Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Eutanasia illegale: alcune considerazioni non popolari.

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La filosofia è sguardo creatore dell’orizzonte; sguardo in un orizzonte (Zambrano, L’uomo e il divino, p. 245)

Il conflitto etico e le buone ragioni.

Nel convulso e caotico crocevia dei recenti eventi internazionali (Afghanistan), delle polemiche interne su vaccini e greenpass, ancora freschi di campionato europeo appena vinto, c’è un movimento referendario che sembra aver raggiunto la soglia delle 500mila firme, tappa fondamentale per potersi validamente candidare a momento di convocazione dei seggi. È la proposta chiamata “Eutanasia legale”, sulla quale svolgerò in questa sede alcune veloci ed efficaci considerazioni non popolari, ovvero che non piaceranno ai più, e probabilmente proprio ai promotori referendari e ai loro molteplici sostenitori, tifosi e partigiani.

Forse si vorrebbe che io prendessi, sin d’ora e nettamente, una posizione, pro o contro l’oggetto del contendere, la legalizzazione dell’eutanasia. Ma non lo farò. Innanzitutto, perché uno schierarsi preliminare di per sé non è efficace nel conferire fondatezza alla posizione che s’intende sostenere. E, in secondo luogo, perché l’oggetto del contendere non è automaticamente o nativamente prendere le une o le altre parti quanto, e piuttosto, mostrare quanto vi sia di errato nella proposta “Eutanasia legale”. Immagino che alcuni potrebbero già dirmi “va beh, se non sei d’accordo, allora non puoi parlarne”. Ma questo è un violento modo di procedere che nega a priori qualunque possibile serio e costruttivo confronto. Anzi, è un negare validità all’interlocutore, né più né meno che dire che in quanto uomo, ad esempio, non potrei occuparmi di questioni di genere. Oppure che non essendo ricco, io non possa interessarmi dei ceti sociali superiori. Oppure ancora che non essendo genitore, non possa sensatamente discutere dell’educazione dei figli. Gli esempi sarebbero innumerevoli, ma ragione vuole che comunque ci si esprima e solo dopo si valuti la bontà degli argomenti, senza esclusioni aprioristiche degli interlocutori. Allora, posso pure immaginare la scontata risposta di certi interlocutori; “Va beh, ma siete in pochi, forse solo tu, a vedere le cose in questi termini”. Non è un’obiezione forte, anzi, a dispetto dell’apparente forza, denota una profonda debolezza. La bontà non dipende dal consenso, ma dal valore degli argomenti. Le questioni bioetiche, d’altro canto, possono vantare un massimo di polarizzazioni tra opposte posizioni, quando non anche tra vere e proprie fazioni contrapposte. Detta polarizzazione rende di per sé interessante l’applicazione dell’etica alle questioni concrete, a patto però che si faccia «della buona filosofia» (Hare, Perché occuparsi di etica applicata? 20), ma anche oltremodo arduo trovare un accordo, un consenso, una convergenza, un bilanciamento tra gli opposti interessi. Ad ogni modo, però, la differenza di posizione dovrebbe essere un pregio per il dialogo nell’agone pubblico (Hare, Perché occuparsi di etica applicata? p. 31 e sgg.), e non uno strumento metaetico per la cancellazione della posizione avversa. Per dirla con Lecaldano, bisogna «cercare un superamento del disaccordo mediante il ricorso ad argomentazioni razionali» (La sfida dell’etica applicata e il ragionamento in morale, p. 42). Dunque, rifiutarsi di prendere in considerazione le tesi che non condividiamo è sbagliato perché il legittimo confronto sconfina così nella lotta a somma zero degli scontri ideologici, senza tener conto della logica nelle opposte argomentazioni bioetiche. Come rammenta Neri, è necessario che «tutti i partecipanti al dibattito siano animati da una sincera disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri e, almeno in linea di principio, ad evitare di presumere di essere gli unici depositari della verità» (La bioetica in laboratorio, p. 205). La bontà delle ragioni, anche quelle che non si condividono, vanno rispettate, oltre che prese sul serio. Non è il consenso che rende buona un’argomentazione.

E sebbene impopolari, allora, le mie considerazioni dovranno essere oggetto di discussione.

Il quesito referendario sull’eutanasia illegale.

Di cosa si tratta? Di chiedere agli elettori il loro consenso all’abrogazione parziale dell’art. 579 del codice penale. La sua attuale formulazione è la seguente:

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.

Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

Si applicano le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso:

1) contro una persona minore degli anni diciotto;

2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;

3) contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2].

Beh, se immaginiamo al contesto astratto dell’eutanasia, camera medica, personale in camice, il letto del paziente, macchinari medicali vari non sembra che l’abrogazione parziale del presente articolo centri molto. Secondo la Treccani, con ‘eutanasia’ deve intendersi “Azione od omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce (eutanasia attiva) o si astiene dall’agire (eutanasia passiva), procura anticipatamente la morte di un malato allo scopo di alleviarne le sofferenze. In particolare, l’eutanasia va definita come l’uccisione di un soggetto consenziente, in grado di esprimere la volontà di morire, o nella forma del suicidio assistito (con l’aiuto del medico al quale si rivolge per la prescrizione di farmaci letali per l’autosomministrazione) o nella forma dell’eutanasia volontaria in senso stretto, con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o nel futuro. L’uccisione medicalizzata di una persona senza il suo consenso, infatti, non va definita eutanasia, ma omicidio tout court, come nel caso di soggetti che non esprimono la propria volontà o la esprimono in senso contrario” (fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/eutanasia/). E in genere quando pensiamo allo scenario che attiva il ricorso all’eutanasia abbiamo sempre in mente un contesto medico o comunque una situazione soggettiva di sofferenza non sopportabile, lenita appunto per mezzo del ricorso alla soppressione di colui che soffre e che chiede di morire. Non a caso, è lo spauracchio della sofferenza esperita, a detta di Flores D’Arcais, la principale molla nella direzione della legalizzazione dell’eutanasia: l’individuo sceglie cosa vuole (A chi appartiene la tua vita?, p. 103). E da qui, dunque, siccome promanante dalla coscienza del singolo, porre fine alla propria vita sarebbe un diritto civile. Il condizionale non è adoperato a caso, non è così, non è un diritto civile, ma per il momento torniamo sull’argomento della sofferenza. Sembra quasi che l’eutanasia sia un gesto pietoso compiuto nei confronti dei sofferenti e sicuramente in questo senso molti astrattamente immaginano questa pratica come giusta, come una conquista di civiltà, come un diritto soggettivo, finalizzato a rendere i soggetti liberi sino alla fine, come recita lo stesso motto del movimento referendario. Beh, così non è, e lo vedremo subito.

Intanto il quesito referendario per il quale si raccolgono le firme è il seguente:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 579 del codice penale (omicidio del consenziente) approvato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, comma 1 limitatamente alle seguenti parole «la reclusione da sei a quindici anni.»; comma 2 integralmente; comma 3 limitatamente alle seguenti parole «Si applicano»?” (fonte: https://referendum.eutanasialegale.it/il-quesito-referendario/).

Se il numero di firme fosse sufficiente e se Corte di Cassazione e Corte Costituzionale dovessero dare parere positivo e fosse raggiunto il quorum e la maggioranza dei voti fosse per il sì, l’effetto della consultazione sarebbe la rimodulazione seguente del suddetto articolo 579 del codice penale:

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all’omicidio [575-577] se il fatto è commesso:

1) Contro una persona minore degli anni diciotto;

2) Contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;

2) Contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno [613 2]”.

Bene, e dove starebbe qui l’eutanasia? Dove la libertà dei malati terminali? Dove l’abbrevio della sofferenza patita? Dove l’autodeterminazione di quanti soffrono per condizioni sanitarie non emendabili? In che termini la morte di chi la richiede (consenziente) sarebbe “buona” o “dolce”? Inutile dire che l’intento del movimento referendario è quello di disarticolare il divieto di omicidio del consenziente, ma non si tratterebbe ancora di legalizzare l’eutanasia, perlomeno di quel mito sociale cui quasi tutti pensano. Soffro, e smetto di soffrire. Voglio morire perché questa vita non mi dà nulla, ma non voglio soffrire. In realtà, l’effetto finale è quello di non perseguire più l’omicidio di un consenziente, a meno che il consenziente non sia un minore, una persona non sana di mente o in condizioni di infermità o incapace di intendere e di volere, o il consenso estorto o carpito con l’inganno. Il mero riferimento al consenso espresso dal consenziente non configura in maniera precisa la fattispecie dell’eutanasia, ma quella di una possibilità omicidiaria che non per forza dovrebbe essere dolce o buona. Quindi, non sarebbe più perseguibile chi uccide un consenziente. Ma chi dovrebbe ucciderlo? E come? E quando? E in quali condizioni? Anche lo stesso consenso è sempre validamente espresso? Oppure una volta espresso non è più modificabile se si cambia idea nel frattempo? E come dev’essere espresso? Questo i promotori del referendum non lo dicono con il loro quesito, ma lo sviluppano in un discorso generale comunque posteriore alla stessa consultazione referendaria, forti del testamento biologico e della sentenza della Corte Costituzionale sul caso del suicidio assistito del DJ Fabo.  E tuttavia si mostra subito il suo fianco debole: viene depenalizzato l’omicidio del consenziente, lasciando aperte tutta una fitta rete di questioni correlate.

Ma, a ben guardare, il quesito ha poco di eutanasia, configurandosi piuttosto nei termini di una legittimazione dell’omicidio. Senza peraltro quella condizione “senza soffrire” che rende appetibile la pratica. Ed immagino che l’entusiasmo di molti già giunti a questo punto si sia raffreddato. Magari possono anche sentirsi un po’ imbrogliati, ma il marketing referendario funziona un po’ sempre così. E ciò dipende non tanto dalla buona fede dei comitati proponenti, ma dall’istituto stesso del referendum, che nel nostro ordinamento è abrogativo, nel caso di leggi ordinarie, e confermativo, nel caso di leggi costituzionali. Non è propositivo, e, quindi, votando il quesito di Eutanasia legale gli elettori non votano affatto per una proposta, rendere legale l’eutanasia, ma per abrogare parzialmente un articolo del codice penale. Inutile nascondersi che un siffatto esito referendario obbligherebbe il legislatore ad intervenire, sia per coordinare l’art. 579 del codice penale così novellato con il resto dell’ordinamento giuridico sia per, eventualmente, normare davvero l’eutanasia. Dunque, pare non sbagliato interpretare la consultazione più un tentativo di forzare la mano ai decisori politici piuttosto che una legalizzazione tout court dell’eutanasia.

Eppure, e paradossalmente, anche per quello che dirò a breve, nonostante tutto, è il quesito proposto una maniera contorta per rendere legale la pratica in questione. Sì, se colui che sopprime chi lo richiede non è più perseguito, viene soddisfatto uno degli aspetti costituenti l’eutanasia. E, a mio sommesso parere, è anche l’aspetto principale dell’oggetto del desiderio: l’eutanasia è un modo edulcorato per dire omicidio di chi lo richiede. E la pretesa che sia data esecuzione al volere dei singoli sembra calcare le movenze di un’obbligazione: il mio consenso ti obbliga ad eseguire la mia volontà …

Qui termina la disamina legale e cominciano le considerazioni politiche ed etiche.

Chi comanda in una comunità? Il bene singolo o il bene comune?

Si dirà che in fondo il legislatore deve fare ciò che desidera la maggioranza: se quest’ultima vuole l’eutanasia, l’eutanasia dovrà essere legalizzata. Un modo di procedere forte e sbrigativo, se si vuole, ma poco corretto. Il legislatore, cioè, sarebbe un mero esecutore degli umori impulsivi della maggioranza popolare. Purtroppo, questo modo d’intendere le relazioni tra rappresentanti e rappresentati travalica un po’ lo stretto ambito politico per tracimare in molti altri settori. La stessa medicina non ne è esente. Quante volte si sente dire in giro che il medico dovrebbe fare il volere del paziente? Se pensiamo all’interruzione volontaria di gravidanza, giusto per fare un esempio scevro di irritabilità, monta sempre più l’idea che il ginecologo per definizione non possa essere obiettore perché, così facendo, violerebbe il diritto della donna intenzionata ad interrompere la gravidanza. Questo perché il medico non deve fare il medico con scienza e coscienza (la sua), ma dare esecuzione pratica ai voleri del paziente. Oppure, quando ci si rivolge ad un professionista, non si accettano le soluzioni proposte da quest’ultimo, ma si vorrebbe che facesse quello che noi vorremmo. Un altro esempio potrebbe essere la relazione tra i genitori e i docenti. Sempre più non si accetta la valutazione scolastica, esperendo tutte le sedi di contenzioso amministrativo, come se i docenti dovessero ottemperare al volere delle famiglie …

Per come la si guardi la faccenda, comunque, rimane inevasa una correlata questione: è politicamente corretto che una comunità accetti l’istituto dell’eutanasia? La questione non è leggera né scontata, anzi piuttosto scivolosa. Ovviamente, non può che essere così dal momento che ogni qualvolta applichiamo l’etica alle fattispecie bioetiche non possono che essere evocate «le massime questioni dell’esistere» (Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, p. 9).

E la risposta dipende dal tipo di legame che i singoli hanno con il gruppo di appartenenza. In effetti, quando i singoli chiedono di morire? Quasi sempre quando si sentono soli a dover affrontare l’imminente fine della loro vita oppure a dover sopportare sofferenze interminabili e così via. Allora, l’eutanasia appare la richiesta politica di recidere definitivamente i rapporti con il resto della comunità. O, per meglio dire, recidere anche in concreto dei rapporti che sono già interrotti. Ma, in questo caso, il farmaco, l’eutanasia, sarebbe migliore del male, le relazioni frammentarie, discontinue, insufficienti in seno alla società? Credo di no, anche se magari alcuni singoli potrebbero pensarla diversamente. Ma, ancora una volta, dobbiamo pensare a partire dai singoli oppure a partire dalla comunità politica? Forse, una delle chiavi del successo popolare di queste pratiche sta appunto nel grado di massimizzazione delle attese dei singoli. Infatti, l’eutanasia appaga il mio volere singolo di recidere i rapporti con questa vita e di farlo senza sofferenza. In qualche modo, allora, l’eutanasia è il risultato del disagio politico dei soggetti, privi di legami soddisfacenti con il resto della popolazione e frammentanti nel mare magno della complessità. La diagnosi di Bauman non può che essere perfetta: «La nostra è l’epoca del puro individualismo e della ricerca della vita buona, condizionata esclusivamente dall’esigenza di tolleranza» (Le sfide dell’etica, pp. 8 – 9), una tolleranza che si traduce «in insensibilità e indifferenza» (Il disagio della postmodernità, p. 67),un’epoca «caratterizzata da un’ambiguità morale profondamente sentita» (Le sfide, p. 27).

In realtà, il problema non è nemmeno dei soggetti, i quali, in quanto tali, istanziano singolarmente la frammentazione moderna delle comunità politiche, ma della mancanza di un pensiero politico. Non manca la politica, anzi ve n’è sin troppa, ma la capacità di formularne valori, principi ed orizzonti di senso condivisi. Io non ci sto, voglio andarmene dolcemente …

Eppure dobbiamo ancora chiederci quale sia il bene da perseguire, il bene comune o il bene dei singoli? E, in quest’ultimo caso, è il bene dei singoli diverso da quello di tutti gli altri? Si ha spesso l’impressione che si creda, probabilmente a torto, che il singolo viva separato da tutti gli altri, come una monade in mezzo alle altre monadi, senza finestre sul mondo. Sebbene fragile, vulnerabile, relativo alla cultura generale, il bene non coincide con ciò che assolutamente desidera il singolo. Il bene non è sempre il capriccio del singolo. La libertà personale non è mai assoluta, ma coordinata con l’orizzonte generale della comunità di appartenenza. E d’altra parte il bene dell’umanità coincide con la felicità (Foot, La natura del bene, p. 114). Ma sicuramente felicità si dice in molti modi. Ed allora, in relazione alla comunità di appartenenza la felicità «è provare gioia per le cose buone, cioè gioia nell’ottenere e perseguire fini giusti» (La natura del bene, p. 115). Pertanto, e a dispetto della percezione o del sentire comune, l’eutanasia non rende affatto felici. Primo perché il suo fruitore non fa in tempo a gustarne la gioia, per ovvi motivi temporali intercorrenti tra la messa in atto dei dispositivi finalizzati all’interruzione della propria vita e il succedersi della morte fisica. Secondo perché, come detto in precedenza, un dispositivo volto ad interrompere il bene della vita non può essere fonte di gioia. Stando a questa definizione di Foot, benché la stessa non sempre sostenga questa posizione rispetto al tema in questione, allora, l’eutanasia non è un bene.

Ma il discorso va sviluppato in sede etica.

L’eutanasia è un bene?

Sicuramente l’eutanasia è tecnicamente possibile. Ma è anche giusta? E qui ci addentriamo nelle considerazioni etiche. Non bioetiche, ma etiche. E la precisazione è una precisa scelta di campo. Abbiamo detto poco fa che l’eutanasia è, senza tanti giri di parole, un atto che consiste nella soppressione di un terzo che ne faccia esplicita richiesta.  È, cioè, un omicidio. Ma in ragione di una sorta di contratto tra i due non comporterebbe conseguenze spiacevoli per l’assassino. Le parole paiono importanti: se dico “omicidio”, l’eutanasia non pare improvvisamente tanto bella o appetibile. L’omicidio è un insieme di azioni volutamente messe in campo per togliere la vita ad un soggetto. Che quest’ultimo lo desideri non è davvero significativo. E non lo è nemmeno che avvenga in regime di sedazione profonda. Un soggetto umano uccide un altro soggetto umano. È giusto? Dubito che possa esserlo. Ma delle tante ulteriori obiezioni che si potrebbero muovere, prendiamo in considerazione solo un aspetto rilevante per i miei attuali argomenti etici. L’eutanasia è tale se chi la richiede cessa di vivere senza soffrire. La nostra società è terrorizzata dalla presenza del dolore, e pretende che, attraverso appositi strumenti, sia progressivamente tolta, quando non del tutto eliminata. La cosa non deve stupire: la presenza del male nel mondo ha sempre suscitato scandalo. La novità sta nel rinnegare questa stessa cifra della condizione umana. Basta leggere Eschilo per avvedersene: vivere è soffrire. La vita è, per definizione, tensione, sforzo, mancanza, … sofferenza. Perché immaginare una vita priva di sofferenza? Perché migliore. Non si comprende allora perché non intensificare la terapia del dolore mentre invece si invoca la morte di chi soffre. Ora, colui che chiede l’eutanasia probabilmente non rifiuta la vita in quanto tale, ma quello specifico e singolare tipo di vita che gli è capitata. Forse non è sempre insopportabile o forse diventa strumento di affermazione di un principio o diritto: la vita è mia e ne dispongo. Riflettiamoci sopra un attimo: da sempre, i diritti soggettivi sono stati strumenti per il benessere dei soggetti umani. Quindi, i diritti erano mezzi mentre il fine erano i soggetti umani. Assistiamo oggi ad un proliferare di diritti la cui nota costante è l’inversione di detto rapporto, ovvero non si pretende più che il diritto sia riconosciuto per ampliare le sfere di libertà del soggetto umano, ma perché ciò che conta è il principio stesso, vale a dire il diritto in quanto tale. Ne consegue, allora, che dinanzi a diritti insaziabili (Pintore, Diritti insaziabili, pp. 179) lo stesso soggetto umano, da fine diventato mezzo, venga fagocitato. Nella pratica democratica, inoltre, questo modo di procedere costituisce un rischio per la stessa tenuta democratica perché «la convinzione che i diritti delimitino un ambito sottratto alla decisione si presenta come una finzione (pericolosa) nella misura in cui decisioni prese a maggioranza (o da una “aristocrazia” giurisdizionale) vengono “travestite” da mero riconoscimento di diritti preesistenti» (Schiavello, La fine dell’età dei diritti, p. 130).

L’esempio senza dubbio calzante di questa dinamica in azione è il caso dell’eutanasia. Infatti, il diritto ingoia per intero il soggetto che lo richiede. E, in questo caso, l’effetto è definitivo. Chi sceglie l’eutanasia, non può tornare indietro, non può modificare le sue decisioni. Muore. “Ma lo ha scelto lui e noi non possiamo che rispettarne la volontà”. No, possiamo giudicarla. Ad esempio, chi ci garantisce che la sua volontà fosse pienamente consapevole? O che non fosse in qualche modo indotta? Immaginiamo un anziano malato in tutto dipendente dagli altri. Se questi gli facessero pesare la sua condizione, a lungo andare non potrebbe maturare la decisione di abbreviare la sua vita tramite il ricorso all’eutanasia? Sarebbe libero fino alla fine? Ne dubito. Ma facciamo un altro esempio. Poniamo caso che un facoltoso principe del foro per via di un incidente resti paralizzato dal petto in giù e che nonostante l’assistenza puntuale e abbondante, egli soffra del suo nuovo stato. Non maturerebbe un desiderio di eutanasia? Probabilmente, sì. Ma sarebbe un consenso libero? Difficile dirlo, se si prescinde dal tipo di vita che si troverebbe improvvisamente a dover condurre. Ma, e più a fondo, si ripete, anche in un’ottica di legittimazione culturale dell’eutanasia, che non basta vivere, che ci vuole qualcosa di più per meritarsi la vita. Questo è un concetto pericolosissimo in ottica etica perché separa gli uni e gli altri sulla base di un funzionalismo che non è disponibile per tutti. Uno dei campioni più noti di questa prospettiva (approccio delle capacità) è senz’altro Nussbaum per la quale si tratta di considerare «ogni persona come un fine, chiedendosi […] quali siano le opportunità disponibili per ciascuno» (Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del PIL, p. 26). Nella prospettiva nussbaumiana, comunque, tuttavia, permangono ancora ampi margini di liberalismo circa le condizioni eque da garantire a ciascuno perché possa vivere, al di là del semplice essere (Giustizia sociale e dignità umana, p. 40), ovvero una lista di capacità che garantiscano a ciascuno la possibilità di ben-essere. Ad onor del vero, però, e la cosa in sé non può stupire, Nussbaum accetta l’idea di fondo di un’eutanasia. Infatti, in una delle sue caratteristiche liste di capacità centrali, quando tratta della Vita, specifica consistere nel «non morire prematuramente, o prima che la propria vita sia stata limitata in modo tale da essere indegna di essere vissuta» (Giustizia sociale, p. 75). Il tema non viene sviluppato, ma la clausola finale è di per sé piuttosto inequivocabile. Almeno stando ai sostenitori della dolce morte. In realtà, è piuttosto ambiguo. Infatti, che costrutto è quello della vita indegna di essere vissuta? Perché indegna? Secondo quali parametri? E chi lo stabilisce? Il soggetto stesso o terzi? Senza scomodare sinistri precedenti storici, durante i quali tuttavia si sosteneva esattamente questo, e cioè che in certe condizioni la vita non fosse degna di essere vissuta, e, dunque, andava tolta anche contro la volontà dei diretti interessati, l’idea di uno standard oggettivo che valuti positivamente o negativamente la vita è decisamente pericoloso. Se la vita non è più dentro a questo standard, diventa indegna. Per sempre? E chi lo stabilisce? E come? Prima che la qualità complessiva della propria vita divenga indegna sarebbe preferibile interromperla. Una vita indegna. Un valore, cioè, che diventa paradossalmente un disvalore.

Eppure, sullo sfondo si staglia sempre l’interrogativo di fondo: l’essere dell’essere umano è uguale al mero trascorrere del tempo? Cos’è che rende umana la vita umana? Possibile che l’essere degli esseri umani sia lo stesso del sasso? Del fiore? Della stella? È possibile che il disagio della modernità, che esperiamo, con i suoi eccessi di naturalizzazione della vita umana, di animalizzazione – mi si passi il brutto neologismo – della condizione umana, lo spaesamento innanzi alla complessità di ciò che esiste, abbia finito con il ridurre ciò che è umano a qualcosa di poco conto? Di, in fondo, insignificante? E tale da dover reclamare un surplus di sforzo vitale perché la vita umana sia davvero degna di essere vissuta? Se non basta sopravvivere, quali sarebbero gli standard superiori perché si viva? C’è chi indica la qualità della vita, chi una soglia massima di sofferenza da patire, chi un ventaglio di realizzazioni personali … Il senso complessivo dell’operazione potrebbe pure essere umanamente comprensibile, dal momento che riguarda l’equità sociale, ovvero «un’istanza di imparzialità» (Sen, L’idea di giustizia, p. 67). Ma l’eutanasia che imparzialità garantirebbe? Di morire tutti allo stesso modo? O forse, in qualche modo, non morire prima di soffrire sarebbe una garanzia contro la diseguaglianza? Pur condividendo con Nussbaum il medesimo approccio (Sen, La diseguaglianza, p. 63 e sgg.), almeno nei suoi termini ideali, Sen non dilata la capacità della vita sino alla dolce morte.

Per Spaemann, uno tra i molti, la differenza che corre tra qualcosa e qualcuno è la capacità che gli esseri umani possiedono di avere contezza di essere individuali istanziazioni del genere umano (Persone, p. 31). In breve, volendo abbreviare, potremmo semplificare dicendo che gli uomini non sopravvivono, ma vivono. E lo fanno perché la loro condizione non si riduce ad una qualità, ad una classifica di dolore patito, ad un elenco di obiettivi professionali da conseguire. Sicuramente, noi siamo anche funzioni, ma non siamo le nostre funzioni. Anche perché non a tutti sono date le medesime funzioni o lo stesso grado di funzionamento e neppure le medesime occasioni al cui interno espletarle. Non siamo qualcosa, ma qualcuno. E questo qualcuno non è un’isola separata dai suoi simili. Invece, l’onda possente dei diritti moderni ha le sembianze di una sequela frammentata di pretese e di rivendicazioni soggettive. Io voglio che …, io ho diritto a … Ma la cornice generale dei diritti personali cade dentro una cornice di relazioni umane. Altrimenti, tutti avremmo solo diritti, e nessun dovere. E, dunque, vivremmo dentro una condizione sociale di ingiustizia. Eppure, sfrondato dei nostri termini e del nostro periodare, le movenze del “partito” eutanasico sono proprio queste: io non godo di questa mia vita, io ho il diritto di rifiutarla!

Ma non c’è soltanto l’io, ci siamo noi. Con l’eutanasia non è il singolo che rifiuta la vita, ma è un gruppo sociale che accetta di eliminare propri singoli. E perché mai una comunità dovrebbe uccidere i propri membri mentre contemporaneamente condanna singoli che uccidano altri membri? È un interessante cortocircuito: si condanna l’omicidio quando commesso da singoli ma si legalizza l’omicidio quando viene commesso dalla comunità. Non funziona. Non funziona nel caso della pena capitale, come potrebbe andare bene invece nel caso dell’eutanasia? Non è sufficiente il consenso personale perché lo sia, e nemmeno con consenso sociale ampio. È l’orizzonte generale che lo rende un disvalore.

Inoltre, per tornare all’abilismo che renderebbe degna la vita, non tutti possono scegliere come vivere, mentre tutti possono vivere. Allora, la vita di quanti non possono compiere quella scelta sarebbe meno degna? Meno importante? Meno desiderabile? Immagino le pressioni su anziani e disabili per abbreviare le loro vite, ricorrendo all’eutanasia, al fine di rendere meno penosa l’opera di assistenza dei familiari. Pressioni inconsce, sia ben inteso, ma pur sempre pressioni influenti, soprattutto in quelle difficili e particolarmente onerose condizioni di vita. Non sfugga del tutto l’aspetto inquietante della scelta. Come rammenta Taylor (Il disagio della modernità), infatti, «Cose che una volta erano decise da una qualche realtà esterna – per esempio il diritto tradizionale, o la natura – vengono ora riferite alla nostra scelta […] La libertà e l’autonomia moderne si incentrano su noi stessi» (p. 95)

E, dunque, a ben vedere, l’istituto, finirebbe per andare bene per i pochi che davvero lo vorranno e per i tanti invece che socialmente, economicamente, umanamente vi saranno risospinti da una comunità che non vorrà più sostenerne il peso, una volta che si renderà disponibile quest’ulteriore possibilità per situazioni senz’altra via di uscita. Un peso dolce e buono …

Vista da un’altra prospettiva, l’eutanasia legale sembra essere una magnifica occasione per il corpo sociale di tagliare proprie membra. Ed è ironico che ciò avvenga nell’esatto momento in cui i più liberali credono di dare massima espansione ai diritti dei singoli. Cessano di vivere i singoli, continua a vivere il gruppo. Chi ci guadagna di più? I singoli? Il gruppo? Anche questa è una questione di equità, ma contribuisce a mostrare quanto sia errata la proposta di eutanasia legale.

A questo punto, per completezza, aggiungiamo un’ulteriore considerazione. Finora abbiamo supposto che l’eutanasia implichi nativamente un intervento attivo da parte delle istituzioni della comunità. Potrebbe, però, darsi il caso che la dolce morte se la dia il consenziente. Ebbene, questa fattispecie sarebbe, e a rigore, ancora eutanasia? Oppure sarebbe una forma dolce di suicidio? Nell’apolegetica eutanasica, non si distinguerebbe tra azioni ed omissioni messe in campo per il raggiungimento dell’omicidio del consenziente. Dunque, anche il suicidio verrebbe incluso in questo ampio insieme. Ma se il soggetto si suicida dolcemente, che ragione vi sarebbe a richiedere la legalizzazione dell’eutanasia? Si reclama qualcosa che non c’è … pare, dunque, che per sua definizione l’eutanasia richieda l’azione attiva da parte di terzi nel soddisfare il desiderio mortifero del consenziente. Ma se così è, allora, resta valida la nostra ipotesi di sfondo, e segnatamente che la pratica eutanasica si lega strettamente al rapporto istituzionale tra una comunità di appartenenza e il singolo che voglia morire dolcemente. Di conseguenza, chi sceglie di morire? O, se si preferisce, se il singolo chiede di morire, perché mai la comunità dovrebbe esaudire questo desiderio singolo? O, meglio ancora, il bene del singolo sarebbe anche il bene della comunità? Bene, non dolce, ma equo, ossia non meramente economico.

Conclusioni.

Il quesito referendario è ambiguo perché non legalizza affatto l’eutanasia, ma pare voglia, invece, fare accettare l’idea della giustizia nell’omicidio del consenziente. Depenalizzato quest’ultimo, l’abbreviazione, su richiesta, della vita diventerebbe socialmente accettabile. Ciò, però, non è né politicamente accettabile né eticamente buono. A causa della sua natura finale, l’eutanasia non può essere il bene della persona, la cui libertà non è mai assoluta, ma sempre inserita all’interno di una trama di relazioni con i suoi pari. Non basta desiderare qualcosa perché automaticamente diventi un mio diritto. Peraltro, la sfera dei miei diritti deve coordinarsi con quelli di tutti gli altri. Se chiedo di morire, posso costringere gli altri a darmi la dolce morte? Sarebbe, allora, l’eutanasia un bene politico? No, la nullificazione di un suo membro non può essere conveniente per la comunità, a meno che non prevalga una ragionieristica mentalità sul rapporto costi – benefici. È un bene etico? No, perché nega la disparità di condizioni di vita di tutti e comporta il rischio concreto dell’espulsione implicita del congiunto o del parente o del soggetto deboli. Pur essendo tecnicamente possibile, l’eutanasia non è eticamente buona.

In breve, l’eutanasia non è legale, è illegale.

Probabilmente, si potrebbero aggiungere tante altre considerazioni, ma credo di aver già raggiunto la vetta importante dell’impopolarità. Ed allora lascio che sia Bauman (Il disagio, pp. 186 – 7) a concludere:

Si può ancora difendere l’eutanasia delle persone vecchie, costrette a letto o incurabili, invocando il diritto di privilegiare la morte rispetto ad una vita “che non è vita” (ossia in sostanza, una vita cui la società si rifiuta di conferire valore […] Tutto quello che risulta difficile da compiersi quando appare l’impulso di una volontà disumana, diventa facile e attraente se presentato sotto la maschera di un diritto umano

Bibliografia

Art. 579 codice penale.

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