Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La nostra democrazia è fondata sulla cultura? Le deboli proposte di Zagrebelsky

> di Pietro Piro

«Siete liberi di non pensare come me;

la vostra vita, i vostri beni, tutto resta a voi;

ma d’ora in poi sarete stranieri fra noi»

Tocqueville, Dell’onnipotenza della maggioranza

negli Stati Uniti e dei suoi effetti.

Zagrebelsky

Da qualche tempo non si fa altro che ripetere quanto sia importante la cultura, quanto faccia bene leggere, scrivere, informarsi. Campagne ministeriali – non prive di qualità estetiche ed efficacia comunicativa – ci dicono che grazie alla lettura riusciremo ad arrivare molto più lontano degli altri. Tuttavia, tra i nuovi poveri si trovano giovani istruiti, forti lettori, con molti anni di studi universitari alle spalle. Recenti ricerche sul precariato cognitivo c’informano che proprio il cosiddetto “mondo della cultura” produce sfruttamento, marginalizzazione, precarietà. La cultura è importante – si dice nei salotti buoni – ma a patto che essa tessa l’elogio della struttura del dominio, che si faccia portavoce del discorso neoliberista, che sia a servizio della persuasione e della manipolazione generalizzata e collettiva. Fuori da questa schiavitù volontaria e non necessariamente salariata, il destino della cultura non stipendiata è il ghetto.

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Due maschere a confronto. Leibniz e Pessoa

> di Francesco Giampietri*


Sapere di sé, all’improvviso,
come in questo momento lustrale,
vuol dire avere subitamente
la nozione della monade intima,
della parola magica dell’anima
[1]

I. Logica della dissimulazione

Pur essendo il più delle volte trascurato, forse sottinteso come sfondo abituale e quindi tutt’altro che degno di rimarcazioni, il piano di convergenza fra letteratura e filosofia, vale a dire l’emergenza delle tracce di influenze reciproche, di stimolanti suggestioni nonché dei più audaci sconfinamenti da una parte e dall’altra, dà espressione a soluzioni affascinanti, che è lecito assumere come chiavi ermeneutiche per ricomprendere, da un’inedita angolatura, questioni già ampiamente dibattute dalla storiografia. Non occorre di certo risalire all’opera platonica, ai sermoni di Meister Eckhart, ai Cherubinischer Wandersmann di Angelus Silesius, o anche ai dialoghi galileiani per confermare questa osservazione preliminare.

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Scolio XXVII

«Nessuno può osservare la vita umana con maggior saggezza e imparzialità che da quella posizione vantaggiosa offerta da una povertà che noi definiremmo scelta volontariamente. Il frutto di una vita di lusso è il lusso, sia in agricoltura che in commercio, in letteratura e in arte. Al giorno d’oggi vi sono professori di filosofia ma non filosofi. (…) Essere filosofi non significa soltanto avere pensieri acuti, o fondare una scuola, ma amare la saggezza tanto da vivere secondo i suoi dettami: cioè condurre una vita semplice, indipendente, magnanima e fiduciosa. Significa risolvere i problemi della vita non solo teoricamente ma praticamente. Il successo dei grandi eruditi e dei grandi pensatori è di solito un successo cortigiano, né regale né virile. S’adattano a vivere seguendo la regola comune – praticamente come fecero i loro padri – e non sono affatto progenitori di nobili stirpi» [Henry D. Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, BUR, Milano 1988, pp. 72-73].


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“Con l’opera tacendo”. Ancora sul dialogo ‘sottovoce’ tra Emanuele Severino e Pietro Barcellona

> di Giuseppe Brescia*


L’intervista di Luigi Amicone, “La follia del nostro tempo” (su “Tempi” del 19 marzo 2014 ), con Emanuele Severino, oltre a coinvolgere il dialogo tra lo stesso filosofo italiano e il dissenziente “marxista – ratzingeriano” prematuramente scomparso Pietro Barcellona (autore de “La sfida della modernità”, La Scuola di Brescia, 2014), consente di tornare su temi essenziali per la comprensione del nostro tempo, nonché per svolgimenti di ermeneutica filosofica.

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Karl Jaspers e la politica. La lucida analisi di Elena Alessiato

> di Pietro Piro

«La concordia raggiunta discutendo insieme e comprendendoci gli uni con gli altri porta a quella comunità che resiste»

Karl Jaspers, Die Schuldfrage.

Alessiato

I.

La straordinaria densità di analisi e la profonda volontà di comprendere alla radice le implicazioni del pensiero politico di Karl Jaspers costringono il lettore del libro di Elena Alessiato, Karl Jaspers e la politica. Dalle origini alla questione della colpa, Orthotes Editrice, Napoli 2012, a un intenso sforzo di attenzione e di partecipazione intellettuale. L’autrice cerca di superare – e a mio avviso il tentativo è perfettamente riuscito – il pregiudizio secondo il quale l’interesse per la politica di Jaspers sia successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Perché: «se ampiamente trattati sono gli ambiti della psicologia, della riflessione medica, della filosofia in tutte le sue declinazioni, inesplorato dal punto di vista dell’interesse politico rimane il periodo precedente, quello compreso tra lo scoppio della Prima Guerra mondiale e la conclusione della Seconda» (p. 9).

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Il Confine della Soglia

> di Andrea Marini*

«Perché non possiamo mai

mai

essere amati?»

(M. Houellebecq)

1. In Ricordo della Differenza

Abitiamo o passiamo? Siamo radicati in un moto continuo o avvinghiati alla fredda staticità del possesso? Viviamo la proprietà come limite o siamo confinati in una proprietà? Da queste domande possiamo partire per interrogarci su di un problema assai pregnante e arduo, come i più irti sentieri di montagna o le più difficoltose ferrate – quale è il problema del confine.

Gli interrogativi che abbiamo posto non pretendono una risposta immediata, sono questioni che ne generano altre: sono come iceberg, che sciogliendosi realizzano nuove forme, nuovi stadi d’essere.

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Scolio XXVI

«Esistono due tipi di realtà dell’anima: l’uno è la vita e l’altro è il vivere; entrambi sono ugualmente reali, ma non possono esserlo contemporaneamente. Nell’esperienza di ogni uomo sono contenuti i due elementi, anche se con intensità e profondità sempre diverse, anche nel ricordo, ora questo ora quello; soltanto in una forma possono essere percepiti contemporaneamente. Da quando esiste una vita e degli uomini che vogliono capirla e ordinarla è esistito sempre questo dualismo nelle loro esperienze» [G. Lukács, Essenza e forma del saggio: una lettera a Leo Popper, in Id., L’anima e le forme, SE, Milano 1991, p. 19].


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Cristiani si diventa? L’incontro con un libro del domenicano Albert Nolan

> di Pietro Piro

«Cristiani non si nasce ma si diventa»
Tertulliano (Apologetico XVIII,5)

Albert Nolan - Cristiani si diventa

La pratica del suggerire libri adottando lo stesso linguaggio con cui si “invoglia all’acquisto” di qualunque altra merce è diventata tanto usuale da non suscitare più nessuno “scandalo”.
Escludendo gli obsoleti come lo scrivente pochi sembrano ricordare che l’incontro con un libro dovrebbe sempre suscitare una mutazione nel ritornello della nevrosi quotidiana. Un libro è dunque degno di questo nome quando innesca dinamiche di pensiero che conducono – mai unicamente e direttamente è chiaro – a una crescita della consapevolezza dell’individuo che legge.
Se questa crescita s’innesca, un libro è degno di essere discusso e “proposto”, altrimenti, mi pare volgare parlare di libri come si parla di macchine da cucire o di accessori per telefoni cellulari.
Tuttavia, la grande corrente scorre impetuosa e a me non resta che attendere sulla riva il passaggio di qualche illusione-cadavere.
Nell’attesa – che sta diventando degna di una era geologica – ho incontrato il libro del domenicano Albert Nolan, Cristiani si diventa. Per una spiritualità della libertà radicale, EMI, Bologna 2013 (la prima edizione in lingua italiana è dell’aprile del 2009). Del libro mi convince il tentativo di mettere insieme una critica radicale della società dell’individualismo e la proposta spirituale di Gesù. L’autore non intende fornire un trattato di cristologia ma vuole soffermarsi sulla proposta di Gesù intesa come un rovesciamento – che in realtà poi è un raddrizzamento – della logica dell’egoismo dominante.

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Spesso il male di vivere ho incontrato: Manlio Sgalambro e Guido Ceronetti

> di Luca Ormelli

«Per quanto quel che segue possa dunque essere costituito da minutissimi pezzi, lacerati, chissà, dallo stesso autore in uno dei suoi momenti peggiori, se essi non hanno esaltato solo la sua voce ricevono impresso uno stampo e un ferreo sistema dalla realtà stessa delle cose, come succede a ogni pensiero che non si sia gingillato con se stesso» [M. Sgalambro, DMP].

«L’unità non è un luogo; il frammento è un luogo, è tutti i luoghi, e l’unità lo abita inapparente» [G. Ceronetti, TP].

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Xavier Zubiri, L’uomo e Dio

> di Paolo Calabrò

Da sempre, e nell’età moderna in particolare, l’uomo insegue la (sana) ambizione della realizzazione di se stesso tramite l’esplicazione delle proprie potenzialità. Il che presuppone la fase della scoperta di tali potenzialità: non tutti gli uomini possiedono le stesse, infatti, essendo ciascuno diverso e unico; d’altro canto, gli uomini sono accomunati dalla generale potenzialità dell’esser-uomo, che è cosa ben diversa, ad esempio, dall’esser-uccello.

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Società e senso del limite

> di Omar Montecchiani*

Probabilmente ha ragione Ehrenberg, quando, nel suo famoso libro La fatica di essere se stessi, sostiene il fatto che siamo passati da un paradigma psicopatologico nel quale prevaleva l’aspetto conflittuale, nevrotico della persona, a una psicopatologia della mancanza, in cui predominano gli aspetti depressivi, sottrattivi, legati alla cosiddetta “fatica di esistere”.

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John Henry Mackay, Max Stirner. Vita e Opere


Max Stirner. Vita e Opere, di John Henry Mackay, sembra essere stato pubblicato dall’editore Bibliosofica con l’esplicito intento di mandare in visibilio i fan del filosofo di Bayreuth (1806 – Berlino 1856): dietro l’apparenza del volume in brossura a basso costo emerge infatti ben presto un piccolo gioiello, impreziosito fin dalla copertina dallo schizzo del ritratto di Stirner (al secolo Johann Caspar Schmidt) disegnato da Engels, dalle foto della casa natale e di quella in cui morì (e perfino della sua tomba), da due lettere del filosofo e dalle firme da lui utilizzate in diverse occasioni.

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