Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La filosofia dello sterminio dei disabili

 

 

> di Alessandro Pizzo*

A Giulia.

Della vita sopravvive l’amore, dato o ricevuto.

In memoriam

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Premessa

Ogni anno si ripete in tutte le scuole del Regno uno stesso rituale, forse opaco, forse stantio, forse stancamente ripetuto, e riguardante la celebrazione della memoria della Shoah, lo sterminio nazista della razza cosiddetta “inferiore”. Se il rito appare oramai una routine, resta innegabile, oltre che indubitabile, come al contrario vigile e pronta debba rimanere la coscienza comune innanzi ai risorgenti umori prevaricatori alle più svariate latitudini. Ma, rispetto all’inaudita strage compiuta dal nazionalsocialismo, vorrei concentrare l’attenzione su una categoria minore, ma certo non meno importante, di vittime della medesima sequenza storica, ovvero le persone disabili, indifese vittime designate dalla violenta ed inumana ideologia nazista. Certo, non lo faccio al fine di riscattarne un ruolo triste, diversamente taciuto dai più, anche se, a dire il vero, sempre più scoperto ed oggetto di ricostruzione storica, ma per sviluppare un’analisi filosofica intorno alle sue ragioni storiche, inerenti a quelle motivazioni culturali che ne giustificarono o resero possibile lo sterminio o la soggiacente logica o che aprirono la strada a qualsiasi giustificazione, più o meno ad hoc, del capriccio di alcuni su altri, depotenziando qualsiasi funzione regolatrice o moderatrice del verbo morale, depotenziando la bussola morale e svuotando dal di dentro l’edificio del diritto, trasformando gli uni e gli altri in meri instrumenta regni.

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Cinema e memoria: “immaginare” la Shoah. Considerazioni e prospettive di ricerca

> di Federica Caniglia*

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Il secolo del Novecento nella memoria collettiva si presenta come un flusso continuo di immagini-sequenza, in cui gli eventi che lo contraddistinguono sono richiamati mediante immagini convenzionali e ricorrenti, pensiamo allo storico discorso pronunciato da Mussolini dai balconi di Palazzo Venezia che annuncia l’avvenuta dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra, il discorso del Führer proferito all’indomani della vittoria nelle elezioni del 1933 ai membri del partito Nazional Socialista, la caduta del muro di Berlino nel 1989 e l’attentato al pontefice Giovanni Paolo II, potremmo elencarne ancora degli altri, ma questi pochi esempi attestano l’esistenza di un immane archivio memoriale di immagini filmiche che il cinema prima e la televisione poi hanno trasmesso e reiterato nel tempo. Questo dato è di primaria importanza perché segnala come l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa abbia modificato i tradizionali modelli di comprensione e di conoscenza del mondo reale. L’immagine ha assunto così una valenza conoscitiva decretando la vista come il principale ed unico universo sensoriale a codificare, interpretare e conoscere il mondo circostante, le relazioni e le esperienze degli individui. Negli ultimi anni la proliferazione della produzione filmica sulla Shoah ha raggiunto i massimi livelli, come hanno osservato un gruppo di studiosi durante un work-shop svoltosi al Center for Advanced Holocaust Studies nel giugno del 2000, gli Holocaust Film hanno acquisito lo statuto di vero e proprio genere cinematografico a partire dalla metà degli anni 50 con il documentario commemorativo Notte e Nebbia, realizzato nel 1956 dal regista francese Alain Resnais e dal film hollywoodiano, Il diario di Anna Frank, realizzato nel 1959 dal regista George Stevens. Questo dato rivela come gli studi sulla cinematografia concentrazionaria sia di fondamentale importanza nella trasmissione dell’Olocausto, tanto più ora che la memoria, nell’inevitabile scomparsa dei testimoni diretti, diventa mediata dalle immagini, dai racconti, dalle informazioni disponibili ed accessibili liberamente dai new media. Marianne Hirsch la definisce la “post-memoria”, una forma molto potente e particolare di memoria, proprio perché il suo rapporto con l’oggetto e con la fonte non è mediato dai ricordi, ma da un investimento dell’immaginazione e dell’invenzione. Ciò non significa che la memoria non sia di per sé mediata, ma essa è più direttamente legate al passato. La post-memoria caratterizza l’esperienza di coloro che sono cresciuti avvolti nei racconti di eventi che hanno preceduto la loro nascita, per cui è come se alle loro storie personali si fossero sostituite le storie delle generazioni precedenti, che hanno vissuto eventi ed esperienze traumatizzanti [1].

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