Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Call for papers: pubblicato il volume “Il soggetto nei luoghi del capitale-potere contemporaneo”

Filosofia e nuovi sentieri annuncia la conclusione del Call for Papers dedicato alla forma politico-economico-sociale del mondo moderno e al ruolo del soggetto, con la pubblicazione gratuita del volume in formato elettronico dal titolo “Il soggetto nei luoghi del capitale-potere contemporaneo”, a cura di Matteo Spagnuolo ed Emiliano Bazzanella, che è possibile scaricare qui.

Consulta la pagina dei Libri di «Filosofia e nuovi sentieri».

Leggi l’Introduzione a cura della Redazione

Il primo articolo del CfP sarà online domenica 1° novembre 2026.

Sommario degli articoli selezionati:

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Introduzione al Call for Papers 2026: “Il soggetto nei luoghi del capitale-potere contemporaneo”

È con vivo piacere ed entusiasmo che la Redazione di «Filosofia e nuovi sentieri» presenta ai lettori questo numero monografico, esito della Call for Papers dal titolo “Capitalismo e potere. Il soggetto nei luoghi del capitale-potere contemporaneo”.

Un sincero e sentito ringraziamento va ai curatori del volume, Matteo Spagnuolo ed Emiliano Bazzanella, per aver ideato e proposto questo importante progetto scientifico, coordinando con rigore e dedizione l’intero percorso curatoriale, dalla stesura del bando alla selezione e cura dei contributi.

Quando è nata l’idea di questo bando, l’intenzione primaria dei curatori e della Redazione non era soltanto quella di raccogliere studi accademici su un tema classico della filosofia politica e teoretica, ma quella di sollecitare una presa diretta sui meccanismi materiali, simbolici e tecnici che reggono il nostro presente. Nella cornice contemporanea, infatti, il nesso tra capitale e potere ha smesso di configurarsi come una semplice sovrapposizione tra economia e politica per farsi dispositivo pervasivo e capillare: una rete immanente di leggi, istituzioni, algoritmi, linguaggi e pratiche che attraversa i corpi e struttura gli orizzonti dell’esistente.

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Legami fragili, umanità vulnerabile

L’uomo, come ci insegna Aristotele, è animale sociale e la sua socialità si esplica attraverso il dialogo. La relazione è una realtà ineludibile ed una condizione costitutiva quanto necessaria dell’essere umano, ma è anche un compito, quando diventa azione educativa, implica sempre l’uscire da sé stessi per incontrare l’altro nella sua diversità.

 La relazione è un enigma perché ci attrae e ci respinge allo stesso tempo, ne abbiamo bisogno, ma è anche rischiosa o comunque ci costringe ad agire in un modo che non corrisponde ai nostri desideri.

Diventa positiva quando consente all’individuo non solo di affermarsi come persona, ma quando lo aiuta a maturare atteggiamenti di interesse verso l’altro, aperti all’ascolto e alla reciprocità.

Fino a quando le relazioni sono rimaste collocate all’interno di reti sociali solide, esse hanno retto senza particolari difficoltà. Ma dal momento in cui le cornici istituzionali sono entrate in crisi, ci stiamo accorgendo che non siamo più preparati per vivere la relazione in pienezza. Così, la fragilità della relazione appare in tutta la sua vistosità. Le relazioni sono prive di stabilità, sempre più frammentate, precarie e fragili.

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Teoria essenziale del divenire – Con un’introduzione al paradigma

Abstract: This paper proposes a theory of becoming grounded in the distinction between thing-in-itself and phenomenal being. Change is interpreted as the phenomenal manifestation of possibilities already contained within being, defining becoming as a dynamic process distinct from the static states it produces.
Keyword: Becoming, Thing-in-itself, Phenomenon.

La prima fase dell’opera delinea il paradigma entro cui successivamente teorizziamo il divenire. Questa fase è introduttiva ma doverosa perché è ciò che ci permette di ampliare il campo di soluzioni intorno al divenire, radunando i concetti di in sé e di fenomeno di codesta filosofia. È infatti sempre stato tramite il modo di concepire tali in sé–fenomeno che si è risposto alle seguenti interrogazioni sul divenire, eccezion fatta per la seconda interrogazione. Orbene, rispondiamo a:

Le quattro domande fondamentali sul divenire

  • Cosa si diviene nel divenire?
  • Cos’è il divenire?
  • Dove finiscono e da dove appaiono le cose?
  • Qual è il rapporto fra stasis e dynamis?

È rispondendo a tali interrogazioni che viene a definirsi la presente Teoria essenziale del divenire. “Essenziale” perché, per questo breve saggio, non si intende esaurire il dibattito sul divenire ma costruire il minimo sistema rispondente alle dette domande, sufficienti a organizzare la “propria” teoria generale del divenire.

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Benessere emotivo, vulnerabilità e ambienti digitali. Per un umanesimo tecnologico critico

Introduzione

Negli ultimi anni il tema del benessere emotivo dei giovani è divenuto oggetto di un’attenzione crescente nel dibattito internazionale, attraversando ambiti disciplinari diversi: dalla filosofia sociale alla psicologia culturale, dai media studies alle politiche educative. In particolare, all’interno delle cosiddette digital societies, l’aumento di fenomeni quali ansia, senso di inadeguatezza, fragilità relazionale e solitudine giovanile è spesso interpretato come un effetto collaterale di un uso eccessivo o disfunzionale delle tecnologie digitali. Tale impostazione, tuttavia, tende a presupporre una separazione concettuale tra soggetto e correlato ambiente, attribuendo il disagio prevalentemente a deficit individuali di autoregolazione, resilienza o competenza emotiva.

Una parte significativa della letteratura contemporanea propone risposte fondate su strategie di adattamento soggettivo: educazione ai media, mindfulness digitale, allenamento alla resilienza emotiva[1]. Sebbene tali approcci abbiano il merito di riconoscere la dimensione affettiva dell’esperienza digitale, rischiano di inscriversi all’interno di una logica implicitamente performativa, nella quale il benessere emotivo viene concepito come una risorsa individuale da ottimizzare, monitorare e dimostrare. In questo quadro, la vulnerabilità tende a essere trattata come una disfunzione da correggere, piuttosto che come un indice critico delle condizioni sociali e simboliche in cui l’esperienza prende forma[2].

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Pausa estiva 2026

Agosto: tempo di vacanze anche per «Filosofia e nuovi sentieri». Poiché le pubblicazioni riprenderanno domenica 13 settembre, vi invitiamo come sempre a continuare a caricare i vostri contributi in piattaforma. Per qualsiasi comunicazione, la casella filosofiaenuovisentieri@gmail.com rimarrà attiva per l’intero periodo (i messaggi verranno ricevuti comunque, anche se non vi sarà risposta prima della riapertura).
Buone vacanze a tutti

La Redazione


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L’Uomo che pensa un Dio!

Abstract

Che cosa fa l’uomo quando pensa Dio?

Ci si chiede che cosa l’uomo metta in atto nel momento stesso in cui lo pensa. E si scopre che l’uomo, ogni volta, compie un gesto: pone l’Altro fuori di sé. Che questo Altro si chiami Dio, Legge, Fatto, Dato o Probabilità, la struttura è la stessa: l’uomo esternalizza, e poi dimentica di averlo fatto.

La storia delle religioni offre due modelli esemplari di questo gesto. La via abramitica consacra l’esteriorità: Dio resta fuori, irriducibile, e l’uomo dimentica la propria mano. La via Advaita Vedānta dissolve l’esteriorità: l’invocazione, seguita fino in fondo, scopre che il chiamato era il fondo del chiamante. Due destini dell’atto umano: occultarlo o disvelarlo.

Ma la stessa alternativa si ripete fuori dalla religione. Nella scienza, nella politica, nella probabilità, l’uomo continua a porre Dati che si presentano come indipendenti. La morte di Dio non ha svuotato il trono dell’esteriorità: lo ha reso disponibile per nuovi occupanti. Il dispositivo sopravvive al contenuto.

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La falsa epistemologia dell’evento “prima-dopo”

La loro storia d’amore non era mai stata così in bilico. Certo, avevano avuto dei periodi meno floridi del solito, dove gli scambi e le attenzioni reciproche diminuivano; tuttavia, questi periodi passavano solitamente in sordina, in quanto la loro attrazione si rinvigoriva sempre, a seguito di tali flessioni. Quel periodo, invece, sembrava diverso da quelli passati, come se il loro oggi non racchiudesse più alcun domani. La chimica era come venuta meno, l’attenzione di entrambi era rivolta prevalentemente al lavoro, che prosciugava ogni risorsa residua, e ogni piccola scocciatura quotidiana, anche la più ininfluente, diventava l’innesco perfetto per un interscambio acceso e scontroso, che non faceva altro che suggellare la criticità del momento. Serviva qualcosa per riparare alla situazione, prima di gettare tutto alle ortiche. Decisero, in un giorno festivo, di dedicare l’intero pomeriggio a un chiarimento privo di qualsiasi remore: avrebbero parlato, anche in maniera scontrosa se necessario, ma senza tralasciare tutte le sensazioni, i dubbi, le perplessità, i motivi di questa impasse che sembrava non volersi concludere. Ed effettivamente così fu: il divano, a fine serata, era tappezzato di fazzoletti umidi e mozziconi: avevano pianto, avevano urlato, si erano sbalorditi a più riprese da quanto riserbo avevano tenuto fino a quel momento riguardo le faccende più disparate. Avevano anche fatto l’amore, finalmente, dopo molte settimane. Cenarono tardi, con una bella pizza mentre in tv passava un programma spazzatura, ancora stravaccati su quello stesso divano che era stato il teatro di quella angheria catartica. Tutto sembrava finalmente risolto, e i giorni seguenti testimoniarono questa risoluzione. Tuttavia, man a mano che passavano le settimane, tutto, impercettibilmente, sembrava tornato come prima: i litigi si fecero nuovamente ricorrenti, le scorie lavorative dominavano l’atmosfera domestica, e le coppie che incontravano nelle loro, rare, uscite, mostravano quell’attrazione che per loro era solo un lontano ricordo. Forse non si erano chiariti a dovere? Avevano tralasciato qualcosa, qualcosa di molto importante che stava corrodendo, senza soluzione di continuità, il loro legame? Probabilmente, si sarebbero dovuti sedere nuovamente su quel divano, per accertarsi di non aver lasciato nulla al caso.

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Risanare la democrazia

La democrazia è antiquata, è quanto afferma Marco Revelli con il titolo della sua recente opera pubblicata lo scorso maggio. Nessun tentennamento nessun punto interrogativo o punti di sospensione a mitigare questo severo giudizio. Chi conoscesse l’autore solo per questo libro e ne avesse cominciato una lettura leggera potrebbe pensare che lo scopo sia mostrare tutte le involuzioni che la democrazia moderna ha vissuto fino al punto di diventare qualcosa di superato, antiquato, non più utilizzabile quindi da buttare.

Revelli stesso ad un certo punto afferma: «Ho esitato a lungo prima di decidere di rendere pubbliche queste mie amare considerazioni sullo stato della democrazia reale. Il rischio di portar acqua al mulino dei veri ‘nemici della democrazia’ l’avevo ben presente» (p. 136). Del resto l’amarezza che confessa, si coglie in tutta la lunga parte in cui parla delle storture di quella che chiamiamo democrazia. Del resto, «Continuare a sovrapporre un’immagine illusoria a un corso del mondo, che va in direzione ostinata e contraria non solo è inutile, ma anche in qualche modo colpevole» (p. 137).

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Poesia e immaginazione in Hannah Arendt

La meno mondana delle arti

Teorica del cominciamento[1], lucida analista della banalità del male[2], indagatrice della disobbedienza civile[3], studiosa del mondo antico[4], accademica, giornalista e reporter.

Hannah Arendt è personalità brillante, variegata e complessa, nota al grande pubblico soprattutto come filosofa politica, la più grande del XX secolo, grazie soprattutto ai suoi scritti che esaminano le origine e la natura dei totalitarismi. Nota è la sua relazione giovanile con Martin Heidegger e la storia dei suoi due matrimoni, il primo con Günther Anders, sposato nel 1929, ed il secondo con Heinrich Blücher, con il quale convolò a nozze e nel 1940 e con cui rimase tutta la vita. Tre relazioni diverse, con tre differenti personalità di filosofi e intellettuali.

Meno noto è l’aspetto del suo interesse e del suo vero e proprio amore per la poesia. Un amore che la accomuna ad un’altra grande pensatrice del Novecento, María Zambrano (1904-1991), la filosofa andalusa che elaborò il concetto di ragion poetica, ovvero quella modalità di conoscenza che non si basa solo sulla razionalità analitica, ma sul simbolo e sulla sensibilità, allo scopo di cogliere più in profondità il significato dell’essere e della vita. La poesia come amore per la vita nella sua complessità.

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La bussola del dissenso: introduzione di Paolo Calabrò al pensiero di Diego Fusaro

Nel panorama culturale contemporaneo, pochi intellettuali pubblici scatenano reazioni polarizzanti come Diego Fusaro. Spesso ridotto dalle arene dei social network e dai media mainstream a una serie di slogan o a bersaglio di costanti dinamiche di delegittimazione, il filosofo torinese necessitava di un’operazione di sistemazione critica di secondo grado. È questo il grande merito metodologico di Paolo Calabrò nel suo volume Cambiare le cose. Introduzione al pensiero di Diego Fusaro (Moira Edizioni, Milano 2026).

Lungi dal porsi come un succedaneo accattivante alla lettura diretta della monumentale produzione fusariana (che conta ormai oltre trenta volumi), il testo di Calabrò si configura come un “invito alla lettura” e una mappa concettuale integrata. L’autore offre al lettore una visione d’insieme capace di legare i fili conduttori di una riflessione che spazia dall’idealismo classico tedesco all’eredità marxiana e gramsciana, passando per le acute letture di Costanzo Preve e Pier Paolo Pasolini.

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Solo finché si lotta vi è speranza. Intervista a Diego Fusaro (terza e ultima parte)

Cita spesso la frase di Nietzsche: “Da oggi non conta più chi sei stato finora, ma solo chi vuoi essere da oggi in poi”. Perché?

Nietzsche è un autore da cui traggo selettivamente alcune citazioni o riflessioni – a differenza di Hegel o di Marx di cui condivido integralmente l’impianto dialettico e filosofico. Nietzsche, come disse Ferruccio Masini, è uno scriba del caos, quindi si trovano in lui riflessioni talvolta non coerenti che si prestano anche a letture diverse. Quella formulazione mi pare particolarmente felice perché ci suggerisce che non conta, sul piano politico oggi, da dove arriviamo, ma dove vogliamo andare; come diceva Costanzo Preve, al viandante non devi chiedere donde giunga, ma dove voglia dirigersi. In altri termini, non importa se il nostro compagno sia appartenuto alla destra, alla sinistra, al centro o quali trascorsi abbia; importa soltanto chiedergli se intenda andare verso una democrazia socialista radicale, quindi opporsi integralmente al sistema capitalistico come contraddizione fondamentale di questo tempo.

Cosa ne pensa dell’eutanasia? È una libertà da riservare all’individuo?

L’eutanasia è un tema scivolosissimo, in cui ci sono ragioni valide sia presso i sostenitori sia presso i non sostentori. È infatti evidente che, come insegnano i Greci, la vita vale intanto che è buona, degna di essere vissuta; una vita che non abbia più queste prerogative e sia ormai ridotta a sopravvivenza può legittimamente essere tale da indurre il soggetto che la vive a scegliere di non viverla più, in questo senso l’eutanasia ha una sua dignità. Tuttavia, la contropartita è che nella società della performance, del consumo e del capitale si rischia di procedere verso una liberalizzazione disinvolta dell’eutanasia e quindi dello sbarazzarsi di ogni corpo che non sia immediatamente inseribile nei circuiti della prestazione e della produzione, questo è il vero rischio che si corre oggi, a mio giudizio.

D’altro canto il potere si impone sull’individuo anche nel vietare l’eutanasia, obbligando ad accettare la visione per la quale la vita biologica è più importate della vita degna, come è successo all’epoca del CoViD-19.

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