
Introduzione
Negli ultimi anni il tema del benessere emotivo dei giovani è divenuto oggetto di un’attenzione crescente nel dibattito internazionale, attraversando ambiti disciplinari diversi: dalla filosofia sociale alla psicologia culturale, dai media studies alle politiche educative. In particolare, all’interno delle cosiddette digital societies, l’aumento di fenomeni quali ansia, senso di inadeguatezza, fragilità relazionale e solitudine giovanile è spesso interpretato come un effetto collaterale di un uso eccessivo o disfunzionale delle tecnologie digitali. Tale impostazione, tuttavia, tende a presupporre una separazione concettuale tra soggetto e correlato ambiente, attribuendo il disagio prevalentemente a deficit individuali di autoregolazione, resilienza o competenza emotiva.
Una parte significativa della letteratura contemporanea propone risposte fondate su strategie di adattamento soggettivo: educazione ai media, mindfulness digitale, allenamento alla resilienza emotiva[1]. Sebbene tali approcci abbiano il merito di riconoscere la dimensione affettiva dell’esperienza digitale, rischiano di inscriversi all’interno di una logica implicitamente performativa, nella quale il benessere emotivo viene concepito come una risorsa individuale da ottimizzare, monitorare e dimostrare. In questo quadro, la vulnerabilità tende a essere trattata come una disfunzione da correggere, piuttosto che come un indice critico delle condizioni sociali e simboliche in cui l’esperienza prende forma[2].
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