> di Alberto Busetto*

L’antropologia di René Girard comincia con un’asserzione: il desiderio umano è mimèsi, imitazione (Girard 19812, 7-47). Ma imitazione di che cosa? Di un modello che affascina. Il desiderio mimetico è pertanto triangolare, formato cioè da colui che imita (il soggetto), da un modello che in virtù del suo fascino viene imitato, e da un oggetto che involontariamente il modello indica come desiderabile.
Il desiderio secondo l’altro è il principio attivo universale della condizione umana, in ogni tempo e luogo. Due prove: la prima, le differenze tra ciò che viene ritenuto desiderabile nelle varie culture, che ci fanno pensare che non esistano oggetti desiderabili in sé; la seconda, la moltitudine di uomini con la spiccata tendenza a desiderare le medesime cose, che ci fa pensare che non esistano soggetti sovrani nelle scelte (Girard 1999, 11).



Il concetto della quaternità non è un ghiribizzo mentale ma una modalità del ponere totum, una maniera di configurare emblematicamente la “universalità” dell’arte o del porre la relazione tra le parti e il tutto. La collocazione della “cosa” nella “prossimità” – spiega Gianni Vattimo – viene a “situarsi nel quadrato delle regioni del mondo al quale appartiene” (“La fine della modernità”, Milano 1985, pp. 73-79 ). Venendo a momenti rappresentativi della storia dell’arte, la “prossimità” stessa può stabilirsi nella scena del gioco, negli interni di una abitazione, o nell’approcciarsi a una finestra di casa.


