Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


1 Commento

Uomo, una mente molto inquieta. Breve riflessione intorno a “La Mente Inquieta. Saggio sull’Umanesimo” di Massimo Cacciari [Einaudi, 2019].

Francesco Brusori

Chiediamoci subito: ciò che passa sotto l’etichetta storiografica di «rinascimento» o «umanesimo» è solo diretto sinonimo di quella «rinascita» di cui Giorgio Vasari parla in relazione alla storia delle belle arti? Nulla di più complesso e radicale? Per dirla con Kristeller, nulla di meno vago? Ebbene il tentativo di Massimo Cacciari ne La Mente inquieta [La Mente Inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Einaudi, Torino 2019] è precisamente quello di rispondere in modo indiretto ma rigoroso – con parole e con una preziosa raccolta iconografica che arricchisce nell’insieme il testo – a tali interrogativi, attuando un puntuale approfondimento dell’itinerario intellettuale che vede in Lorenzo Valla, Leon Battista Alberti, Giovanni Pico della Mirandola, Leonardo Bruni, Marsilio Ficino – tanto per citarne alcuni – degni e autentici esponenti di quella che per Cacciari deve riconoscersi come peculiarissima «età assiale» ed «epoca di crisi». Del resto, come potrebbero spiegarsi quelle straordinarie e rivoluzionarie teorie dell’arte per cui il rinascimento è ricordato, qualora non si ammettesse di necessità una «implicita filosofia dell’arte» o una relativa «antropologia filosofica» (p. 5)?
Continua a leggere


Lascia un commento

Il Cantico di Hermes. Poesia e filosofia in un libro Controluna di Daniele Baron

> di Paolo Calabrò

Daniele Baron, piemontese doc classe ’76, è laureato in filosofia ed è tra l’altro fondatore della rivista «Filosofia e nuovi sentieri». Da sempre dedito all’esplorazione dei più diversi linguaggi attraverso i quali il pensiero filosofico possa estrinsecarsi – dal romanzo alla pittura – dà oggi alle stampe un volume di poesia (Il Cantico di Hermes, ed. Controluna); ma, detto così, è già riduttivo. Abbiamo preferito rivolgere la domanda direttamente a lui.

 

Versi, prosa, dialoghi teatrali: che cos’è il Suo Cantico di Hermes?

È una sperimentazione letteraria che trae ispirazione dalla tradizione spirituale millenaria dell’alchimia, dell’arte regia. Ci tengo a precisare che a dispetto del palese (già dal titolo) riferimento all’alchimia, il libro non richiede alcuna particolare preparazione o conoscenza in quel campo e che, d’altro canto, non è un libro sapienziale, non vuole tramandare un sapere. È un’opera potenzialmente fruibile da qualunque lettore e sebbene lungo tutto il percorso siano disseminati simboli che forse solo l’appassionato di alchimia saprà riconoscere appieno, tutto continua ad avere senso indipendentemente da essi. Nel Cantico si danno, perciò, vari livelli di lettura tutti egualmente legittimi. Come giustamente si rileva, Il Cantico di Hermes è poi un laboratorio in cui differenti materiali espressivi si alternano e si fondono, mi auguro in modo armonico; così come nel crogiolo degli antichi alchimisti i metalli venivano uniti alla ricerca della pietra filosofale, dell’oro, così qui poesia, filosofia, teatro, prosa, si avvicendano tra di loro per tentare un nuovo tipo di scrittura. Non a caso in molti passi la scrittura viene tematizza nella sua struttura morfologica e protagonisti diventano gli stessi segni del discorso (la punteggiatura, le parentesi, l’andare a capo, ecc.). Le parole, i segni, non sono meri mezzi destinati a sparire davanti al significato, non sono mai neutrali ai fini dell’espressione del soggetto e del mondo, ma hanno una loro personalità che ho cercato di esplicitare. In un certo senso, nel Cantico la scrittura è la materia e il soggetto del discorso. I differenti stili che ho utilizzato nascono da un’esigenza, che è in fin dei conti un anelito alla libertà dalle costrizioni di un genere specifico, che va di pari passo con la scelta della forma migliore per ogni singolo tema. Non tanto dunque eclettismo, ma necessità espressiva. Mi auguro che questo esperimento venga letto come qualche cosa di nuovo, inedito, e perciò interessante e che soprattutto sia sentito come autentico e spontaneo. Spero che il lettore allo spaesamento dato dalla variazione continua possa affiancare l’apprezzamento ed il riconoscimento dell’unità fondamentale che ispira e dà senso all’opera. Giustamente si sottolinea come l’ascrizione del Cantico nel genere della “poesia” sia riduttiva, perché non in grado di spiegarne l’essenza. Quando ho cominciato a comporlo non avevo intenzione di fare della poesia; Hermes rappresentava ai miei occhi, fatte le debite proporzioni, l’equivalente dello Zarathustra di Nietzsche, vale a dire era a tutti gli effetti un “personaggio concettuale” in grado di prestare voce alla mia visione del mondo e della vita, alle mie intuizioni più profonde. L’intento iniziale era filosofico, pertanto, ma la scrittura stessa mi ha condotto, quasi mio malgrado, a questo risultato ibrido in cui differenti stilemi si armonizzano per tentare un genere “nuovo”, che in ultima analisi, in senso lato, può essere definito poesia.

Continua a leggere


Lascia un commento

MATHEMATICA AD INFINITUM 0, 1, ∞ – Terza parte

> Vito J. Ceravolo*

Indice:

TERZA PARTE – SISTEMI EXTRANATURALI E NUMERI INIMMAGINABILI

1. Sistemi extranaturali
2. Numeri inimmaginabili
3. Al confine dell’ultimo numero

CONCLUSIONE

TERZA PARTE
SISTEMI EXTRANATURALI E NUMERI INIMMAGINABILI

1. Sistemi extranaturali

Abbiamo visto come tutta la natura e tutti i numeri si comportano con lo zero e l’infinito dando il medesimo risultato, come se tutti fossero la stessa cosa, lo stesso numero, come se tutti nei loro confronti si comportassero come fossero 1 (principio di Reductio ad 1).

Per ogni n diverso da zero e infinito:
0×n=0;
n×0=0;
0/n=0;
n/0=∞;
n+0=n;
0+n =n;
n0=n;
0–n=–n;
×n=∞;
∞=∞;
/n=∞;
n/∞=0;
∞+n=0;
n+∞=0;
∞–n=1;
n–∞=∞.

Il fatto che la natura ricorra alla cardinalità ad infinitum dell’insieme 1 per rapportarsi con lo 0 e l’∞, i quali risultano indifferenti alle differenze del mondo naturale; ciò matematicamente lo interpretiamo con questo significato: i numeri fondanti 0 e ∞ non fanno parte dell’insieme 1 dei numeri naturali; ed effettivamente il Niente non esiste in natura (se non in forma parziale come niente relativo, cioè come principio regolatore fra positivo e negativo o come «simbolico congegno posizionabile» che consente al nostro sistema in base 10 di funzionare) né l’infinito può essere percepito in una natura limitata (se non in forma parziale come «infinito potenziale»). Sicché ogni naturale nel relazionarsi con lo 0 e l’∞ si sta relazionando con qualcosa posto fuori dall’unità del proprio insieme naturale. Questa la chiamo «relazione ad infinitum extranaturale», quella operazione per cui, indifferentemente alle differenze naturali, il risultato non cambia. Continua a leggere


Lascia un commento

MATHEMATICA AD INFINITUM 0, 1, ∞ – Seconda parte

> Vito J. Ceravolo*

Indice:

SECONDA PARTE – FONDAZIONE DELLA NATURA

Capitolo Primo: Portali al mondo naturale
1. Luogo della naturalizzazione dei numeri fondanti
2. Porta d’accesso ai numeri naturali da quelli fondanti
3. Le parti della natura

Capitolo Secondo: Costruzione del mondo naturale
1. Costruzione dell’unità
2. Costruzione insiemistica dei numeri naturali dai numeri fondanti
3. Costruzione seriale dei numeri naturali dai numeri fondanti

Capitolo Terzo: Naturalizzazione dell’aritmetica fondante
1. Operazioni assolute
2. Operazioni fra numeri naturali e fondanti
3. Operazioni fra numeri naturali
4. Naturalizzazione dell’aritmetica trina

SECONDA PARTE
FONDAZIONE DELLA NATURA

Capitolo Primo
PORTALI AL MONDO NATURALE
0, 1 , ∞

 1. Luogo della naturalizzazione dei numeri fondanti

Trattati i caratteri generali dell’aritmetica trina, il nostro compito è adesso mostrare il passaggio dai numeri fondanti a quelli naturali. Qui spieghiamo “dove” ciò avviene. Nel successivo capitolo spieghiamo “come” avviene. Incominciamo ricordando il valore dei fondanti:

  • 0 è l’assenza di valore, qualcosa che non inizia;
  • 1 è la totalità (insieme) di ogni valore (numero), qualcosa che non finisce;
  • ∞ è il limite fra il Niente è il Tutto, lo scarto che li separa e il confine che li unisce, ciò che non appartiene solo all’1 o solo allo 0, poiché proprio di entrambi assieme.

Da queste definizioni, possiamo escludere l’infinito in atto dalle possibili manifestazioni naturali: se ogni nostra percezione è possibile all’interno della nostra finita sensibilità, allora tale finitezza esclude l’infinito in atto dalle possibili manifestazioni naturali a noi sensibili.[1] Continuiamo escludendo lo zero assoluto dalle possibili manifestazioni naturali: se il vuoto pneumatico è concettualmente e fisicamente impossibile per l’impossibilità di ottenere l’assenza di tutto, allora la sua manifestazione naturale è impossibile. Concludiamo affermando l’uno come luogo dove la natura può manifestarsi: se ogni manifestazione naturale è possibile solo per l’unità (individuale) per cui è tale, «non essendo possibile che possa esistere un essere senza l’unità per cui è tale»,[2] allora ogni natura nella sua unità si manifesta nel Tutto (uno).

Abbiamo così la «caratterizzazioni del Tutto come luogo in cui la natura può compiersi», predicato di ogni unità naturale. Continua a leggere


Lascia un commento

La “circostanza” di Ortega e la “situazione” di Sartre

Fabio Laiso*

La filosofia di Ortega y Gasset è comunemente definita razional-vitalismo o della ragion vitale, facendo coesistere in un’unica formula due termini che prima facie ci sembrano del tutto inconciliabili. L’assunto di partenza della gnoseologia proposta dal filosofo spagnolo è che ogni atto di coscienza sia irriducibile a qualsiasi riflessione; l’oggetto che io percepisco non è identico a se stesso nell’atto della riflessione, per essere colto autenticamente dovrò afferrarlo solo nella sua “esecutività”. Nel passaggio tra udire un suono e sentire di udire un suono, quel suono non è più il medesimo ma è come se subisse l’influenza del Me, facendosi non più un suono tra tutti quelli che compongono la polifonica sinfonia del mondo, ma irrimediabilmente il mio suono. Se cerco l’essenza di quel suono tendo a separarlo dal Me che ascolta; per converso, se mi rivolgo al pensiero del suono per poterlo conoscere lo separo dal mondo che lo ha generato. Come uscire da quest’aporia che da più di duemila anni attanaglia la filosofia? Continua a leggere


Lascia un commento

La Fenomenologia di Sir Francis Bacon

> di Fabio Laiso*

Non c’è dubbio che uno dei filosofi preferiti di Husserl sia stato Cartesio. Ne Le meditazioni cartesiane, volume che raccoglie le conferenze tenute tra il 24 e il 25 febbraio 1929 nell’Anfiteatro Descartes, alla Sorbonne di Parigi, il filosofo di Prossnitz parte proprio dal metodo “geometrico-deduttivo” del sistema cartesiano per spiegare i principi della sua teoria trascendentale. Seppure sembri un paradosso, è all’altro grande pensatore del XVII secolo (peraltro antagonista di Cartesio) che bisogna guardare per rintracciare alcuni dei caratteri salienti che si ritroveranno poi nella fenomenologia trascendentale: Francesco Bacone. Vorrei comporre questo articolo prendendo a prestito la tecnica filmica del montaggio alternato, al fine di evidenziare le analogie più evidenti tra il metodo induttivo sperimentale di Bacone e quello fenomenologico trascendentale di Husserl. Cominciamo con gli incipit. Continua a leggere


Lascia un commento

Balthus (1908-2001) nel “gioco delle posture”. L’arte di sfiorare la Terra: momento di “Ge-viert”.

>di Giuseppe Brescia*

L’ermeneutica dell’arte si impone nella modernità a partire dal filone vichiano e neokantiano fino agli sviluppi idealistici e all’ontologia esistenziale. “Le origini dell’opera d’arte” di Martin Heidegger è dello stesso anno (1936) de “La Poesia” di Benedetto Croce. Il paradigma della tetrade, o quaternità, si inscrive nella struttura della filosofia dello spirito e nella topica heideggeriana del “Geviert” Terra-Cielo-Mortali-Divini.balthus-balthasar-klossowski-de-rola-girl-at-the-window-1955 Il concetto della quaternità non è un ghiribizzo mentale ma una modalità del ponere totum, una maniera di configurare emblematicamente la “universalità” dell’arte o del porre la relazione tra le parti e il tutto. La collocazione della “cosa” nella “prossimità” – spiega Gianni Vattimo – viene a “situarsi nel quadrato delle regioni del mondo al quale appartiene” (“La fine della modernità”, Milano 1985, pp. 73-79 ). Venendo a momenti rappresentativi della storia dell’arte, la “prossimità” stessa può stabilirsi nella scena del gioco, negli interni di una abitazione, o nell’approcciarsi a una finestra di casa.
Trattai di “Les Jouers des cartes” (1966-1973), olio e tempera su tela di Balthus, opera esposta al Museo di Rotterdam, per lumeggiare la postura dell’uomo a sinistra (‘Guarda, sto per giocare’), in atteggiamento dominante con il ginocchio della gamba destra posato sulla sedia; mentre la donna, di fronte a lui ma soprattutto allo spettatore, è seduta (‘Guarda, ecco la carta che ho giocato’, sembra apertamente dichiarare). Rinvio, per questa parte, alle mie Generazioni del Tempo (Matarrese, Andria 2018, pp. 107-108; “Filosofia e nuovi sentieri”, 18 gennaio 2018). Continua a leggere


Lascia un commento

David Foster Wallace, filosofo contemporaneo. Sul Male in Lynch.

>Alberto Destasio*

Abstract: Nel presente studio verranno indagate le matrici filosofiche della teoria del male formulata da David Foster Wallace nella sua analisi del cinema lynchiano.

 

È proprio vero: la grande letteratura condivide una zona di indistinzione con la grande filosofia. Questa è la prima riflessione che si presenta durante la lettura di una parte dei saggi di David Foster Wallace.
Mentre la piccola filosofia contemporanea (come la chiama Alain Badiou: la filosofia in piccolo stile) si sforza di doppiare la dignità della scienza, la vera filosofia, quella in grande stile, sopravvive coraggiosa in una bella raccolta di saggi del più grande scrittore degli ultimi vent’anni.
Filosofo è, infatti, chi in una cronaca degli Oscar del porno (il saggio di Wallace titolato “Il figlio grosso e rosso”) riesce a togliere una figura, un momento dello spirito. Chi da un rovescio di Joyce (il tennista) sa estrarre una teoria dell’agire (il saggio “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere” Wallace 2011, pp. 318-379). Questa è la filosofia, e questa è anche la grande letteratura. Certo – occorre dirlo – le incursioni filosofiche di Wallace sono disorganiche, a volte persino banali, ma vengono dispiegate con una superficialità e un’imprecisione pop tipiche del genio, le quali non impediscono di sintonizzarsi senza ridondanti mediazioni con i grandi temi che hanno deciso la storia del pensiero occidentale.
Un valido esempio di questa dimestichezza filosofica lo troviamo nel celebre saggio wallaciano dedicato al cinema di Lynch (“David Lynch non perde la testa” Wallace 2011 pp. 220-317), dove l’autore alterna una cronaca estremamente dettagliata della sua esperienza sul set del film Strade Perdute con precise considerazioni estetiche sul cinema lynchiano. Continua a leggere


Lascia un commento

Nuovo albo dei recensori di Filosofia e nuovi sentieri

Sempre più spesso pervengono alla redazione richieste di recensione per volumi di filosofia. Al contempo, cresce il numero dei nostri collaboratori. Dall’intersezione di queste tendenze nasce una nuova iniziativa di «Filosofia e nuovi sentieri»: l’istituzione di un “Albo dei recensori”, una newsletter alla quale sarà possibile iscriversi inviando una mail al consueto indirizzo

filosofiaenuovisentieri@gmail.com

allegando il proprio (breve) curriculum vitae.
Volta per volta si verrà così informati delle novità disponibili per recensione, e si potrà offrire la propria candidatura. Dopo l’assegnazione, il recensore verrà messo in contatto diretto con l’autore. Il tempo previsto per recensire il testo è di 1 mese.
Questo bando non ha scadenza e rimarrà aperto senza soluzione di continuità. Tuttavia le assegnazioni verranno disposte in ordine cronologico, quindi… affrettatevi!


2 commenti

Generazione Erasmus. Un libro Oaks di Paolo Borgognone

di Francesco Brusori

[Paolo Borgognone, Generazione Erasmus: i cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo, OAKS Editrice, 2017]

Generazione Erasmus COVER

Non è la prima volta che mi trovo a proporre pubblicamente una recensione letteraria. Per Filosofia e Nuovi Sentieri (FeNS) ho potuto infatti curare diverse pubblicazioni di questa natura. Tuttavia, diversamente dal passato, ci tengo a formulare una breve chiosa iniziale per amor di chiarezza e per non tradire quell’onestà intellettuale che apprezzo in molti intellettuali di personale riferimento e che cerco sempre di rispettare nel mio modesto lavoro, in prima persona. Dunque, rispettosamente sia nei confronti dei lettori, non meno che dello stesso autore di quest’opera, e anzitutto di me stesso, vorrei fissare alcuni punti introduttivi che determineranno non l’esposizione contenutistica, quanto più quella formale del mio intervento. Ho letto con interesse l’elaborato assai documentato di Borgognone sapendo fin dall’inizio di non approcciare certo un lavoro che avesse le mie medesime posizioni filosofiche, politico-sociali – nel senso più generale possibile –, nondimeno l’obiettivo vocazionale che molto umilmente perseguo non solo nella collaborazione portata avanti con passione con la rivista FeNS, ma anche nella vita è il comprendere. Per dirla à la Spinoza: “né piangere né ridere, il comprendere”. Ragion per cui non disdegno affrontare letture lontane dalla mia prospettiva, la quale va formandosi a fronte della mia esperienza singolare, e di studio e di vita materiale. Alla luce di questa generale e vincolante condizione a cui rispondo desidero quindi portare in superficie, con questa mia recensione, il contenuto che l’Autore ha obiettivamente curato e dettagliato. Ovviamente, soltanto gli snodi maggiori della trattazione Generazione Erasmus entro i confini di una contenuta recensione. Detto ciò, però, verrei meno alla mia soggettività non solo in qualità di lettore, bensì pure di persona pensante – o che almeno tenta di esserlo – qualora non mi ponessi con sincerità in dialogo con quanto letto e, mediatamente, con l’Autore. Così, al fine di tenere insieme queste diverse volontà senza fare confusione, proporrò un’esposizione nella quale quel poco che per spazio posso dire per definire alcuni miei pensieri ‘per contro’ o ‘in linea con’ le idee dell’Autore sarà opportunamente evidenziato come tale, ossia in quanto ‘personale’ e che non deve risultare per il lettore come uno statuario movente per declassare l’intero componimento letterario. Continua a leggere


Lascia un commento

Guazzabuglio epistemologico – critica alla scienza romantica di Erwin Chargaff [Parte seconda]

> di Piero Borzini*

 

2. Semplificazione; riduzionismo, particolare verso generale; specializzazione
L’analisi delle parti che compongono un organismo vivente, comporta, salvo poche eccezioni, il venir meno dell’elemento essenziale, la vita stessa [p. 29][…] Mentre l’organismo vivente è un continuum, le singole scienze devono dividere, distinguere. Ognuno si scava la sua galleria che raramente si incrocia con quelle degli altri [p. 35].Tutte le scienze hanno in comune una caratteristica: sottovalutano sempre la complessità di quanto viene osservato [p. 33] […] La scienza è sempre stata l’arte di semplificare ciò che è complicato e spesso ha ottenuto, così, grandi successi.; ma ci sono sistemi complessi che non si possono semplificare suddividendoli, e il sistema più difficile, il meno adatto a essere ridotto, probabilmente è la vita stessa. [p. 163].
In queste affermazioni riecheggiano forti quelle molto simili di un giovane Alexander von Humboldt che, nel 1797, si esprimeva con le seguenti parole: “La difficoltà di ridurre i fenomeni della vita organica alle leggi della chimica e della fisica risiede innanzitutto nel fatto che la complessità dei fenomeni e la moltitudine di forze simultaneamente all’opera sono proprio le condizioni necessarie all’attività vitale”. La scienza, tuttavia, ha sempre trovato comodo e utile suddividere i grandi problemi in problemi più piccoli, cercando di farsene dei modelli mentali semplificati nel tentativo di comprendere meglio le cose. Poiché il procedimento di frammentazione e semplificazione non è esclusivo delle scienze ma viene utilizzato anche nella tecnologia e financo nella filosofia, c’è da ritenere che il cervello dell’uomo usi sistematicamente la procedura di riduzione/semplificazione come metodo standard per affrontare molti dei suoi problemi. Soluzioni “olistiche” user friendly hanno più facilmente a che fare con i dogmi e con le verità rivelate, un sistema cognitivo che la scienza rifugge per definizione. Se l’obiettivo della scienza fosse pervenire alla Verità, allora si potrebbe dubitare dell’efficacia del riduzionismo (e a proposito Chargaff sottolinea la sua posizione romantica quando afferma: “molte verità sono la morte della verità” [p. 83]), ma poiché l’obiettivo della scienza è l’utilità attraverso la conoscenza, allora se il riduzionismo è efficace, dovremo farcene – in piena consapevolezza – una ragione, anche nel caso in cui, come nella biologia, l’organismo vivente non può essere studiato e conosciuto in modo olistico. È perfettamente vero che la natura è complessa e che il suo mistero deriva proprio da suo essere complessa, ed è anche vero che spesso lo scienziato confida troppo nel suo sapere e trascura spesso la complessità: ma, di nuovo, non si può prescindere dal fatto che i quanti di sapere che accumuliamo derivano proprio dal semplificare una complessità la quale, nella sua intangibile interezza, non è conoscibile. Con le sue parole, Chargaff ribadisce di aderire alla visione romantica: una visione “estetica” e non “funzionale” agli intendimenti della scienza contemporanea, vale a dire di quella scienza che si è sviluppata a partire dalla seconda metà del secolo XVIII. Lo scontro di Chargaff con le più varie espressioni della scienza contemporanea discende essenzialmente dal distacco assoluto (direi dalla incommensurabilità) tra la sua pur legittima aspirazione romantica e ciò che la scienza oggi è, necessariamente. Da questa incommensurabilità dipende anche l’estrema insofferenza che egli esprime, con le affermazioni che seguono, nei confronti degli “specialisti” e delle specializzazioni.
Quanto più sappiamo, meno sappiamo [p. 39] […] Il trivium e il quadrivium sono diventati un molteplice “centivium”, che non smette di ingigantirsi[…]Noi viviamo nel grembo di un’economia surriscaldata dall’industria del sapere, entro una sovrabbondanza esplosiva di sapere. Se potessimo, però, sapere tutto quel che è possibile sapere saremmo estremamente infelici; a che pro tutto questo lusso inutile?Un’indescrivibile iperspecializzazione[…]Poco dopo la fondazione delle scienze pure ci fu dato in dono lo specialista. Ciascuno riceve una chiavetta d’accesso a un minuscolo ripostiglio in cantina dove – così gli dicono – troverà tutto quello che è necessario per svolgere le sue ricerche. Se al momento in cui va via, il ripostiglio è un po’ più ingombro di prima è un grand’uomo. In altre celle di questo favo gigantesco se ne agitano altri [pp. 63-64].
C’è del vero nelle preoccupazioni Chargaff nei confronti della specializzazione. Più si va in profondità, più si rischia di perdere la visione d’insieme (obbligatoria per lo sguardo romantico, che tende a includere sempre – in un’unica visione – il primo piano, lo sfondo, e anche l’orizzonte). Più si va nel profondo, più l’interezza dell’oggetto che si sta studiando tende a svanire, quasi a non interessare più. E più si approfondisce il dettaglio, più quel dettaglio prende i connotati dell’universo di cui, però, rimane solo un dettaglio. Il frammento diviene monade e in quella monade lo specialista si perde fino a specchiarsi esso stesso in quella monade. Questo è un rischio vero, ma è anche un elemento fascinoso che avvolge con la sua magia lo scienziato nell’atto di sprofondarsi nella ricerca. Chargaff non esita a riconoscere questi aspetti magici quando afferma: lo scienziato studia un frammento infinitesimale della natura. Spesso, è più questione di fortuna che risultato di una decisione lungimirante e ragionevole, se la porzione che sceglie racchiude in sé il cosmo, o rappresenta soltanto un granello di polvere sui cristalli inaccessibili del mondo [p. 193] […] Agli occhi del ricercatore la natura è uno specchio: egli vi scorge solo se stesso [p. 218],
non accorgendosi di addossare allo specialista colpe che non sono nulla di più e nulla di diverso se non lo spirito magico che è proprio del modo romantico di guardare alla scienza, ivi inclusa una certa quota di narcisismo.

3. Spiegare verso capire; perché verso come; leggi naturali; verità
S’è detto di come la scienza, allo scopo di descrivere e di spiegare, si trovi costretta a semplificare: Chargaff disprezza la semplificazione perché questa, “appiattendo” la complessità, consentirà forse di spiegare ma non consente di capire, e tra le due cose c’è una gran bella differenza.
Tra lo spiegare e il capire c’è una bella differenza; e io non ho mai capito come si possa avere il coraggio di spiegare ad altri qualcosa che non si capisce. Eppure, in biologia le cose stanno davvero così [p 41] […] Quasi tutti i rami della scienza sono diventati scienze dell’esplicazione: la forma meno nobile di attività intellettuale che possa immaginarmi. Dalla comparsa del genere umano non c’è nessuna domanda cui si sia data risposta più frequente e più stupida che alla domanda: «Perché?» [p. 66]. […] Il gigantesco e scialbo flusso delle spiegazioni ha sommerso tutto, di modo che adesso è possibile muoversi soltanto con le galosce dello scetticismo per proteggersi dai danni che esso ha provocato, in special modo nell’ambito delle scienze biologiche [p. 189].
Il termine “spiegare” può essere inteso in vari modi. Chargaff lo intende nel senso di “escogitare intellettualmente – facendo largo impiego dell’immaginazione – ipotetiche relazioni causali tra fenomeni apparentemente correlati tra loro”. Anche il termine “capire” può essere inteso in vari modi e Chargaff lo intende in senso platonico: accogliere (con-prendere) la Verità o, meglio ancora, essere accolti in essa. Nel tentativo di spiegare – anche con l’ausilio di modelli – si possono inventare le più assurde relazioni tra le cose, mentre accedendo direttamente alla Verità non si cade nell’errore. Chargaff estremizza il lato romantico come davvero si potesse tentare di accedere alla platonica Verità primigenia. È pure ovvio, però, che ci si può attenere a quelli che gli scienziati, con occhio realistico, chiamano “fatti”, tenendo bene a mente il motto newtoniano “Hypotheses non fingo”: mi accontento di descrivere i fenomeni e non azzardo ipotesi sulle cause ultime, la qual cosa appartiene all’intimità della natura o, se esiste, al Creatore. È questa la ragione sostanziale per cui lo scienziato deve limitarsi a chiedersi “come”, non “perché”. E su questo punto, pur rimanendo nell’ambito materialistico (non religioso e tantomeno platonico), si può anche concordare. Ma Chargaff estremizza, radicalizza, e lancia strali di fuoco contro tutti quelli che tentano di “spiegare” la natura ricorrendo a presunte “leggi naturali”. Lanciando questi strali egli riprende, pari pari, il pensiero di Friedrich Schiller, poeta ed esteta romantico per antonomasia, il quale se la prendeva con chi “utilizza, come regole universali, formule che il più delle volte sono espressioni vuote che celano idee limitate” (cit. in F. Focher, Alexander von Humboldt, Il Prato editore, 2009, pp. 93-94).
Quello che dispiace, leggendo Chargaff, è come egli tragga affermazioni sagge e concetti epistemologici importanti da un composito delirio di grandezza imbibito di spirito romantico. Le distinzioni tra “spiegare” e “capire” sono importanti, come pure la differenza dell’interrogarsi sul “come”o sul “perché”. Sarebbe bello e utile discuterne serenamente, senza inveire a destra e a manca. Anche la questione delle cosiddette “leggi naturali” è una questione di una certa rilevanza epistemologica. C’è chi considera “reali” certe leggi naturali, come se queste fossero effettivamente costitutive della realtà dell’universo e dei fenomeni naturali. Questo presupporrebbe la perfetta corrispondenza tra la realtà dell’universo e i fenomeni quali essi ci appaiono attraverso i sensi o attraverso la loro estensione costituita dagli innumerevoli strumenti che si utilizzano per indagare e per misurare la natura. Per altri – e io sono tra questi – le leggi universali sono regolarità che noi osserviamo e misuriamo, e che utilizziamo per mettere un ordine (un ordine tutto umano) nell’infinità dei fenomeni che osserviamo – tenendo conto, naturalmente, che anche i fenomeni, vale a dire segmenti di un continuum, appartengono alla categoria delle costruzioni mentali). Lo stesso Chargaff sostiene questo punto di vista quando afferma:
Legge naturale […]in molti casi si tratta solo di regolarità entro cui la nostra ragione ingabbia la natura [p. 58] […]Cerchiamo delle leggi per comodità [p. 186].

4. Sui limiti, sui rischi, sulle limitazioni,e sull’etica che ne consegue
Lo spirito romantico con cui Chargaff guarda alla scienza deve fare i conti, prima o poi, col fatto che la scienza è un prodotto della ragione umana. Questa, a differenza della cristallina quanto inaccessibile Verità platonica, è per sua natura limitata e soggetta all’errore. È così che egli, con una riflessione degna di Jacques II, Signore di La Palice, quasi a voler distinguere tra una Scienza platonica pura e cristallina (con la S maiuscola) e una scienza umana (con la s minuscola), non può che riconoscere gli umani limiti intrinseci della scienza.
È l’uomo a imbattersi in limiti concettuali, non la scienza […] Il vero limite della scienza è l’uomo [p. 79-80].
E con ciò le più eteree ambizioni romantiche e i castelli in aria rovinano al cospetto della dura realtà. Se la Verità platonica non reca con sé rischio alcuno (sempre che la pura Verità sia tollerabile per la mente umana), la scienza dell’uomo può essere pericolosa. E qui nasce la paura di Chargaff. Egli ha paura dell’uomo: della sua ignoranza, della sua presunzione di sapere, della sua stoltezza, delle sue debolezze. Non gli si può dar torto. Tuttavia, se le sue riflessioni fossero il riflesso della consapevolezza di una limitatezza umana in cui egli include anche se stesso, la sua critica sarebbe molto più accettabile che non quella che sgorga dalla sua arrogante presunzione di superiorità che vede il pericolo solo nella stoltaggine altrui. Siamo nel 1980. L’ingegneria genetica e la tecnica del “DNA ricombinante” stanno facendo i primi passi ma si avviano, secondo Chargaff, verso il baratro, e la via che queste discipline hanno preso sembra tanto irresistibile quando irreversibile. Gli stolti e i goffi esperti non sono per niente rassicuranti. La scienza, non più espressione di una élite romantica e disinteressata, senza un argine e senza un controllo diviene pericolosa.
I due fatti, probabilmente i due misfatti più importanti della scienza contemporanea sono stati la fissione dell’atomo e l’aver scoperto la possibilità di intervenire sui meccanismi dell’ereditarietà [p. 155]. Giungiamo così al tema della liceità degli esperimenti con il “DNA ricombinante”. Esperti di professione e profani di professione si sono qui scontrati: gli uni sanno tutto di niente, gli altri sanno niente di tutto [p. 91] […] Quel che mi spaventa è l’irreversibilità del processo in corso […] È la prima volta nella storia del mondo che uno stolto si trova nelle condizioni di poter contaminare irrimediabilmente la biosfera [p. 95] Nelle scienze naturali sappiano sempre meno di quello che supponiamo di sapere […] Abbiamo sottovalutato in continuazione le conseguenze delle nostre azioni [p. 154] […]L’incertezza che regna su questo procedimento [l’ingegneria genetica] mi pare terrificante [p. 167].
Le paure di Chargaff sull’ingegneria genetica e i fantasmi evocati non si sono (ancora e del tutto) concretizzati. Tuttavia i rischi connessi alle tecniche di ingegneria genetica, agli organismi geneticamente modificati e all’ancora più recente editing genetico sono tuttora presenti. Oggi, la consapevolezza del rischio connessa a determinate procedure scientifiche è assai più diffusa che non nei primi anni ottanta, quando si navigava ancora sulle ali di un ottimistico neopositivismo. Se le cose stanno così, in parte lo si deve anche a Chargaff che per primo evocò tali paure. Oggi ci si chiede tuttavia se negli anni ottanta non ci fossero mezzi diversi dall’ingiuria rivolta all’intera comunità scientifica per mettere sul tavolo della discussione scientifica i temi della sicurezza per la biosfera. La paura, alla fine, evoca spettri e invoca misure di protezione: in parole povere Chargaff chiede di imporre limiti alla scienza o all’operare di chi fa scienza e di chi la finanzia.
In quell’illuminato XVIII secolo… le scienze cercavano LA VERITÁ e dovevano restare LIBERE. Ma adesso, dopo solo duecento anni, […] le scienze non trovano più LA VERITÁ, ma tante verità, talvolta pericolosamente per la vita umana, e la richiesta di controllo diventa sempre più perentoria. La si esaudirà solo quando sarà troppo tardi [p. 145].
Ai limiti intrinseci, tutti umani, del fare scienza, si aggiungono limitazioni esterne, tutte umane, alla “libertà” di scienza. Il discorso, qui, si fa complicato, come ogni volta in cui ci si imbatte nel tema della “libertà”, senza specificare libertà “di fare che cosa” e libertà “per chi”.
Chargaff vive una seria contraddizione. Mai e poi mai lo scienziato romantico che è in lui avrebbe accettato la sola idea di vincoli alla ricerca. Egli stesso, infatti, avversava l’idea di una scienza esercitata a livello professionale, proprio per l’idea che la professione (intesa come salario e temi “imposti” su cui svolgere la ricerca) era già una camicia di forza troppo stretta per l’idea romantica di scienza. Tuttavia, la paura morde l’anima: e allora ecco che devono essere imposte limitazioni. Agli altri, però. D’altra parte, non si può negare che vincoli politici o amministrativi (almeno dove la ricerca è svolta con fondi pubblici) e i più rigorosi controlli sulla sicurezza devono essere messi in atto. Non può essere lasciata piena liberà ad uno scientismo acritico o al puro mercato. A Chargaff va il merito di avere posto la questione, ma egli l’ha fatto in modo così aggressivo e maldestro da essere personalmente ostracizzato, con la conseguenza inevitabile di aver posticipato i tempi di una ampia presa di coscienza politica e sociale dei rischi correlati alla ricerca scientifica. La questione del controllo sociale, politico, democratico, illuminato, censorio, repressivo … della scienza di fronte a usi che appaiono eccessivi o pericolosi se lasciati in certe mani è una faccenda estremamente seria. Invocare un controllo usando toni millenaristici degni di Cassandra, senza essere capaci nel contempo di proporre nulla di concreto, è il modo peggiore di affrontare, tirandosene fuori, la questione.
Che cosa consegue, da tutto ciò, sul piano etico? Qual è il bene, e per chi, e qual è il male, e per chi, che viene prodotto dalla scienza, o dal modo di fare scienza, o da chi indirizza la ricerca, o da chi padroneggia le tecnologie? Che cosa dice Chargaff a questo proposito?
Non passa anno che i giornali o le riviste specializzate o i congressi scientifici non ci rendano edotti dei benefici che ci dobbiamo aspettare dal progresso della scienza e della tecnica, senza che ci informino di quel che immancabilmente accadrà, e di quel che invece non c’è timore che accada. Nel frattempo la vita attorno a noi diventa sempre più miserevole[p. 170] […] I grandi successi di cui menano vanto alcune branche della scienza hanno ampiamente diffuso la convinzione che le scienze siano l’unico strumento adatto a risolvere i problemi che attanagliano l’umanità. Poiché però, a quanto pare, i problemi stanno prendendo il sopravvento, abbiamo bisogno di una maggior quantità di scienza [p. 179].
Lamentazioni generiche e qualunquiste, quelle di Chargaff, con un pizzico abbondante di autocommiserazione (nel frattempo la vita attorno a noi diventa sempre più miserevole). La questione etica è più seria e più complessa: sarebbe meritevole di maggiore considerazione e onestà intellettuale, ponendosi domande più cruciali, sempre che si voglia davvero affrontare la questione. Quali sono i termini temporali entro i quali analizzare i presunti benefici della scienza o di una singola scoperta? Chi è legittimato a decidere qual è il bene o qual è il male correlato a questa o a quella scoperta, a questo o quel progresso, a questa o a quella tecnologia? Compete alla scienza o allo scienziato? Alla politica o al politico? Alla filosofia o al filosofo? Al prete? Alla società o al singolo individuo? Ognuno può dire la sua, su questo argomento, pur nella consapevolezza che tutto ciò che si dice è opinabile. Un solo semplicissimo esempio. Che cosa si deve risponde alla domanda se gli antibiotici sono stati un bene? Nell’arco temporale di settanta anni, non se ne può dire che bene: da quando sono stati scoperti i primi antibiotici, essi hanno salvato centinaia di milioni di vite. Tuttavia, in un arco temporale di cento o centocinquanta anni la risposta può essere tutt’affatto diversa. L’abuso degli antibiotici in ambito umano e nell’allevamento del bestiame è stato tale che si stanno selezionando batteri totalmente resistenti a qualunque antibiotico. Se non si troverà un modo per sconfiggere questi ceppi onniresistenti (chissà, magari proprio con l’ingegneria genetica), tra pochi decenni le infezioni faranno centinaia di milioni di vittime: si intravvede lo spettro di nuovi lazzaretti, di nuovi lebbrosari, immagini che abbiamo dimenticato. Visti in questa prospettiva, gli antibiotici, allora, sono ancora una buona cosa? Certo che sì, certo che no.
Erwin Chargaff non può controbattere alle mie critiche, le quali intendono però andare ben oltre le sue parole. Queste mi sono servite come pretesto per mantenere alta la soglia critica su alcune devianze del modo di intendere la scienza. Questa dovrebbe essere intesa come fonte di saperi al servizio dell’uomo. I sempre presenti radicalismi in senso romantico o verso l’esatto opposto – lo scientismo – ne snaturano il senso e gli obiettivi.

 

[Clicca qui per il formato PDF]

 

* Piero Borzini, dopo una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto e alla medicina rigenerativa, i suoi interessi si sono collocati all’interfaccia tra antropologia, scienze biomediche, epistemologia. Ha pubblicato: Immunologia, evoluzione, pensiero (Aracne, 2009); Diventare umani (Aracne, 2013); William Bateson, l’uomo che inventò la Genetica (Biblion, 2015); Non fare troppe domande: i classici della narrativa distopica per una discussione sulla libertà (Ledizioni, 2016). Pubblica saltuari articoli e recensioni per Methodologia-on-line e sul Blog doveosanolegalline.blogspot.it pubblica post su “Scienza e società”.

 


Lascia un commento

Alla ricerca dei “buoni europei”

di Francesco Brusori

[Alla ricerca dei “buoni europei”. Riflessioni su Nietzsche, (a cura di) C. Gentili, Edizioni Pendragon, Bologna 2017]
9788865988312_0_0_1532_75

Spesso e in diverse parti si orecchiano sentenze nietzschiane, la cui affidabilità contenutistica è quasi sempre lasciata al caso o al piacere dell’“oratore”. Negli ultimi decenni, nello specifico, si sono fatte avanti sulla scena pubblica sentenze quantomeno superficiali, per non dire completamente sconclusionate, sull’Opera di Nietzsche: tutte riconducibili entro il ventre molle di una vulgata del filosofo improvvisata, assai lontana dai testi originari. Il filosofo “della morte di Dio”, “della follia mentale” o ancora peggio “ideologo del nazionalsocialismo” risulta a tutti gli effetti il maggiore pensatore e intellettuale più incompreso dei secoli XIX e XX. Una incomprensione che tuttavia, dopo aver attraversato come un fiume carsico l’intero secolo scorso, riemerge tutt’ora, nonostante le fatiche che numerosi studiosi hanno affrontato realizzando analisi puntuali e fondate per donare al filosofo ciò che gli appartiene. Per difendere un’idea, e ancor di più una proposta filosofica, è opportuno esplicarla ex positivo, non perdendo tempo prezioso a negare una per una ciascuna fallace, popolare lettura. Questo è il fine verso cui il volume Alla ricerca dei “buoni europei” (ed. Pendragon, Bologna 2017) si indirizza. Continua a leggere