Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Sistemi biologici; sistemi tecnici. Parte prima

Un rizoma non comincia e non finisce, è sempre nel mezzo,
tra le cose, inter-essere, intermezzo. L’albero è la filiazione,
ma il rizoma è alleanza, unicamente alleanza.
L’albero impone il verbo “essere”, ma il rizoma ha per tessuto la congiunzione
“e… e… e…”.

Tra le cose non designa una relazione localizzabile […]
ma una direzione perpendicolare, un movimento trasversale
che le trascina, l’una e l’altra,
ruscello senza inizio né fine, che erode le due rive e prende velocità
nel mezzo.

– Introduzione a Mille Piani (2017),
Gilles Deleuze e Felix Guattari, pp. 65-66.

  1. Noi non saremo nei loro ricordi

La favola postmoderna narra la storia di un futuro in cui il Sole raggiungerà lo stato di morte termica, sancendo la fine del sistema che da esso dipende – destinato a venir inghiottito e cancellato, a perdere lo statuto di “dimora della vita”. Sarà umano, ciò che lascerà il sistema solare prima del collasso? Questa è la domanda a cui la favola voleva render conto. Eppure al di là della morte del Sole, oltre il tempo di quella morte, a parsec e megaparsec di distanza, gli individuali agglomerati di materia e i flussi di energia non sarebbero stati destinati alla stessa fine. La morte termica del Sole non scalfirebbe granché lo spazio tutt’attorno. La questione è interna al sistema, parla di esso – ma lo sguardo della storia è volto altrove, oltre i confini di ciò che è la nostra casa, e che cesserà di esserlo a un certo tempo. Cosa ne è del tempo oltre quella morte? E del tempo che conduce a quella morte?

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Fisica e Psiche. Una teoria preliminare e strumenti di lavoro (2/2)

> di Vito j. Ceravolo

16. Biologia fra fisica e psiche

Ho sottaciuto il concetto biologico dalle sopra analisi, limitandomi ai due estremi fisica e psiche: la biologia, cognitivamente, si frappone fra fisica e psiche nell’evoluzione “fisica-biologia-psiche”. Il passaggio da fisica a biologia è il DNA, il passaggio da biologia a psiche è il cervello. Cinque caratteristiche fisiche che prese collettivamente potrebbero identificare un essere vivente sono: riproduzione; crescita (sviluppo); adattamento; risposta; trasformazione di energia. Due caratteristiche biologiche che prese collettivamente potrebbero identificare un essere psichico sono: disposizione; intenzione.

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Fisica e Psiche. Una teoria preliminare e strumenti di lavoro (1/2)

> di Vito j. Ceravolo

Abstract: Questa ipotesi annovera fisica e psiche come scienze distinte da una relativa autonomia l’una sull’altra. Studia i principi e leggi generali che regolano l’attività fisica e la vita mentale in genere. Attraversa alcune delle problematiche più importanti sul confronto mente-corpo.

Capitoli:
1. Esperimento mentale della Mente disincarnata.
2. Realizzabilità multipla della psiche.
3. Teoria della mente.
4. Antiriduzionismo psicofisico.
5. Principi di riduzione.
6. Oggetto fisico e psichico.
7. Esperienza fisica e psichica.
8. Oggetti oltre l’osservazione.
9. Causalità psicofisica.
10. Nature fisiche e motivi psichici.
11. Moto fisico e psichico.
12. Conseguenze e funzioni psicofisiche.
13. Input-Output psicofisici.
14. Linguaggio psicofisico.
15. Comportamenti psicofisici.
16. Biologia fra fisica e psiche.
17. Funzionalità psico-animate.
18. Artifici fra fisica e psiche.
19. Processore psicofisico.
20. Scienza fisica e psichica.
21. Universo fisico e psichico.
22. Statuto del cervello e della mente.
23. Correlazione psicofisica.
24. Modello fisico-psichico.
25. Cervello fra res extensa e res cogitans.
26. L’emergere della psiche dalla fisica.
27. Lampada di Aladino.

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L’UBIQUITÀ DEL TEMPO NEL CINEMA

>di Giovanni Mazzallo*

Non è possibile avere esperienza del tempo nella sua essenza oggettiva (nella sua totalità universale) in quanto ogni soggetto conoscente vive e concepisce il tempo in conformità con la propria esistenza soggettiva che fa sì che esso non possa più essere appreso nella sua indipendente oggettività perché inevitabilmente “soggettificato”. Il tempo è relativo al soggetto e dipende dalla sua interpretazione singolare di esso. Il tempo regola la propria universalità in base ai diversi soggetti conoscenti parcellizzandosi (particolarizzandosi) così da assumere forme, modi e significati che differiscono di soggetto in soggetto; ogni soggetto interpreta il mondo, la vita e se stesso sulla base del tempo storico-idiografico che vive e del modo in cui lo esperisce così che il tempo diviene al contempo (dalla dimensione temporale unica che è) più tempi (più manifestazioni di sé) che rappresentano altrettante dimensionalità esistenziali uniche ed irripetibili per ogni singolo soggetto.

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Ernst Niekisch e il problema della tecnica. Una recente proposta editoriale

Recensione a E. Niekisch, Ernst Jünger. Abisso, decisione, rivoluzione, a cura di L. Siniscalco, trad. it. di L. Fabbri, Bietti, Milano 2021, pp. 76.

La questione della tecnica ha rappresentato un tema cruciale del Novecento europeo e si prospetta, altresì, come uno dei nodi filosofici essenziali del «nuovo millennio» (p. 9). È nella veste di vero e proprio «filosofo della tecnica» (p. 12) che il curatore del volume presenta Ernst Niekisch (1889-1967), uno degli esponenti di quel composito ‘mosaico intellettuale’ che prenderà il nome di ‘Rivoluzione conservatrice’ e che vedrà fra i suoi protagonisti, oltre a Niekisch stesso, Ernst Jünger, Oswald Spengler, Carl Schmitt, Arthur Moeller van den Bruck, Hans Freyer, in un elenco ‘aperto’ di pensatori che, in letteratura, sono stati diversamente e variamente interpretati come appartenenti (o meno) alla suddetta corrente filosofico-politica (Breuer 1995; Nolte 2009). E precisamente di Ernst Jünger (1895-1998) – nel primo testo – e dei problemi della ‘tecnica’ – nel secondo – tratta Niekisch in questi due saggi, oggi unitamente riproposti in una nuova veste editoriale per i tipi della casa editrice Bietti di Milano, con la cura di Luca Siniscalco e la traduzione di Luigi Fabbri.

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L’IDENTITÀ NEL CINEMA

>di Giovanni Mazzallo*

La narrazione cinematografica si esplica a partire da un nucleo essenziale che racchiude lo sviluppo della storia mostrata e dei personaggi che la caratterizzano. Il dispiegamento della trama non comprende unicamente l’intreccio nella sua linearità (composta dai fatti salienti che costituiscono l’azione, in termini di commedia o di dramma), ma implica (alla base di quello stesso intreccio) diramazioni non lineari che concorrono alla formazione dell’identità sia della storia sia dei suoi protagonisti. L’identità dei protagonisti forgia l’identità della storia che, a sua volta, plasma l’identità dei personaggi: il carattere dei personaggi fonda la trama, la trama (originata dagli atti dei protagonisti) si riflette (per via della concatenazione degli eventi) sui personaggi che in tali eventi si trovano dovendo agire di conseguenza.

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La filosofia dell’anima

La recente riproposizione di una serie di saggi scritti negli anni Sessanta del Novecento va a costituire una visione, più solida di quanto non appaia in un primo momento, sul rapporto tra filosofia ed educazione. L’autrice Maria Zambrano (Vélez-Málaga 1904 – Madrid 1991) sa ancora trarre l’attenzione con un pensare originale, lo stesso che l’ha accompagnata per tutta la vita.

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Ricordi filosofici

LEIBNIZ: TRA TEOLOGIA E FILOSOFIA

All’indomani della conclusione della guerra dei trent’anni (1618-1648), che segna l’acme dell’intolleranza religiosa nell’Europa moderna, nel lontano 1646 nasce a Lipsia colui che sarà destinato ad essere innalzato sugli altari maggiori della filosofia: G.W. Leibniz.  Egli è ritenuto dai suoi contemporanei e dai posteri una delle menti geniali della storia della filosofia: logica, fisica e metafisica sono i  suoi campi preminenti, sulle quali costruisce le prime impalcature del suo sistema di concetti, rivolti a questioni capillari: di ambito teologico, se parliamo dell’esistenza di Dio; oppure di carattere logico-fisico, se ci spostiamo sull’asse dei corpi in moto, o del calcolo combinatorio. Scorgiamo teologia o filosofia nel filosofo di Lipsia? La risposta, di conseguenza, richiede un lungo ragionamento, attento e rigoroso, il quale toccherà tematiche ostiche, e spesso scevre di soluzioni. Tuttavia, conoscere con precisione  Leibniz, mens universalis, non è molto semplice. La sua natura, spiccata e curiosa, ci permette di capire le caratteristiche basilari della sua storia. A proposito di ciò, nel suo ultimo scritto, Storia universale ed Escatologia,  del 1715, prima della sua morte, sosteneva l’impossibilità di computare, con precisione e attenzione, tutti i minuziosi dettagli della storia[1] dell’uomo.

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La passione triste

L’invidia è un sentimento scomodo. Sin dall’antichità è stata ammantata di colpa e vergogna, collocandosi tra i principali vizi capitali. Lo sguardo infastidito e malevolo è stato il simbolo utilizzato per raffigurarla. Fu Dante, che nella Divina Commedia descrisse gli invidiosi con gli occhi cuciti da un filo di ferro, in modo tale che non potessero più vedere. Dante tematizza questi peccati nel Purgatorio, dove gli invidiosi sono seduti sorreggendosi a vicenda, quasi a voler alludere che l’invidia è un sentimento indotto e passa attraverso il senso della vista, come suggerisce l’etimologia del termine latino in-videre, cioè non poter vedere o meglio guardare in modo errato.

L’invidia nasce da una percezione di una differenza a proprio svantaggio, per cui un aspetto posseduto dall’altra persona entra in risonanza con la sensazione di una propria mancanza. La caratteristica altrui viene invidiata poiché rappresenta un desiderio che non si riesce ad esprimere in sé stessi. Vedo nell’altro un’immagine di completezza di cui mi sento carente. A differenza della semplice ammirazione, l’invidia si carica di ostilità e di critica, anche se non è sempre facile riconoscerlo.

Questi vissuti negativi caratterizzano il livore spesso inconfessabile, che in realtà nasconde una frustrazione ancora più grande, da cui inconsciamente, ci si vorrebbe preservare.

L’invidia come relazione

L’invidia come tutti i sentimenti umani esprime una relazione, non riguarda solo un soggetto, ma due, colui che invidia e colui che è invidiato. L’invidioso si sente non aggressore, ma aggredito, non percepisce sé stesso come colui che attacca, ma come colui che si difende, che è costretto a difendersi da una provocazione. L’altro lo provoca ostentando i propri meriti e i propri successi e lui reagisce per istinto di conservazione. L’invidiato può essere una persona che ostenta il proprio valore e i propri meriti, che siano veri o presunti, ma nel momento in cui questi gli vengono riconosciuti, provocano invidia da quanti si sentono offesi e sminuiti da quel riconoscimento. Non si invidia colui che non ottiene alcun riconoscimento, si prova invidia per colui che è oggetto dell’altrui ammirazione.

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Il popolo: definizione e rappresentazioni

Il popolo: ricerca di una definizione

Dare una definizione univoca al concetto di “popolo” risulta impresa ardua e problematica, perché si tratta di un soggetto mobile, la cui definizione cambia nel corso della storia ed in relazione al punto di vista delle varie culture.

In latino il “Populus” è il pioppo. Poi il termine passa ad indicare il luogo dove tale albero è piantato, come luogo di riunione dove gli individui si incontrano e discutono.

Oggi esiste un “popolo della Rete” dove ogni cosa viene messa in piazza e condivisa, con un ritorno anche economico da parte di varie celebrities e starlette, ma nel mondo antico, chiaramente, vi erano dei confini più netti che segnavano il territorio della vita pubblica e quello della vita privata. Ed è anche un fatto storico e insito nella natura umana quello dello stare insieme e della solidarietà, come forma dello stare al mondo.

I Greci parlavano di “ghenòs” (stirpe), cioè il fatto di provenire dalla medesima radice, dallo stesso gruppo umano.

Vi era poi la dimensione dell’ “etnòs”, cioè l’insieme degli usi e dei costumi di un popolo.

La lingua greca, dunque, definiva il popolo sotto due profili: quello della sua origine (“genòs”) e quello dei suoi costumi (“etnòs”).

Pertanto, il popolo è quello che si riconosce in una cultura comune e dunque non un semplice aggregato di persone.

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Finitudine – La disperata ricerca di un senso

Quando parla di finitudine[1], Telmo Pievani – scienziato e filosofo al tempo stesso, lombardo di nascita, newyorkese di formazione, padovano di adozione – sembra voler fare riferimento a quella stessa caducità cui si riferiva Giacomo Leopardi, per esempio nel lamento in cui sospira … e fieramente mi si stringe il core / a pensar come tutto al mondo passa … (La sera del dì di festa), o quando confessa … io mi metteva a piangere la sorte umana e la miseria del mondo (Zibaldone). La finitudine, dice Pievani, è il trionfo delle tiranniche leggi della termodinamica. È l’ineludibile trionfo del disordine sull’ordine. È il progresso estremo (o la regressione) della materia verso quel nulla quasi circolare, da cui tutto sembra essere emerso e in cui tutto sembra concludersi, e attorno al quale tanto inutilmente si arrabattano i fisici per capire che fine farà tutta quanta la materia.

Ma il tema vero attorno al quale si dipana il pensiero di Pievani non è la finitudine in sé. Di questa, dice Pievani, bisogna che ce ne facciamo, razionalmente, una ragione. Non c’è via di scampo. La finitudine è la contidio sine qua non, è il framework esistenziale, in cui si colloca il tema veramente centrale: quello del senso, vale a dire al significato del tutto e del particolare, e in questo tutto e in questo particolare, la vita: la vita ovunque si sia sviluppata, la vita di ogni specie e di ogni essere e, in primis, la vita di ciascuno di noi. Dov’è il senso, dunque, se tutto è destinato a finire?

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José Ortega y Gasset e il fenomeno della tecnica: beneficio o condanna?

«Questi anni in cui viviamo, i più intensamente segnati dallo sviluppo tecnico di tutta la storia umana, sono i più vuoti» (Ortega, 2011, p. 89). Queste poche parole, fortemente incisive, vengono pronunciate dal filosofo madrileno José Ortega y Gasset (1883-1955) per indicare ciò che ha portato la civiltà occidentale a versare in una preoccupante condizione di «crisi dei desideri», ovverosia, il fenomeno della tecnica, il quale, oltre a procurare dei vantaggi innegabili, provoca, dal punto di vista autenticamente filosofico, dei deterioramenti problematici sull’essere-umano.

È significativo comprendere quanto la crisi culturale indagata da Ortega non interessi solo la circostanza[1] contemporanea al pensatore spagnolo. Tale stato di avvilimento inerisce anche al nostro spazio e al nostro tempo, all’orizzonte della nostra contemporaneità dunque, le cui componenti spirituali risultano ormai danneggiate dagli esiti dello sviluppo tecno-scientifico.

La grandezza dello scrittore, e certamente anche del filosofo, consiste nell’applicazione di quel raro privilegio che la sua vocazione gli ha donato, vale a dire, l’indole profetica. Ebbene, anche da quest’ultimo punto di vista il genio di Ortega si evidenzia in modalità inequivocabile. All’apertura della conferenza La meditazione sulla tecnica (1933) egli afferma:

Ho sempre ritenuto che la missione dello scrittore fosse quella di prevedere con largo anticipo ciò che diventa problema qualche anno più tardi e nel presentare tempestivamente ai suoi lettori, cioè prima che la discussione sorga, idee chiare sulla questione. (Ivi, p. 42)

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