Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’@lliEvo

Il professor Rizzo varcò il portone e s’immise nell’ampia sala. Si fermò per un attimo al centro, gettò lo sguardo sulle ampie vetrate laterali e contemplò i raggi solari che penetravano attraverso lo spettro. Ripensò anche al motivo per cui era lì e, sebbene lo trovasse singolare, il pensiero di aver evitato per almeno un giorno il suo lavoro reale lo rinfrancava. Mentre era perso tra i suoi pensieri, scorse un funzionario davanti a lui in fondo alla sala. Allora, si mosse risoluto verso di lui.

-Buongiorno, signor Rizzo! Benvenuto alla Electronic Learning!

-Buongiorno a lei!

-Come si sente?

-A dire il vero, un tantino a disagio, se posso essere sincero

-Deve esserlo! – esclamò con un ampio sorriso il funzionario – Non si preoccupi! Vedrà, le nostre simulazioni di intelligenza umana ingannerebbero chiunque, anche l’individualità umana più esperta! Ma è normale che lei possa sentirsi un po’ a disagio, è l’effetto psicologico che fa il vedersi allo specchio e scorgersi così simili, anche se diversi sotto molti altri aspetti

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Martha Nussbaum, La Monarchia della paura. Considerazioni sulla crisi politica attuale, Il Mulino, Bologna, 2020, pp. 218.

Le società moderna sembrano attraversate da un sentimento antico ma potente, ovvero la paura, che blocca la deliberazione razionale, spingendo i decisori politici a mandare ad effetto non azioni giuste, ma azioni emotive. Questo è vero in misura maggiore negli Stati Uniti, ma è una condizione che accomuna questi ultimi a tutte le principali democrazie occidentali, sino a prefigurare una vera e propria monarchia fondata non più sulla ragione capace di discernere il giusto dall’ingiusto, ma su una ragione ottenebrata dal tarlo oscuro della paura.

Questa emozione antica è collegata alla vita evolutiva degli esseri umani, e, più precisamente, segna sin dall’inizio, l’esistenza concreta dei singoli. La condizione di estrema vulnerabilità evolutiva è segnata dalla paura, ovvero dal dolore fisico di non poter ricevere ciò di cui si necessita. In genere, si sopravvive a questa condizione, ma la paura persiste e contamina tutte le altre emozioni umane, intaccando in modo particolare «l’amore e la reciprocità» (p. 31). E questo può essere un problema se poniamo mente al fatto che la politica comincia quando iniziamo noi, ovvero quando, esistendo, scontiamo la nostra strutturale vulnerabilità, e, dunque, esperiamo la paura dal momento che, non essendo autonomi, dipendiamo dall’esterno che «non controlliamo completamente» (p. 34). E una volta adulti questa emozione antica resta latente, anche sotto la coltre rassicurante della «superficie cosciente della mente» (p. 35). In genere, non vi pensiamo oppure ci sforziamo di reprimerla, ma la paura rimane sempre presente dal momento che si lega alla nostra costituzionale condizione di mancanza e di dipendenza da ciò che ci circonda. Ma pur essendo la più primitiva delle emozioni umane, è anche profondamente anti-politica, o, per meglio dire, «asociale» (p. 38). Quando proviamo compassione o empatia, ad esempio, ci interessiamo a ciò che sta succedendo ad altri e a ciò che lo sta provocando. Ma quando abbiamo paura ci concentriamo esclusivamente su noi stessi. La paura è, per sua natura, «narcisistica» (p. 38) perché allontana da sé qualsiasi pensiero dell’altro. La paura non consente di considerare gli altri fini delle nostre azioni, ma mezzi per il nostro soddisfacimento. La paura, allora, strumentalizza gli altri per assecondare un bisogno narcisistico di controllo di terzi.

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L’automa e il suo doppio (Distopia sulla scuola)

Slappy venne lasciato da un inserviente nella cabina numero 101 su una scrivania in legno trascurata dal tempo. Non appena l’inserviente se ne fu andato, accese i suoi led e compì un rapido giro sul proprio asse, emettendo il suo tipico ronzio. Poi si fermò e, come da programmazione, rimase in attesa. Passati alcuni istanti, sul fondo della stanza, immersa nella penombra, una voce squillò:

– Lo sapevo! Lo sapevo! Uno Slappy ver. 3.0, incredibile! Il rinomato della tecnica, la promessa di un futuro radioso, sostituito ed abbandonato quaggiù, a tener compagnia ad un povero vecchio!

Quelle parole parvero sollevare un po’ della polvere che riempiva l’aria e abbacinava la scarsa luce presente nell’angusto locale e proveniente da una sorgente esterna filtrata dalla minuscola finestra semichiusa. Slappy, però, non se ne fece un problema, come da manuale. Emise un laconico bip e rispose:

– Così recita la mia programmazione: “Modello autoriale di istruzione programmata”

– Già, modello autoriale! – lo riprese l’uomo – Istruzione programmata! Quante belle parole inutili!

– Giudizio ostile. Non rispondente alla realtà! – rispose il piccolo automa.

Dopo questa risposta, trascorsi alcuni eterni attimi, l’uomo emerse per intero dal fondo della stanza, e, presa una sedia, sedette accanto alla scrivania, in modo sì non ergonomico, ma per lui comodo. Una ciocca bianca e diradata copriva la sua testa mentre un dorso scavato ed ossuto occupava quasi per intero la modesta sedia, segnata dagli anni, e sinistramente disegnata nella penombra del resto della stanza. Continua a leggere


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La persona e i suoi bisogni. Per una lettura filosofica dell’emergenza attuale.

Abstract

L’epidemia che ci ha colpiti ha seriamente messo in discussione alcune delle libertà che consideravamo scontate e gratuite. In modo particolare, è stato necessario rinegoziare gli ambiti e le dimensioni di realizzazione della libertà delle persone umane. Ciò non è stato né indolore né privo di effetti, con particolare riguardo per ciò che costituisce il “bene” per le persone.

Tuttavia, una serena riflessione intorno alla questione consente di inquadrare l’intera questione nella sua giusta luce, orientando la considerazione sui limiti per l’azione umana verso una più meditata e ponderata attenzione riguardo a ciò che è davvero un bene per la persona umana e che consente a quest’ultima di soddisfare i suoi effettivi bisogni, e ciò nonostante le limitazioni che l’epidemia ha imposto.

 

Premessa.

Mai come quest’anno la dimensione comunitaria, propria del genere umano, è stata messa in discussione dall’emergenza sanitaria dovuta alla comparsa di una mutazione di un virus Corona, responsabile di varie patologie influenzali. La novità della mutazione genetica sta nella sua facile trasmissione da uomo a uomo e, quindi, la cosa inedita risiede nella limitazione e compressione di alcune libertà sino ad ora mai messe in discussione, forse nemmeno durante le esperienze totalitarie del secolo scorso.

Le scene dei malati trasportati via così come delle vittime accompagnati in solitudine nega la caratteristica propria di questi eventi singoli, vale a dire la dimensione umana e relazionale ivi connessa, l’accompagnamento di amici e famigliari, adesso privati della possibilità di far esperire vicinanza ed empatia nei confronti dei propri simili. Il COVID-19 ha questo di speciale: non disponendo di cure mirate e davvero efficaci, stante la sua estrema contagiosità epidemica, è bene evitare tutte le possibili situazioni di rischio. Stare vicino ad un malato rientra in queste possibilità da evitare. Accompagnare un congiunto o un amico o un conoscente nell’ultimo viaggio è segnatamente una di queste possibilità che la prudenza e la salute pubblica consigliano di vietare. Non deve, allora, sorprendere che il decisore politico abbia deciso di comprimere le occasioni, i luoghi e le occasioni di convivialità e di relazione umana visto che il problema fondamentale ed urgente è combattere contro un virus insidioso, tanto invisibile quanto virulento. Il novum, pertanto, consiste nella novità di sfere di libertà, sinora considerate scontate e libere di espandersi indefinitamente, compresse con una serie di limitazioni, di casistiche individuate e con un orizzonte temporale indefinito. Comprimiamo le nostre libertà (di movimento; di attività pubblica; di divertimento; di spostamento; etc.) a causa dell’emergenza. Ma sino a quando? Non lo sappiamo. Gli esperti attendono, fiduciosi in modelli matematici e nella mole documentaria in loro possesso, un picco dell’andamento epidemico, ma non è dato sapere se e quando ciò accadrà. In attesa, le nostre vite sono state sospese, congelate, interrotte. Continua a leggere