Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’automa e il suo doppio (Distopia sulla scuola)

Slappy venne lasciato da un inserviente nella cabina numero 101 su una scrivania in legno trascurata dal tempo. Non appena l’inserviente se ne fu andato, accese i suoi led e compì un rapido giro sul proprio asse, emettendo il suo tipico ronzio. Poi si fermò e, come da programmazione, rimase in attesa. Passati alcuni istanti, sul fondo della stanza, immersa nella penombra, una voce squillò:

– Lo sapevo! Lo sapevo! Uno Slappy ver. 3.0, incredibile! Il rinomato della tecnica, la promessa di un futuro radioso, sostituito ed abbandonato quaggiù, a tener compagnia ad un povero vecchio!

Quelle parole parvero sollevare un po’ della polvere che riempiva l’aria e abbacinava la scarsa luce presente nell’angusto locale e proveniente da una sorgente esterna filtrata dalla minuscola finestra semichiusa. Slappy, però, non se ne fece un problema, come da manuale. Emise un laconico bip e rispose:

– Così recita la mia programmazione: “Modello autoriale di istruzione programmata”

– Già, modello autoriale! – lo riprese l’uomo – Istruzione programmata! Quante belle parole inutili!

– Giudizio ostile. Non rispondente alla realtà! – rispose il piccolo automa.

Dopo questa risposta, trascorsi alcuni eterni attimi, l’uomo emerse per intero dal fondo della stanza, e, presa una sedia, sedette accanto alla scrivania, in modo sì non ergonomico, ma per lui comodo. Una ciocca bianca e diradata copriva la sua testa mentre un dorso scavato ed ossuto occupava quasi per intero la modesta sedia, segnata dagli anni, e sinistramente disegnata nella penombra del resto della stanza. Continua a leggere

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Le Afriche di Marinetti – Un saggio di Milena Contini

Le Afriche di Marinetti – Viaggio nelle pagine africane del “barbaro” futurista profuma ancora di inchiostro. Milena Contini, che insegna letteratura italiana all’Università di Torino, l’ha pubblicato or ora per i tipi di Aracne (Roma, luglio 2020).

Ad eccezione di un breve periodo (1920-1924) di critica al fascismo, considerato un regime “passatista” e compromesso con la borghesia liberale, Filippo Tommaso Marinetti, aderì caldamente al Partito Fascista, indossandolo come un abito che, col passare degli anni, cadeva sempre meglio sulle sue spalle. Marinetti si autodefiniva “sansepolcrino” poiché aveva partecipato da protagonista all’atto di fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento che si erano costituiti a Milano il 23 marzo 1919 durante una adunata tenutasi in piazza San Sepolcro. Questa sua adesione al Partito Fascista fa sì che su nome di Marinetti sia tuttora presente un’etichetta con scritto a chiare lettere, giustamente, “maneggiare con cautela”. Milena Contini riesce nell’impresa in modo egregio: maneggia Marinetti con la dovuta cautela ma scava con grande autorevolezza tanto nel personaggio che nella sua sterminata produzione letteraria, drammaturgica e pubblicistica. Basti pensare che per esplorare l’Africa (le Afriche) declinata da Marinetti, essa esplora oltre cento (centodieci per l’esattezza) tra opere e articoli dell’autore futurista.

A chi, come me, ha frequentato il liceo negli anni sessanta, la scuola ha insegnato ben poco di Marinetti. Erano anni ancora troppo vicini alla caduta del regime per poter parlare serenamente della cultura di quel periodo, soprattutto se gli esponenti di quella cultura sostenevano, ciascuno con le proprie sfumature, l’ideologia fascista. Ciò vale non soltanto per Marinetti, ma anche per altri grandi artisti, come il pittore Giacomo Balla e Umberto Boccioni, straordinario scultore. A scuola imparammo solo della loro appartenenza a un movimento d’avanguardia, quello futurista, che avrebbe avuto importanti conseguenze nel panorama artistico europeo. Delle arti figurative e dei loro innovativi linguaggi qualche esempio ci fu mostrato, ma sull’arte letteraria, quella della parola, fu steso un pudico velo poiché la parola, quella di Marinetti in particolare, era un veicolo troppo esplicito di violenza. Una violenza che non era solamente rivoluzionaria ma aveva anche la parvenza di una violenza per la violenza, tale da assurgere a dichiarazione politica, estetica e filosofica.

Per quanto riguarda Marinetti, a scuola ci fu negata ogni possibilità di prendere un contatto diretto, fisico oltre che intellettuale, con le vette espressive e poetiche dell’autore futurista. Fummo istruiti sulle innovazioni dell’espressione linguistica, drammaturgica e artistica introdotte da Marinetti. Tra queste, l’aver “liberato” le parole dalle stantie e “passatiste” regole grammaticali e sintattiche a favore dell’immediatezza simbolica e della vitalità espressiva. Tuttavia ci fu precluso qualunque contatto col testo. Come spiegare agli adolescenti che eravamo che quel nuovo lirismo fatto di immagini geniali quanto crude, fatto di inimmaginabili metafore, ricco di colori, di odori e di sapori andava a braccetto ed era tutt’uno con una quasi delirante idolatria della violenza, della guerra e del fascismo? Come spigare, “ex catedra” che Marinetti intendeva liberare il mondo dalla “fetida cancrena di professori, di archeologi, di ciceroni, di antiquari”? Come spiegare che quella rivoluzione linguistica ed espressiva destinata a sedimentarsi in tutta l’arte del Novecento creava anche i presupposti perché si realizzassero nuove stucchevoli retoriche dal sapore fastidiosamente reazionario? Impossibile insegnare tutto ciò a degli imberbi ragazzotti. Era più semplice stendere un velo di silenzio e, a conti fatti, assieme all’acqua sporca è stato buttato via anche il bambino.

Milena Contini strappa questo velo e ci mostra tutto. Lo fa con stile e con la fredda professionalità del caso, senza per questo negarsi e negarci il piacere talora esplosivo delle vette espressive del poeta. Lo fa prendendo le dovute distanze ma senza reticenze, mostrandoci Marinetti nella sua più totale nudità. La sua più alta poetica assieme agli abissi più turpi. Ci mostra come la biografia si mescoli inscindibilmente con l’arte, come la psicologia si intrecci col vissuto, come le espressioni si intreccino con le filosofie soggiacenti, portino queste il nome di Henri Bergson, di Georges Sorel o di Friedrich Nietzsche.

Marinetti nacque in Africa, ad Alessandria d’Egitto, dove viveva una consistente e operosa comunità italiana. Ci visse a lungo, fino alla tarda adolescenza, imparando il francese e l’arabo, con tanto di espressioni gergali popolari. L’Africa vissuta da adolescente riempirà le sue vene con le sensazioni estreme che, a quell’età, il mare, la sabbia, il sole, i profumi, gli odori, le storie e i miti possono dare a un ragazzo. Tutto ciò gli apparterrà per sempre e uscirà a fiotti nelle sue opere. Trasferitosi in Europa, in Francia e in Italia, tornerà più volte in Africa, come giornalista e come combattente, approfondendo sempre più il suo intimo rapporto col continente africano assorbendo altri odori, altri sapori, altri miti. Tutto ciò costituirà un archivio di memorie che conserverà vive nel fisico oltre che nell’intelletto. Milena Contini estrae, ad una ad una, queste memorie dagli scritti del poeta futurista e le accompagna, parafrasandole a dovere, con la sua voce narrante. Chi legge finisce col rimanere sommerso da un profluvio di espressioni, immagini, metafore fulminanti, ma anche di colori, odori, sapori che escono quasi vivi (ma talora anche morti e putrefatti) da quella penna geniale.

Se ne ricava un’immagine di un’intellettuale raffinatissimo e nel contempo ripugnante. Ci si domanda (parlo per me) come riescano a coesistere nella stessa persona le più elevate raffinatezze linguistiche, espressive e poetiche, con le peggiori bassezze. Un divino poeta che non esista a mescolarsi con la feccia del fascismo più bieco e che riesce a coniugare le vette poetiche con la peggior misoginia e il maschilismo più spietati, con una ossessione sessuale va ben oltre i livelli della patologia e con una altrettanto patologica ossessione per la crudeltà, il sangue, l’antropofagia, sbudellamenti, evirazioni, fallofagia et simila.

Leggendo queste pagine viene spesso da pensare alla natura umana e a come in questo strano animale la sostanza del bello si mescoli con la più infima sostanza del male, del brutto, dell’osceno. Le due sostanze si mescolano ma non si fondono. Nell’intelletto dell’uomo, il bello e il brutto non si miscelano come i colori che, mescolati tra loro danno luogo a un mediocre colore intermedio. Si mescolano piuttosto come un conglomerato di pietre, nel quale ogni pietra resta quello che è e dal quale se ne può estrarre a piacimento l’una o l’altra. È così che nello stesso individuo coesistono il bene e il male, il bello e il brutto, il divino e il satanico. Marinetti non provava remore ad accostare, in una sola riga, il divino e l’osceno.

Viene anche da pensare (continuo a parlare per me) che il divino e l’osceno siano categorie mentali cui ciascuno di noi dà il peso e il valore morale che vuole. Ognuno di noi si dà una scala mentale su cui dispone i propri valori: diciamo che pongo a cento il massimo del bello e a zero il massimo del brutto (l’osceno). La scala dei valori (che corrisponde in fondo a una scala dei voleri o dei desideri) non è universale, uguale per tutti. Quel che per me, per le mie esperienze, la mia educazione, i miei desideri, si colloca, diciamo, sul dieci, per altri – portatori di altre esperienze, educazione e desideri – può collocarsi, diciamo, sul settanta. Su scale metriche identiche, i valori pesati sulle singole scale individuali di ciascuno sono incommensurabili. Pertanto, i giudizi etici e quelli estetici non vanno presi con eccessiva rigidità ma neanche con eccessiva rilassatezza. E questo vale anche per il giudizio che si vuol dare a un poeta e a un uomo come Marinetti.

André Gide lo definì un vanesio. Giudizio tranchant sul quale si può convenire, ma nel poeta futurista c’è senz’altro di più, molto di più.

Un’opera che dall’argomento specifico porta il pensiero del lettore a indagare sul tema particolare ma invita anche a viaggiare lontano è un’opera che val la pena di essere letta. Le Afriche di Marinetti è una di queste.   

* Piero Borzini (1950), alle spalle una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto, alla terapia rigenerativa. Da una ventina d’anni si dedica ad argomenti all’interfaccia tra scienze biomediche, epistemologia, sociologia, antropologia, linguistica, evoluzione biologica e culturale. Su questi temi ha pubblicato alcuni saggi. Collabora saltuariamente con Methodologia-on-line e con la rivista PaginaUno. Tiene un blog (doveosanolegalline) dedicato ai rapporti tra scienza e società: https://doveosanolegalline.blogspot.com/


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Il Menone. Il pensiero come l’essenziale nel dialogo tra i saperi.

 

  1. Przywara e l’analogia: tra gli antichi e i moderni. Un esercizio di pensiero.

 Lo scopo di questo articolo non vuole essere dimostrativo in un senso razional-strumentale, bensì  strettamente filosofico. Esso intende essere un mero esercizio di pensiero, nella ermeneutica di un dialogo platonico, e dell’ermeneutica stessa, da parte di una pensatrice e cultrice filosofica pressoché indipendente. Lo scritto si avvale della posizione di un teologo, Erich Przywara, sulla “filosofia dell’essenza”, e della modalità dell’ “analogia entis”, da questi adottata come orientamento generale di metodo, per  mostrare che è  possibile effettuare un confronto attualizzante (ossia, oltre che storico-filosofico, filosofico-storico) tra Platone, Husserl ed Hegel, osservando in tali autori una analoga profondità speculativa,  un analogo rapportarsi all’idea di scienza del loro proprio specifico tempo, e ancora, un’analoga apertura a una ulteriorità dell’agire filosofico seppure differentemente congetturata. Ma esso si incentra soprattutto sul Menone platonico, effettuandone una analisi strettamente testuale. Perché allora scegliere un teologo, come guida ermeneutica? Intanto, possiamo definire l’“analogia”, che è tema centrale nella riflessione di Przywara, utilizzando il lessico aristotelico: «to homoion theorein», cioè la capacità di vedere il simile  tra cose  differenti (Cfr. Aristotele, Poetica, 22, 1459a). Ma mentre Aristotele adotta tale strumento in un senso più che altro logico-convenzionale e semantico, con Przywara ve ne è un uso ermeneutico.  Tale metodo, allora, può risultare sicuramente  utile per effettuare una ermeneutica di tipo comparativo tra degli autori che presentano tante somiglianze quante rispettive differenze. Per ciò che riguarda specificamente Husserl, e la sua relazione con Hegel e l’hegelismo, vi è un territorio di ricerca che non è ancora pienamente esplorato. Vi sono stati importanti studi sulla relazione tra Husserl e il mondo kantiano nel 1962 (Thomas Seebhom) e nel ‘64 (Iso Kern); vi è però l’articolo di Boehm del ’59 (Husserl et l’idealisme classique), gli studi di J. Hyppolite, di De Waehlens, specificamente su Husserl e Hegel, e di Tanja Staehler del 2003 e un volume più recente (2014) su Husserl e la filosofia classica tedesca, curato da Faustino Fabbianelli e Sebastian Luft. Quest’ultimo, individuando un orizzonte comune tra neokantismo e fenomenologia husserliana, definibile nella sua ottica come “idealismo moderno”, intravede il tratto comune tra l’idealismo classico e l’idealismo cosiddetto moderno, in un movimento verso il soggetto, e nella soggettività come imprescindibile tema di indagine, mentre le differenze, in una maggiore valorizzazione della matematizzazione, nell’indagine sul mondo in epoca moderna, e nella progressiva trasformazione dell’idealismo, sempre in tale epoca, da metodo in atteggiamento.

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Adam Smith nella lettura di Martha Nussbaum: La ricchezza delle nazioni

  1. L’importanza dei beni materiali

Smith è un anticipatore della teoria delle capacità, un gran conoscitore di Cicerone e rappresenta anche un ottimo correttivo del pensiero imperfetto degli stoici relativamente a ciò che si intende per felicità umana. Ne è convinta Martha Nussbaum, che nel suo libro La tradizione cosmopolita (Bocconi Editore, Milano 2019) fornisce una affascinante lettura dell’opera del filosofo scozzese vissuto nel Settecento.

Smith è ciceroniano perché come il filosofo dell’antica Roma convinto che la dignità umana meriti rispetto. Allo stesso tempo va oltre Cicerone quando afferma che la dignità umana è fondata soprattutto sul lavoro, l’ambito nel quale l’umanità di una persona si esprime nel modo più proficuo possibile, e quando afferma che una vita all’altezza della dignità umana richieda i mezzi necessari per creare e mantenere una famiglia (pag. 139 op.cit.) Continua a leggere


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Abitare la solitudine

 

In una società dominata dalla contingenza, che muta rapidamente, senza orientamenti, senza identità, l’uomo è destabilizzato da regole in continua evoluzione, è indotto a un isolamento, che è espressione di un disagio culturale, sociale e relazionale e conduce alla totale chiusura di se stessi, fino al disinteresse per il mondo vitale dell’altro.

La nostra dimensione sociale è inaridita, cerchiamo la folla per fuggire dalla solitudine, ed esorcizzare l’angoscia, ma la folla del mondo contemporaneo non rafforza il proprio senso di appartenenza, la propria identità, è impersonale e distante, è la negazione della comunicazione autentica e del relazionarsi. È manifestazione dell’inquietudine e del malessere. Essere in tanti cancella il senso di responsabilità individuale, della distinzione del bene e del male, della consapevolezza della scelta. Non è una comunità in cui l’uomo si rapporta agli altri, ma è spersonalizzata, dove ognuno si rifugia per mimetizzarsi, omologarsi e annullarsi. Continua a leggere


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La persona e i suoi bisogni. Per una lettura filosofica dell’emergenza attuale.

Abstract

L’epidemia che ci ha colpiti ha seriamente messo in discussione alcune delle libertà che consideravamo scontate e gratuite. In modo particolare, è stato necessario rinegoziare gli ambiti e le dimensioni di realizzazione della libertà delle persone umane. Ciò non è stato né indolore né privo di effetti, con particolare riguardo per ciò che costituisce il “bene” per le persone.

Tuttavia, una serena riflessione intorno alla questione consente di inquadrare l’intera questione nella sua giusta luce, orientando la considerazione sui limiti per l’azione umana verso una più meditata e ponderata attenzione riguardo a ciò che è davvero un bene per la persona umana e che consente a quest’ultima di soddisfare i suoi effettivi bisogni, e ciò nonostante le limitazioni che l’epidemia ha imposto.

 

Premessa.

Mai come quest’anno la dimensione comunitaria, propria del genere umano, è stata messa in discussione dall’emergenza sanitaria dovuta alla comparsa di una mutazione di un virus Corona, responsabile di varie patologie influenzali. La novità della mutazione genetica sta nella sua facile trasmissione da uomo a uomo e, quindi, la cosa inedita risiede nella limitazione e compressione di alcune libertà sino ad ora mai messe in discussione, forse nemmeno durante le esperienze totalitarie del secolo scorso.

Le scene dei malati trasportati via così come delle vittime accompagnati in solitudine nega la caratteristica propria di questi eventi singoli, vale a dire la dimensione umana e relazionale ivi connessa, l’accompagnamento di amici e famigliari, adesso privati della possibilità di far esperire vicinanza ed empatia nei confronti dei propri simili. Il COVID-19 ha questo di speciale: non disponendo di cure mirate e davvero efficaci, stante la sua estrema contagiosità epidemica, è bene evitare tutte le possibili situazioni di rischio. Stare vicino ad un malato rientra in queste possibilità da evitare. Accompagnare un congiunto o un amico o un conoscente nell’ultimo viaggio è segnatamente una di queste possibilità che la prudenza e la salute pubblica consigliano di vietare. Non deve, allora, sorprendere che il decisore politico abbia deciso di comprimere le occasioni, i luoghi e le occasioni di convivialità e di relazione umana visto che il problema fondamentale ed urgente è combattere contro un virus insidioso, tanto invisibile quanto virulento. Il novum, pertanto, consiste nella novità di sfere di libertà, sinora considerate scontate e libere di espandersi indefinitamente, compresse con una serie di limitazioni, di casistiche individuate e con un orizzonte temporale indefinito. Comprimiamo le nostre libertà (di movimento; di attività pubblica; di divertimento; di spostamento; etc.) a causa dell’emergenza. Ma sino a quando? Non lo sappiamo. Gli esperti attendono, fiduciosi in modelli matematici e nella mole documentaria in loro possesso, un picco dell’andamento epidemico, ma non è dato sapere se e quando ciò accadrà. In attesa, le nostre vite sono state sospese, congelate, interrotte. Continua a leggere

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Esistenze rammendate. Un saggio sociologico-filosofico di Riccardo Mazzeo

La vita ci fa male. Ci strugge, nelle delusioni di quegli amori che non sanno essere all’altezza delle aspettative dei sentimenti più profondi; ci lacera, lasciandoci a macerare dentro relazioni malsane con i nostri genitori, reduci della nostra infanzia mal digerita, forse fraintesa, e mai del tutto oltrepassata; ci logora, ci urta, ci ammacca con le migliaia di incontri che ci portano ad avere a che fare con gente d’ogni risma, sul lavoro, per la strada, sul pianerottolo di casa. La frenesia dei nostri giorni globali ha velocizzato queste collisioni e ne ha aumentato la frequenza, e il cosiddetto “digitale” – soprattutto nel senso del social networking – ha amplificato a dismisura la voce di quegli imbecilli cui prima nessuno avrebbe dato ascolto, ma che ora possono far del male anche a distanze inusitate. Quando la pressione è alta e continua, è fatale che qualcosa, prima o poi, si strappi: è il momento in cui può crearsi un cedimento, lo scivolamento nella depressione o nella psicosi; ma c’è un’altra possibilità: quella di superare il trauma – non di cancellarlo, ché niente del nostro passato si cancella o si supera mai del tutto – per riprendere il controllo della propria esistenza, senza perderne il tessuto, ripristinandone l’integrità e magari rinforzandola…

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Filosofia e nuovi sentieri 2020: un nuovo corso per la rivista

Filosofia e nuovi sentieri ha da sempre inteso proporsi come uno spazio di discussione ed approfondimento filosofico. L’impresa, tanto ardua quanto seducente, viene oggi rinnovata: l’intuizione originaria di uno spazio comune di riflessione assume una forma più vicina a quella del blog collettivo, per favorire la massima partecipazione e il più vasto fluire delle idee. E ampliata: non vi si tratterà più solo di filosofia – seppur declinata secondo i tanti aspetti che l’hanno finora caratterizzata – ma anche di letteratura, musica, cinema e di arte nel senso più generale. Interdisciplinare, come sempre; ma ancora di più. Nel segno della visione di Heisenberg: «Le più grandi intuizioni nascono al crocevia tra discipline diverse». Vi invitiamo pertanto nuovamente a percorrere con noi questi sentieri impervi, a contrassegnarli con i vostri segnavia.

A ciò ci spinge, da un lato, il desiderio di allargare l’ambito del discorso; dall’altro, l’impegno – a fronte di un numero di proposte in continua crescita – a dar corso a un flusso più intenso e variegato di collaborazioni; che possa aprirsi – perché no? – anche al multimediale.

Maggiore apertura, un orizzonte più esteso. Cos’altro cambia? Tecnicamente, cambia solo la modalità di caricamento degli articoli: il collaboratore caricherà autonomamente i propri contributi nella piattaforma CMS (Content Management System) di WordPress. Non è richiesta nessuna abilità informatica; semplicemente, un minimo di dimestichezza con il funzionamento dei blog. Ciò permetterà, come si diceva, una pubblicazione più vigorosa, a beneficio tanto dei collaboratori quanto dei lettori.

Valuteremo come sempre le vostre proposte d’intervento purché inedite online. L’eventuale successiva pubblicazione su altra rivista, sia essa elettronica e/o cartacea, è ammessa soltanto previa autorizzazione per iscritto da parte della Redazione di «Filosofia e nuovi sentieri» e va effettuata esclusivamente con citazione della fonte originaria. Il collaboratore che intenda proporre un contributo originale avrà cura di inserire, nella mail di proposta, la dicitura: “Questo articolo è originale, nella piena disponibilità dell’autore, e non viola in alcun modo i diritti di terze parti. In più questo scritto è inedito e non è stato né verrà proposto a nessun’altra rivista prima della risposta della Redazione di «Filosofia e nuovi sentieri»”.

L’indirizzo email a cui trasmettere i contributi è il seguente: filosofiaenuovisentieri@gmail.com

Vi chiediamo soltanto di fare uso delle semplici norme redazionali a garanzia dell’uniformità tra gli articoli.

La rivista non ha scopo di lucro e pertanto i contributi ricevuti dai Collaboratori esterni o dai Redattori si intendono a titolo gratuito.

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Arrischiarsi a sapere l’oggi. Invito alla lettura di Ivano Dionigi, “Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza” (Solferino, Milano 2019)

È possibile oggigiorno pensare ciò che ci circonda e ci interpella, senza cedere a infingimenti o a sterili etichette? Si può in un qualche modo osare di più, nel tentativo di renderci meno alieno questo complesso presente? Di certo Ivano Dionigi nel suo Osa sapere. Contro la paura e l’ignoranza (Solferino, Milano 2019) non solo ne accerta l’eventualità, ma ne dimostra soprattutto l’impellente occorrenza. A fronte delle sfide che il nostro tempo ci impone si rivela sempre più necessario «abitare la domanda», senza accontentarsi di frequentare fugaci e superficiali opinioni. Aprirsi finalmente ai «perché interrogativi» (p. 13) significa non solo nutrire una curiositas rivolta a ciò che è vero (e non solo verso ciò che appare ovvio), ma anche prospettare la retta condizione sotto cui germogli il sapere: non c’è vera risposta che non derivi da un interrogativo posto correttamente. Continua a leggere

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Alla ricerca della mente animale. Un saggio Apeiron di Roberto Marchesini

> di Sandro Vero

Etologia Cognitiva è un lavoro percorso da una forte tensione culturale: la sua tesi fondamentale è quella che gli animali hanno una mente, non sono cioè organismi vitali mossi da semplici automatismi funzionali ma soggetti che possiedono la disponibilità di piani, procedure, gerarchie sia nel processamento delle informazioni che nella messa in atto dei comportamenti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi. L’Autore, Roberto Marchesini, è insieme filosofo ed etologo e ciò si apprezza nel taglio epistemologico del libro, che alterna il ricorso alle concrete indicazioni empiriche derivanti dal lavoro di osservatore alle puntualizzazioni teoriche e metateoriche del pensatore. I concetti sui quali è imbastito il lungo processo dimostrativo dell’esistenza di una cognizione animale sono troppi per essere analizzati in una recensione, si impone dunque una sorta di estrapolazione di quelli che riteniamo essere fondamentali e più ricorrenti: l’antitesi fra associazionismo (comportamentismo) e cognitivismo, la motivazione, la soggettività.

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