«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot
Se è vero che la morte è e rimane un mistero per l’uomo, è altrettanto vero che non è impossibile riflettervi collettivamente e stabilire un modo comune di porsi di fronte ad essa che sia migliore – o anche solo più consapevole e meno schiavo della coazione a ripetere i comportamenti di chi ci ha preceduti. La morte è infatti ben di più che il termine biologico della vita: da sempre l’uomo ha attribuito un significato simbolico particolare – strettamente correlato all’epoca e alla cultura – a questo evento che, in un modo o nell’altro, ha ritenuto di dover “celebrare ritualmente” e mai su di un piano strettamente individuale. Ma, a stretto rigore,
Affamati di giustizia civile e desiderosi di ritrovare le ragioni di una filosofia critica che sempre più oscilla tra il culto museale dei patriarchi francofortesi e l’istigazione alla sollevazione contro l’Impero, potremmo rileggere gli “scritti civili” di Norberto Bobbio dedicati alla strage di Brescia che la casa editrice Morcelliana raccoglie in un piccolo ma denso volume dal titolo: La strage di Piazza della Loggia (Morcelliana, Brescia 2014). Questi “scritti d’occasione” ci permettono di ritrovare tutta la tensione civile di un filosofo della politica che ha sempre guardato con lucidità alla realtà, senza chiudersi unicamente nella torre d’avorio della speculazione accademica.
Gli opposti, le contraddizioni, la possibilità di conciliarli in Albert Camus provocano un brivido inesauribile e un’incantevole forza, che traspaiono vigorosi nei suoi scritti.
Così, Matteo De Cesare in L’invincibile estate, sottolinea a ben vedere l’endiadi – ombra e luce – che muove e svela l’esistenza nell’incredibile vita avventurosa e carismatica dell’eclettico Camus. Un testo meraviglioso, che annuncia l’idillio dell’estate mediterranea vissuta dal poeta, dove emerge l’animo sensibile, complesso e risonante, straordinariamente intriso di poesia. Ecco allora si legge: «La spiaggia inondata di luce, il mare calmo, quasi ingabbiato nell’immobilità, il sole abbagliante e il pellegrinaggio di Mersault. Unico desiderio: l’ombra e il riposo e l’acqua. Il cielo un pozzo di fuoco» (p. 11).
In apertura del suo ultimo L’io come cervello (ed. Raffaello Cortina) Patricia Churchland continua la sua indagine filosofica nell’ambito delle neuroscienze, argomento à la page ma, come spesso accade in questi casi, in gran parte misconosciuto, frainteso, abusato. Di fatto, con le neuroscienze tendiamo sempre un po’ a esagerare: le amiamo o le odiamo, e ci è difficile rimanere neutrali (qualche volta si assiste perfino alla difficoltà di rimanere lucidi). Perché?, si chiede l’autrice. Non è soltanto il fatto che le neuroscienze pretendano talvolta di saperne più di noi su noi stessi: a questo siamo già stati abituati dalla psicanalisi (la quale però non ha mai preteso di portarci in tribunale con delle prove “schiaccianti” a nostro carico). Un po’ forse si tratta
Francesco Giacomantonio con il suo volume Sociologia e SocioSofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea (Asterios, Trieste 2012) risponde a pressanti necessità:
Tracciare i limiti epistemologici del fare sociologia;
Riflettere su alcune grandi questioni poste dalle attuali vorticose trasformazioni;
Identificare gli strumenti teorici, pratici, culturali con cui la sociologia lavora nel passaggio dal XX al XXI secolo.
Alla psicanalisi si fa resistenza. Si resiste dall’esterno a questa scienza/non scienza dallo statuto ambiguo e dalle pretese preoccupanti (insomma: non dovrei avere io l’ultima parola su me stesso? Cioè: non dovrebbe averla il mio “Io”?); e si resiste dall’interno, in un ressa di teorie inconfutate e in buona parte incompatibili fra loro, ancora lontane dal trovare un accordo sui principi metodologici e perfino sugli obiettivi – nessuno ancora sa cosa sia la normalità o lo stato di buona salute mentale del paziente: la sua capacità di tornare al lavoro? La soppressione degli impulsi suicidi? Ma forse la più originaria e ferrea resistenza
«Indipendentemente da ciò che essa mostra o censura,
l’immagine che comunque si da a vedere,
è anche e soprattutto
quella che nasconde tutte le altre»
M. Scotini, Governo del tempo e insurrezione delle memorie.
Immagine. Sovversione dell’occhio elevato a unico strumento di assimilazione sensoriale. Immagine che domina tutta l’esperienza dell’uomo contemporaneo. Immagine del potere e potere delle immagini. Scandalo della completa esposizione, della visibilità a tutti i costi, dell’esistenza per e grazie all’esposizione dell’icona che si fa presenza obbligatoria. Immagini che divorano altre immagini. Sempre più definite, sempre più violente, sempre più ossessive. L’immagine e la sua manipolazione deve rientrare negli interessi di ogni critico culturale. Libri come La società dello spettacolo di G. Debord e Lo stato seduttore di R. Debray, devono circolare nei ragionamenti con familiarità e fare da punto di riferimento per le analisi del nostro tempo luccicante di stellette tristi.
Roberto Marchesini non si perde in chiacchiere ed apre il suo ultimo Epifania animale. L’oltreuomo come rivelazione con la domanda: «Esistono gli animali?», con l’intento esplicito di rivedere da cima a fondo il paradigma specista basato su una presunta essenza dell’uomo completamente eterogenea rispetto a quella animale: l’uomo e l’animale non sono né lo stesso né, reciprocamente, il “totalmente altro” di certa teologia. L’antropocentrismo che ha caratterizzato l’esperienza intellettuale dell’uomo fino ad oggi (pure in mezzo alle tante burrascose e dolorose corrosioni, dall’eliocentrismo all’evoluzionismo), va rivisto in profondità e, forse, completamente cassato. Per almeno due buoni motivi (e con ciò volendo sorvolare
In un momento particolare dello sviluppo – di solito nella prima infanzia – è possibile che l’individuo faccia un determinato tipo di esperienza, l’esperienza A, o più esperienze similari ripetute – più o meno dolorose, traumatiche, o comunque inibenti. Questo tipo di esperienza potrà far si che il soggetto venga ad assumere una determinata “posizione esistenziale” – come la chiama Berne – rispetto alla quale verrà a determinarsi il proprio senso di sé, e di sé in rapporto agli altri: questa posizione mi porterà a strutturare un determinato copione di vita, a partire dal quale io potrò, nel bene o nel male, gestire i miei rapporti, le mie emozioni, i miei comportamenti, per il resto della mia vita. Uno schema sostanzialmente, un modello operativo interno, che, irrigidendosi, può trasformarsi in un vero e proprio copione. Una maschera capace di mediare tra la non soddisfazione dei miei bisogni interni da parte dell’altro, e la dipendenza d’amore rispetto a quest’ultimo – il bisogno d’amore dell’altro –, che continuerò ad avere indipendentemente dalla soddisfazione o meno di quei bisogni.
Cinque concetti proposti alla psicoanalisi, di François Jullien, Editrice La Scuola 2014.
Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto, che hanno avuto la sfortuna di essere stati gettati in un mondo privo di significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare una manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. A sostegno di un ordine necessario nella vita, suffragando in qualche modo il pensiero di Irvin D. Yalom, François Jullien propone al contrario “Cinque concetti alla psicoanalisi” perché si possa tendere alla vita – senza troppe complicazioni – accedendovi.
Questi cinque concetti: disponibilità, allusività, sbieco, de-fissazione e trasformazione silenziosa sembrano delimitarsi nel punto fisso dell’esistenza come una stella, una luce messianica che in qualche modo può supportare la psicoanalisi.
Tutti i giorni facciamo i conti con la pazienza. Più spesso, magari, con la sua mancanza. Sembra già difficile mantenerla (figuriamoci poi provare ad aumentarla con l’“allenamento”), eppure siamo solerti nell’additare gli impazienti (per non parlare degli irascibili). Ma nonostante ci siamo abituati, difficilmente sapremmo dire di che si tratta, da dove venga, come si conservi: chi volesse cimentarsi ad indagare questi aspetti trovare ben poco materiale a disposizione. In più, trattandosi di un’umana virtù, occorre una riflessione che parta, sì, dalla teoria, ma che sia utile (anzi, applicabile) alla pratica quotidiana: un esercizio di “filosofia in pratica”
«Se si guarda dall’alto, da una prospettiva panoramica, le vie percorse dalla ricerca di Ludovico Gasparini, non si può non osservare come esse riprendano, riformulandola o esplorandone nuovi metodi di risposta, una medesima questione, affrontata sin dall’inizio, che concerne il significato della libertà»1.
1. Intelligo quia absurdum
«Gàr autò noeîn estín te kaì gàr eînai» lo stesso è il pensare e l’essere secondo Parmenide in ciò ripreso da Hegel. Ma pensare richiede sempre un oggetto tematico di conoscenza, di apprensione, un pensare-di-qualcosa fosse anche il pensiero medesimo, e dunque pensare di essere non è lo stesso che essere; diversamente ne risulterà un essere impuro in quanto dimidiato con il pensiero. Ciò che è è necessariamente 2, senza dunque dipendere da un pensiero altro che lo pensi: «solo nominare l’Altro, significa immetterlo nella sfera della soggettività, per quanti sforzi si facciano per conservarlo come Altro»3. Ma «se l’essere ha bisogno, in qualsiasi modo lo si intenda, esso cade immediatamente nella correlatività dei bisogni, che è la fonte della rettorica di Michelstaedter, e non può più sottrarsene, per quanto se ne differenzi»4. Perché «se “l’Assoluto solo è vero, o il vero è Assoluto”, poiché non è possibile che “l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra”, allora una volta tolto l’Assoluto, ovvero, una volta criticata la pretesa hegeliana che “l’amore del sapere” possa trasformarsi in “vero sapere”, la realtà stessa viene annichilita e non può più darsi in essa alcun criterio capace di distinguerla dall’immaginazione, se non il medesimo senso comune»5.