Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


Lascia un commento

“Essere corpo”: fra la filosofia fenomenologica e la pratica clinica

Quando Platone, in una pagina del Fedone, scrive «fino a quando abbiamo il corpo, e la nostra anima è mescolata con un siffatto malanno, noi non riusciremo mai a raggiungere ciò che desideriamo» (Platone, 2007, p. 55)  fissa un punto teorico centrale della riflessione filosofica occidentale. Il corpo è ostacolo della conoscenza. Pertanto, tutto ciò che inerisce alla dimensione biologico-corporale deve essere interpretato nei termini di patologia dell’anima (psyché), sostanza semplice e unitaria, e tuttavia, tripartita: la parte razionale, situata nel cervello, è portatrice di saggezza; la parte irascibile, collocata nel torace, di coraggio; la parte concupiscibile, localizzata nell’addome, di temperanza. La tesi socratico-platonica segnala che un legame così intimo con il corpo renda l’anima incarcerata, e quindi, incapace di raggiungere lo stato massimo di intensità spirituale: proprio da qui, agli occhi di Nietzsche, germina la decadenza intellettuale d’Occidente.

Continua a leggere


Lascia un commento

Severino e il possibile ricordare falsamente

“…egli è quasi giunto all’eternità prima del tempo.”

S. Kierkegaard, Aut Aut.

In “Passato, perfectum”, capitolo VI di Destino della Necessità, Emanuele Severino parla del “ricordo” come ri-apparire di ciò che precedentemente era già apparso. Ma è davvero così? Cosa accadrebbe se, in questa ontologia basata sul principio di identità e differenza, un ricordo avesse per contenuto un ricordato mai apparso come passato? Qual è la natura del ricordare e perché si può parlare anche di “falsi ricordi”, come vengono oggi chiamati dalla psicologia e dalla scienza moderna?

Il ricordare ha in sé il carattere del rimandare-a. Ma questo rimando-a dovrebbe rimandare a qualcosa che non è più attestabile per come esso fu. Attenzione: certo non possiamo dire, ancora, che questo “che-fu” è ora un nulla: di fatto appare come non-apparente-nel-modo-dell’ora, poiché appare nel modo del che-fu proprio nel ricordo: questo che-fu è un presente, ma è tale, attestabile, solamente nel ricordo. «…su quale base si può affermare che il passato appariva secondo la stessa modalità secondo cui appare il presente […]?» (E. Severino, Destino della Necessità (Passato, perfectum), p. 198, Adelphi, Terza Edizione 2010) Tale “che-fu” è dunque un “prima”, ed è tale in sé, poiché sopraggiunge un “poi”.«Il sopraggiungere può apparire come tale […] solo in quanto appare il <<prima>> rispetto al quale il <<poi>> è un <<poi>>. […] e dunque solo in quanto qualcosa del <<prima>> continua ad apparire, cioè a permanere» (Ibidem, p. 198).

Continua a leggere


2 commenti

Storia del concetto di disabilità: come un’epoca buia dia luce al buio dei giorni nostri

Abstract

Dallo studio della storia della disabilità e dalla lettura delle  fonti che trattano il medesimo tema seppur con un lessico differente, emergono con chiarezza alcune considerazioni.
Se con il passare del tempo rimane inalterato il nucleo della questione che riguarda un elemento oggettivo ovvero la pluralità di condizioni fisiche o mentali di coloro che vivono in una medesima situazione o contesto sociale, siano esse malate, menomate o con problemi psichici; dall’altro risulta chiaro come proprio a seconda delle circostanze vengano applicate a codeste persone etichette che concernono il tema della disabilità a seconda del periodo storico.
L’invito che sorge spontaneo a partire da questa analisi è quello di ribaltare il punto di vista rispetto al problema: perché guardare alle singole persone cercando per loro soluzioni attraverso cui potersi sentire parte di un sistema quando si può operare sul sistema rendendolo accessibile ad ogni persona? La storia infatti ci mostra come sia impossibile dare la giusta attenzione ad ognuno, rischiando seppur partendo da buoni presupposti, di emarginare ora un ‘gruppo’ ora un altro. Rovesciando la questione, le etichette verrebbero cancellate ed assieme ad esse anche i pregiudizi che in parte nascono e muoiono con le epoche, in parte vengono ereditati da quelle precedenti.
La storia della disabilità mostra esattamente questo: a volte è necessario cambiare punto di vista per scoprire che in realtà un nuovo paradigma è possibile.

Parole chiave:

Disabilità, normalità, pregiudizio, medioevo, storia. 

Sommario:

Un contenitore di luoghi comuni che può aiutare a sconfiggerne altri.

Imago Christi e tradizione popolare: relazioni e contraddizioni.

La disabilità nella novellistica: il Decameron.

Continua a leggere


Lascia un commento

Il dolore del signor Raab

Poiché del dolore manca una definizione, lo potremmo designare come il dolore del signor Raab, e tutti saprebbero di cosa stiamo scrivendo. Il signor Raab infatti, che pure ha un ottimo lavoro, è sposato e ha un figlio, non sta da tempo molto bene: ha iniziato a bere un po’ di più, il medico gli ha prescritto un ansiolitico, e quando un collega gli ha fatto gli auguri, lui ha pensato immediatamente gli volesse dire che ne aveva bisogno. Pensiero fastidioso, che come altri solo una terapia antipsicotica potrebbe eradicare – ma non anticipiamo gli eventi, che come afferma Bloy sono come le oche, girano in gruppo. Egli tende alla pinguedine eppure passeggiare lo affatica e annoia; sembra che la moglie aspiri unicamente ad una sua promozione, cioè ad un reddito maggiore; un regalo per lei si trasforma nella canzonatura di due commesse. Ancora piuttosto giovane, ma in quella età della vita ancora imprecisa che della giovinezza ha perso ogni ingenuità, deve anche sopportare il tono brusco del capoufficio, il quale nemmeno in una occasione conviviale riesce a celare il proprio fastidio, forse il proprio disprezzo. Rainer Werner Fassbinder, riletto e fantasticato, ne ha lasciato un ritratto ancora più preciso, ma il dipanarsi del film non ci interessa. Continua a leggere


Lascia un commento

Newton e Leibniz: la disputa sulle nozioni di spazio e di tempo

Abstract: L’articolo si prefigge di ripercorrere i tratti distintivi di una delle dispute più importanti dell’epoca moderna: la querelle fra Isaac Newton (1643-1727) e G.W. von Leibniz (1646-1716) inerente alle nozioni di spazio e di tempo. Viene messa in evidenza non solo la diversità delle due posizioni ma anche la loro straordinaria ingegnosità intellettuale.

Gli ultimi anni della vita di Leibniz sono stati amareggiati da diverse polemiche. Quella con Newton, e con i newtoniani in generale, è stata la più spiacevole. In seguito alle insinuazioni del matematico svizzero Nicholas Fatio de Duillier (1664-1753) divulgate sulla rivista Acta eruditorum del 1700, alla pubblicazione dell’Espistola ad Halleium sulle Philosophical Transactions del 1708 da parte del matematico scozzese John Keill (1671-1721), allievo di Newton, Leibniz viene pubblicamente accusato di plagio circa l’invenzione del calcolo infinitesimale. Di contro alle contestazioni di Leibniz, la Royal Society risponde convocando una giuria che gli darà torto. Ed è lo stesso Newton a soffiare sul fuoco sollecitando la pubblicazione del Commercium epistolicum de analysi promota del matematico inglese John Collins (1625-1683) per redigere la documentazione definitiva dell’accusa. Continua a leggere


Lascia un commento

Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte seconda]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

5. Metafore e narrazione

Benché come esperienza diretta sia estranea a buona parte delle attuali generazioni di europei, la guerra è uno degli eventi più spesso associati alla paura collettiva, e le innumerevoli testimonianze e narrazioni di chi l’ha vissuta fanno parte della nostra “memoria culturale”, per dirla nei termini proposti da Jurij Lotman (1985), a cui abbiamo attinto nel tentativo di dare un senso alle nostre emozioni. Ciò che la pandemia ha in comune con la guerra è il senso di una crisi profonda, che genera paura, e riporta a un passato che si credeva illusoriamente superato. D’altra parte, va considerata la complessità di un quadro metaforico in cui convivono, in una sorta di “continuum semiotico”, le figurazioni del super-eroe evocate da Trump che invita alla battaglia, i ricordi di chi la guerra l’ha vissuta davvero e le percezioni del singolo individuo di fronte a un evento traumatico.

Il frame della guerra diventa uno strumento per esprimere le proprie emozioni, come ben si vede nella testimonianza di un infermiere di una RSA, raccolta dal Corriere della sera:

Ma oggi, qui, tutti, io e i miei “colleghi” ci sentiamo come Enea con Anchise sulle spalle. Il peso ci grava addosso e noi lo sopportiamo, sempre più curvi, abbozzando un sorriso. Ogni giorno ci vestiamo da guerra, con l’armatura e gli scudi per diventare immuni e così siamo irriconoscibili. Entro in reparto e mi immedesimo nello sguardo della signora Angela, “Mimì”. Cosa vede? Un alieno? Un essere strano che però ha una voce amica e un gesto dolce: Vincenzo, ma sei tu?” (“Io, infermiere in una RSA in dialogo con le lacrime”, Corriere della Sera, 3 maggio 2020). Continua a leggere


1 Commento

Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

Introduzione

In questo articolo, si snoda un dialogo intorno alle problematiche comunicative legate alla diffusione della pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. A partire dalle diverse competenze e prospettive disciplinari, i due autori si scambiano domande e riflessioni critiche riguardanti la centralità della scienza nel discorso pubblico, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’uso del linguaggio figurato nella narrazione della pandemia, il potenziamento della comunicazione digitale e le possibili conseguenze di carattere cognitivo, fino ai problemi sollevati dalla didattica a distanza.[1]

  1. La voce dello scienziato

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: la comparsa degli scienziati sulla scena pubblica, chiamati in causa dai politici per intervenire nei processi decisionali. Tutti ascoltavano con trepidazione le loro voci e i loro pareri, nella speranza che la Conoscenza Scientifica potesse sconfiggere il nuovo e invisibile “nemico”, che in pochi giorni ha fatto saltare ogni certezza. Perfino gli abituali denigratori della Conoscenza Scientifica sembravano chiusi nel silenzio. Ma, di certezze, gli scienziati ne avevano ben poche, come è normale che succeda di fronte a un fenomeno nuovo: e così, le aspettative hanno lasciato il posto alla sfiducia, alimentata da un acceso dibattito tra scienziati che, talvolta, non hanno saputo valutare l’impatto mediatico di affermazioni più consone alla comunicazione tra specialisti.

Fuori dall’Italia, le cose non sono andate molto meglio: alcune ricerche confermano, ad esempio, che anche in Spagna i sentimenti negativi della popolazione sono stati alimentati dal flusso di informazioni contraddittorie, mentre un’efficace comunicazione del rischio richiederebbe chiarezza e trasparenza (Heras-Pedrosa, Sánchez-Núñez e Peláez, 2020). Resta però aperta una questione di fondo: come conciliare la cautela dello scienziato con il bisogno di certezza? Come infondere fiducia senza sacrificare il dibattito? Come orientare il cittadino in mezzo al concerto stonato di voci discordanti? Continua a leggere


Lascia un commento

Leo Strauss, filosofia e retorica nello spazio della caverna politica

Nella storia della civiltà occidentale il discorso politico ha incrociato più volte (e continua tuttora) il suo cammino con l’esercizio della retorica e il conseguente ricorso alla segretezza. Nelle società antiche specie nel mondo romano, il ricorso alla riservatezza e alla dissimulazione erano aspetti decisivi per assicurare il bene della res publica garantendone di fatto  la sua integrità. La salus rei publicae doveva essere preservata anche grazie alla delicata architettura di poteri occulti icasticamente rappresentati dagli arcana imperii et dominationis di tacitiana memoria mediante i quali il ricorso alla riservatezza e persino alla menzogna era in grado di alimentare il fisiologico rapporto tra imperium e secretum. La moderna visione liberaldemocratica della politica sembrerebbe al contrario aver stigmatizzato il ricorso alla menzogna politica, esprimendo l’interesse a perseguire un controllo del potere esercitato dal popolo nelle forme previste dai nuovi modelli civili prima ancora che politici. L’idea di una tale forma di “potere visibile” avrebbe dovuto sancire una rottura netta rispetto al passato, ristrutturando dall’interno gli strumenti di controllo del potere, attraverso i quali si era riusciti per secoli a legittimare in modo pressoché assoluto l’auctoritas dei sovrani secondo il principio quod pricipi placuit, legis habet vigorem (Il giurista Ulpiano (II secolo d.c.)  precisa: «Quod principi placuit, legis habet vigorem: utpote cum lege regia, quae de imperio eius lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat.».  Digesta, I, 4, 1.) Continua a leggere


1 Commento

Varietà e insiemi dell’esistenza

Abstract: We observe the variety of existence through three arguments: mathematical; logical; quantum. So we formalize the concept of set mathematical.

Indice:
Introduzione: Motore filosofico

Capitolo primo: La varietà

  1. Matematica della varietà
  2. Logica della varietà
  3. Quantistica della varietà

Capitolo secondo: Gli insiemi

  1. Distinzione fra classi e insiemi
  2. Il sistema generale
  3. Assiomatizzazione del concetto di insieme

Conclusione:  Discorso sulla varietà Continua a leggere


1 Commento

Cosa può generare una crisi economica e sociale?

Premessa

L’emergenza pandemica non avrà solo delle conseguenze sulla salute nei vari Stati, ma andrà ad incidere notevolmente sulle comunità dal punto di vista economico e sociale. Tanto è vero che, tutti gli istituti economici più qualificati mettono in evidenza la perdita dei P.I.L. dei singoli Stati, con delle conseguenze notevoli nella società.
A fortiori, già nella fase di massima espansione del virus in Italia,  si notavano delle spinte disgregatrici nella società, a causa delle mancanza di efficacia della Pubblica Amministrazione nel distribuire aiuti economici alle fasce sociali più colpite e in difficoltà.
Ebbene, in questi mesi sono andati formarsi sull’onda emotiva della crisi dei veri e proprio movimenti “ liquidi”, come forma di protesta nei confronti delle Istituzioni nazionali e sovranazionali.
Va pure evidenziato, come nei periodi di crisi economica è consuetudine il formarsi di movimenti sociali, che possono avere diverse caratterizzazioni, ma tutte hanno un elemento comune che è il sovvertimento dell’ordine politico e sociale.
È dirimente, prendere in considerazione che l’eventuale crisi economica che deriverà dall’emergenza pandemica, si andrà ad aggiungere ad altri fattori, quali la crisi della globalizzazione e del paradigma economico e sociale neo-liberale, i quali avevano già determinato la crisi economica del 2008, da cui alcuni Stati, come l’Italia, non erano del tutto usciti.
È  fondamentale immaginare una ricostruzione di una società intermediata non solo dal punto di vista formale, ovvero con la nascita di nuovi corpi intermedi, ma risulta opportuno che si sviluppino nuove visioni e nuovi manifesti politici e culturali delle varie grandi ideologie, dal momento che in questi anni è venuta a mancare la funzione delle formazioni sociali nel nostro Paese, generando degli impulsi estremisti e disgregatrici che possono portare a conseguenze, molto spesso non immaginabili.
Ciò che è avvenuto nelle Piazze di Milano e Bologna, ovvero le manifestazione dei gilets arancioni, nonostante i numeri modesti che hanno fatto registrare, non possono essere, però, sottovalutate dal momento che in mancanza di formazioni sociali, che mitigano gli istinti e la rabbia dei cittadini, a causa delle difficoltà economiche, possono determinare scenari che ad oggi sono impensabili ed inimmaginabili, ma che negli anni possono avere risultanze differenti.
D’altronde, un esempio lampante è possibile rintracciarlo nel movimento dei Gilets Jaunes, che è nato nel 2018  per l’aumento dei prezzi sul carburante, ma in pochi mesi la protesta è diventata uno scontro sociale, dal momento che i gilets gialli rimarcavano nel loro manifesto e nelle proteste in piazza lo status delle classi più deboli, rivendicando maggiori diritti sia nell’ambito lavorativo che socio-economico. 
Altresì, nonostante potrebbe sembrare un paragone lontano e molto risonante, ma le istanze e le rivendicazione sia dei Gilets Jaunes che dei Gilets Arancione, fino ad arrivare al V-Day, sono confrontabili al manifesto del movimento dei fasci del 1929.
È lapalissiano che non si vuole esprimere giudizi o caratterizzare i movimenti odierni, con ciò che è avvenuto nella prima metà del ‘900, piuttosto è stimolante per la discussione posta in essere mettere in evidenza dei tratti comuni, seppur con parabole e risultanti diverse tra esse.
In conclusione, il ragionamento centrale  e rilevante da prendere in considerazione è che questi movimenti i quali hanno una forte spinta sociale, proveniente dalle criticità sociali non possono essere caratterizzate ed inquadrate in un unico “ campo politico”, bensì la particolarità è proprio la provenienza culturale, sociale e politica trasversale degli attivisti e dei cittadini che aderiscono a suddetti movimenti. Continua a leggere


2 commenti

Il problema dell’immediatezza

Raramente mi capita di commuovermi leggendo pagine di un libro di carattere filosofico. Spesso ne rimango colpito, non poche volte mi taccio e accolgo brividi sulla cute delle braccia, ma solo in alcune, eccezionali occasioni rimango commosso – laddove, beninteso, la commozione non si intende come lacrime di emozione, bensì come una profonda sensazione di sbigottimento, a metà tra l’incapacità di parlare, talora anche di pensare, di fronte a un’enorme grandezza, e l’immensa gioia per la presenza della stessa. Questa sera si è verificato uno di tali, sporadici casi. Non è di grande interesse in sé, me ne rendo conto; però è funzionale allo sviluppo di un discorso che, a parer mio, potrebbe rivelarsi in fondo interessante, perciò prego il Lettore di avere pazienza, se vorrà, e di seguirmi per un po’, con comprensione e clemenza quanto possibile, verso l’introduzione di un interrogativo frizzante.
Lo scritto in questione era un piccolo prologo di Pavel Florenskij a una sua opera maggiore; non è necessario sapere chi Florenskij fosse, né di quale opera si tratti, poiché tale prologo ha una funzione quasi a sé stante. Esso, benché lo stampo filosofico sia innegabile, più che un trattato discorsivo appare come una semplice descrizione: la descrizione dei sentimenti dell’Autore durante il momento del crepuscolo, e le riflessioni annesse. Neanche troppo originale, si penserà. Eppure sono pagine di una potenza rara – le immagini rievocate, i simboli utilizzati, i concetti espressi in maniera semplice e lapidaria, rendono l’introduzione in questione (il cui titolo è Sulla collina Makovec) una lettura memorabile. Ma non siamo qui per tesserne le lodi. Al di là della bellezza, infatti, che magari può essere frutto di un giudizio puramente soggettivo, il testo sa offrire alcuni spunti sui quali vale la pena soffermarsi. Continua a leggere


Lascia un commento

Il problema della sensibilità

Mi ponevo poco tempo fa il seguente quesito: «Da dove deriva la differenza di sensibilità nelle persone?», ovvero perché c’è una netta e innegabile differenza tra i “gusti” degli individui? I gusti, per carità, son gusti; ma sono sicuro che chiunque, posto davanti alle estreme, seppur logiche, conseguenze di tale affermazione, riconsidererebbe il suo valore di verità universale – perché se è vero che de gustibus non eccetera, è altrettanto indubbio che vi sono gusti e gusti. Per capirci in due parole, è evidente che un paragone tra Jovanotti e Diodato non desti lo stesso scalpore di quanto non faccia uno tra Jovanotti e Chopin. Questo, lo dico subito, lo prendo come un assunto; penso, comunque, che sia facilmente verificabile: chiunque ascolti una simile comparazione, infatti, storcerà, come minimo, il naso, persino gli stessi fan di Jovanotti. È come se si sapesse già, in qualche modo, forse solo perché ce lo siamo sentiti ripetere sin da piccoli, che Chopin è una colonna portante della musica di tutti i tempi, mentre Jovanotti… Ora, se fosse vero che “ognuno ha i suoi gusti”, allora un qualsiasi individuo potrebbe affermare che Jovanotti è nettamente migliore di Chopin senza incorrere nella benché minima obiezione e rimanendo giustificato nel pensarlo – tuttavia, di nuovo, reputo che l’esperienza quotidiana mostri come questo non accada. Pare invece che una simile frase non dipenda dai gusti, ma sia proprio, inevitabilmente, sbagliata. Dunque ci sono questioni che dipendono dall’apprezzamento soggettivo (Jovanotti può essere migliore o no di Diodato) e altre che invece rimangono oggettive (Jovanotti non è migliore di Chopin, punto)? Com’è possibile, però, una simile situazione? Qual è, da un punto di vista logico, la differenza tra la due affermazioni? Che nella seconda il termine di paragone è troppo superiore? Ma se il criterio è soggettivo, in base a cosa lo si può dire? Le uniche due conseguenze possibili, a mio avviso, sono o che sui gusti non bisogna davvero discutere, e quindi è possibile che Jovanotti sia migliore di Chopin, oppure che quest’ultima frase risuoni quasi come una blasfemia, e dunque che l’apprezzamento del singolo per Jovanotti non renda questi un musicista più grande di Chopin. Posto che la prima ipotesi sia intuitivamente scorretta (il che non si significa che lo sia necessariamente, ma che la si percepisce come tale la maggior parte delle volte), e che dunque sia corretta la seconda, ciò fa sì che si crei una discrepanza tra quanto è soggettivo, quel che pare ai singoli, che apprezzano o detestano una certa opera, un certo artista, e quanto è la realtà; in poche parole, si è liberissimi di preferire Jovanotti a Chopin, ma quest’ultimo è e rimarrà comunque un musicista oggettivamente migliore del primo. Dove porta allora una simile teoria – che poi, a guardar bene, è in realtà una semplice constatazione? Ecco, pare logico che se si accettano tutti questi presupposti, si debba, in virtù di essi, riconoscere anche l’esistenza di un bello quasi oggettivo, di una nozione di qualità intrinseca a un’opera che non dipenda dai nostri “gusti”; si deve cioè accettare, sia che Chopin mi piaccia, sia che io lo detesti, che egli è stato un grande musicista. Però allora come mai non mi piace? Qui sta il nocciolo della faccenda. Continua a leggere