Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Fisica e Psiche. Una teoria preliminare e strumenti di lavoro (2/2)

> di Vito j. Ceravolo

16. Biologia fra fisica e psiche

Ho sottaciuto il concetto biologico dalle sopra analisi, limitandomi ai due estremi fisica e psiche: la biologia, cognitivamente, si frappone fra fisica e psiche nell’evoluzione “fisica-biologia-psiche”. Il passaggio da fisica a biologia è il DNA, il passaggio da biologia a psiche è il cervello. Cinque caratteristiche fisiche che prese collettivamente potrebbero identificare un essere vivente sono: riproduzione; crescita (sviluppo); adattamento; risposta; trasformazione di energia. Due caratteristiche biologiche che prese collettivamente potrebbero identificare un essere psichico sono: disposizione; intenzione.

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Fisica e Psiche. Una teoria preliminare e strumenti di lavoro (1/2)

> di Vito j. Ceravolo

Abstract: Questa ipotesi annovera fisica e psiche come scienze distinte da una relativa autonomia l’una sull’altra. Studia i principi e leggi generali che regolano l’attività fisica e la vita mentale in genere. Attraversa alcune delle problematiche più importanti sul confronto mente-corpo.

Capitoli:
1. Esperimento mentale della Mente disincarnata.
2. Realizzabilità multipla della psiche.
3. Teoria della mente.
4. Antiriduzionismo psicofisico.
5. Principi di riduzione.
6. Oggetto fisico e psichico.
7. Esperienza fisica e psichica.
8. Oggetti oltre l’osservazione.
9. Causalità psicofisica.
10. Nature fisiche e motivi psichici.
11. Moto fisico e psichico.
12. Conseguenze e funzioni psicofisiche.
13. Input-Output psicofisici.
14. Linguaggio psicofisico.
15. Comportamenti psicofisici.
16. Biologia fra fisica e psiche.
17. Funzionalità psico-animate.
18. Artifici fra fisica e psiche.
19. Processore psicofisico.
20. Scienza fisica e psichica.
21. Universo fisico e psichico.
22. Statuto del cervello e della mente.
23. Correlazione psicofisica.
24. Modello fisico-psichico.
25. Cervello fra res extensa e res cogitans.
26. L’emergere della psiche dalla fisica.
27. Lampada di Aladino.

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José Ortega y Gasset e il fenomeno della tecnica: beneficio o condanna?

«Questi anni in cui viviamo, i più intensamente segnati dallo sviluppo tecnico di tutta la storia umana, sono i più vuoti» (Ortega, 2011, p. 89). Queste poche parole, fortemente incisive, vengono pronunciate dal filosofo madrileno José Ortega y Gasset (1883-1955) per indicare ciò che ha portato la civiltà occidentale a versare in una preoccupante condizione di «crisi dei desideri», ovverosia, il fenomeno della tecnica, il quale, oltre a procurare dei vantaggi innegabili, provoca, dal punto di vista autenticamente filosofico, dei deterioramenti problematici sull’essere-umano.

È significativo comprendere quanto la crisi culturale indagata da Ortega non interessi solo la circostanza[1] contemporanea al pensatore spagnolo. Tale stato di avvilimento inerisce anche al nostro spazio e al nostro tempo, all’orizzonte della nostra contemporaneità dunque, le cui componenti spirituali risultano ormai danneggiate dagli esiti dello sviluppo tecno-scientifico.

La grandezza dello scrittore, e certamente anche del filosofo, consiste nell’applicazione di quel raro privilegio che la sua vocazione gli ha donato, vale a dire, l’indole profetica. Ebbene, anche da quest’ultimo punto di vista il genio di Ortega si evidenzia in modalità inequivocabile. All’apertura della conferenza La meditazione sulla tecnica (1933) egli afferma:

Ho sempre ritenuto che la missione dello scrittore fosse quella di prevedere con largo anticipo ciò che diventa problema qualche anno più tardi e nel presentare tempestivamente ai suoi lettori, cioè prima che la discussione sorga, idee chiare sulla questione. (Ivi, p. 42)

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Percepire il mondo

> di Vito j. Ceravolo*

Abstract: This is the exposition of a theory that runs through the most important contemporary theories on the subject of perception.

Capitoli: 
1. L’oggetto.
2. L’apparire dell’oggetto.
3. Le possibilità causali dell’oggetto.
4. Percepire l’oggetto.           
5. Diagramma di percezione.
6. Fisica della percezione.
7. Coscienza della percezione.
8. Algebra della percezione.
9. Quantità e qualità.
10. L’origine delle quantità e delle qualità.
11. Gli oggetti apparenti della percezione.
12. Allucinazione e realtà.
13. I casi percettivi.
14. Dati sensoriali.
15. L’empirica dei dati sensoriali.
16. L’oggetto sparisce se non lo guardo?
17. L’oggetto a fondo di ogni percezione.
18. L’oggetto in propria misura soggettiva.
19. Percezione mediata e indiretta.
20. L’evoluzioni dei sensi e delle misure.
21. Evoluzione della percezione.
22. Messaggi fenomenici.
23. Fenomenologia della percezione.

1. L’oggetto

Partiamo col definire uno degli oggetti della nostra trattazione, l’oggetto della percezione: 

1. L’oggetto in sé – noumeno – esiste nell’insieme sovrapposto di tutte le sue possibilità (es. Il gatto di Schrödinger, nella scatola in sé, è sia vivo che morto). È solo quando entra in una relazione (es. Si apre la scatola) che appare in una delle sue possibilità, relativamente a come viene relazionato.

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L’applicazione del metodo fenomenologico: Husserl e il ritorno al mondo-della-vita

Abstract: Il qui presente studio si pone l’obiettivo di delineare, attraverso l’analisi di passi significativi provenienti unicamente da La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, l’applicazione del metodo fenomenologico circa il problema della crisi delle scienze specialistiche. Assunto il punto di vista del discorso husserliano, si individua che per poter arginare tale stato di crisi, che non investe solo le scienze ma anche la stessa filosofia, è indispensabile disvelare quel fondamento sottaciuto, obliato e dunque annichilito dalla componente tecno-scientifica, che la ricerca fenomenologica assume come baricentro della propria epistemologia e metodologia senza incappare in alcuna forma di solipsismo dogmatico: il senso soggettivo.

«Io cercherò di ripercorrere le vie che io stesso ho percorso, non di addottrinare; cercherò semplicemente di rilevare, di descrivere ciò che vedo. Io non ho nessun’altra pretesa se non quella di poter parlare, innanzitutto di fronte a me stesso e quindi di fronte agli altri, con conoscenza di causa e in piena coscienza, come uno che ha vissuto in tutta la sua serietà il destino di un’esistenza filosofica» (Husserl, 2008, p.47). Delle parole così ricche di significato vengono pronunciate da Husserl nella sua ultima opera, La crisi delle scienze europee, che può venire considerata il testamento del pensiero husserliano. Quella di Husserl è la descrizione fenomenologica di una disposizione di crisi molto complessa, e alquanto delicata, che interessa tanto la cultura quanto la stessa civiltà d’Europa. 

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“Essere corpo”: fra la filosofia fenomenologica e la pratica clinica

Quando Platone, in una pagina del Fedone, scrive «fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo» (Platone, 2007, p. 55)  fissa un punto teorico centrale della riflessione filosofica occidentale. Il corpo è ostacolo della conoscenza. Pertanto, tutto ciò che inerisce alla dimensione biologico-corporale deve essere interpretato nei termini di patologia dell’anima (psyché), sostanza semplice e unitaria, e tuttavia, tripartita: la parte razionale, situata nel cervello, è portatrice di saggezza; la parte irascibile, collocata nel torace, di coraggio; la parte concupiscibile, localizzata nell’addome, di temperanza. La tesi socratico-platonica segnala che un legame così intimo con il corpo renda l’anima incarcerata, e quindi, incapace di raggiungere lo stato massimo di intensità spirituale: proprio da qui, agli occhi di Nietzsche, germina la decadenza intellettuale d’Occidente.

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Severino e il possibile ricordare falsamente

“…egli è quasi giunto all’eternità prima del tempo.”

S. Kierkegaard, Aut Aut.

In “Passato, perfectum”, capitolo VI di Destino della Necessità, Emanuele Severino parla del “ricordo” come ri-apparire di ciò che precedentemente era già apparso. Ma è davvero così? Cosa accadrebbe se, in questa ontologia basata sul principio di identità e differenza, un ricordo avesse per contenuto un ricordato mai apparso come passato? Qual è la natura del ricordare e perché si può parlare anche di “falsi ricordi”, come vengono oggi chiamati dalla psicologia e dalla scienza moderna?

Il ricordare ha in sé il carattere del rimandare-a. Ma questo rimando-a dovrebbe rimandare a qualcosa che non è più attestabile per come esso fu. Attenzione: certo non possiamo dire, ancora, che questo “che-fu” è ora un nulla: di fatto appare come non-apparente-nel-modo-dell’ora, poiché appare nel modo del che-fu proprio nel ricordo: questo che-fu è un presente, ma è tale, attestabile, solamente nel ricordo. «…su quale base si può affermare che il passato appariva secondo la stessa modalità secondo cui appare il presente […]?» (E. Severino, Destino della Necessità (Passato, perfectum), p. 198, Adelphi, Terza Edizione 2010) Tale “che-fu” è dunque un “prima”, ed è tale in sé, poiché sopraggiunge un “poi”.«Il sopraggiungere può apparire come tale […] solo in quanto appare il <<prima>> rispetto al quale il <<poi>> è un <<poi>>. […] e dunque solo in quanto qualcosa del <<prima>> continua ad apparire, cioè a permanere» (Ibidem, p. 198).

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Storia del concetto di disabilità: come un’epoca buia dia luce al buio dei giorni nostri

Abstract

Dallo studio della storia della disabilità e dalla lettura delle  fonti che trattano il medesimo tema seppur con un lessico differente, emergono con chiarezza alcune considerazioni.
Se con il passare del tempo rimane inalterato il nucleo della questione che riguarda un elemento oggettivo ovvero la pluralità di condizioni fisiche o mentali di coloro che vivono in una medesima situazione o contesto sociale, siano esse malate, menomate o con problemi psichici; dall’altro risulta chiaro come proprio a seconda delle circostanze vengano applicate a codeste persone etichette che concernono il tema della disabilità a seconda del periodo storico.
L’invito che sorge spontaneo a partire da questa analisi è quello di ribaltare il punto di vista rispetto al problema: perché guardare alle singole persone cercando per loro soluzioni attraverso cui potersi sentire parte di un sistema quando si può operare sul sistema rendendolo accessibile ad ogni persona? La storia infatti ci mostra come sia impossibile dare la giusta attenzione ad ognuno, rischiando seppur partendo da buoni presupposti, di emarginare ora un ‘gruppo’ ora un altro. Rovesciando la questione, le etichette verrebbero cancellate ed assieme ad esse anche i pregiudizi che in parte nascono e muoiono con le epoche, in parte vengono ereditati da quelle precedenti.
La storia della disabilità mostra esattamente questo: a volte è necessario cambiare punto di vista per scoprire che in realtà un nuovo paradigma è possibile.

Parole chiave:

Disabilità, normalità, pregiudizio, medioevo, storia. 

Sommario:

Un contenitore di luoghi comuni che può aiutare a sconfiggerne altri.

Imago Christi e tradizione popolare: relazioni e contraddizioni.

La disabilità nella novellistica: il Decameron.

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Il dolore del signor Raab

Poiché del dolore manca una definizione, lo potremmo designare come il dolore del signor Raab, e tutti saprebbero di cosa stiamo scrivendo. Il signor Raab infatti, che pure ha un ottimo lavoro, è sposato e ha un figlio, non sta da tempo molto bene: ha iniziato a bere un po’ di più, il medico gli ha prescritto un ansiolitico, e quando un collega gli ha fatto gli auguri, lui ha pensato immediatamente gli volesse dire che ne aveva bisogno. Pensiero fastidioso, che come altri solo una terapia antipsicotica potrebbe eradicare – ma non anticipiamo gli eventi, che come afferma Bloy sono come le oche, girano in gruppo. Egli tende alla pinguedine eppure passeggiare lo affatica e annoia; sembra che la moglie aspiri unicamente ad una sua promozione, cioè ad un reddito maggiore; un regalo per lei si trasforma nella canzonatura di due commesse. Ancora piuttosto giovane, ma in quella età della vita ancora imprecisa che della giovinezza ha perso ogni ingenuità, deve anche sopportare il tono brusco del capoufficio, il quale nemmeno in una occasione conviviale riesce a celare il proprio fastidio, forse il proprio disprezzo. Rainer Werner Fassbinder, riletto e fantasticato, ne ha lasciato un ritratto ancora più preciso, ma il dipanarsi del film non ci interessa. Continua a leggere


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Newton e Leibniz: la disputa sulle nozioni di spazio e di tempo

Abstract: L’articolo si prefigge di ripercorrere i tratti distintivi di una delle dispute più importanti dell’epoca moderna: la querelle fra Isaac Newton (1643-1727) e G.W. von Leibniz (1646-1716) inerente alle nozioni di spazio e di tempo. Viene messa in evidenza non solo la diversità delle due posizioni ma anche la loro straordinaria ingegnosità intellettuale.

Gli ultimi anni della vita di Leibniz sono stati amareggiati da diverse polemiche. Quella con Newton, e con i newtoniani in generale, è stata la più spiacevole. In seguito alle insinuazioni del matematico svizzero Nicholas Fatio de Duillier (1664-1753) divulgate sulla rivista Acta eruditorum del 1700, alla pubblicazione dell’Espistola ad Halleium sulle Philosophical Transactions del 1708 da parte del matematico scozzese John Keill (1671-1721), allievo di Newton, Leibniz viene pubblicamente accusato di plagio circa l’invenzione del calcolo infinitesimale. Di contro alle contestazioni di Leibniz, la Royal Society risponde convocando una giuria che gli darà torto. Ed è lo stesso Newton a soffiare sul fuoco sollecitando la pubblicazione del Commercium epistolicum de analysi promota del matematico inglese John Collins (1625-1683) per redigere la documentazione definitiva dell’accusa. Continua a leggere


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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte seconda]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

5. Metafore e narrazione

Benché come esperienza diretta sia estranea a buona parte delle attuali generazioni di europei, la guerra è uno degli eventi più spesso associati alla paura collettiva, e le innumerevoli testimonianze e narrazioni di chi l’ha vissuta fanno parte della nostra “memoria culturale”, per dirla nei termini proposti da Jurij Lotman (1985), a cui abbiamo attinto nel tentativo di dare un senso alle nostre emozioni. Ciò che la pandemia ha in comune con la guerra è il senso di una crisi profonda, che genera paura, e riporta a un passato che si credeva illusoriamente superato. D’altra parte, va considerata la complessità di un quadro metaforico in cui convivono, in una sorta di “continuum semiotico”, le figurazioni del super-eroe evocate da Trump che invita alla battaglia, i ricordi di chi la guerra l’ha vissuta davvero e le percezioni del singolo individuo di fronte a un evento traumatico.

Il frame della guerra diventa uno strumento per esprimere le proprie emozioni, come ben si vede nella testimonianza di un infermiere di una RSA, raccolta dal Corriere della sera:

Ma oggi, qui, tutti, io e i miei “colleghi” ci sentiamo come Enea con Anchise sulle spalle. Il peso ci grava addosso e noi lo sopportiamo, sempre più curvi, abbozzando un sorriso. Ogni giorno ci vestiamo da guerra, con l’armatura e gli scudi per diventare immuni e così siamo irriconoscibili. Entro in reparto e mi immedesimo nello sguardo della signora Angela, “Mimì”. Cosa vede? Un alieno? Un essere strano che però ha una voce amica e un gesto dolce: Vincenzo, ma sei tu?” (“Io, infermiere in una RSA in dialogo con le lacrime”, Corriere della Sera, 3 maggio 2020). Continua a leggere


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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

Introduzione

In questo articolo, si snoda un dialogo intorno alle problematiche comunicative legate alla diffusione della pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. A partire dalle diverse competenze e prospettive disciplinari, i due autori si scambiano domande e riflessioni critiche riguardanti la centralità della scienza nel discorso pubblico, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’uso del linguaggio figurato nella narrazione della pandemia, il potenziamento della comunicazione digitale e le possibili conseguenze di carattere cognitivo, fino ai problemi sollevati dalla didattica a distanza.[1]

  1. La voce dello scienziato

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: la comparsa degli scienziati sulla scena pubblica, chiamati in causa dai politici per intervenire nei processi decisionali. Tutti ascoltavano con trepidazione le loro voci e i loro pareri, nella speranza che la Conoscenza Scientifica potesse sconfiggere il nuovo e invisibile “nemico”, che in pochi giorni ha fatto saltare ogni certezza. Perfino gli abituali denigratori della Conoscenza Scientifica sembravano chiusi nel silenzio. Ma, di certezze, gli scienziati ne avevano ben poche, come è normale che succeda di fronte a un fenomeno nuovo: e così, le aspettative hanno lasciato il posto alla sfiducia, alimentata da un acceso dibattito tra scienziati che, talvolta, non hanno saputo valutare l’impatto mediatico di affermazioni più consone alla comunicazione tra specialisti.

Fuori dall’Italia, le cose non sono andate molto meglio: alcune ricerche confermano, ad esempio, che anche in Spagna i sentimenti negativi della popolazione sono stati alimentati dal flusso di informazioni contraddittorie, mentre un’efficace comunicazione del rischio richiederebbe chiarezza e trasparenza (Heras-Pedrosa, Sánchez-Núñez e Peláez, 2020). Resta però aperta una questione di fondo: come conciliare la cautela dello scienziato con il bisogno di certezza? Come infondere fiducia senza sacrificare il dibattito? Come orientare il cittadino in mezzo al concerto stonato di voci discordanti? Continua a leggere