Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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«Im Anfang war die Tat»: Ludovico Gasparini

> di Luca Ormelli

© Bruna Giacomini

© Bruna Giacomini

«Se si guarda dall’alto, da una prospettiva panoramica, le vie percorse dalla ricerca di Ludovico Gasparini, non si può non osservare come esse riprendano, riformulandola o esplorandone nuovi metodi di risposta, una medesima questione, affrontata sin dall’inizio, che concerne il significato della libertà»1.

1. Intelligo quia absurdum

«Gàr autò noeîn estín te kaì gàr eînai» lo stesso è il pensare e l’essere secondo Parmenide in ciò ripreso da Hegel. Ma pensare richiede sempre un oggetto tematico di conoscenza, di apprensione, un pensare-di-qualcosa fosse anche il pensiero medesimo, e dunque pensare di essere non è lo stesso che essere; diversamente ne risulterà un essere impuro in quanto dimidiato con il pensiero. Ciò che è è necessariamente 2, senza dunque dipendere da un pensiero altro che lo pensi: «solo nominare l’Altro, significa immetterlo nella sfera della soggettività, per quanti sforzi si facciano per conservarlo come Altro»3. Ma «se l’essere ha bisogno, in qualsiasi modo lo si intenda, esso cade immediatamente nella correlatività dei bisogni, che è la fonte della rettorica di Michelstaedter, e non può più sottrarsene, per quanto se ne differenzi»4. Perché «se “l’Assoluto solo è vero, o il vero è Assoluto”, poiché non è possibile che “l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra”, allora una volta tolto l’Assoluto, ovvero, una volta criticata la pretesa hegeliana che “l’amore del sapere” possa trasformarsi in “vero sapere”, la realtà stessa viene annichilita e non può più darsi in essa alcun criterio capace di distinguerla dall’immaginazione, se non il medesimo senso comune»5.

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Scolio XVIII

«Quasi tutta la filosofia s’inceppa in questo tranello: alcune nozioni sono, sembrano a un tempo inevitabili e inestricabili. Tempo – Causa – Realtà – ecc. Si crede di non poterne fare a meno e si constata che sono piene di tenebre e contraddizioni. Ma le nozioni non sono che strumenti. Basta scartarle e andare dritti al proprio problema particolare.  Si scoprirà sempre che la cosa si può esprimere diversamente o che il problema diventa assurdo e inconsistente. Chiedere se il mondo sensibile è reale equivale a chiedere se non sia simile a un sogno, se cioè non sia simile al mondo che noi consideriamo derivato dal mondo sensibile e che definiamo mediante quest’ultimo. Si può ben supporre che ci si possa destare dal mondo sensibile e percepire un mondo altro che potrebbe farci valutare quello sensibile come quest’ultimo fa col sogno. Ma questa è soltanto una supposizione, un’immaginazione o un’analogia, cose mentali fugaci, e noi dovremmo attribuire la stabilità a questa vaga supposizione – al mondo sensibile, la debolezza, mentre il risveglio induce ad attribuire, l’una al mondo sensibile, l’altra al mondo del sogno! Il reale non sensibile dei filosofi è un sogno. Se tutto è sogno, non ci sono più sogni e non si è detto niente (1924, Alpha, IX, 690-691)» [Paul Valéry, Quaderni. Volume secondo, Adelphi, Milano, 1986].