Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Da Aristotele a Ricoeur, storia di una giustizia dal volto umano

>di Piergiacomo Severini

 

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La società contemporanea vive nella diffidenza e nel sospetto che la sua storia, progressivamente votatasi al dominio individuale, ha lasciato germogliare. Viviamo in una realtà che ci richiama continuamente ai nostri doveri, che esercita diritti, sempre pronta a giudicare quanto viene fatto, analizzando nel dettaglio ogni passaggio del nostro operato. In tutto questo ragionamento, giudicare è la parola chiave; il verbo giudicare è esatto, definitivo, presuppone una certa distanza dall’oggetto preso in esame. Giudicare è effettivamente il verbo che descrive al meglio la condotta dell’uomo tipo di oggi: se a dominare è il timore, la paura che l’altro possa prevaricarmi, usarmi, oggettivarmi, l’unico rimedio a disposizione è il ricorso a leggi severe che tutelino i miei spazi, le mie libertà, le mie ragioni; una tutela in cui l’altro minaccioso viene a sua volta oggettivato, come minaccia senza volto né cuore. Il mondo si trasforma in un immenso tribunale, in cui ogni sentimento va rimesso in riga, ogni richiesta implicita non correttamente formalizzata viene condannata, ogni desiderio spontaneo deve fare i conti col diritto dell’altro, non con la sua comprensione. Giudicare, ancora, è il termine più azzeccato, perché alla vicinanza del riconoscimento si preferisce il distacco che appiattisce l’identità dell’altro ad un numero di diritti e doveri da rispettare. Questo perché, nel regno del sospetto, non ci si può concedere il lusso di aprirsi alla persona che si ha di fronte, è più vitale tenere alta la guardia e stare pronti ad evitare ogni attacco, per ricadere sempre in piedi.

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Alcune questioni di filosofia morale Hannah Arendt

> di Alessandra Peluso*

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Pensiero e ricordo, volontà e coscienza costituiscono gli elementi cardine delle lezioni tenute da Hannah Arendt tra il 1965 e il 1966 presso la New School for Social Research di New York.
Some Questions of Moral Philosophy, vale a dire Alcune questioni di filosofia morale, testo pubblicato nel corrente anno da Einaudi con una magistrale prefazione di Simona Forti e la traduzione di Davide Tarizzo.
In questo testo, vi sono preziose riflessioni di Hannah Arendt che danno adito ad un’inquietante verità: la radicalità del male complementare alla banalità del male, relativa alla stesura de Le origini del totalitarismo e all’opera La vita della mente. Ciò che stupisce, forse non troppo, sono i pensieri riguardanti la questione morale validi ancora oggi, un’etica che ha bisogno di essere ripresa, non solo di riaffiorare, ma di essere imposta in una società dominata dal caos. Non si vedono giustappunto nella società attuale i punti di riferimento, i ruoli non sono definiti, ognuno fa ciò che ritiene opportuno secondo il proprio pensiero. Continua a leggere


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Quattro differenti forme di luddismo di fronte alle macchine nella filosofia andersiana

> di Giorgio Astone*

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1. Introduzione

Nel pensiero di Günther Anders argomentazioni filosofiche si fondono alla narrativa: concetti nuovi o rielaborati vengono espressi egregiamente tramite la creazione di personaggi ambigui, tesi fra la realtà della cronaca e delle esperienze personali dell’autore e parossismi idealizzati se non, in alcuni casi, favole [1].
Tuttavia ciò non pregiudica la serietà e la drammaticità che tali figure letterarie incarnano. Nell’insieme della raccolta di saggi dell’opera principale di Anders, L’uomo è antiquato, è possibile seguire le tracce di tre di esse per ricomporre in un unico quadro le diverse forme di frustrazione e malessere che l’uomo moderno prova nella società tecnocratica per la sua mancanza di libertà e per l’incapacità d’essere, anch’egli, una macchina perfettamente funzionante.

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L’io come cervello. Filosofia e neuroscienze in un libro Cortina di Patricia Churchland

> di Paolo Calabrò

In apertura del suo ultimo L’io come cervello (ed. Raffaello Cortina) Patricia Churchland continua la sua indagine filosofica nell’ambito delle neuroscienze, argomento à la page ma, come spesso accade in questi casi, in gran parte misconosciuto, frainteso, abusato. Di fatto, con le neuroscienze tendiamo sempre un po’ a esagerare: le amiamo o le odiamo, e ci è difficile rimanere neutrali (qualche volta si assiste perfino alla difficoltà di rimanere lucidi). Perché?, si chiede l’autrice. Non è soltanto il fatto che le neuroscienze pretendano talvolta di saperne più di noi su noi stessi: a questo siamo già stati abituati dalla psicanalisi (la quale però non ha mai preteso di portarci in tribunale con delle prove “schiaccianti” a nostro carico). Un po’ forse si tratta

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Maria Teresa Catena – Anna Donise, Sentire e pensare. Tra Kant e Husserl

> di Paolo Calabrò*

Sentire e pensare

A chi spetta la precedenza in filosofia: al sentire, o al pensare? A chi va la priorità, a quel sentimento tipicamente associato al soggettivo, o alla ragione oggettiva e universale? In realtà – conclude Sentire e pensare. Tra Kant e Husserl, volume edito da Mimesis a cura di Maria Teresa Catena e Anna Donise – si tratta di un falso problema: la questione infatti non è schierarsi a favore dell’uno o dell’altro, perché pensare e sentire (“ragione e sentimento”, se si preferisce la coppia austeniana con la quale Giuseppe Cantillo, Professore emerito di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, apre il volume) non sono affatto rivali né antagonisti, né ancora facoltà distinte che operino nell’uomo (e dunque nel filosofo) in maniera separata. Al contrario, più l’indagine antropologica si approfondisce, più si scopre che esse “vanno a braccetto”: non c’è alcun pensiero filosofico che prescinda dalla soggettività del pensatore, né sentimento “immediato” che possa venir ritenuto estraneo all’intelletto, alla cultura di chi lo vive.

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Giuseppe Rensi “contro il lavoro”

> di Pietro Piro*

«Il problema del lavoro,

come tutti quelli che maggiormente interessano l’umanità, è,

così dal punto di vista morale,

come dal punto di vista

economico-sociale, insolubile»

[Giuseppe Rensi, Contro il lavoro]

I.

Giuseppe Rensi filosofo e giurista che svolse gran parte del suo magistero a Genova prima che l’ondata brutale e mortifera del fascismo lo allontanasse dall’insegnamento, giudicava «il problema del lavoro» insolubile sia dal punto di vista morale che da quello economico-sociale [1]. Considerando l’attuale configurazione planetaria del lavoro, inteso in tutte le sue molteplici e atipiche forme del presente, non si può contraddirlo con argomenti banali e di facile consumo.

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