Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La pace ritrovata: il desiderio che emancipa

> di Alberto Busetto *

I nostri desideri non sono spontanei! Siamo disposti a grandi sforzi per assomigliare agli altri, scegliamo e agiamo ispirati, illuminati e tormentati da coloro che abbiamo attorno. Ammettiamolo: i nostri desideri non sono semplici linee rette orientate verso un oggetto, dietro quest’ultimo scorgiamo la ricerca del riconoscimento.
René Girard era convinto che il desiderio è mimetico, cioè: imitazione. Ne abbiamo parlato nell’intervento precedente ed ora abbiamo la possibilità di aggiungere qualcosa.
La mimesi non è un’idea originale nella storia del pensiero, è però originale analizzarla nella sua declinazione acquisitiva. I comportamenti di appropriazione fino a Girard erano sempre stati scartati a favore delle analogie più superficiali. Eppure il mimetismo del desiderio infantile è riconosciuto da tutti: il desiderio adulto non è diverso in nulla, se non per il fatto che l’adulto, specie nel contesto culturale attuale, si vergogna il più delle volte di modellarsi sugli altri.
Proviamo allora a riflettere sull’invidia, l’irritazione provata allorché un desiderio viene accidentalmente contrastato, e sulla gelosia, il sentimento di impotenza che viene a opporsi allo sforzo profuso per acquisire una certa cosa, dal momento che essa appartiene ad altri: possiamo accontentarci di definire l’intossicazione psicologica provata come una miscela di illusione e di paralisi? È difficile pensare che siano tutti vittime di un caso disgraziato! Che cosa può dunque concretamente implicare tale “temperamento geloso” o tale “natura invidiosa” se non una irresistibile attitudine di porsi a confronto? Il malumore che ne segue può essere giustificato solo dalla presenza di un modello venerato e disprezzato allo stesso tempo.
La configurazione del desiderio è triangolare, questo ci ha insegnato Girard. Le conseguenze di questa considerazione sono capitali. Sviluppiamo allora il ragionamento.
Abbiamo introdotto il tema altrove (Busetto 2017): due spigoli del triangolo sono occupati da un soggetto che desidera e dall’oggetto desiderato, materiale o intangibile poco importa. Ma è la terza estremità della figura geometrica che consente di avanzare nel racconto che abbiamo intrapreso: il modello.
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Violenza e pace. La nascita della cultura umana nella teoria di René Girard

> di Alberto Busetto*

L’antropologia di René Girard comincia con un’asserzione: il desiderio umano è mimèsi, imitazione (Girard 19812, 7-47). Ma imitazione di che cosa? Di un modello che affascina. Il desiderio mimetico è pertanto triangolare, formato cioè da colui che imita (il soggetto), da un modello che in virtù del suo fascino viene imitato, e da un oggetto che involontariamente il modello indica come desiderabile.
Il desiderio secondo l’altro è il principio attivo universale della condizione umana, in ogni tempo e luogo. Due prove: la prima, le differenze tra ciò che viene ritenuto desiderabile nelle varie culture, che ci fanno pensare che non esistano oggetti desiderabili in sé; la seconda, la moltitudine di uomini con la spiccata tendenza a desiderare le medesime cose, che ci fa pensare che non esistano soggetti sovrani nelle scelte (Girard 1999, 11).

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La “circostanza” di Ortega e la “situazione” di Sartre

Fabio Laiso*

La filosofia di Ortega y Gasset è comunemente definita razional-vitalismo o della ragion vitale, facendo coesistere in un’unica formula due termini che prima facie ci sembrano del tutto inconciliabili. L’assunto di partenza della gnoseologia proposta dal filosofo spagnolo è che ogni atto di coscienza sia irriducibile a qualsiasi riflessione; l’oggetto che io percepisco non è identico a se stesso nell’atto della riflessione, per essere colto autenticamente dovrò afferrarlo solo nella sua “esecutività”. Nel passaggio tra udire un suono e sentire di udire un suono, quel suono non è più il medesimo ma è come se subisse l’influenza del Me, facendosi non più un suono tra tutti quelli che compongono la polifonica sinfonia del mondo, ma irrimediabilmente il mio suono. Se cerco l’essenza di quel suono tendo a separarlo dal Me che ascolta; per converso, se mi rivolgo al pensiero del suono per poterlo conoscere lo separo dal mondo che lo ha generato. Come uscire da quest’aporia che da più di duemila anni attanaglia la filosofia? Continua a leggere


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Empatie. Un libro Cortina di Laura Boella

> di Alessandra Peluso *

Dalla modernità descritta in maniera encomiabile da Georg Simmel dove vige una società del conflitto e della tragedia, si giunge alla contemporaneità, all’interno della quale ancora alberga una conflittualità, un’alienazione aberrante dovuta ad un’assenza di ruoli, ad una sovrabbondante esposizione del sé che non sembra per l’individuo avere la capacità di recuperare la propria identità, la propria umanità in un laboratorio di esperienze a volte inconsapevoli e irresponsabili. E in tale contesto, si colloca come la lanterna di Diogene, o un lume della ragione, il saggio di Laura Boella dal titolo “Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto”, pubblicato da Raffaello Cortina Editore.

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La Fenomenologia di Sir Francis Bacon

> di Fabio Laiso*

Non c’è dubbio che uno dei filosofi preferiti di Husserl sia stato Cartesio. Ne Le meditazioni cartesiane, volume che raccoglie le conferenze tenute tra il 24 e il 25 febbraio 1929 nell’Anfiteatro Descartes, alla Sorbonne di Parigi, il filosofo di Prossnitz parte proprio dal metodo “geometrico-deduttivo” del sistema cartesiano per spiegare i principi della sua teoria trascendentale. Seppure sembri un paradosso, è all’altro grande pensatore del XVII secolo (peraltro antagonista di Cartesio) che bisogna guardare per rintracciare alcuni dei caratteri salienti che si ritroveranno poi nella fenomenologia trascendentale: Francesco Bacone. Vorrei comporre questo articolo prendendo a prestito la tecnica filmica del montaggio alternato, al fine di evidenziare le analogie più evidenti tra il metodo induttivo sperimentale di Bacone e quello fenomenologico trascendentale di Husserl. Cominciamo con gli incipit. Continua a leggere


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Oltre lo scientismo. «Il Condominio» intervista Paolo Calabrò

> di Domenico Romano

Quale ruolo ricopre nella nostra società la filosofia?

A questa domanda ha risposto recentemente Emanuele Severino: essenzialmente tutto quello che si muove al livello più alto – le culture, gli Stati-nazione, le religioni, l’economia – e che decide il destino dei più, si colloca nell’ambito della filosofia occidentale di matrice greca. Per me, in più, la filosofia rappresenta un monito: a pensare con la propria testa, sempre, comunque, irrinunciabilmente. Facendo propria l’esortazione di Bellet: “Sii discepolo di tutti, ma non fare di nessuno un maestro”. Ovvero: ascolta tutto e tutti, ma sii sempre tu a decidere.

Quanto è difficile oggi pensare con la propria testa?

Non più che in passato, lo si dica subito per sgombrare il campo da facili nostalgie o da scontate (quanto inconsistenti) condanne del presente tout court, sia che si voglia parlare della tecnologia, sia che ci si voglia riferire alla presunta ignoranza dei giovani studenti. C’è sempre stata una certa tendenza a soffocare il pensiero personale: penso al modello militarista, acefalo per eccellenza, ma anche a quello di una certa religione basata su prassi inveterate (e sovente sbagliate) anziché sulla maturazione e sul percorso del singolo. Tendenza di oggi come di ieri, dunque: ieri la vita era più dura e non pensare costituiva quasi un bisogno per i più; oggi è più leggera, e media-videogiochi-e-sale-bingo fanno di tutto per evitare che ci si dedichi a pensare sul serio. Insomma, pensare è sempre stato faticoso. C’è poi un altro aspetto, quello della responsabilità: se il non pensare ha funzionato tanto bene per millenni, soprattutto in ambito religioso, è anche perché è più comodo: a valle di un errore, magari bello grosso, è consolatorio dirsi: “Me lo aveva detto il prete”. Poi, con una confessioncina a buon mercato, ci si lava la coscienza.

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Conoscenza ignoranza mistero. Un saggio Cortina di Edgar Morin

> di Piero Borzini

Edgar Morin (1921) è uno dei “grandi vecchi” dal pensiero sempre attuale. Non ho remore a confessare che egli è stato per me uno degli imprescindibili punti di riferimento intellettuale, in modo particolare per quel che riguarda il pensiero complesso e le riflessioni sociologiche in tema di cultura, comunicazione, istruzione, e relazioni tra scienze e umanesimo. Il primo dei suoi libri che mi è capitato fra le mani – Il paradigma perduto: che cos’è la natura umana? Bompiani, 1974) – mi aveva letteralmente folgorato per gli innumerevoli spunti di riflessione che vi avevo inaspettatamente trovato. Erano i primi anni Ottanta. Da allora, ho letto diversi saggi e articoli del sociologo francese. Di notevole influenza sul corso dei miei pensieri sono stati: Introduzione al pensiero complesso (1993), Le vie della complessità (in La Sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, 1997), L’identità umana (2002), Sette lezioni sul pensiero globale (2016). In questi giorni ho letto uno dei suoi ultimi saggi, Conoscenza, ignoranza, mistero (Raffaello Cortina, 2018), ed ho provato una stretta al cuore. Nelle sezioni dedicate alla conoscenza e all’ignoranza ho trovato molte conferme e sempre freschi stimoli. L’ultima sezione, ove si tratta il mistero, accanto a stimolanti aperture su un tema che appartiene alla storia antica del genere umano, ho trovato tuttavia affermazioni affrettate, opinioni mal supportati da fatti (cosa insolita per lui), affermazioni che definirei febbricitanti e – se posso permettermi un sacrilegio – errori di metodo.

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Balthus (1908-2001) nel “gioco delle posture”. L’arte di sfiorare la Terra: momento di “Ge-viert”.

>di Giuseppe Brescia*

L’ermeneutica dell’arte si impone nella modernità a partire dal filone vichiano e neokantiano fino agli sviluppi idealistici e all’ontologia esistenziale. “Le origini dell’opera d’arte” di Martin Heidegger è dello stesso anno (1936) de “La Poesia” di Benedetto Croce. Il paradigma della tetrade, o quaternità, si inscrive nella struttura della filosofia dello spirito e nella topica heideggeriana del “Geviert” Terra-Cielo-Mortali-Divini.balthus-balthasar-klossowski-de-rola-girl-at-the-window-1955 Il concetto della quaternità non è un ghiribizzo mentale ma una modalità del ponere totum, una maniera di configurare emblematicamente la “universalità” dell’arte o del porre la relazione tra le parti e il tutto. La collocazione della “cosa” nella “prossimità” – spiega Gianni Vattimo – viene a “situarsi nel quadrato delle regioni del mondo al quale appartiene” (“La fine della modernità”, Milano 1985, pp. 73-79 ). Venendo a momenti rappresentativi della storia dell’arte, la “prossimità” stessa può stabilirsi nella scena del gioco, negli interni di una abitazione, o nell’approcciarsi a una finestra di casa.
Trattai di “Les Jouers des cartes” (1966-1973), olio e tempera su tela di Balthus, opera esposta al Museo di Rotterdam, per lumeggiare la postura dell’uomo a sinistra (‘Guarda, sto per giocare’), in atteggiamento dominante con il ginocchio della gamba destra posato sulla sedia; mentre la donna, di fronte a lui ma soprattutto allo spettatore, è seduta (‘Guarda, ecco la carta che ho giocato’, sembra apertamente dichiarare). Rinvio, per questa parte, alle mie Generazioni del Tempo (Matarrese, Andria 2018, pp. 107-108; “Filosofia e nuovi sentieri”, 18 gennaio 2018). Continua a leggere


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L’io reciproco. Lo sguardo di Simmel. Un saggio Mimesis di Antonio De Simone

> di Alessandra Peluso

Il silenzio è la notte oscura della parola, ma è in questa notte che il pensiero germoglia. La più elevata funzione del silenzio si rivela in quello spazio che deve crearsi, affinché sia possibile il dialogo, l’incontro; nel silenzio il lettore, l’interlocutore riesce a relazionarsi con se stesso, con l’altro ed avverte lo sguardo, quello disincantato di Georg Simmel. Uno sguardo esteso, divino, provvidenziale del quale ne è intrinseco il pensiero. Se Zeno ha ricorso alla scrittura per curare i suoi mali e riprendere il potere della parola, si pensi a “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, questa distonia non appartiene di sicuro al filosofo tedesco che è andato oltre la parola, ha contagiato secoli e secoli con le sue teorie filosofica, politica, sociologica, pedagogica e senza porsi l’intento della cura, certamente, leggendolo, qualche male lo si riesce a risolvere.

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Alterità. L’identità come relazione. Un saggio Mucchi di Roberto Marchesini

> di Luca Pantaleone

In un testo del 2016 (R. Marchesini, Alterità – L’identità come relazione, Mucchi Editore, Modena, 2016) l’etologo e filosofo Roberto Marchesini avanza una nuova proposta di antropologia filosofica, cioè di costruzione dell’identità umana, che pone al centro l’alterità e l’ibridazione animale quali unici elementi in grado di traghettarci verso una dialettica sociale post-umana.

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David Foster Wallace, filosofo contemporaneo. Sul Male in Lynch.

>Alberto Destasio*

Abstract: Nel presente studio verranno indagate le matrici filosofiche della teoria del male formulata da David Foster Wallace nella sua analisi del cinema lynchiano.

 

È proprio vero: la grande letteratura condivide una zona di indistinzione con la grande filosofia. Questa è la prima riflessione che si presenta durante la lettura di una parte dei saggi di David Foster Wallace.
Mentre la piccola filosofia contemporanea (come la chiama Alain Badiou: la filosofia in piccolo stile) si sforza di doppiare la dignità della scienza, la vera filosofia, quella in grande stile, sopravvive coraggiosa in una bella raccolta di saggi del più grande scrittore degli ultimi vent’anni.
Filosofo è, infatti, chi in una cronaca degli Oscar del porno (il saggio di Wallace titolato “Il figlio grosso e rosso”) riesce a togliere una figura, un momento dello spirito. Chi da un rovescio di Joyce (il tennista) sa estrarre una teoria dell’agire (il saggio “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere” Wallace 2011, pp. 318-379). Questa è la filosofia, e questa è anche la grande letteratura. Certo – occorre dirlo – le incursioni filosofiche di Wallace sono disorganiche, a volte persino banali, ma vengono dispiegate con una superficialità e un’imprecisione pop tipiche del genio, le quali non impediscono di sintonizzarsi senza ridondanti mediazioni con i grandi temi che hanno deciso la storia del pensiero occidentale.
Un valido esempio di questa dimestichezza filosofica lo troviamo nel celebre saggio wallaciano dedicato al cinema di Lynch (“David Lynch non perde la testa” Wallace 2011 pp. 220-317), dove l’autore alterna una cronaca estremamente dettagliata della sua esperienza sul set del film Strade Perdute con precise considerazioni estetiche sul cinema lynchiano. Continua a leggere


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Il pensiero complesso e l’incertezza del sapere. Intervista a Edgar Morin di Fabrizio Li Vigni

di Gianluca Valle *

Il volume del giovane studioso Fabrizio Li Vigni si presenta come una breve introduzione al pensiero della complessità, impreziosita da un’intervista – prevalentemente di carattere biografico – al filosofo e sociologo francese Edgar Morin. Il libro risulta diviso in due parti: la prima, in cui Li Vigni ripercorre le matrici culturali del paradigma della complessità, soffermandosi sul contributo di Morin che di esso ha fornito una compiuta teorizzazione filosofica; la seconda, in cui Morin risponde alle domande di Li Vigni, Jean Foyer e Christophe Bonneuil sul suo variegato itinerario intellettuale, sugli incontri che più lo hanno influenzato, sulla gestazione della sua opera più sistematica Il metodo (6 volumi composti in un arco temporale compreso tra il 1977 e il 2004), sulle difficoltà di ricezione del suo pensiero, in particolare in Francia e soprattutto da parte delle istituzioni accademiche.

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