Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’Uomo che pensa un Dio!

Abstract

Che cosa fa l’uomo quando pensa Dio?

Ci si chiede che cosa l’uomo metta in atto nel momento stesso in cui lo pensa. E si scopre che l’uomo, ogni volta, compie un gesto: pone l’Altro fuori di sé. Che questo Altro si chiami Dio, Legge, Fatto, Dato o Probabilità, la struttura è la stessa: l’uomo esternalizza, e poi dimentica di averlo fatto.

La storia delle religioni offre due modelli esemplari di questo gesto. La via abramitica consacra l’esteriorità: Dio resta fuori, irriducibile, e l’uomo dimentica la propria mano. La via Advaita Vedānta dissolve l’esteriorità: l’invocazione, seguita fino in fondo, scopre che il chiamato era il fondo del chiamante. Due destini dell’atto umano: occultarlo o disvelarlo.

Ma la stessa alternativa si ripete fuori dalla religione. Nella scienza, nella politica, nella probabilità, l’uomo continua a porre Dati che si presentano come indipendenti. La morte di Dio non ha svuotato il trono dell’esteriorità: lo ha reso disponibile per nuovi occupanti. Il dispositivo sopravvive al contenuto.

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Il calcolo e il possibile – L’inglese globale e la resistenza dell’italiano

«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». La frase di Wittgenstein (Wittgenstein, 2009a, p.81) risuona oggi con la forza di una diagnosi clinica. Perché le lingue vivono, respirano, subiscono pressioni profonde e trasformative. E la pressione che subiamo ha un nome preciso: il sistema capitalistico globale e la sua lingua franca, l’inglese. Non l’inglese di Shakespeare o di Virginia Woolf, ma un inglese strumentale, progressivamente adattato a veicolare i pilastri del sistema: la riduzione di ogni relazione alla compravendita, all’individualismo atomizzato, all’assenza di mediazione tra gli esseri. Qui non si parla dell’inglese letterario o filosofico, ma della sua forma globale operativa. È un codice che si infiltra nel nostro lessico e, più profondamente, plasma le nostre strutture cognitive. La posta in gioco è ontologica: è la scelta della nostra stessa identità.

Accettiamo di essere descritti, e dunque di esistere, solo nelle categorie di mercato? Oppure vogliamo un mondo abitabile in tutte le sue dimensioni, ricco di chiaroscuri e contraddizioni, di bellezza inutile e verità non monetizzabili? Per Wittgenstein (Wittgenstein, 2009b) il linguaggio è una «forma di vita»: il mondo si costituisce attraverso le nostre pratiche linguistiche. Non esiste un mondo dato che poi etichettiamo: è attraverso il nostro parlare che il mondo si articola e diventa abitabile. Ecco perché la nostra tesi deve essere forte: l’italiano, erede di una stratificazione millenaria, era (e potrebbe ancora essere) capace di articolare il mondo con una ricchezza che l’inglese globale dei mercati sta tendendo a ridurre continuamente.

Una lingua non esiste come entità astratta o “in sé”; esiste solo nei suoi usi storici concreti. Non esiste “l’inglese” (come ogni altra lingua) come opportunità ipotetica, ma solo nel modo in cui gli uomini la esprimono vivendola, pensando e parlando inglese.

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