
È il 1716 quando il vescovo e filosofo irlandese George Berkeley (1685 –1753), il padre dell’immaterialismo inglese – la filosofia che si contrapponeva al materialismo di Locke –, intraprende un viaggio in Italia in qualità di precettore del giovane George Ashe, figlio del vescovo di Clogher, matematico e vicecancelliere dell’Università di Dublino.
Di questa esperienza biennale lascia un gustoso diario ed alcune lettere, in gran parte al suo grande amico e sostenitore John Percival, in seguito Conte di Egmont, che diffondeva le sue idee immaterialiste nei circoli intellettuali inglesi.
In una di queste lettere, spedita da Napoli il 6 giugno 1717, Berkeley gli scrive:
Signore,
sono appena tornato da un viaggio attraverso le parti più remote e sconosciute d’Italia. Le celeberrime città di cui Sua Signoria è perfettamente a conoscenza.
Forse, però, Lei non sa che la città più bella d’Italia si trova in un remoto angolo del tacco. Lecce (anticamente Aletium) è di gran lunga la città più ricca di ornamenti architettonici tra tutte quelle che ho visitato.
I Gran Tour nascono sul finire del Cinquecento ed hanno la loro massima espansione tra Seicento e Settecento, estendendosi a tutto l’Ottocento. Sono viaggi di educazione e di formazione dei giovani aristocratici europei, soprattutto britannici, e costituiscono oggi una importantissima fonte di informazione relativa ad usi e costumi delle popolazioni visitate, con ragguagli su clima, storia, arte e architettura presenti nei loro territori.
L’Italia, per il suo patrimonio storico-artistico, ne è la meta principale, quindi nulla di nuovo sotto il sole. Tuttavia, ciò che rende diverso il viaggio di Berkeley è il fatto che sia il primo viaggiatore del futuro Regno Unito a spingersi in Puglia e in Basilicata.
Dalle Alpi, passando per Roma e spingendosi fino in fondo alla Penisola, Berkeley appunta e descrive con essenzialità i paesaggi più o meno pittoreschi che incontra sul suo cammino, si diffonde in particolari sui tesori d’arte (forte, soprattutto, del suo buon gusto e delle sue competenze architettoniche e antiquarie), ma, soprattutto, descrive con estrema precisione il carattere degli abitanti, l’economia dei luoghi, le tradizioni e le credenze popolari.
I diari sono, infatti, destinati alla pubblicazione e questo lo spinge a delle descrizioni accurate e senza veli, dove il Sud Italia è visto come culla della classicità, ma anche custode di credenze ancestrali e di inusitata ferocia (come quando dice che gli abitanti di Ischia sono sempre pronti ad ammazzarsi per delle sciocchezze).
Il secolo non è quello delle storie instagrammabili o degli influencer, ma si potrebbe quasi affermare che gli scritti dei gran tour svolgano la stessa funzione di entrambi.
Inoltre, e questa è forse la maggiore peculiarità di questo diario, George Berkeley mostra un interesse per le zone più interne del Sud Italia con molto anticipo su quello che sarà l’interesse di studiosi e gentiluomini per gli scavi di Pompei ed Ercolano (che, infatti, verranno scoperte poco dopo). Nonché per quella strana disciplina oggi chiamata “paesologia”, intesa come narrazione poetica dei paesi italiani in via di spopolamento. Ma questa, è un’altra storia.
Curiosità di viaggio
L’edizione su cui chi scrive si è basata per il presente saggio è l’edizione digitale Cisva del 2010, con traduzione di Nicola Nesta. Essa fa riferimento al secondo viaggio di Berkeley in Italia, dal 1716 al 1718.
Va osservato che il vescovo di Cloyne trascorre in Italia quattro anni, sia pure con interruzioni.
A Roma Berkeley prende nota del fatto che: «Ogni mattina il Papa omaggia i Cardinali con un tozzo del suo pane. Questo pane era di qualità eccellente quando Sua Santità viveva in Vaticano, ma, dopo l’allontanamento a Monte Cavallo, benché i panettieri fossero rimasti gli stessi e si utilizzasse la medesima acqua e il medesimo grano, risultò tuttavia impossibile produrre lì un pane così buono come quello del Vaticano».
Arrivato nel Principato Ulteriore, ovvero Provincia Hirpina, Berkeley annota che 13 città hanno vescovi, eccetto Benevento e Conza, che hanno entrambe arcivescovi.
In ogni zona visitata, il nostro filosofo appunta diligentemente il numero di vescovi e arcivescovi presenti nelle varie diocesi.
Il 21 maggio 1717, Berkeley annota che “la Puglia è nota per essere meno pulita rispetto ad altre parti d’Italia”.
Inseguendo i suoi interessi scientifici e antropologici, egli si diffonde in descrizioni circa le credenze sul morso della tarantola, che causerebbe una danza sfrenata in chi ne resta vittima.
A Taranto gli vengono mostrati degli scorpioni che alcuni ritenevano fossero tarantole. “N.B. A Canosa ho visto un uomo che leggeva un libro. Non capiva neppure una parola di quello che leggeva, lo faceva per devozione”.
A Barletta il padre vicario gli racconta la storia della tarantola, perché è riuscito a curare gli ammalati con la lingua del serpente impietrito che si trova a Malta: “Ci si bagna la lingua nel vino che poi si beve dopo il nono o l’ultimo ballo – ce ne sono tre al giorno per tre giorni. Alla morte della tarantola, la malattia scompare. La si contrae solo mangiando frutta morsa dalla tarantola. Non crede sia una leggenda poiché, tra gli altri, è riuscito a guarire un Cappuccino che non credeva potesse fingere per il mero gusto di ballare”. Un contadino di Canosa gli racconta invece del modo in cui si acchiappa la tarantola, “ossia bagnando la punta di un fuscello di paglia con la sua saliva e infilandolo poi nel buco in cui si nasconde la tarantola e intonando un fischio”. In tal modo, riesce ad estrarre questo animaletto che spaventa altri.
Anche a Bari, il vescovo di Cloyne si imbatte nella storia delle tarantole. Anzi, fuori città, insieme alla sua compagnia, si mette proprio alla ricerca di tarantole e di altri ragni di colore rossastro. Cita un tal abate Fanelli ed un altro non specificato abate i quali sono concordi sulla credenza della tarantola, che miete vittime fra donne nobili e popolane, ed anche una cugina dell’abate Fanelli. Attraverso uno specchio vengono seguiti i movimenti della tarantola ed un ufficiale ha visto trenta tarantati danzare insieme a Foggia. Tra i molti racconti raccolti, c’è quello relativo ad una donna sulla sessantina, impiegata in un monastero, che danzava la tarantola. Ed anche un altro che riguarda la figlia di un ricco notabile, che danzava in un contesto dove gli altri erano seduti ed il cui padre era convinto che fosse stata morsa da una tarantola.
Anche a Casalnuovo, attuale Manduria, in provincia di Taranto, Berkeley si imbatte in storie sulla tarantola. Ma qui, un medico gli racconta che la malattia del tarantato sia, in realtà, “frutto di una finzione a fini indecenti” (29 maggio).
A Taranto, dice il filosofo, “abbiamo assistito alla danza di un tarantato. Non aveva né lo specchio né la spada, batteva i piedi sul pavimento, strillava, a volte sembrava sorridere, durante la danza descriveva un cerchio, come gli altri. Il console ci ha detto che tutti i ragni, ad eccezione di quelli con le zampe più lunghe, se ti mordono, provocano i tipici sintomi, benché non così forti come quelli dei ragni più grandi di campagna. Ha poi aggiunto che la tarantola provoca un forte dolore e un livido che si estende su tutta la zona circostante il morso ed anche oltre. Non credo che fingano, la danza è davvero faticosa. Inoltre, ha raccontato che i tarantati siano vittime di una pazzia febbrile e che a volte, conclusa la danza, si gettavano in mare e finivano per annegare se qualcuno non li avesse salvati. Ha detto anche che, nel caso in cui la tarantola fosse stata ammazzata mentre mordeva, il malato avrebbe danzato solo per un anno; altrimenti, doveva danzare fino alla morte della tarantola”.
Nella piccola città di Faggiano, piccola enclave albanese, il prete racconta che il braccio morso dalla tarantola si gonfia.
Anche a Matera, il gruppo di viaggiatori fa esperienza delle tarantole, incrociate mentre i suoi membri sono seduti attorno ad un pozzo, venendo circondato da quegli animaletti.
A Brindisi il vescovo Berkeley rimane a dir poco scioccato nell’assistere ad una scena in cui un bambino tira a sorte delle palline di diverso colore per scegliere i governanti della città, con il benestare dei magistrati. Ed è in questa città che incontra un marinaio inglese che chiede la carità nei pressi del porto, dopo che ha fatto naufragio. I suoi compagni girano nella zona e Berkeley a Napoli ha saputo che si sono macchiati di alcuni crimini, avendo ammazzato dei passeggeri maomettani.
A Ischia, egli descrive gli abitanti come estremamente cortesi ma vendicativi e assetati di sangue e l’isola come in preda ai soprusi degli sbirri. Sull’isola Berkeley conosce un simpatico vecchietto, Seley, che ha mangiato più di duecento vipere e che sarebbe in grado di riprodurre il miracolo del sangue di San Gennaro. Poi racconta anche: “Le indemoniate di Sant’Andrea della Valle ricordano le sacerdotesse invasate o le Baccanti sfrenate degli antichi”.
Roma
[Roma] 7 gennaio 1717 N.S.
Questa mattina ho percorso una galleria del Vaticano lunga quattrocentottantotto passi. Abbiamo visitato la famosa Biblioteca del palazzo. Vi sono custoditi settantaduemila volumi manoscritti e a stampa. L’edificio, di certo unico nel suo genere, vanta ottime proporzioni ed è stato dipinto dalle mani più esperte. Ha forma di T, la lunghezza massima misura circa ottocento piedi. Tutti i volumi sono riposti su banchi o scaffali di spalle alla parete. Questi banchi sono tutti bassi, hanno la stessa altezza sicché i libri più alti sono comunque alla portata senza il minimo sforzo. Abbiamo visto un manoscritto di Virgilio di oltre 1.400 anni. Mancavano i primi quattro versi, a lungo oggetto di dibattito.
Nella biblioteca capitolare, Berkeley può visionare le lettere d’amore di Enrico VIII e Anna Bolena, nonché un libro di Lutero che gli guadagnò il titolo di Difensore della fede.
Le strade di Roma sono percorse in lungo e in largo.
Ampie e dettagliate sono le descrizioni delle tante opere d’arte ammirate nel corso della permanenza nella Città Eterna, che si protrae fino al 25 gennaio di quell’anno. Tra queste, le statue nella zona del Belvedere del Vaticano. La visita alla Piramide Cestia. Villa Farnese.
Le piazze. Le varie chiese, con i loro tesori di arte e d’architettura.
Le vedute dal Quirinale, dal Testaccio, da Trinità dei Monti.
Palazzo Farnese e Palazzo Barberini. Villa Borghese. Villa Doria Pamphilj, di cui il vescovo irlandese apprezza moltissimo il vasto parco.
Le opere di pittori illustri come Tiziano, Domenichino, Correggio, Guercino e Raffaello (tra i tanti) e le statue di Michelangelo (più di tutte il Cristo morto).
Devo poi citare la chiesa di San Pietro Montorio, dove avvenne la decapitazione di San Pietro. In questa chiesa abbiamo visto la Trasfigurazione, l’ultimo dipinto di Raffaello. È di qui che meglio si vede Roma, con le facciate delle case che si inclinano, giù per i sette colli, verso il Tevere sul lato opposto. È una vista davvero stupenda, credo la più bella al mondo.
Il giudizio su tale veduta si ripete alcune pagine dopo:
Abbiamo goduto dell’eccezionale vista di Roma che da nessun’ altra parte è così bella come qui e siamo quindi tornati.
Berkeley parla degli incontri con i Cardinali romani – che, precisa, dispongono di cavalieri e conti per le loro questioni interne – e delle conversazioni relative alla politica internazionale: in particolare le vicende d’Inghilterra e quelle di Venezia e della Turchia.
Parlando della magnificenza del Vaticano, parla di Cardinali e prelati che arrivano «in eleganti carrozze e ricche livree»
Parlando dei Palazzi romani, egli nota che in essi vi è una diffusa carenza di gallerie:
Mi meraviglia parecchio il fatto che questa carenza sia tanto diffusa nei palazzi romani, visto che una galleria, oltre a comportare meno spese ed essere più bella, è anche un luogo più adatto a custodire dipinti rispetto ad una serie di camere che non servono a nulla se si considera la sproporzione tra grandezza del palazzo e numero dei suoi abitanti.
Una notazione storica riguarda Castel Sant’Angelo:
Da non dimenticare la statua dell’angelo che impugna una spada in cima al castello, proprio nel punto in cui dicono si sia manifestato alla gente ai tempi della peste durante il regno di Gregorio il Grande. È da questo evento che il castello ha derivato il suo nome. Il ponte di Sant’Angelo che, attraversando il Tevere, conduce al castello è degno di nota avendo delle splendide decorazioni statuarie antiche e moderne su ambedue i lati.
E poi c’è quest’altra:
Tornando a casa abbiamo poi visto anche la chiesa del Quo vadis Domine? Dicono sia stata costruita proprio nel punto in cui San Pietro incontrò Nostro Signore mentre fuggiva da Roma per salvarsi dalla persecuzione. Chiese a Nostro Signore: “Quo vadis domine?” Egli rispose: “Eo Romam iterum crucifigi” E San Pietro tornò a Roma e affrontò il martirio.
(Continua)