Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Giovani autori crescono

Sempre più spesso riceviamo le mail di collaboratori che ci chiedono l’autorizzazione alla pubblicazione dei loro articoli all’interno di antologie o monografie stampate.

La nostra aspirazione di sempre – che «Filosofia e nuovi sentieri» possa essere trampolino per il lancio di nuove voci del panorama filosofico italiano – diventa così un po’ più tangibile e appagante.

Dunque, nell’incoraggiare nuove collaborazioni (anche in ambito non strettamente filosofico, come dicemmo: https://filosofiaenuovisentieri.com/2020/06/08/filosofia-e-nuovi-sentieri-2020-un-nuovo-corso-per-la-rivista/) chiediamo ai collaboratori che abbiano stampato i propri contributi per FeNS di inviarci la copertina (e magari l’indice) del libro: li raccoglieremo in una sezione dedicata che chiameremo “Nati con FeNS”. Chi sarà il primo?


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Clinica della recensione. Riflessioni storico-sociali intorno al Semmelweis di Borzini

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Quando ricevetti questo libro, Ignac Semmelweis eroe romantico. Il medico ungherese che salvò madri e figli (ed. Scienza Express, ottobre 2019) di Piero Borzini, conoscevo solo superficialmente la scoperta di Semmelweis, senza però avere una serie di strumenti tecnici per definirne il valore specialistico, a parte qualche generale concetto storico di igiene. Sapevo che il bisogno di riforme in senso igienistico si configurava all’epoca come una risposta ai cambiamenti nei modi di produzione suscitati dalla rivoluzione industriale (industrializzazione) in senso capitalistico, che avevano modificato a loro volta in maniera radicale lo stesso sviluppo delle città (urbanizzazione). Igiene, industrializzazione e urbanizzazione erano quindi fenomeni strettamente interconnessi in termini di storia dei servizi sanitari:

L’igiene è quella parte della medicina che ha come oggetto l’uomo sano e come scopo principale la profilassi (letteralmente ‘difesa anteriore’) piuttosto che la cura della malattia. […] Nel secolo scorso è apparso chiaro agli occhi di tutti che lasciare la totale libertà all’iniziativa privata e non imporre, attraverso il settore pubblico, investimenti in opere igienistiche avrebbero distrutto l’umanità, tanto l’ambiente era stato deteriorato dai cicli produttivi industriali e dai processi edilizi sviluppatisi in rapporto all’urbanizzazione. Questi problemi vennero a maturazione più rapidamente in quelle nazioni in cui il modo di produzione capitalistico era più sviluppato: in particolare in Inghilterra.[1]

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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte seconda]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

5. Metafore e narrazione

Benché come esperienza diretta sia estranea a buona parte delle attuali generazioni di europei, la guerra è uno degli eventi più spesso associati alla paura collettiva, e le innumerevoli testimonianze e narrazioni di chi l’ha vissuta fanno parte della nostra “memoria culturale”, per dirla nei termini proposti da Jurij Lotman (1985), a cui abbiamo attinto nel tentativo di dare un senso alle nostre emozioni. Ciò che la pandemia ha in comune con la guerra è il senso di una crisi profonda, che genera paura, e riporta a un passato che si credeva illusoriamente superato. D’altra parte, va considerata la complessità di un quadro metaforico in cui convivono, in una sorta di “continuum semiotico”, le figurazioni del super-eroe evocate da Trump che invita alla battaglia, i ricordi di chi la guerra l’ha vissuta davvero e le percezioni del singolo individuo di fronte a un evento traumatico.

Il frame della guerra diventa uno strumento per esprimere le proprie emozioni, come ben si vede nella testimonianza di un infermiere di una RSA, raccolta dal Corriere della sera:

Ma oggi, qui, tutti, io e i miei “colleghi” ci sentiamo come Enea con Anchise sulle spalle. Il peso ci grava addosso e noi lo sopportiamo, sempre più curvi, abbozzando un sorriso. Ogni giorno ci vestiamo da guerra, con l’armatura e gli scudi per diventare immuni e così siamo irriconoscibili. Entro in reparto e mi immedesimo nello sguardo della signora Angela, “Mimì”. Cosa vede? Un alieno? Un essere strano che però ha una voce amica e un gesto dolce: Vincenzo, ma sei tu?” (“Io, infermiere in una RSA in dialogo con le lacrime”, Corriere della Sera, 3 maggio 2020). Continua a leggere


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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

Introduzione

In questo articolo, si snoda un dialogo intorno alle problematiche comunicative legate alla diffusione della pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. A partire dalle diverse competenze e prospettive disciplinari, i due autori si scambiano domande e riflessioni critiche riguardanti la centralità della scienza nel discorso pubblico, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’uso del linguaggio figurato nella narrazione della pandemia, il potenziamento della comunicazione digitale e le possibili conseguenze di carattere cognitivo, fino ai problemi sollevati dalla didattica a distanza.[1]

  1. La voce dello scienziato

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: la comparsa degli scienziati sulla scena pubblica, chiamati in causa dai politici per intervenire nei processi decisionali. Tutti ascoltavano con trepidazione le loro voci e i loro pareri, nella speranza che la Conoscenza Scientifica potesse sconfiggere il nuovo e invisibile “nemico”, che in pochi giorni ha fatto saltare ogni certezza. Perfino gli abituali denigratori della Conoscenza Scientifica sembravano chiusi nel silenzio. Ma, di certezze, gli scienziati ne avevano ben poche, come è normale che succeda di fronte a un fenomeno nuovo: e così, le aspettative hanno lasciato il posto alla sfiducia, alimentata da un acceso dibattito tra scienziati che, talvolta, non hanno saputo valutare l’impatto mediatico di affermazioni più consone alla comunicazione tra specialisti.

Fuori dall’Italia, le cose non sono andate molto meglio: alcune ricerche confermano, ad esempio, che anche in Spagna i sentimenti negativi della popolazione sono stati alimentati dal flusso di informazioni contraddittorie, mentre un’efficace comunicazione del rischio richiederebbe chiarezza e trasparenza (Heras-Pedrosa, Sánchez-Núñez e Peláez, 2020). Resta però aperta una questione di fondo: come conciliare la cautela dello scienziato con il bisogno di certezza? Come infondere fiducia senza sacrificare il dibattito? Come orientare il cittadino in mezzo al concerto stonato di voci discordanti? Continua a leggere


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Leo Strauss, filosofia e retorica nello spazio della caverna politica

Nella storia della civiltà occidentale il discorso politico ha incrociato più volte (e continua tuttora) il suo cammino con l’esercizio della retorica e il conseguente ricorso alla segretezza. Nelle società antiche specie nel mondo romano, il ricorso alla riservatezza e alla dissimulazione erano aspetti decisivi per assicurare il bene della res publica garantendone di fatto  la sua integrità. La salus rei publicae doveva essere preservata anche grazie alla delicata architettura di poteri occulti icasticamente rappresentati dagli arcana imperii et dominationis di tacitiana memoria mediante i quali il ricorso alla riservatezza e persino alla menzogna era in grado di alimentare il fisiologico rapporto tra imperium e secretum. La moderna visione liberaldemocratica della politica sembrerebbe al contrario aver stigmatizzato il ricorso alla menzogna politica, esprimendo l’interesse a perseguire un controllo del potere esercitato dal popolo nelle forme previste dai nuovi modelli civili prima ancora che politici. L’idea di una tale forma di “potere visibile” avrebbe dovuto sancire una rottura netta rispetto al passato, ristrutturando dall’interno gli strumenti di controllo del potere, attraverso i quali si era riusciti per secoli a legittimare in modo pressoché assoluto l’auctoritas dei sovrani secondo il principio quod pricipi placuit, legis habet vigorem (Il giurista Ulpiano (II secolo d.c.)  precisa: «Quod principi placuit, legis habet vigorem: utpote cum lege regia, quae de imperio eius lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat.».  Digesta, I, 4, 1.) Continua a leggere


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Varietà e insiemi dell’esistenza

Abstract: We observe the variety of existence through three arguments: mathematical; logical; quantum. So we formalize the concept of set mathematical.

Indice:
Introduzione: Motore filosofico

Capitolo primo: La varietà

  1. Matematica della varietà
  2. Logica della varietà
  3. Quantistica della varietà

Capitolo secondo: Gli insiemi

  1. Distinzione fra classi e insiemi
  2. Il sistema generale
  3. Assiomatizzazione del concetto di insieme

Conclusione:  Discorso sulla varietà Continua a leggere


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Cosa può generare una crisi economica e sociale?

Premessa

L’emergenza pandemica non avrà solo delle conseguenze sulla salute nei vari Stati, ma andrà ad incidere notevolmente sulle comunità dal punto di vista economico e sociale. Tanto è vero che, tutti gli istituti economici più qualificati mettono in evidenza la perdita dei P.I.L. dei singoli Stati, con delle conseguenze notevoli nella società.
A fortiori, già nella fase di massima espansione del virus in Italia,  si notavano delle spinte disgregatrici nella società, a causa delle mancanza di efficacia della Pubblica Amministrazione nel distribuire aiuti economici alle fasce sociali più colpite e in difficoltà.
Ebbene, in questi mesi sono andati formarsi sull’onda emotiva della crisi dei veri e proprio movimenti “ liquidi”, come forma di protesta nei confronti delle Istituzioni nazionali e sovranazionali.
Va pure evidenziato, come nei periodi di crisi economica è consuetudine il formarsi di movimenti sociali, che possono avere diverse caratterizzazioni, ma tutte hanno un elemento comune che è il sovvertimento dell’ordine politico e sociale.
È dirimente, prendere in considerazione che l’eventuale crisi economica che deriverà dall’emergenza pandemica, si andrà ad aggiungere ad altri fattori, quali la crisi della globalizzazione e del paradigma economico e sociale neo-liberale, i quali avevano già determinato la crisi economica del 2008, da cui alcuni Stati, come l’Italia, non erano del tutto usciti.
È  fondamentale immaginare una ricostruzione di una società intermediata non solo dal punto di vista formale, ovvero con la nascita di nuovi corpi intermedi, ma risulta opportuno che si sviluppino nuove visioni e nuovi manifesti politici e culturali delle varie grandi ideologie, dal momento che in questi anni è venuta a mancare la funzione delle formazioni sociali nel nostro Paese, generando degli impulsi estremisti e disgregatrici che possono portare a conseguenze, molto spesso non immaginabili.
Ciò che è avvenuto nelle Piazze di Milano e Bologna, ovvero le manifestazione dei gilets arancioni, nonostante i numeri modesti che hanno fatto registrare, non possono essere, però, sottovalutate dal momento che in mancanza di formazioni sociali, che mitigano gli istinti e la rabbia dei cittadini, a causa delle difficoltà economiche, possono determinare scenari che ad oggi sono impensabili ed inimmaginabili, ma che negli anni possono avere risultanze differenti.
D’altronde, un esempio lampante è possibile rintracciarlo nel movimento dei Gilets Jaunes, che è nato nel 2018  per l’aumento dei prezzi sul carburante, ma in pochi mesi la protesta è diventata uno scontro sociale, dal momento che i gilets gialli rimarcavano nel loro manifesto e nelle proteste in piazza lo status delle classi più deboli, rivendicando maggiori diritti sia nell’ambito lavorativo che socio-economico. 
Altresì, nonostante potrebbe sembrare un paragone lontano e molto risonante, ma le istanze e le rivendicazione sia dei Gilets Jaunes che dei Gilets Arancione, fino ad arrivare al V-Day, sono confrontabili al manifesto del movimento dei fasci del 1929.
È lapalissiano che non si vuole esprimere giudizi o caratterizzare i movimenti odierni, con ciò che è avvenuto nella prima metà del ‘900, piuttosto è stimolante per la discussione posta in essere mettere in evidenza dei tratti comuni, seppur con parabole e risultanti diverse tra esse.
In conclusione, il ragionamento centrale  e rilevante da prendere in considerazione è che questi movimenti i quali hanno una forte spinta sociale, proveniente dalle criticità sociali non possono essere caratterizzate ed inquadrate in un unico “ campo politico”, bensì la particolarità è proprio la provenienza culturale, sociale e politica trasversale degli attivisti e dei cittadini che aderiscono a suddetti movimenti. Continua a leggere


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Il problema dell’immediatezza

Raramente mi capita di commuovermi leggendo pagine di un libro di carattere filosofico. Spesso ne rimango colpito, non poche volte mi taccio e accolgo brividi sulla cute delle braccia, ma solo in alcune, eccezionali occasioni rimango commosso – laddove, beninteso, la commozione non si intende come lacrime di emozione, bensì come una profonda sensazione di sbigottimento, a metà tra l’incapacità di parlare, talora anche di pensare, di fronte a un’enorme grandezza, e l’immensa gioia per la presenza della stessa. Questa sera si è verificato uno di tali, sporadici casi. Non è di grande interesse in sé, me ne rendo conto; però è funzionale allo sviluppo di un discorso che, a parer mio, potrebbe rivelarsi in fondo interessante, perciò prego il Lettore di avere pazienza, se vorrà, e di seguirmi per un po’, con comprensione e clemenza quanto possibile, verso l’introduzione di un interrogativo frizzante.
Lo scritto in questione era un piccolo prologo di Pavel Florenskij a una sua opera maggiore; non è necessario sapere chi Florenskij fosse, né di quale opera si tratti, poiché tale prologo ha una funzione quasi a sé stante. Esso, benché lo stampo filosofico sia innegabile, più che un trattato discorsivo appare come una semplice descrizione: la descrizione dei sentimenti dell’Autore durante il momento del crepuscolo, e le riflessioni annesse. Neanche troppo originale, si penserà. Eppure sono pagine di una potenza rara – le immagini rievocate, i simboli utilizzati, i concetti espressi in maniera semplice e lapidaria, rendono l’introduzione in questione (il cui titolo è Sulla collina Makovec) una lettura memorabile. Ma non siamo qui per tesserne le lodi. Al di là della bellezza, infatti, che magari può essere frutto di un giudizio puramente soggettivo, il testo sa offrire alcuni spunti sui quali vale la pena soffermarsi. Continua a leggere

Recensioni


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Il rischio di pensare. Un saggio di Paolo Calabrò su scienza e paranormale in Rupert Sheldrake

Il rischio di pensare.
Il titolo del libro di Paolo Calabrò, da poco pubblicato con Progedit e dedicato al pensatore e biochimico britannico Rupert Sheldrake, è molto azzeccato: nell’opera di Sheldrake, infatti, vengono messi in questione presupposti considerati intoccabili dalla scienza e vengono presi in considerazione, come scientificamente interessanti e passibili di studio sperimentale, fenomeni quali la telepatia, la capacità di premonizione degli eventi, che sono sempre stati bollati come superstizione o come trucchi di prestigio. La sua opera è insieme critica del dogmatismo della scienza e apertura di nuovi orizzonti. Ecco perché è rischiosa: va controcorrente, sfidando quelli che sono diventati i luoghi comuni della scienza. La maggior parte degli scienziati si rifiuta di prendere sul serio il “paranormale” o “fenomeni psi” che invece Sheldrake tematizza con la massima serietà. Continua a leggere


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Kant tra tempo ed eternità

Abstract: l’articolo affronta la riflessione kantiana inerente alla fine di tutte le cose, come narra il titolo stesso del suo saggio dedicato a tale argomento. Scopo del breve scritto e comprendere come Kant interpreta la fine e la soluzione che funge da baluardo alla sua riflessione tipicamente razionale.

«È d’uso comune, soprattutto nel linguaggio della pietà religiosa, attribuire a un uomo che sta morendo il seguente modo di dire: egli sarebbe sul punto di passare dal tempo all’eternità. Tale espressione non vorrebbe dir nulla, di fatto, se qui per eternità si dovesse intendere un tempo che si protrae all’infinito» (I. Kant, La fine di tutte le cose, a cura di A. Tagliapietra, Bollati Boringhieri 2006, p.7). Da questo passo della Fine di tutte le cose emerge il problema del passaggio dal tempo all’eternità che suppone una frattura del continuum tra i due termini. Kant spoglia il passaggio dall’uno all’altra del significato religioso in cui affonda le sue radici e annulla l’attraversamento del ponte che lega tempo ed eternità poiché non ha luogo: «Il passaggio resterebbe del tutto temporale, significando solo la transizione di un tempo ad un altro» (F. Desideri, Quartetto per la fine del tempo, una costellazione kantiana, Marietti, Genova 1991, p. 153).

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L’arte di essere felici

Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più difficili da catturare, ma anche il più irrinunciabile, tutti gli esseri umani aspirano alla felicità.

La ricerca della felicità è un tema molto ampio, sul quale l’uomo ha riflettuto in ogni periodo storico. Il termine felicità deriva dal greco “eudaimonia” ed indica lo stato di chi è felice, di chi è appagato. Eudaimonia è l’unione di due parole eu (bene) e daimon  (demone), rimanda a una condizione di vita buona, una dottrina che ripone il bene sommo nella felicità.

Con la filosofia socratica-platonica, la felicità viene dissociata dalla fortuna e legata alla virtù, fondata sulla capacità dell’ individuo di affermare la sua aspirazione al bene, ritenendo che gli uomini potessero sottrarsi all’imprevedibilità della sorte, costruendo una vita moralmente buona, ispirata agli ideali di moderazione e contenimento razionale dei desideri e delle passioni.

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La rappresentanza e l’avvento della Democrazia digitale

a. Nuove modalità di partecipazione e democrazia

La crisi della democrazia è rintracciabile nelle scelte politiche poste in essere negli ultimi decenni caratterizzati dalla condivisione da parte dei partiti politici delle idee neo-liberali come l’individualismo e il libero mercato privo di ogni regolamentazione.

Tali opzioni hanno portato conseguenze sociali tra cui la cosiddetta disintermediazione politica, considerato che non esistono più formazioni sociali sui territori che realizzano quel raccordo tra la popolazione e le istituzioni, provocando così un allontanamento e un astensionismo dalla cittadinanza attiva.

La riflessione da cui si deve partire riguarda, inevitabilmente, il modo in cui a tale nuova dimensione proiettata verso il futuro si unisca la collettività e la coerenza con la Costituzione.

Da ciò scaturisce la nascita di nuove modalità di partecipazione alla vita politica, alimentate anche dal mutamento della società moderna, la quale si proietta sempre di più in una dimensione connettiva e telematica.

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