Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Clinica della recensione. Riflessioni storico-sociali intorno al Semmelweis di Borzini

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Quando ricevetti questo libro, Ignac Semmelweis eroe romantico. Il medico ungherese che salvò madri e figli (ed. Scienza Express, ottobre 2019) di Piero Borzini, conoscevo solo superficialmente la scoperta di Semmelweis, senza però avere una serie di strumenti tecnici per definirne il valore specialistico, a parte qualche generale concetto storico di igiene. Sapevo che il bisogno di riforme in senso igienistico si configurava all’epoca come una risposta ai cambiamenti nei modi di produzione suscitati dalla rivoluzione industriale (industrializzazione) in senso capitalistico, che avevano modificato a loro volta in maniera radicale lo stesso sviluppo delle città (urbanizzazione). Igiene, industrializzazione e urbanizzazione erano quindi fenomeni strettamente interconnessi in termini di storia dei servizi sanitari:

L’igiene è quella parte della medicina che ha come oggetto l’uomo sano e come scopo principale la profilassi (letteralmente ‘difesa anteriore’) piuttosto che la cura della malattia. […] Nel secolo scorso è apparso chiaro agli occhi di tutti che lasciare la totale libertà all’iniziativa privata e non imporre, attraverso il settore pubblico, investimenti in opere igienistiche avrebbero distrutto l’umanità, tanto l’ambiente era stato deteriorato dai cicli produttivi industriali e dai processi edilizi sviluppatisi in rapporto all’urbanizzazione. Questi problemi vennero a maturazione più rapidamente in quelle nazioni in cui il modo di produzione capitalistico era più sviluppato: in particolare in Inghilterra.[1]

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Kant tra tempo ed eternità

Abstract: l’articolo affronta la riflessione kantiana inerente alla fine di tutte le cose, come narra il titolo stesso del suo saggio dedicato a tale argomento. Scopo del breve scritto e comprendere come Kant interpreta la fine e la soluzione che funge da baluardo alla sua riflessione tipicamente razionale.

«È d’uso comune, soprattutto nel linguaggio della pietà religiosa, attribuire a un uomo che sta morendo il seguente modo di dire: egli sarebbe sul punto di passare dal tempo all’eternità. Tale espressione non vorrebbe dir nulla, di fatto, se qui per eternità si dovesse intendere un tempo che si protrae all’infinito» (I. Kant, La fine di tutte le cose, a cura di A. Tagliapietra, Bollati Boringhieri 2006, p.7). Da questo passo della Fine di tutte le cose emerge il problema del passaggio dal tempo all’eternità che suppone una frattura del continuum tra i due termini. Kant spoglia il passaggio dall’uno all’altra del significato religioso in cui affonda le sue radici e annulla l’attraversamento del ponte che lega tempo ed eternità poiché non ha luogo: «Il passaggio resterebbe del tutto temporale, significando solo la transizione di un tempo ad un altro» (F. Desideri, Quartetto per la fine del tempo, una costellazione kantiana, Marietti, Genova 1991, p. 153).

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L’arte di essere felici

Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più difficili da catturare, ma anche il più irrinunciabile, tutti gli esseri umani aspirano alla felicità.

La ricerca della felicità è un tema molto ampio, sul quale l’uomo ha riflettuto in ogni periodo storico. Il termine felicità deriva dal greco “eudaimonia” ed indica lo stato di chi è felice, di chi è appagato. Eudaimonia è l’unione di due parole eu (bene) e daimon  (demone), rimanda a una condizione di vita buona, una dottrina che ripone il bene sommo nella felicità.

Con la filosofia socratica-platonica, la felicità viene dissociata dalla fortuna e legata alla virtù, fondata sulla capacità dell’ individuo di affermare la sua aspirazione al bene, ritenendo che gli uomini potessero sottrarsi all’imprevedibilità della sorte, costruendo una vita moralmente buona, ispirata agli ideali di moderazione e contenimento razionale dei desideri e delle passioni.

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Giovani autori crescono

Sempre più spesso riceviamo le mail di collaboratori che ci chiedono l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro articoli all’interno di antologie o monografie stampate.

La nostra aspirazione di sempre – che «Filosofia e nuovi sentieri» possa essere trampolino per il lancio di nuove voci del panorama filosofico italiano – diventa così un po’ più tangibile e appagante.

Dunque, nell’incoraggiare nuove collaborazioni (anche in ambito non strettamente filosofico, come dicemmo: https://filosofiaenuovisentieri.com/2020/06/08/filosofia-e-nuovi-sentieri-2020-un-nuovo-corso-per-la-rivista/) chiediamo ai collaboratori che abbiano stampato i propri contributi per FeNS di inviarci la copertina (e magari l’indice) del libro: li raccoglieremo in una sezione dedicata che chiameremo “Nati con FeNS”. Chi sarà il primo?


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La rappresentanza e l’avvento della Democrazia digitale

a. Nuove modalità di partecipazione e democrazia

La crisi della democrazia è rintracciabile nelle scelte politiche poste in essere negli ultimi decenni caratterizzati dalla condivisione da parte dei partiti politici delle idee neo-liberali come l’individualismo e il libero mercato privo di ogni regolamentazione.

Tali opzioni hanno portato conseguenze sociali tra cui la cosiddetta disintermediazione politica, considerato che non esistono più formazioni sociali sui territori che realizzano quel raccordo tra la popolazione e le istituzioni, provocando così un allontanamento e un astensionismo dalla cittadinanza attiva.

La riflessione da cui si deve partire riguarda, inevitabilmente, il modo in cui a tale nuova dimensione proiettata verso il futuro si unisca la collettività e la coerenza con la Costituzione.

Da ciò scaturisce la nascita di nuove modalità di partecipazione alla vita politica, alimentate anche dal mutamento della società moderna, la quale si proietta sempre di più in una dimensione connettiva e telematica.

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I vecchi e i giovani

C’è una bella poesia di Rabindranath Tagore intitolata “Il dono” che in poche righe spiega la differenza tra gli anziani e le giovani generazioni e lo fa ricorrendo all’allegoria del fiume e della montagna:

La tua vita è giovane, il tuo sentiero lungo;
tu bevi in un sorso l’amore che ti portiamo,
poi ti volgi e corri via da noi.
Tu hai i tuoi giochi e i tuoi compagni.
Non vi è colpa se non ti resta tempo per pensare a noi.
Noi, invece, abbiamo tempo nella vecchiaia
di contare i giorni che son passati, di rievocare
ciò che le nostre annose mani hanno dimenticato per sempre.
Il fiume corre rapido tra gli argini, cantando una canzone.
Ma la montagna resta immobile, ricorda e veglia col suo amore.

La giovinezza è l’epoca del dinamismo e della scoperta di se stessi e del mondo. La persona giovane ha il diritto di trovare la sua strada, forgiarsi attraverso le esperienze della vita, immaginare il proprio futuro. I figli, come si dice, sono del mondo. Il corredo emotivo dei giovani è un misto di entusiasmo e sconforto, di audacia e di domande, di senso di onnipotenza e di inquietudini legate alla scoperta del domani. Queste fasi ondivaghe sono superate nell’età matura, nella quale si vive nel ricordo di quanto vissuto e realizzato. Nel riposto di chi sa che non ha più tutta la vita davanti, ma può guardare, nel migliore dei casi con soddisfazione, a quanto fatto e compiuto. I giovani sono il fiume che corre rapido scrosciando e mormorando fra gli argini, i vecchi sono la montagna immobile che veglia da lontano la corsa del fiume e quindi «ricorda e veglia col suo amore». Continua a leggere


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Psicoterapia della storia. Aspetti escatologici ne “L’avvenire di un’illusione” di Sigmund Freud

 

1. La storia come progresso

Come altri modelli di pensiero nati nell’epoca moderna, anche la psicologia del profondo eredita (qualche volta in modo cosciente, qualche volta no) la visione della storia tradizionale. Con una specificità: in Sigmund Freud, infatti, si trova un atteggiamento escatologico che assume la forma di un percorso di crescita esponenziale verso una maturità psichica collettiva. Come il singolo procede al pieno sviluppo delle sue facoltà, così anche la civiltà concorre alla realizzazione integrale del suo potenziale, liberandosi dei soffocanti retaggi del passato e procedendo a conseguire l’emancipazione dell’età adulta. È un aspetto che si rinviene anche in Jung (Dell’Amico 2020, pp. 54-75). Continua a leggere


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Il problema della sensibilità

Mi ponevo poco tempo fa il seguente quesito: «Da dove deriva la differenza di sensibilità nelle persone?», ovvero perché c’è una netta e innegabile differenza tra i “gusti” degli individui? I gusti, per carità, son gusti; ma sono sicuro che chiunque, posto davanti alle estreme, seppur logiche, conseguenze di tale affermazione, riconsidererebbe il suo valore di verità universale – perché se è vero che de gustibus non eccetera, è altrettanto indubbio che vi sono gusti e gusti. Per capirci in due parole, è evidente che un paragone tra Jovanotti e Diodato non desti lo stesso scalpore di quanto non faccia uno tra Jovanotti e Chopin. Questo, lo dico subito, lo prendo come un assunto; penso, comunque, che sia facilmente verificabile: chiunque ascolti una simile comparazione, infatti, storcerà, come minimo, il naso, persino gli stessi fan di Jovanotti. È come se si sapesse già, in qualche modo, forse solo perché ce lo siamo sentiti ripetere sin da piccoli, che Chopin è una colonna portante della musica di tutti i tempi, mentre Jovanotti… Ora, se fosse vero che “ognuno ha i suoi gusti”, allora un qualsiasi individuo potrebbe affermare che Jovanotti è nettamente migliore di Chopin senza incorrere nella benché minima obiezione e rimanendo giustificato nel pensarlo – tuttavia, di nuovo, reputo che l’esperienza quotidiana mostri come questo non accada. Pare invece che una simile frase non dipenda dai gusti, ma sia proprio, inevitabilmente, sbagliata. Dunque ci sono questioni che dipendono dall’apprezzamento soggettivo (Jovanotti può essere migliore o no di Diodato) e altre che invece rimangono oggettive (Jovanotti non è migliore di Chopin, punto)? Com’è possibile, però, una simile situazione? Qual è, da un punto di vista logico, la differenza tra la due affermazioni? Che nella seconda il termine di paragone è troppo superiore? Ma se il criterio è soggettivo, in base a cosa lo si può dire? Le uniche due conseguenze possibili, a mio avviso, sono o che sui gusti non bisogna davvero discutere, e quindi è possibile che Jovanotti sia migliore di Chopin, oppure che quest’ultima frase risuoni quasi come una blasfemia, e dunque che l’apprezzamento del singolo per Jovanotti non renda questi un musicista più grande di Chopin. Posto che la prima ipotesi sia intuitivamente scorretta (il che non si significa che lo sia necessariamente, ma che la si percepisce come tale la maggior parte delle volte), e che dunque sia corretta la seconda, ciò fa sì che si crei una discrepanza tra quanto è soggettivo, quel che pare ai singoli, che apprezzano o detestano una certa opera, un certo artista, e quanto è la realtà; in poche parole, si è liberissimi di preferire Jovanotti a Chopin, ma quest’ultimo è e rimarrà comunque un musicista oggettivamente migliore del primo. Dove porta allora una simile teoria – che poi, a guardar bene, è in realtà una semplice constatazione? Ecco, pare logico che se si accettano tutti questi presupposti, si debba, in virtù di essi, riconoscere anche l’esistenza di un bello quasi oggettivo, di una nozione di qualità intrinseca a un’opera che non dipenda dai nostri “gusti”; si deve cioè accettare, sia che Chopin mi piaccia, sia che io lo detesti, che egli è stato un grande musicista. Però allora come mai non mi piace? Qui sta il nocciolo della faccenda. Continua a leggere


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«Il Regno è vicino». Escatologia e ateismo cristologico in Ernst Bloch

 

 

 

Introduzione

Nel presente articolo vorrei evidenziare la particolare prospettiva di redenzione escatologica formulata dal filosofo marxista Ernst Bloch. Il pensiero di Bloch, come quello di altri grandi teorici marxisti del secolo scorso, è infatti stato profondamente animato dall’idea di una ri-fondazione dell’umanità attraverso il superamento delle sovrastrutture oppressive che ne hanno impedito il pieno sviluppo. Nel far questo, però, il filosofo tedesco ha proceduto secolarizzando le istanze apocalittiche del pensiero religioso, prospettando una parusia laica dominata dalla nascita dell’homo novus. Si metterà dunque in luce come l’idea marxista che la storia abbia una senso di marcia, direzionato al conseguimento di un traguardo specifico e pacificante, sia per Bloch certamente desunta dalla teologia e trovi forti testimonianze anche nelle Scritture.

1. Teologia della storia e marxismo

Nel suo Significato e fine della storia, Karl Löwith afferma che «la filosofia della storia dipende interamente dalla teologia, cioè dall’interpretazione teologica della storia come storia della salvezza» (Löwith 1998, p. 21). Infatti, «la moderna filosofia della storia trae origine dalla fede biblica in un compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello escatologico» (ivi, p. 22). In questo senso andrebbe interpretato l’idealismo hegeliano, con il quale Hegel riteneva «di essere rimasto fedele al cristianesimo e di attuare il regno di Dio sulla terra» (ivi, p. 79), o il materialismo marxista, secondo cui l’attuale sistema capitalistico-borghese precede la rivoluzione ed il «terreno regno di Dio» della società futura (ivi, p. 55). Continua a leggere


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Son forse io il custode di mio fratello?

Tra le migliaia di domande della Bibbia, quella di Caino è forse la più drammatica di tutte, esprime nello stesso tempo menzogna, indifferenza e cinismo. Caino sapeva benissimo dov’era suo fratello, perché lo aveva appena ucciso.

Questa domanda risuona, nel nostro tempo attraversato da mutamenti demografici e sociali, da eventi che ci consegnano un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto, è una domanda che chiede conto dell’umanità di tutti e che necessita di risposte, che non può esimerci da una profonda riflessione sul significato di essere gli uni custodi degli altri.

L’altro irrompe nella nostra vita, obbliga a interrogarci ” Son forse io il custode dell’altro?” L’interrogazione di Dio a Caino “Dov’è tuo fratello Abele?” esige una risposta concreta, chiede conto di un dove, di un luogo. Per rispondere non si può guardare solo a sé stessi: bisogna aprirsi alla realtà e al mondo. Sono interrogativi ai quali non si può sfuggire, che implicano la responsabilità di vedere nell’altro la sua sofferenza, la sua precarietà, la sua fragilità, la sua rabbia, ma anche il suo essere risorsa e aiuto per noi. L’assunzione di questa responsabilità richiede un’interrogazione profonda nelle comunità, l’instaurarsi di relazioni pratiche umane, un ascolto attento delle paure, l’aprirsi ad uno scambio sociale, basato sulla reciproca conoscenza. Non sembra un caso che il termine “responsabilità” trovi la sua radice etimologica nella parola risposta: l’altro ci interpella, chiede di “esserci”, di diventare interlocutore. Secondo Lèvinas, in questa domanda, che di fatto presuppone che l’altro non ci riguardi, troviamo l’origine dell’immoralità, per Lèvinas, infatti, la naturale responsabilità verso l’altro ci costituisce come esseri morali.

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Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – Parte seconda

(traduzioni dall’inglese di Stefano D’Agostino / Paolo Calabrò)

[Leggi la prima parte dell’intervista]

8. In che senso e in che modo la scienza dovrebbe coinvolgere la gente, invece di continuare a essere fatta dai soli specialisti?

In passato, la scienza coinvolgeva molta gente comune, persone che non erano né specialisti né possedevano formazioni scientifica. Nei libri L’origine delle specie e La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, Charles Darwin ha attinto all’esperienza di innumerevoli esploratori, coltivatori di piante, allevatori di animali, appassionati di piccioni, padroni di cani e altri. Nella mia ricerca personale sui cani che sanno quando i loro padroni torneranno a casa, e sulla sensazione di essere osservati, anch’io ho attinto all’esperienza di migliaia di non specialisti che possedevano informazioni preziose da condividere sul comportamento dei loro animali, quali cani, gatti, pappagalli e cavalli. Alcune persone hanno condivido anche le loro esperienze in relazione a fenomeni quali la telepatia telefonica, la consapevolezza di chi stia chiamando prima di rispondere e di vedere il numero in ingresso, o la sensazione di essere osservati, percependo quando vi è qualcuno che li guarda alle spalle. In settori della scienza interessati al comportamento umano e animale, attingere all’esperienza della gente comune circa le loro esperienze personali e le loro osservazioni degli animali che conoscono bene costituisce una risorsa di enorme importanza per la ricerca, come ho mostrato nei miei libri The Sense of Being Stared At e Dogs That Know When Their Owners Are Coming Home. Chiaramente alcuni settori della scienza dipendono dagli specialisti: la gente comune non è in grado di costruire il telescopio spaziale Hubble e osservare galassie distanti, o di costruire un Large Hadron Collider per studiare il bosone di Higgs.

9. Come potremmo servirci dei comportamenti degli animali, indipendentemente dalla comprensione che ne abbiamo?

Come ho mostrato nel mio libro Dogs That Know When Their Owners Are Coming Home ci sono molti aspetti del comportamento animale che non sono ben compresi ed è possibile effettuare molti semplici esperimenti per saperne di più su questo comportamento. Per esempio, nella mia ricerca ho mostrato che i cani sono in grado di sapere quando i loro padroni stanno tornando a casa anche quando questi ultimi fanno ritorno ad orari e con mezzi inusuali, evidenziando così che la conoscenza dei cani non è semplicemente una questione di routine o al percepire odori o suoni di veicoli familiari. Succede qualcosa di più interessante, che penso sia più comprensibile come telepatia.

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Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – Parte prima

(traduzioni dall’inglese di Stefano D’Agostino / Paolo Calabrò)

1. In che senso Lei parla di “evoluzione radicale”?

Non ricordo d’aver utilizzato l’espressione “evoluzione radicale”. Nel mio Le illusioni della scienza ho usato l’espressione “scetticismo radicale”; tuttavia, “evoluzione radicale” è in effetti una buona descrizione delle mie idee sulla risonanza morfica. La teoria evoluzionistica della biologia convenzionale parla dell’evoluzione di microbi, funghi, animali e piante in termini di mutazioni genetiche, selezione naturale e modificazioni epigenetiche. Ma la teoria evoluzionistica è stata confinata alla biologia fino al 1966, più o meno, quando l’intera cosmologia è diventata evoluzionistica. L’intero universo è cresciuto a partire dall’infinitamente piccolo nel Big Bang, quando sostanzialmente non c’erano strutture, faceva molto caldo e ogni cosa si è evoluta da quel momento, compresi gli elementi chimici, molecole, cristalli, stelle, galassie, pianeti ed ecosistemi. In tal senso, l’intero cosmo è radicalmente in evoluzione. Eppure la maggior parte degli scienziati continua a credere che questo processo sia governato da leggi eterne di natura fissate una volta per tutte al momento del Big Bang. Sostengo che queste cosiddette leggi eterne siano in realtà siano più simili ad abitudini che si evolvono insieme alla natura e in tal senso la mia ipotesi è ancora più radicale della cosmologia evoluzionistica.

2. Causalità formativa, risonanza morfica, mente estesa: una scienza nuova, o una nuova frontiera della scienza?

La causalità formativa, la risonanza morfica e la mente estesa sono nuove frontiere della scienza, non delle nuove scienze. Nel mio primo libro, A New Science of Life, discuto su come la causalità formativa possa contribuire a spiegare la biologia dello sviluppo e la formazione di cristalli e molecole. Questo principio è parte di una scienza della morfogenesi, vale a dire l’assunzione di forme. La risonanza morfica contribuisce a spiegare l’eredità delle forme e la memoria collettiva delle specie biologiche che è alla base degli istinti. La mente estesa sorge attraverso i campi estesi delle menti, che non sono confinate ai cervelli ma si estendono ben oltre, proprio come i campi magnetici si estendono al di là della struttura materiale del magnete, così come similmente il campo gravitazionale della Terra si estende oltre il pianeta e come il campo elettromagnetico dei telefoni mobili si estende al di là della loro superficie in maniera invisibile. Il mio primo libro si intitola A New Science of Life perché si spinge oltre l’approccio molecolare alla biologia – che è stato, ed è ancora, predominante nelle scienze biologiche – fino a includere i campi morfogenetici e la risonanza morfica, dando luogo a principi formativi e a dei tipi di ereditarietà che sono sconosciuti alla normale biologia meccanicistica.

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