Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


Lascia un commento

Il problema della sensibilità

Mi ponevo poco tempo fa il seguente quesito: «Da dove deriva la differenza di sensibilità nelle persone?», ovvero perché c’è una netta e innegabile differenza tra i “gusti” degli individui? I gusti, per carità, son gusti; ma sono sicuro che chiunque, posto davanti alle estreme, seppur logiche, conseguenze di tale affermazione, riconsidererebbe il suo valore di verità universale – perché se è vero che de gustibus non eccetera, è altrettanto indubbio che vi sono gusti e gusti. Per capirci in due parole, è evidente che un paragone tra Jovanotti e Diodato non desti lo stesso scalpore di quanto non faccia uno tra Jovanotti e Chopin. Questo, lo dico subito, lo prendo come un assunto; penso, comunque, che sia facilmente verificabile: chiunque ascolti una simile comparazione, infatti, storcerà, come minimo, il naso, persino gli stessi fan di Jovanotti. È come se si sapesse già, in qualche modo, forse solo perché ce lo siamo sentiti ripetere sin da piccoli, che Chopin è una colonna portante della musica di tutti i tempi, mentre Jovanotti… Ora, se fosse vero che “ognuno ha i suoi gusti”, allora un qualsiasi individuo potrebbe affermare che Jovanotti è nettamente migliore di Chopin senza incorrere nella benché minima obiezione e rimanendo giustificato nel pensarlo – tuttavia, di nuovo, reputo che l’esperienza quotidiana mostri come questo non accada. Pare invece che una simile frase non dipenda dai gusti, ma sia proprio, inevitabilmente, sbagliata. Dunque ci sono questioni che dipendono dall’apprezzamento soggettivo (Jovanotti può essere migliore o no di Diodato) e altre che invece rimangono oggettive (Jovanotti non è migliore di Chopin, punto)? Com’è possibile, però, una simile situazione? Qual è, da un punto di vista logico, la differenza tra la due affermazioni? Che nella seconda il termine di paragone è troppo superiore? Ma se il criterio è soggettivo, in base a cosa lo si può dire? Le uniche due conseguenze possibili, a mio avviso, sono o che sui gusti non bisogna davvero discutere, e quindi è possibile che Jovanotti sia migliore di Chopin, oppure che quest’ultima frase risuoni quasi come una blasfemia, e dunque che l’apprezzamento del singolo per Jovanotti non renda questi un musicista più grande di Chopin. Posto che la prima ipotesi sia intuitivamente scorretta (il che non si significa che lo sia necessariamente, ma che la si percepisce come tale la maggior parte delle volte), e che dunque sia corretta la seconda, ciò fa sì che si crei una discrepanza tra quanto è soggettivo, quel che pare ai singoli, che apprezzano o detestano una certa opera, un certo artista, e quanto è la realtà; in poche parole, si è liberissimi di preferire Jovanotti a Chopin, ma quest’ultimo è e rimarrà comunque un musicista oggettivamente migliore del primo. Dove porta allora una simile teoria – che poi, a guardar bene, è in realtà una semplice constatazione? Ecco, pare logico che se si accettano tutti questi presupposti, si debba, in virtù di essi, riconoscere anche l’esistenza di un bello quasi oggettivo, di una nozione di qualità intrinseca a un’opera che non dipenda dai nostri “gusti”; si deve cioè accettare, sia che Chopin mi piaccia, sia che io lo detesti, che egli è stato un grande musicista. Però allora come mai non mi piace? Qui sta il nocciolo della faccenda. Continua a leggere


1 Commento

«Il Regno è vicino». Escatologia e ateismo cristologico in Ernst Bloch

 

 

 

Introduzione

Nel presente articolo vorrei evidenziare la particolare prospettiva di redenzione escatologica formulata dal filosofo marxista Ernst Bloch. Il pensiero di Bloch, come quello di altri grandi teorici marxisti del secolo scorso, è infatti stato profondamente animato dall’idea di una ri-fondazione dell’umanità attraverso il superamento delle sovrastrutture oppressive che ne hanno impedito il pieno sviluppo. Nel far questo, però, il filosofo tedesco ha proceduto secolarizzando le istanze apocalittiche del pensiero religioso, prospettando una parusia laica dominata dalla nascita dell’homo novus. Si metterà dunque in luce come l’idea marxista che la storia abbia una senso di marcia, direzionato al conseguimento di un traguardo specifico e pacificante, sia per Bloch certamente desunta dalla teologia e trovi forti testimonianze anche nelle Scritture.

1. Teologia della storia e marxismo

Nel suo Significato e fine della storia, Karl Löwith afferma che «la filosofia della storia dipende interamente dalla teologia, cioè dall’interpretazione teologica della storia come storia della salvezza» (Löwith 1998, p. 21). Infatti, «la moderna filosofia della storia trae origine dalla fede biblica in un compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello escatologico» (ivi, p. 22). In questo senso andrebbe interpretato l’idealismo hegeliano, con il quale Hegel riteneva «di essere rimasto fedele al cristianesimo e di attuare il regno di Dio sulla terra» (ivi, p. 79), o il materialismo marxista, secondo cui l’attuale sistema capitalistico-borghese precede la rivoluzione ed il «terreno regno di Dio» della società futura (ivi, p. 55). Continua a leggere


1 Commento

Son forse io il custode di mio fratello?

Tra le migliaia di domande della Bibbia, quella di Caino è forse la più drammatica di tutte, esprime nello stesso tempo menzogna, indifferenza e cinismo. Caino sapeva benissimo dov’era suo fratello, perché lo aveva appena ucciso.

Questa domanda risuona, nel nostro tempo attraversato da mutamenti demografici e sociali, da eventi che ci consegnano un mondo diverso da quello che abbiamo conosciuto, è una domanda che chiede conto dell’umanità di tutti e che necessita di risposte, che non può esimerci da una profonda riflessione sul significato di essere gli uni custodi degli altri.

L’altro irrompe nella nostra vita, obbliga a interrogarci ” Son forse io il custode dell’altro?” L’interrogazione di Dio a Caino “Dov’è tuo fratello Abele?” esige una risposta concreta, chiede conto di un dove, di un luogo. Per rispondere non si può guardare solo a sé stessi: bisogna aprirsi alla realtà e al mondo. Sono interrogativi ai quali non si può sfuggire, che implicano la responsabilità di vedere nell’altro la sua sofferenza, la sua precarietà, la sua fragilità, la sua rabbia, ma anche il suo essere risorsa e aiuto per noi. L’assunzione di questa responsabilità richiede un’interrogazione profonda nelle comunità, l’instaurarsi di relazioni pratiche umane, un ascolto attento delle paure, l’aprirsi ad uno scambio sociale, basato sulla reciproca conoscenza. Non sembra un caso che il termine “responsabilità” trovi la sua radice etimologica nella parola risposta: l’altro ci interpella, chiede di “esserci”, di diventare interlocutore. Secondo Lèvinas, in questa domanda, che di fatto presuppone che l’altro non ci riguardi, troviamo l’origine dell’immoralità, per Lèvinas, infatti, la naturale responsabilità verso l’altro ci costituisce come esseri morali.

Continua a leggere


Lascia un commento

Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – Parte seconda

(traduzioni dall’inglese di Stefano D’Agostino / Paolo Calabrò)

[Leggi la prima parte dell’intervista]

8. In che senso e in che modo la scienza dovrebbe coinvolgere la gente, invece di continuare a essere fatta dai soli specialisti?

In passato, la scienza coinvolgeva molta gente comune, persone che non erano né specialisti né possedevano formazioni scientifica. Nei libri L’origine delle specie e La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico, Charles Darwin ha attinto all’esperienza di innumerevoli esploratori, coltivatori di piante, allevatori di animali, appassionati di piccioni, padroni di cani e altri. Nella mia ricerca personale sui cani che sanno quando i loro padroni torneranno a casa, e sulla sensazione di essere osservati, anch’io ho attinto all’esperienza di migliaia di non specialisti che possedevano informazioni preziose da condividere sul comportamento dei loro animali, quali cani, gatti, pappagalli e cavalli. Alcune persone hanno condivido anche le loro esperienze in relazione a fenomeni quali la telepatia telefonica, la consapevolezza di chi stia chiamando prima di rispondere e di vedere il numero in ingresso, o la sensazione di essere osservati, percependo quando vi è qualcuno che li guarda alle spalle. In settori della scienza interessati al comportamento umano e animale, attingere all’esperienza della gente comune circa le loro esperienze personali e le loro osservazioni degli animali che conoscono bene costituisce una risorsa di enorme importanza per la ricerca, come ho mostrato nei miei libri The Sense of Being Stared At e Dogs That Know When Their Owners Are Coming Home. Chiaramente alcuni settori della scienza dipendono dagli specialisti: la gente comune non è in grado di costruire il telescopio spaziale Hubble e osservare galassie distanti, o di costruire un Large Hadron Collider per studiare il bosone di Higgs.

9. Come potremmo servirci dei comportamenti degli animali, indipendentemente dalla comprensione che ne abbiamo?

Come ho mostrato nel mio libro Dogs That Know When Their Owners Are Coming Home ci sono molti aspetti del comportamento animale che non sono ben compresi ed è possibile effettuare molti semplici esperimenti per saperne di più su questo comportamento. Per esempio, nella mia ricerca ho mostrato che i cani sono in grado di sapere quando i loro padroni stanno tornando a casa anche quando questi ultimi fanno ritorno ad orari e con mezzi inusuali, evidenziando così che la conoscenza dei cani non è semplicemente una questione di routine o al percepire odori o suoni di veicoli familiari. Succede qualcosa di più interessante, che penso sia più comprensibile come telepatia.

Continua a leggere


Lascia un commento

Evoluzione radicale. Intervista esclusiva a Rupert Sheldrake – Parte prima

(traduzioni dall’inglese di Stefano D’Agostino / Paolo Calabrò)

1. In che senso Lei parla di “evoluzione radicale”?

Non ricordo d’aver utilizzato l’espressione “evoluzione radicale”. Nel mio Le illusioni della scienza ho usato l’espressione “scetticismo radicale”; tuttavia, “evoluzione radicale” è in effetti una buona descrizione delle mie idee sulla risonanza morfica. La teoria evoluzionistica della biologia convenzionale parla dell’evoluzione di microbi, funghi, animali e piante in termini di mutazioni genetiche, selezione naturale e modificazioni epigenetiche. Ma la teoria evoluzionistica è stata confinata alla biologia fino al 1966, più o meno, quando l’intera cosmologia è diventata evoluzionistica. L’intero universo è cresciuto a partire dall’infinitamente piccolo nel Big Bang, quando sostanzialmente non c’erano strutture, faceva molto caldo e ogni cosa si è evoluta da quel momento, compresi gli elementi chimici, molecole, cristalli, stelle, galassie, pianeti ed ecosistemi. In tal senso, l’intero cosmo è radicalmente in evoluzione. Eppure la maggior parte degli scienziati continua a credere che questo processo sia governato da leggi eterne di natura fissate una volta per tutte al momento del Big Bang. Sostengo che queste cosiddette leggi eterne siano in realtà siano più simili ad abitudini che si evolvono insieme alla natura e in tal senso la mia ipotesi è ancora più radicale della cosmologia evoluzionistica.

2. Causalità formativa, risonanza morfica, mente estesa: una scienza nuova, o una nuova frontiera della scienza?

La causalità formativa, la risonanza morfica e la mente estesa sono nuove frontiere della scienza, non delle nuove scienze. Nel mio primo libro, A New Science of Life, discuto su come la causalità formativa possa contribuire a spiegare la biologia dello sviluppo e la formazione di cristalli e molecole. Questo principio è parte di una scienza della morfogenesi, vale a dire l’assunzione di forme. La risonanza morfica contribuisce a spiegare l’eredità delle forme e la memoria collettiva delle specie biologiche che è alla base degli istinti. La mente estesa sorge attraverso i campi estesi delle menti, che non sono confinate ai cervelli ma si estendono ben oltre, proprio come i campi magnetici si estendono al di là della struttura materiale del magnete, così come similmente il campo gravitazionale della Terra si estende oltre il pianeta e come il campo elettromagnetico dei telefoni mobili si estende al di là della loro superficie in maniera invisibile. Il mio primo libro si intitola A New Science of Life perché si spinge oltre l’approccio molecolare alla biologia – che è stato, ed è ancora, predominante nelle scienze biologiche – fino a includere i campi morfogenetici e la risonanza morfica, dando luogo a principi formativi e a dei tipi di ereditarietà che sono sconosciuti alla normale biologia meccanicistica.

Continua a leggere

Recensioni


Lascia un commento

Filosofia del tempo e significato della storia. Un saggio di Claudio Tugnoli edito da Tangram

«Che cos’è dunque il tempo? – si domanda Agostino. – Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più». La domanda sul tempo, insieme a quella sull’essere, inquieta da sempre i filosofi, e continua a farlo: la dissoluzione cui tutto va incontro – persone, cose, ogni tipo di esistenza – mette a dura prova il più candido degli ottimismi. Se è vero che il tempo ogni piaga guarisce, è anche vero che tutto annichilisce. Ma allora, se tutto è votato a finire nella stessa cascata dell’estremo divenire, come fare a dare un senso al mondo, alla vita, alla storia?

Continua a leggere


2 commenti

L’automa e il suo doppio (Distopia sulla scuola)

Slappy venne lasciato da un inserviente nella cabina numero 101 su una scrivania in legno trascurata dal tempo. Non appena l’inserviente se ne fu andato, accese i suoi led e compì un rapido giro sul proprio asse, emettendo il suo tipico ronzio. Poi si fermò e, come da programmazione, rimase in attesa. Passati alcuni istanti, sul fondo della stanza, immersa nella penombra, una voce squillò:

– Lo sapevo! Lo sapevo! Uno Slappy ver. 3.0, incredibile! Il rinomato della tecnica, la promessa di un futuro radioso, sostituito ed abbandonato quaggiù, a tener compagnia ad un povero vecchio!

Quelle parole parvero sollevare un po’ della polvere che riempiva l’aria e abbacinava la scarsa luce presente nell’angusto locale e proveniente da una sorgente esterna filtrata dalla minuscola finestra semichiusa. Slappy, però, non se ne fece un problema, come da manuale. Emise un laconico bip e rispose:

– Così recita la mia programmazione: “Modello autoriale di istruzione programmata”

– Già, modello autoriale! – lo riprese l’uomo – Istruzione programmata! Quante belle parole inutili!

– Giudizio ostile. Non rispondente alla realtà! – rispose il piccolo automa.

Dopo questa risposta, trascorsi alcuni eterni attimi, l’uomo emerse per intero dal fondo della stanza, e, presa una sedia, sedette accanto alla scrivania, in modo sì non ergonomico, ma per lui comodo. Una ciocca bianca e diradata copriva la sua testa mentre un dorso scavato ed ossuto occupava quasi per intero la modesta sedia, segnata dagli anni, e sinistramente disegnata nella penombra del resto della stanza. Continua a leggere

Recensioni


Lascia un commento

Le Afriche di Marinetti – Un saggio di Milena Contini

Le Afriche di Marinetti – Viaggio nelle pagine africane del “barbaro” futurista profuma ancora di inchiostro. Milena Contini, che insegna letteratura italiana all’Università di Torino, l’ha pubblicato or ora per i tipi di Aracne (Roma, luglio 2020).

Ad eccezione di un breve periodo (1920-1924) di critica al fascismo, considerato un regime “passatista” e compromesso con la borghesia liberale, Filippo Tommaso Marinetti, aderì caldamente al Partito Fascista, indossandolo come un abito che, col passare degli anni, cadeva sempre meglio sulle sue spalle. Marinetti si autodefiniva “sansepolcrino” poiché aveva partecipato da protagonista all’atto di fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento che si erano costituiti a Milano il 23 marzo 1919 durante una adunata tenutasi in piazza San Sepolcro. Questa sua adesione al Partito Fascista fa sì che su nome di Marinetti sia tuttora presente un’etichetta con scritto a chiare lettere, giustamente, “maneggiare con cautela”. Milena Contini riesce nell’impresa in modo egregio: maneggia Marinetti con la dovuta cautela ma scava con grande autorevolezza tanto nel personaggio che nella sua sterminata produzione letteraria, drammaturgica e pubblicistica. Basti pensare che per esplorare l’Africa (le Afriche) declinata da Marinetti, essa esplora oltre cento (centodieci per l’esattezza) tra opere e articoli dell’autore futurista.

A chi, come me, ha frequentato il liceo negli anni sessanta, la scuola ha insegnato ben poco di Marinetti. Erano anni ancora troppo vicini alla caduta del regime per poter parlare serenamente della cultura di quel periodo, soprattutto se gli esponenti di quella cultura sostenevano, ciascuno con le proprie sfumature, l’ideologia fascista. Ciò vale non soltanto per Marinetti, ma anche per altri grandi artisti, come il pittore Giacomo Balla e Umberto Boccioni, straordinario scultore. A scuola imparammo solo della loro appartenenza a un movimento d’avanguardia, quello futurista, che avrebbe avuto importanti conseguenze nel panorama artistico europeo. Delle arti figurative e dei loro innovativi linguaggi qualche esempio ci fu mostrato, ma sull’arte letteraria, quella della parola, fu steso un pudico velo poiché la parola, quella di Marinetti in particolare, era un veicolo troppo esplicito di violenza. Una violenza che non era solamente rivoluzionaria ma aveva anche la parvenza di una violenza per la violenza, tale da assurgere a dichiarazione politica, estetica e filosofica.

Per quanto riguarda Marinetti, a scuola ci fu negata ogni possibilità di prendere un contatto diretto, fisico oltre che intellettuale, con le vette espressive e poetiche dell’autore futurista. Fummo istruiti sulle innovazioni dell’espressione linguistica, drammaturgica e artistica introdotte da Marinetti. Tra queste, l’aver “liberato” le parole dalle stantie e “passatiste” regole grammaticali e sintattiche a favore dell’immediatezza simbolica e della vitalità espressiva. Tuttavia ci fu precluso qualunque contatto col testo. Come spiegare agli adolescenti che eravamo che quel nuovo lirismo fatto di immagini geniali quanto crude, fatto di inimmaginabili metafore, ricco di colori, di odori e di sapori andava a braccetto ed era tutt’uno con una quasi delirante idolatria della violenza, della guerra e del fascismo? Come spigare, “ex catedra” che Marinetti intendeva liberare il mondo dalla “fetida cancrena di professori, di archeologi, di ciceroni, di antiquari”? Come spiegare che quella rivoluzione linguistica ed espressiva destinata a sedimentarsi in tutta l’arte del Novecento creava anche i presupposti perché si realizzassero nuove stucchevoli retoriche dal sapore fastidiosamente reazionario? Impossibile insegnare tutto ciò a degli imberbi ragazzotti. Era più semplice stendere un velo di silenzio e, a conti fatti, assieme all’acqua sporca è stato buttato via anche il bambino.

Milena Contini strappa questo velo e ci mostra tutto. Lo fa con stile e con la fredda professionalità del caso, senza per questo negarsi e negarci il piacere talora esplosivo delle vette espressive del poeta. Lo fa prendendo le dovute distanze ma senza reticenze, mostrandoci Marinetti nella sua più totale nudità. La sua più alta poetica assieme agli abissi più turpi. Ci mostra come la biografia si mescoli inscindibilmente con l’arte, come la psicologia si intrecci col vissuto, come le espressioni si intreccino con le filosofie soggiacenti, portino queste il nome di Henri Bergson, di Georges Sorel o di Friedrich Nietzsche.

Marinetti nacque in Africa, ad Alessandria d’Egitto, dove viveva una consistente e operosa comunità italiana. Ci visse a lungo, fino alla tarda adolescenza, imparando il francese e l’arabo, con tanto di espressioni gergali popolari. L’Africa vissuta da adolescente riempirà le sue vene con le sensazioni estreme che, a quell’età, il mare, la sabbia, il sole, i profumi, gli odori, le storie e i miti possono dare a un ragazzo. Tutto ciò gli apparterrà per sempre e uscirà a fiotti nelle sue opere. Trasferitosi in Europa, in Francia e in Italia, tornerà più volte in Africa, come giornalista e come combattente, approfondendo sempre più il suo intimo rapporto col continente africano assorbendo altri odori, altri sapori, altri miti. Tutto ciò costituirà un archivio di memorie che conserverà vive nel fisico oltre che nell’intelletto. Milena Contini estrae, ad una ad una, queste memorie dagli scritti del poeta futurista e le accompagna, parafrasandole a dovere, con la sua voce narrante. Chi legge finisce col rimanere sommerso da un profluvio di espressioni, immagini, metafore fulminanti, ma anche di colori, odori, sapori che escono quasi vivi (ma talora anche morti e putrefatti) da quella penna geniale.

Se ne ricava un’immagine di un’intellettuale raffinatissimo e nel contempo ripugnante. Ci si domanda (parlo per me) come riescano a coesistere nella stessa persona le più elevate raffinatezze linguistiche, espressive e poetiche, con le peggiori bassezze. Un divino poeta che non esista a mescolarsi con la feccia del fascismo più bieco e che riesce a coniugare le vette poetiche con la peggior misoginia e il maschilismo più spietati, con una ossessione sessuale va ben oltre i livelli della patologia e con una altrettanto patologica ossessione per la crudeltà, il sangue, l’antropofagia, sbudellamenti, evirazioni, fallofagia et simila.

Leggendo queste pagine viene spesso da pensare alla natura umana e a come in questo strano animale la sostanza del bello si mescoli con la più infima sostanza del male, del brutto, dell’osceno. Le due sostanze si mescolano ma non si fondono. Nell’intelletto dell’uomo, il bello e il brutto non si miscelano come i colori che, mescolati tra loro danno luogo a un mediocre colore intermedio. Si mescolano piuttosto come un conglomerato di pietre, nel quale ogni pietra resta quello che è e dal quale se ne può estrarre a piacimento l’una o l’altra. È così che nello stesso individuo coesistono il bene e il male, il bello e il brutto, il divino e il satanico. Marinetti non provava remore ad accostare, in una sola riga, il divino e l’osceno.

Viene anche da pensare (continuo a parlare per me) che il divino e l’osceno siano categorie mentali cui ciascuno di noi dà il peso e il valore morale che vuole. Ognuno di noi si dà una scala mentale su cui dispone i propri valori: diciamo che pongo a cento il massimo del bello e a zero il massimo del brutto (l’osceno). La scala dei valori (che corrisponde in fondo a una scala dei voleri o dei desideri) non è universale, uguale per tutti. Quel che per me, per le mie esperienze, la mia educazione, i miei desideri, si colloca, diciamo, sul dieci, per altri – portatori di altre esperienze, educazione e desideri – può collocarsi, diciamo, sul settanta. Su scale metriche identiche, i valori pesati sulle singole scale individuali di ciascuno sono incommensurabili. Pertanto, i giudizi etici e quelli estetici non vanno presi con eccessiva rigidità ma neanche con eccessiva rilassatezza. E questo vale anche per il giudizio che si vuol dare a un poeta e a un uomo come Marinetti.

André Gide lo definì un vanesio. Giudizio tranchant sul quale si può convenire, ma nel poeta futurista c’è senz’altro di più, molto di più.

Un’opera che dall’argomento specifico porta il pensiero del lettore a indagare sul tema particolare ma invita anche a viaggiare lontano è un’opera che val la pena di essere letta. Le Afriche di Marinetti è una di queste.   

* Piero Borzini (1950), alle spalle una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto, alla terapia rigenerativa. Da una ventina d’anni si dedica ad argomenti all’interfaccia tra scienze biomediche, epistemologia, sociologia, antropologia, linguistica, evoluzione biologica e culturale. Su questi temi ha pubblicato alcuni saggi. Collabora saltuariamente con Methodologia-on-line e con la rivista PaginaUno. Tiene un blog (doveosanolegalline) dedicato ai rapporti tra scienza e società: https://doveosanolegalline.blogspot.com/


Lascia un commento

Il Menone. Il pensiero come l’essenziale nel dialogo tra i saperi.

 

  1. Przywara e l’analogia: tra gli antichi e i moderni. Un esercizio di pensiero.

 Lo scopo di questo articolo non vuole essere dimostrativo in un senso razional-strumentale, bensì  strettamente filosofico. Esso intende essere un mero esercizio di pensiero, nella ermeneutica di un dialogo platonico, e dell’ermeneutica stessa, da parte di una pensatrice e cultrice filosofica pressoché indipendente. Lo scritto si avvale della posizione di un teologo, Erich Przywara, sulla “filosofia dell’essenza”, e della modalità dell’ “analogia entis”, da questi adottata come orientamento generale di metodo, per  mostrare che è  possibile effettuare un confronto attualizzante (ossia, oltre che storico-filosofico, filosofico-storico) tra Platone, Husserl ed Hegel, osservando in tali autori una analoga profondità speculativa,  un analogo rapportarsi all’idea di scienza del loro proprio specifico tempo, e ancora, un’analoga apertura a una ulteriorità dell’agire filosofico seppure differentemente congetturata. Ma esso si incentra soprattutto sul Menone platonico, effettuandone una analisi strettamente testuale. Perché allora scegliere un teologo, come guida ermeneutica? Intanto, possiamo definire l’“analogia”, che è tema centrale nella riflessione di Przywara, utilizzando il lessico aristotelico: «to homoion theorein», cioè la capacità di vedere il simile  tra cose  differenti (Cfr. Aristotele, Poetica, 22, 1459a). Ma mentre Aristotele adotta tale strumento in un senso più che altro logico-convenzionale e semantico, con Przywara ve ne è un uso ermeneutico.  Tale metodo, allora, può risultare sicuramente  utile per effettuare una ermeneutica di tipo comparativo tra degli autori che presentano tante somiglianze quante rispettive differenze. Per ciò che riguarda specificamente Husserl, e la sua relazione con Hegel e l’hegelismo, vi è un territorio di ricerca che non è ancora pienamente esplorato. Vi sono stati importanti studi sulla relazione tra Husserl e il mondo kantiano nel 1962 (Thomas Seebhom) e nel ‘64 (Iso Kern); vi è però l’articolo di Boehm del ’59 (Husserl et l’idealisme classique), gli studi di J. Hyppolite, di De Waehlens, specificamente su Husserl e Hegel, e di Tanja Staehler del 2003 e un volume più recente (2014) su Husserl e la filosofia classica tedesca, curato da Faustino Fabbianelli e Sebastian Luft. Quest’ultimo, individuando un orizzonte comune tra neokantismo e fenomenologia husserliana, definibile nella sua ottica come “idealismo moderno”, intravede il tratto comune tra l’idealismo classico e l’idealismo cosiddetto moderno, in un movimento verso il soggetto, e nella soggettività come imprescindibile tema di indagine, mentre le differenze, in una maggiore valorizzazione della matematizzazione, nell’indagine sul mondo in epoca moderna, e nella progressiva trasformazione dell’idealismo, sempre in tale epoca, da metodo in atteggiamento.

Continua a leggere


Lascia un commento

Adam Smith nella lettura di Martha Nussbaum: La ricchezza delle nazioni

  1. L’importanza dei beni materiali

Smith è un anticipatore della teoria delle capacità, un gran conoscitore di Cicerone e rappresenta anche un ottimo correttivo del pensiero imperfetto degli stoici relativamente a ciò che si intende per felicità umana. Ne è convinta Martha Nussbaum, che nel suo libro La tradizione cosmopolita (Bocconi Editore, Milano 2019) fornisce una affascinante lettura dell’opera del filosofo scozzese vissuto nel Settecento.

Smith è ciceroniano perché come il filosofo dell’antica Roma convinto che la dignità umana meriti rispetto. Allo stesso tempo va oltre Cicerone quando afferma che la dignità umana è fondata soprattutto sul lavoro, l’ambito nel quale l’umanità di una persona si esprime nel modo più proficuo possibile, e quando afferma che una vita all’altezza della dignità umana richieda i mezzi necessari per creare e mantenere una famiglia (pag. 139 op.cit.) Continua a leggere


Lascia un commento

Il dominio statuale ed il ruolo della trascendenza: le critiche di Julius Evola alla dottrina dello Stato ‘etico’ di Giovanni Gentile (Parte II)

 

Abstract: Il problema di una corrente o cultura di destra ‘radicale’ nel pensiero filosofico-politico contemporaneo è stata oggetto di numerose riflessioni e di plurimi interrogativi. Se ad una prima approssimazione le dottrine riconducibili alla sopra detta corrente sembrerebbero presentare una irenica linea di continuità, laddove vengano esaminate al loro interno e nelle loro pieghe decisive esibiscono delle frizioni più o meno cruciali. Il rapporto tra Julius Evola e Giovanni Gentile è rappresentativo di tali momenti di contrasto che, nel presente articolo, sono affrontati a partire dalle critiche che Evola rivolse esplicitamente al filosofo siciliano, sottolineandone gli elementi di conflitto tra pensiero speculativo e prassi politica, i problemi di natura metafisica nonché la diverse interpretazioni del concetto di ‘Stato’ e del suo ruolo rispetto alla sfera politica, morale ed economica.

Sommario: 1. La doppia visione dell’«uomo» Gentile – 2. Le basi della critica: trascendenza e ‘Tradizione’ – 3. Stato ‘organico’ e Stato ‘etico’

[CONTINUA DALLA PARTE I] Continua a leggere


Lascia un commento

Il dominio statuale ed il ruolo della trascendenza: le critiche di Julius Evola alla dottrina dello Stato ‘etico’ di Giovanni Gentile (Parte I)

Abstract: Il problema di una corrente o cultura di destra ‘radicale’ nel pensiero filosofico-politico contemporaneo è stata oggetto di numerose riflessioni e di plurimi interrogativi. Se ad una prima approssimazione le dottrine riconducibili alla sopra detta corrente sembrerebbero presentare una irenica linea di continuità, laddove vengano esaminate al loro interno e nelle loro pieghe decisive esibiscono delle frizioni più o meno cruciali. Il rapporto tra Julius Evola e Giovanni Gentile è rappresentativo di tali momenti di contrasto che, nel presente articolo, sono affrontati a partire dalle critiche che Evola rivolse esplicitamente al filosofo siciliano, sottolineandone gli elementi di conflitto tra pensiero speculativo e prassi politica, i problemi di natura metafisica nonché la diverse interpretazioni del concetto di ‘Stato’ e del suo ruolo rispetto alla sfera politica, morale ed economica.

Sommario: 1. La doppia visione dell’«uomo» Gentile – 2. Le basi della critica: trascendenza e ‘Tradizione’ – 3. Stato ‘organico’ e Stato ‘etico’ Continua a leggere