Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Quei che volontier perdona

“Quei che volontier perdona”

ABSTRACT

Si è chiuso da poco tempo il Giubileo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco, ma ancora, inevitabilmente, resta aperta l’interrogazione su come poter intendere e interpretare la misericordia divina. Con quali parole, ad esempio, converrebbe tratteggiarla senza tradirla in pieno. Una delle poche certezze circa una tale riflessione è che ‘misericordia’ rimandi directe a un qualche cosa di fragile, facile da sgualcire con mere banalizzazioni, e che si mostra del tutto disarmato di fronte ai tentativi moderni di annichilimento. Forse per ciò stesso essa, qualunque ‘cosa’ sia, sembra aliena alla condizione umana esplicata nel contemporaneo e che si muove all’insegna di un continuo accrescimento della potenza. E nondimeno, a tutt’oggi, ‘misericordia’ smuove e impone l’interrogazione su di sé, non appena vi si porga pazientemente l’orecchio.
Ecco, in conformità con quanto detto, nella Divina Commedia Dante fornisce storie di persone nel tentativo – coraggioso – di mostrare per immagini quel che ‘misericordia’ forse è. Non un discorso di matrice scolastica, soppesato logicamente, bensì una semplice esposizione di esperienze di misericordia. Un’operazione, quella condotta dal poeta fiorentino, che pretende di prendere forma al riparo da qualsiasi disputatio avanzata serratamente, dando luogo così a un ‘sussurrare’ sulla misericordia che tanto ricorda il ‘balbettio’ ammesso da Hans Jonas su Dio. Entrambi, in certo qual modo, desiderano dare voce alla possibilità – e non alla certezza matematicamente conquistata. Non v’è qui, infatti,  dimostrazione di spinoziana memoria, more geometrico.
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La Dottrina delle Idee e il processo di formazione del pensiero

 > di Roberta Rio e Francesco Alessandrini*

Al centro di questo nostro contributo collochiamo il concetto platonico di idea, intimamente connesso al concetto di scienza. Per Platone la scienza è per sua natura perfetta e come tale l’oggetto del suo indagare non possono essere le cose del mondo, apprese attraverso i sensi e come tali imperfette e mutabili: le esperienze sensoriali sono di fatto soggettive.

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Semeiotica esistenziale e disvelamento del Novecento in “Addio alle armi” (E. Hemingway)

>Giuseppe A. Perri*

1. In uno dei finali più desolanti della storia della letteratura, Hemingway fa dire al protagonista di Addio alle Armi nell’accomiatarsi in ospedale dal corpo della sua donna morta di parto: «fu come salutare una statua». Si tratta di uno dei segni di cui è disseminato il romanzo e che il protagonista segnala al lettore più volte, seccamente ma consapevolmente, mettendolo al corrente della sua progressiva decifrazione del mondo. Lo stesso Hemingway aveva detto che Addio alle armi era la descrizione dell’educazione sentimentale del protagonista e, anche se non aveva amato l’omonimo romanzo di Flaubert (Cfr. Ben Stoltzfus, Hemingway and French Writers, Kent, Ohio, 2012, p. XVII. Anche se Hemingway inserì quest’opera nell’elenco dei libri che ogni scrittore dovrebbe leggere, redatto nel 1935), nella lista dei possibili titoli del romanzo c’era anche un ipotetico «L’educazione sentimentale di Frederic Henry» (Nella III Appendice dell’edizione critica dell’opera, uscita nel 2012 nella The Hemingway Library Edition, sono riportati tutte le ipotesi di titolazione contenuti in un manoscritto dell’autore; E. Hemingway, A Farewell to Arms, New York 2012, p. 324). Continua a leggere


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Dieci argomenti di filosofia

 

> Vito J. Ceravolo*

A Manuela Santalucia

Questo è un testo d’amore, senza alcuna critica.

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1. Argomento dell’esperienza

Tendo la mano intorno a me. Afferro una ciliegia, mi impatta sul tatto. Apro gli occhi e mi è rossa. Avvicinandola il profumo mi inebria. La mordo: succhi si sprigionano in bocca, è fresca rotondità. Ho appena ingerito in me degli oggetti esterni, divenuti ora la mia esperienza soggettiva. L’esperienza soggettiva è la propria immediata esperienza delle cose e noi esperiamo cose solo quando le proviamo in noi stessi, in propria esperienza interna: si ha immediata esperienza solo di ciò che si percepisce internamente in se stessi, e ciò che si percepisce internamente consta anche dei valori, interiorizzati in sé, dell’oggetto percepito.

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Dialogo da uomo a uomo su un Dio: H. Jonas interprete della Suprema mancanza

> di Francesco Brusori*

La storia del pensiero europeo ha archiviato un numero enorme di testi, la maggior parte dei quali presenta una corporatura ben piazzata, quasi a voler scoraggiare i più a prenderne seria visione. Questa prolifera produzione è facilmente spiegabile: esplicitare ‘tutto’ in maniera perfecta è già di per sé impossibile, soprattutto poi se addirittura all’interno di questo ne va della nostra stessa presenza. Interrogarsi è infatti difficile, costoso. Capirsi è perlopiù illusionistico. Tuttavia l’uomo non è mai indietreggiato di fronte a questo improbus labor, a tale profonda e radicale investigazione dell’esser-ci. Così gli scaffali delle biblioteche danno da secoli ospitalità ai vari tentativi che egli ha eroicamente cercato di portare a termine in seno a una tensione, più o meno sincera, di intelligere la cosa. Una continua lotta da parte di quest’ultimo perpetrata contro la sua natura di in-fante – incapace di dire compiutamente circa se stesso. Continua a leggere


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La filosofia dello sterminio dei disabili

 

 

> di Alessandro Pizzo*

A Giulia.

Della vita sopravvive l’amore, dato o ricevuto.

In memoriam

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Premessa

Ogni anno si ripete in tutte le scuole del Regno uno stesso rituale, forse opaco, forse stantio, forse stancamente ripetuto, e riguardante la celebrazione della memoria della Shoah, lo sterminio nazista della razza cosiddetta “inferiore”. Se il rito appare oramai una routine, resta innegabile, oltre che indubitabile, come al contrario vigile e pronta debba rimanere la coscienza comune innanzi ai risorgenti umori prevaricatori alle più svariate latitudini. Ma, rispetto all’inaudita strage compiuta dal nazionalsocialismo, vorrei concentrare l’attenzione su una categoria minore, ma certo non meno importante, di vittime della medesima sequenza storica, ovvero le persone disabili, indifese vittime designate dalla violenta ed inumana ideologia nazista. Certo, non lo faccio al fine di riscattarne un ruolo triste, diversamente taciuto dai più, anche se, a dire il vero, sempre più scoperto ed oggetto di ricostruzione storica, ma per sviluppare un’analisi filosofica intorno alle sue ragioni storiche, inerenti a quelle motivazioni culturali che ne giustificarono o resero possibile lo sterminio o la soggiacente logica o che aprirono la strada a qualsiasi giustificazione, più o meno ad hoc, del capriccio di alcuni su altri, depotenziando qualsiasi funzione regolatrice o moderatrice del verbo morale, depotenziando la bussola morale e svuotando dal di dentro l’edificio del diritto, trasformando gli uni e gli altri in meri instrumenta regni.

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Autonomia dell’Arte. Tempo e senso del celeste dal barocco alla modernità: il posto dello Schopenhauer.

> di Giuseppe Brescia*

«Noi altri Dipintori habbiamo da parlare con le mani», afferma nettamente Annibale Carracci (Bologna 1560 – Roma 1609) a proposito del fratello Agostino (Bologna 1557 – Pisa 1602), autore di una lezione in Roma sul gruppo ellenistico del Laocoonte, sancendo il valore formante e autonomo dell’ “opera”, canone dell’estetica moderna, e la critica dell’allegorismo in arte, assiomi che si affermano sino al Croce e ai dialoghi della ‘Biblioteca’ in Ulysses o ai saggi su Proust e Dante…Bruno…Vico…Joyce, delineati dal Beckett.
Certo, dotto è anche Annibale Carracci, conoscendo Tibaldi e Federico Barocci, il Correggio e i lombardi e veneti, i maestri della ‘Rinascenza’ e i ripetitori della ‘maniera’. «Non potei stare di non andare sùbito a vedere la gran cupola» (di Correggio nel Duomo di Parma), scrive al cugino Ludovico il 18 aprile 1580. Caravaggio rimase colpito dalla Santa Margherita del 1599 nella Chiesa di Santa Caterina dei Funari, esclamando “esserci almeno un pittore in Roma”, come ricorda il Bellori nelle Vite de’ pittori scultori e architetti moderni (Roma 1672, pp. 201-215).
Ma quel che è sfuggito – sinora – è la singolare acquisizione che della querelle compie Arthur Schopenhauer al paragrafo 50 del Libro terzo. Il mondo come rappresentazione de Il mondo come volontà e rappresentazione (1818, 1844 e 1859), dispiegando la diretta e approfondita conoscenza non solo dell’arte e della critica d’arte italiana e europea, ma anche del rapporto di distinzione tra ‘allegoria’ e ‘poesia’ da una parte, e tra ‘allegoria’, ‘simbolo’ ed ‘emblema’ dall’altra. Benedetto Croce stesso non se ne avvalse nella Poesia di Dante del 1921, né (credo) nel successivo corso ermeneutico. I letterati ed eruditi “puri”, né quelli “impegnati” (di qualunque orientamento ideologico o sensibilità, cattolici come Papini, laici come Russo, Barbi, Parodi, Sansone, Binni), nulla ne sanno pur restando immessi e coinvolti nella tenace querelle dei rapporti tra poesia e struttura nella Commedia.
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Teoremi di coerenza e completezza. Epimenide, Gödel, Hofstadter.

> di Vito J. Ceravolo*

Abstract: Completamento dei teoremi di incompletezza di Gödel, grazie alla formalizzazione di un sistema capace di racchiudere sia ciò che è soggetto a valore di verità (vero o falso) sia ciò che è soggetto a non valore di verità (né vero né falso).

Parole chiave: Kurt Gödel; Teorema di incompletezza; Coerenza; Completezza; Enunciati; Dimostrazioni; Paradossi; Sintattica; Semantica; Epimenide; Hofstadter.

1. Introduzione ai Teoremi di coerenza e completezza (1)

Scopo di questo saggio è completare i teoremi di incompletezza di Gödel, anzitutto astraendo il suo primo teorema alla forma linguistica che lo genera:

VALORE DI VERITÀ: L(α=α ∨ ¬α=¬α) → L = 1 ∨ 0
A parole: Se, affermandosi o negandosi, un concetto α coerente con sé =α predica () un linguaggio L allora → quest’ultimo ha un valore di verità che può essere vero 1 o falso 0.

NON VALORE DI VERITÀ: L(α≠α ∧ ¬α≠¬α) → L ≠ 1 ∧ 0
A parole: Se, affermandosi e negandosi, un concetto α che si contraddice da sé ≠α predica un linguaggio L allora → quest’ultimo non ha un valore di verità, non è né vero 1 né falso 0.

In gergo comune: se quando affermo una frase essa si contraddice e si contraddice anche quando la nego, allora la stessa non ha un valore di verità. Mentre ha un valore di verità se non si contraddice almeno in una delle due forme, affermandola o negandola. Naturalmente queste formalità mostrano le possibilità d’interpretazione della frase (affermandola o negandola), non sono la frase in quanto tale; e la loro unione ci restituisce un principio di anticipazione del valore di verità: un metodo infallibile per discriminare, a priori di ogni riscontro con la realtà, gli enunciati con valore di verità (veri o falsi) da quelli senza valore di verità (né veri né falsi). Ma la formalizzazione di questo elemento logico non è il solo ampliamento che andiamo a compiere al fine di completare i teoremi di Gödel. Ma per meglio comprendere, a questo punto, entriamo nel vivo della questione; ben considerando che non sarà la numerazione G gödelliana a essere messa in discussione, bensì la sua interpretazione in luogo della sopra forma e di quanto segue. Continua a leggere


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Le due facies della pace. Ripartire da un’interpretazione del pensiero di Agostino per comprehendere il nostro tempo

>di Francesco Brusori*

 

In un contesto internazionale quale quello che oggigiorno patiamo e che a detta del Papa parrebbe ospitare una Terza Guerra Mondiale frazionata – infatti essa si esplica non soltanto in conflitti bellici situati nel Medio oriente, nell’est europeo e nelle instabili entità statuali dell’Africa centrale e della zona magrebina, ma anche in altrettanto spietati scontri combattuti su un campo di battaglia prettamente contemporaneo, ossia quello economico-finanziario – più che mai siamo tutti chiamati a riflettere su ciò che de facto si contrappone, o meglio si dovrebbe contrapporre, a questo tragico accadere: la pace.

 

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Max Horkheimer e l’ascesi schopenhaueriana: un’analisi

 

>di Giacomo Maria Arrigo*

 

1. Oblio dell’uomo

Parlare di ascesi in Max Horkheimer (1895-1973), è una provocazione, oltreché una forzatura. In Schopenhauer la liberazione dalla volontà di vivere assume connotati ben precisi che non trovano posto nel pensiero dei francofortesi, men che meno in Horkheimer. Ma un certo rimando alla dottrina espressa nell’ultimo libro del Mondo come volontà e rappresentazione è nondimeno rinvenibile, sebbene con difficoltà, fra le pagine del fondatore della Scuola di Francoforte, ed è quello che cercheremo di presentare in questo paper, fermo restando la problematicità di un simile accostamento. Il termine “ascesi”, come vedremo, verrà utilizzato in un senso tutto nuovo, lontano dalla concezione filosofica schopenhaueriana, in una forma più accessibile alla mentalità contemporanea.

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Il real-idealismo tragico di Marcel Proust

 

> di Giuseppe A. Perri*

1. Qualsiasi lettore di Proust che abbia condotto studi filosofici viene presto colpito dalla dimensione non solo letteraria, ma etica e teoretica della Recherche. Per questo, Barthes ha parlato di «une tierce forme» (Barthes 1993, p. 336) a proposito del romanzo proustiano, rispetto alla forma classica e al genere saggistico; per Benjamin «ogni grande opera letteraria inaugura un genere o lo dissolve, insomma, è un caso speciale. Tuttavia, tra tali casi speciali, questo è uno dei più inafferrabili» (Benjamin 2000, p. 135). Specialmente nel secondo tomo, premiato col Goncourt, si avverte l’affinità di Proust con la tradizione moralistica francese, tanto da farlo apparire talvolta un nuovo de La Rochefoucauld. Un moralista dei nostri tempi: sebbene molti passaggi della Recherche siano certamente legati all’epoca in cui furono concepiti e l’universo mentale proustiano affondi le sue radici nella Francia tra il II Impero e la III Repubblica («la signora Swann è tutta un’epoca, no?»), la sua opera-cattedrale emana un’aura tutta contemporanea e un coraggio narrativo che riconosceremmo solo ad autori a noi coevi. Non a caso, dopo il successo decretato dalla giuria del famoso premio al II volume dell’opera, che lo ripagava anche dei rifiuti ricevuti per la pubblicazione di Du coté de chez Swann, rifiuti dovuti probabilmente anche al suo essere in anticipo sui tempi (per contenuto e struttura), un successo universale proustiano e una vera Proust-renaissance datano soltanto dagli anni Sessanta del Novecento. Continua a leggere