Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Oltre lo scientismo. «Il Condominio» intervista Paolo Calabrò

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> di Domenico Romano

Quale ruolo ricopre nella nostra società la filosofia?

A questa domanda ha risposto recentemente Emanuele Severino: essenzialmente tutto quello che si muove al livello più alto – le culture, gli Stati-nazione, le religioni, l’economia – e che decide il destino dei più, si colloca nell’ambito della filosofia occidentale di matrice greca. Per me, in più, la filosofia rappresenta un monito: a pensare con la propria testa, sempre, comunque, irrinunciabilmente. Facendo propria l’esortazione di Bellet: “Sii discepolo di tutti, ma non fare di nessuno un maestro”. Ovvero: ascolta tutto e tutti, ma sii sempre tu a decidere.

Quanto è difficile oggi pensare con la propria testa?

Non più che in passato, lo si dica subito per sgombrare il campo da facili nostalgie o da scontate (quanto inconsistenti) condanne del presente tout court, sia che si voglia parlare della tecnologia, sia che ci si voglia riferire alla presunta ignoranza dei giovani studenti. C’è sempre stata una certa tendenza a soffocare il pensiero personale: penso al modello militarista, acefalo per eccellenza, ma anche a quello di una certa religione basata su prassi inveterate (e sovente sbagliate) anziché sulla maturazione e sul percorso del singolo. Tendenza di oggi come di ieri, dunque: ieri la vita era più dura e non pensare costituiva quasi un bisogno per i più; oggi è più leggera, e media-videogiochi-e-sale-bingo fanno di tutto per evitare che ci si dedichi a pensare sul serio. Insomma, pensare è sempre stato faticoso. C’è poi un altro aspetto, quello della responsabilità: se il non pensare ha funzionato tanto bene per millenni, soprattutto in ambito religioso, è anche perché è più comodo: a valle di un errore, magari bello grosso, è consolatorio dirsi: “Me lo aveva detto il prete”. Poi, con una confessioncina a buon mercato, ci si lava la coscienza.

Di quale ambito filosofico ti occupi?

Studio l’ontologia, con particolare riferimento a Raimon Panikkar e alla sua critica (sacrosanta!) della “cosa in sé”, e la filosofia morale che consegue dalla nozione di “Dio perverso” di Maurice Bellet. Sono i due filosofi che mi hanno cambiato la vita: del primo ricorre quest’anno il centenario della nascita, il secondo è scomparso lo scorso 5 aprile, all’età di 94 anni.

In cosa le hanno cambiato la vita? Il loro contributo in che modo ha influenzato la società attuale?

È presto per dire quale potrà essere il loro impatto sulla società globale. Dal punto di vista mio personale, Panikkar mi ha liberato dalle maglie dello scientismo e mi ha insegnato che camminare (nel senso ovviamente di esperire e di incontrare) è più importante che pensare. Bellet mi ha invece insegnato che ascoltare viene prima di parlare; e che non esiste un solo cristianesimo, ma almeno due: quello del “come se”, farisaico, improntato al fare-credere cose reputate buone (modo di fare che ci cambia solo esteriormente, “come se fossimo” diventati buoni) e quello del dono: quello che, di fronte al povero, non esclama “Beati i poveri!” e tira dritto, ma cede metà del suo mantello. Questi due autori molto più vicini di quanto si potrebbe credere a una prima occhiata; e andrebbero letti molto, molto, molto di più.

Cosa intende per liberare dallo scientismo?

Lo scientismo è quell’ideologia per la quale l’unico modo corretto di pensare e di vedere le cose e la realtà tutta (umanità compresa) è il modo della scienza. È quella “fede nella scienza” che fa dire a tanti: “La scienza farà questo e quell’altro”. Ma la realtà – parafrasando Shakespeare – è molto più grande di questa convinzione tanto angusta e in fin dei conti triste. La luna è veramente solo una grossa pietra che gira attorno a noi? È a questa mera pietra che i lupi ululano nelle notti in cui non riusciamo a dormire, o c’è dell’altro che noi uomini – con la poesia, con la narrativa, con tutte le arti e ogni modo finora inventato per esprimerci – cerchiamo di additare sempre meglio e di più?

Un consiglio per chi vuole intraprendere studi filosofici?

Non c’è niente di meglio della filosofia per comprendere la realtà in cui viviamo. Tuttavia, bisogna tenere bene a mente 2 cose: la realtà non va solo compresa, ma trasformata (non c’è bisogno di scomodare Marx per capirlo); la ragione filosofica non è l’unica chiave di lettura della realtà (ogni altro punto di vista, religioso, sociologico e, perché no… scientifico, può essere altrettanto utile) e la filosofia occidentale non è l’unica filosofia che l’umanità abbia mai conosciuto. Se vuoi studiare davvero la filosofia, allora non dimenticare il monito di Periandro di Corinto: «Abbi cura del tutto». Se queste parole non ti sono completamente estranee, sei già a metà strada.

(Articolo originale su «Il condominio», 30 luglio 2018)

 

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