all’eternità. Tale espressione non vorrebbe dir nulla, di fatto, se qui per eternità si dovesse intendere un tempo che si protrae all’infinito» (I. Kant, La fine di tutte le cose, a cura di A. Tagliapietra, Bollati Boringhieri 2006, p.7). Da questo passo della Fine di tutte le cose emerge il problema del passaggio dal tempo all’eternità che suppone una frattura del continuum tra i due termini. Kant spoglia il passaggio dall’uno all’altra del significato religioso in cui affonda le sue radici e annulla l’attraversamento del ponte che lega tempo ed eternità poiché non ha luogo: «Il passaggio resterebbe del tutto temporale, significando solo la transizione di un tempo ad un altro» (F. Desideri, Quartetto per la fine del tempo, una costellazione kantiana, Marietti, Genova 1991, p. 153).

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