Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 4/8

E poi arrivarono gli esanimi

Impressionante (e doppiamente, se si considera che il libro è stato celebrato in patria con il Premio Nadal nel 1993, per poi venir tradotto in Italia nel 2018) osservare la somiglianza tra la città descritta da Rafael Argullol in La ragione del male e la situazione globale — noi ci soffermeremo su quella italiana, che abbiamo toccato con mano — da COVID-19.

«Prima che gli strani avvenimenti se ne impadronissero, si trattava di una città prospera che faceva gioiosamente parte della regione privilegiata del pianeta. Era una città che, a giudicare dalle statistiche pubblicate regolarmente dalle autorità, poteva essere ritenuta a maggioranza felice». È così che cominciamo a conoscere, all’inizio del romanzo, la città teatro della storia: una città apparentemente “normale” e, anzi, di quelle in cui tanti agognano vivere (fino a morire in mare per raggiungerne le coste, potremmo dire con la nostra coscienza attuale). Una città fondata sulla «pace, il benessere, l’ordine e la libertà». Sempre uguale a se stessa, sorda alle notizie che vengono da fuori e, in generale, a tutto ciò che turbi il regolare e solito fluire delle cose.

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Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 3/8

Un sintomo su tutti

Nell’“Uomo della folla” di Edgar Allan Poe, il narratore racconta di come, incuriosito dall’aspetto insolito e inquietante di un vecchio, si sia messo a seguirlo in ogni vicolo, strada, anfratto di Londra per un giorno intero; prima di rendersi conto che, anche ove mai l’avesse raggiunto, sarebbe stato inutile: «Il vecchio — mi dissi alla fine — è il genio tipico del delitto profondo. Egli non vuol restare solo. È l’uomo della folla. Invano continuerei a seguirlo; poiché nulla di più riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni». Per il narratore, quest’uomo è come quel libro di cui si è detto che er lasst sich nicht lesen[8]: non si lascia leggere. (Anche nel senso di: non val la pena leggerlo, perché non ha niente da dire).

In che modo questo ha a che fare con l’uomo-sintomo della pandemia, che abbiamo etichettato “sfaccendato”? Anche alla luce di quanto fin qui premesso, non è difficile da individuare: lo sfaccendato è un uomo che non sa che farsene del proprio tempo, della propria vita. Passa la giornata a infornare cibo che basterebbe per sé e per un’altra quarantina di persone; o sui social network, a mandare vecchie foto “di quando ancora si poteva viaggiare”, video demenziali e barzellette insulse e ritrite sulle mogli e sui mariti costretti in casa con i rispettivi mariti/mogli, o ancora a inoltrare jingle a tema “Mi sono rotto le scatole”. Com’è possibile che non si abbia consapevolezza di quanto sia brutto dire: non so come passare il tempo? È l’ammissione del fatto che non sai che fartene di te stesso. Insomma: la vita è un’occasione preziosa e unica. Non è un po’ come dire che non si vede l’ora che finisca, per liberarsi dalla noia[9]?

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Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 2/8

Sintomi

Uomini e donne che devono muoversi se no impazziscono. C’è chi ha rifiutato il lavoro agile per poter uscire di casa “per necessità lavorativa”. Gente che, per lo stesso motivo, è andata a lavorare senza retribuzione. Sembrano boutade ma non lo sono.

Quattro secoli fa Pascal scriveva[4]:

Quando, a volte, mi sono messo a considerare le varie agitazioni degli uomini, i pericoli e le sofferenze a cui si espongono, nella Corte, in guerra, da cui nascono tanti litigi, passioni, imprese coraggiose e spesso ingiuste, ecc.; ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: l’incapacità di starsene tranquilli, in una camera. Un uomo, che ha abbastanza mezzi per vivere, se sapesse starsene con piacere a casa sua, non ne uscirebbe per andare sul mare, o all’assedio di una fortezza. Non si comprerebbe così a caro prezzo un grado nell’esercito se non si trovasse insopportabile non muoversi dalla città, e si cercano le conversazioni e i divertimenti dei giochi soltanto perché si è incapaci di starsene con piacere a casa propria.

Non è certo una novità di questi tempi, quindi, anche se nessuno è riuscito a scoprire quali siano le radici di tale incapacità, a causa della quale gli uomini sono disposti a mettere a repentaglio la loro stessa incolumità. Condizione che è arrivata ad alterare la percezione della situazione generale: di fronte al sacrificio di professionisti, in primo luogo quelli del personale sanitario, è assurdo che chi resta a casa possa lagnarsi senza al contempo vergognarsi per la propria posizione privilegiata.

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Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 1/8

A Raimon Panikkar e Maurice Bellet
maestri della durezza e della pienezza della vita

Entriamo in un mondo strano, un mondo a testa in giù. Nelle aziende, l’assenteismo assunse proporzioni catastrofiche. Il personale non contestava né rivendicava alcunché. Semplicemente, non ci andava più. Non era uno sciopero, era una fuga. […] Chi contemplava la natura, chi scriveva poemi in prosa, chi imparava il greco antico, o la matematica, o a suonare l’organo, chi faceva pesca a spinning, scriveva un diario o corteggiava sua moglie, chi allevava i suoi figli, chi passeggiava in campagna ascoltando i suoi pensieri. […] Ora cominciamo a prendere consapevolezza, piuttosto diffusamente, ciò che fino a quel momento si era tenuto accuratamente nascosto: cioè che l’80% del lavoro umano non serve a niente, se non a mantenere la gente al lavoro.

(Maurice Bellet, Octone, pp. 12-13)

La condizione di segregazione coatta della maggior parte della popolazione mostra con evidenza, almeno nelle società a capitalismo avanzato d’Occidente, un dato ben noto agli analisti dei sistemi produttivi. Ovvero, che il lavoro sociale necessario al funzionamento del sistema generale, grazie allo sviluppo dell’automazione, rende sempre meno necessario il coinvolgimento nella produzione della maggioranza della popolazione, e anzi, è sufficiente una quota molto limitata dei lavoratori per garantire la sussistenza di ampi strati di popolazione.

(Pierre Dalla Vigna, I non-luoghi del Coronavirus)

Marzo 2020

A causa dell’incipiente epidemia di “coronavirus”[1] (di seguito “virus”) cominciano le restrizioni al movimento, stabilite per legge, con le quali i cittadini italiani vengono sostanzialmente confinati in casa propria al fine di evitare il diffondersi del contagio.

Con le dovute eccezioni: il personale sanitario (medici, infermieri…) resta in servizio, così anche quello addetto alla sicurezza (forze dell’ordine, protezione civile ecc.). L’industria si ferma, salvo quella essenziale (come nel caso delle aziende riconvertite alla produzione sanitaria), così anche la distribuzione (anche qui con l’eccezione di farmacie, alimentari ecc.). Il lavoro agile — o smart working, all’inglese — svolto da casa propria, diventa la modalità ordinaria di lavoro per la pubblica amministrazione[2] e molte aziende private vi fanno ricorso scoprendone i vantaggi. Insomma: di casa esce solo chi vi è costretto, dal lavoro o dalla indifferibile necessità.

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Pausa estiva 2021

Cari amici, lettori, collaboratori,
«Filosofia e nuovi sentieri» va in vacanza. Le pubblicazioni riprenderanno a settembre: motivo per cui vi invitiamo, come sempre, a continuare a caricare i vostri contributi in piattaforma. Per qualsiasi comunicazione, la casella filosofiaenuovisentieri@gmail.com rimarrà attiva per l’intero periodo (i messaggi verranno ricevuti comunque, anche se non vi sarà risposta prima della riapertura).
Pausa non vuol dire stasi. Vuol dire tempo per ricaricarsi e ripartire alla grande!
Buone vacanze a tutti

La Redazione


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Sull’amicizia. Considerazioni filosofiche a partire dal pensiero di Jacques Derrida

Introduzione

Nel presente contributo verrà condotta un’analisi filosofica del concetto di amicizia; il nostro punto di riferimento fondamentale sarà Politiche dell’amicizia[1] di Jacques Derrida. Tuttavia, non ci limiteremo ad una pedissequa presentazione dei suoi contenuti, ma cercheremo di condurre una discussione critica delle tesi derridiane che in questo testo emergono, operando un confronto con altre voci importanti del panorama filosofico, in primis Aristotele e Carl Schmitt, ma anche Friedrich Nietzsche ed Emmanuel Lévinas. È pertinente notare che in libri scritti successivamente[2], il filosofo franco-algerino arriverà ad abbracciare totalmente la filosofia dell’alterità di Lévinas; in questo, invece, i riferimenti a Lévinas sono piuttosto pochi[3], anche se, come cercheremo di mettere in luce, non sono del tutto assenti. Infine, una volta delineati i tratti fondamentali del modello di amicizia derridiano, cercheremo di mostrare il forte legame che intercorre tra esso e un sistema politico democratico.

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“La scienza non pensa”. Scienza e verità all’epoca della pandemia.

“La scienza non pensa. Non pensa perché – in conseguenza del suo modo di procedere e dei suoi strumenti – essa non può pensare. Che la scienza non sia in grado di pensare non è per nulla un difetto, ma un vantaggio. Solo in virtù di questo la scienza può dedicarsi alla ricerca sui singoli ambiti di oggetti e stabilirsi in essa. La scienza non pensa.”

Ogni ricercatore, sfuggendo al riflesso condizionato del fastidio, dovrebbe riflettere a fondo sul senso di questa scandalosa affermazione. Cosa intende dire Heidegger? Per comprenderlo è necessario interrogarsi sulla domanda che dà il titolo al manoscritto in cui essa è contenuta: “Che cosa significa pensare?”[1].

Pensare (pensare in primo luogo cosa sia essere e cosa sia nulla) è una necessità vitale. L’uomo ha bisogno di salvarsi. Da cosa? Da quello che Nietzsche chiama il grande abisso. “Non è l’uomo in ogni istante di fronte all’abisso? Non è la vista stessa, vedere abissi?” chiede Zarathustra[2]. Secoli prima, originariamente, il pensiero greco fonda la cultura dell’Occidente a partire dal bisogno di salvezza da ciò che appare come l’evidenza suprema: le cose, tutte le cose, noi stessi e ciò che amiamo in primo luogo, nascono e muoiono, annientandosi. Pensare significa pensare l’essere che salva. All’origine del pensiero, porre la verità dell’essere di fronte all’uomo è la forma primordiale di salvezza dal divenire. Nel pensare la salvezza dal divenire, la volontà pone la verità immutabile di fronte ai mortali, per consentire loro di vivere. La verità assoluta, traendo salve dal nulla tutte le cose, è la forma suprema di salvezza. Con la verità immutabile l’uomo stabilisce la sua Sacra Alleanza, uniformandosi all’eterno e vincendo l’annientamento e la morte. Anche il Cristianesimo è una declinazione dello sviluppo di questa sacra alleanza fra cielo e terra. Al culmine del Nuovo Testamento, e sono le parole ripetute ogni giorno nella Liturgia, Gesù dice: “Questo è il mio sangue, versato per voi per la nuova ed eterna alleanza”. A Pilato che chiede che cos’è la verità (il sublime scetticismo della migliore nobiltà romana, direbbe Nietzsche) nel Vangelo di Giovanni non c’è risposta, ma nel Vangelo di Nicodemo Gesù risponde: “la verità è del cielo”[3].

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Pensiero convergente

L’opera di Stefano Fontana: La filosofia cristiana. Uno sguardo unitario sugli ambiti del pensiero, si presenta fin dal titolo molto impegnativa. Ripercorrere in un libro di trecento pagine un pensiero che si svolge da duemila anni non è impresa agevole.

La Rivelazione ebraico-cristiana unita alla razionalità greca ha dato origine ai fondamenti teologici del cristianesimo. Se nella Tarda Antichità e nell’Alto Medioevo filosofia e teologia costituivano un tutt’uno, con il pensiero scolastico cominciò a delinearsi una certa distinzione. Dapprima ancilla theologiae, la filosofia cristiana è divenuta in seguito regina di un regno minore, continuando la sua opera fino ai nostri giorni, in un mondo che nel frattempo si è ampliato enormemente. Ora una filosofia cristiana, variamente declinata, nel panorama generale conserva una posizione di tutto rispetto, in un continuo confronto con altre visioni del mondo.

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NIETZSCHE, PROSPETTIVE DI LIBERAZIONE DELLA CULTURA

PER UNA DEFINIZIONE DELLA CULTURA

Propriamente parlando, esiste solo un aspetto della filosofia per Nietzsche, e questo è la cultura o, più precisamente l’essere umano come produttore di cultura 1.

Con questa osservazione, posta da Tongeren in una delle pagine iniziali del suo lavoro su Nietzsche Reinterpreting modern culture, viene centrato uno degli aspetti fondamentali della filosofia nietzscheana che viene, però, a porre anche un problema fondamentale per la comprensione stessa del quesito: cosa bisogna intendere per cultura? A cosa si fa riferimento quando incontriamo in Nietzsche il termine cultura? La cultura viene intesa semplicemente come la raccolta totale dei prodotti umani che determinano il pensiero fino ai giorni nostri o in questo termine si nasconde un qualcosa che allude ad un movimento peculiare dell’uomo, ad un aspetto dinamico in continua fermentazione?
La risposta di Nietzsche non è immediata e tanto meno definitiva: già dal primo comparire di questo dilemma, esposto nella terza delle Considerazioni inattuali, Schopenhauer come educatore, e messo a fuoco con maggiore sistematicità in Sull’avvenire delle nostre scuole, risulta palese la mancanza di una soluzione definitiva al problema, ma più che altro l’intima contraddizione dovuta al fatto che «si attacca la cultura universitaria parlando da dentro l’università. Se si accetta quel linguaggio, come evitare la pedanteria, proprio quando si parla contro la pedanteria?»2.

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L’applicazione del metodo fenomenologico: Husserl e il ritorno al mondo-della-vita

Abstract: Il qui presente studio si pone l’obiettivo di delineare, attraverso l’analisi di passi significativi provenienti unicamente da La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, l’applicazione del metodo fenomenologico circa il problema della crisi delle scienze specialistiche. Assunto il punto di vista del discorso husserliano, si individua che per poter arginare tale stato di crisi, che non investe solo le scienze ma anche la stessa filosofia, è indispensabile disvelare quel fondamento sottaciuto, obliato e dunque annichilito dalla componente tecno-scientifica, che la ricerca fenomenologica assume come baricentro della propria epistemologia e metodologia senza incappare in alcuna forma di solipsismo dogmatico: il senso soggettivo.

«Io cercherò di ripercorrere le vie che io stesso ho percorso, non di addottrinare; cercherò semplicemente di rilevare, di descrivere ciò che vedo. Io non ho nessun’altra pretesa se non quella di poter parlare, innanzitutto di fronte a me stesso e quindi di fronte agli altri, con conoscenza di causa e in piena coscienza, come uno che ha vissuto in tutta la sua serietà il destino di un’esistenza filosofica» (Husserl, 2008, p.47). Delle parole così ricche di significato vengono pronunciate da Husserl nella sua ultima opera, La crisi delle scienze europee, che può venire considerata il testamento del pensiero husserliano. Quella di Husserl è la descrizione fenomenologica di una disposizione di crisi molto complessa, e alquanto delicata, che interessa tanto la cultura quanto la stessa civiltà d’Europa. 

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Bibbia e Welfare

Ci hanno abituato, dagli anni delle scuole superiori, a sapere che la Bibbia, come la Divina Commedia, si possono leggere in quattro modi diversi: letterale, morale, allegorico, anagogico. I tempi cambiano e cambiano le narrazioni. I testi si adattano a nuove forme di letture ed il testo biblico rivela la sua perenne vitalità anche nei tempi nei quali viviamo.

Basta scorrere l’elenco dei Proverbi per rendersene conto. Consigli di vita vissuta che non si possono non condividere, dal primo all’ultimo.

La lettura che io propongo del testo biblico è in chiave welfarista. Cioè in un’ottica di pieno sviluppo di tutte le possibilità umane che contempli l’attenzione alla dignità della persona umana. Insomma, Dio misericordioso avrebbe pensato anche a questa possibilità. E di un tale processo di umanizzazione, che poi non è altro che elevarsi a vette quanto più possibile vicine al divino, è disseminato l’intero libro. Anzi, la serie di libri (tà biblià) che appunto compongono la Parola di Dio. Un testo che, lungo i secoli, ha fatto anche tanto male, a seconda delle strumentalizzazioni di cui è stato fatto oggetto. Dalla caccia agli eretici e alle streghe alla condanna comminata a Galileo Galilei.

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Il diritto alla felicità Kantiana

“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona”. Così scrive Kant nel suo saggio, in questa prospettiva,  la felicità del singolo individuo si ricollega direttamente al problema della libertà. Vi è un nesso inscindibile tra felicità e libertà. Alla base della morale egli pone la ragione, capace di determinare la volontà e l’azione etica.

La scoperta della volontà come facoltà morale era stata una prerogativa della cultura cristiana. Con l’idea del peccato originale cristiano e dell’acquisizione da parte dell’uomo del concetto di bene e di male, occorreva far ricorso ad una scelta implicante la volontà che poteva ora decidere, pur conoscendo il bene, di orientarsi verso il male. L’azione morale, per essere tale deve far riferimento a regole generali universali, valevoli per tutti gli uomini e in ogni tempo, a cui sottostanno massime ed imperativi. Gli imperativi sono principi pratici oggettivi, regole che esprimono la necessità oggettiva dell’azione. Non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui si fa. Nella tradizione della metafisica dei Costumi, Kant rafforza i presupposti degli imperativi categorici affermando “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre come scopo, e mai come semplice mezzo”.

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