Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’amore oltre le stelle. Intervista a Vito Mancuso su scienza e filosofia

> di Paolo Calabrò

Lei parla di amore chiamando in causa la scienza e le sue acquisizioni teoriche, dalla biologia alla meccanica quantistica. In che modo – e in che misura – è possibile farlo?

Ancor prima di essere un sentimento, l’amore è la manifestazione di una tendenza intrinseca all’essere stesso. Partiamo dall’immagine tradizionale dell’amore che gli antichi ci hanno trasmesso nella figura del dio Eros o Cupido che scaglia la freccia: è certamente un’immagine poetica – la si è sempre trattata così – ma è realmente solo questo? Perché la mente ha sentito (e continua a sentirlo: l’immagine è tutt’altro che desueta) il bisogno di rappresentare il darsi dell’amore attraverso l’immagine della freccia? È chiaro: perché la sente congruente, efficace, adeguata a esprimere il fenomeno fisico dell’innamoramento. L’innamoramento è di fatto un fenomeno fisico, che può essere pensato – come ho approfondito nel mio ultimo libro (Io amo. Piccola filosofia dell’amore, ed. Garzanti, N.d.R.) – come un’onda, proprio del tipo di cui parla anche la fisica. La definizione di “onda” data dai manuali di fisica è “perturbazione che si diffonde nello spazio trasmettendo energia ma non materia”. Penso che chiunque sia stato innamorato abbia vissuto su di sé l’esperienza di una “perturbazione”, che si è mossa dentro di lui spostando energia ma non materia. È effettivamente possibile, a mio avviso, stabilire un parallelo tra l’innamoramento e l’onda elettromagnetica; non è forse vero che il soggetto colpito dalla “perturbazione” si trasformi in un vero e proprio pezzo di ferro per il quale l’altro – o l’altra – non è né più né meno che… un grande magnete, che lo attrae irresistibilmente? L’amore è un fenomeno cosmico che investe tanto gli umani quanto ogni altro aspetto della realtà. E la cosa più sorprendente è che lo fa secondo modalità tutt’affatto simili.

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Filosofia della sensibilità. Un libro Moretti&Vitali di Susanna Mati

> di Paolo Calabrò

La cronaca di una morte annunciata: si potrebbe descrivere così, con poche parole, la storia di quel modo di intendere la filosofia che – tutto preso dal rigore della definizione e dalla coerenza del procedimento – finisce per astrarre se stesso dall’oggetto d’indagine che pur ha sempre sotto agli occhi. Cioè la realtà. Questo è il punto di partenza del bel libro di Susanna Mati, dal titolo Filosofia della sensibilità (ed. Moretti e Vitali), che non limita la sua critica a quella filosofia accademica iperspecializzata che si compiace della propria inaccessibile autoreferenzialità, ma la amplia a tutti quei settori i quali – rinunciando per principio (cioè per statuto) ad indagare uno o più aspetti specifici della realtà – spingono la propria investigazione dell’essere sempre più avanti, fingendo ogni volta che il problema non esista, solo perché lo hanno lasciato fuori dalla porta di casa. Ne fa qui le spese, ad esempio, la filosofia analitica, che nelle parole dell’autrice è «evidentemente frutto di una patologia psichica». Continua a leggere


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Nietzsche profeta della scienza. Un saggio Il Prato di Rosanna Oliveri

> di Paolo Calabrò

Nietzsche filosofo della volontà e della creatività della vita, avversario di tutte quelle forme di razionalismo finalizzate a ingabbiare l’autonomia dell’uomo all’interno di automatismi quantificabili e prevedibili: non sono necessarie molte parole per rendere, con un’immagine stereotipata, l’idea di un filosofo che si è spesso meritato l’appellativo di “irrazionalista”. Appena si voglia però andare al di là, appunto, dello stereotipo, diventa necessario domandarsi: veramente Nietzsche ha filosofato contro la scienza? O la sua non è stata piuttosto la prevedibile (e sacrosanta) reazione di una speculazione innovativa nei confronti di un modello scientifico già all’epoca vetusto, ancorato al meccanicismo laplaciano, che di lì a poco sarebbe andato in frantumi sotto i colpi della relatività, della quantistica e della teoria del caos? Continua a leggere


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La filosofia non dà da mangiare, ma non si vive di solo pane. Su Non per profitto di Martha Nussbaum

> di Paolo Calabrò

La diatriba fra i saperi dai risvolti immediatamente pratici e quelli più eminentemente teoretici è vecchia quanto la storia della conoscenza e risale almeno alla leggenda di Talete che – tutto preso dalle sue astratte speculazioni – cadde nel pozzo provocando il riso della servetta tracia. “Bello, sì, ma a che serve?” imputano i primi saperi ai secondi, i quali a loro volta rispondono di solito con una delle varianti dell’heideggeriano “Siete aridi fino alla desolazione”. Continua a leggere


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La bestia dentro di noi. Intervista ad Adriano Zamperini su società e violenza


Preferisce parlare di “violenza” anziché di “aggressività”. Perché?

Essendo uno psicologo, la mia scelta potrà apparire ancora più strana. Dopotutto, proprio la psicologia ha contribuito alla fortuna del concetto di “aggressività”: è facile notare come nel lessico scientifico occupi un posto di primo piano. Anche nelle nostre conversazioni quotidiane, il termine “aggressivo” è usato per descrivere un numero infinito di comportamenti con cui singoli o gruppi cercano di raggiungere i propri scopi e interessi gli uni contro gli altri. Così, possiamo dire che un bullo, un soldato, un politico, un atleta, un partner e così via siano aggressivi. Ma aggressività è un “termine sfortunato”: è soggetto a innumerevoli dispute semantiche, tali da rendere evidente che siamo in presenza di un concetto interpretativo piuttosto che descrittivo. Inoltre, a me pare che molti psicologi (e non solo) siano caduti nella trappola di credere che una moltitudine di comportamenti assai diversi siano riconducibili a un’unica categoria “naturale”, l’aggressività appunto. Proprio analizzando criticamente un simile convincimento, sono giunto alla conclusione che l’aggressività è veramente un concetto-valigia, ci si può infilare di tutto e di più, e quindi mi sembra scientificamente poco spendibile per comprendere e spiegare la varie e mutevoli forme della conflittualità umana. Per questo motivo preferisco il ricorso al concetto di violenza. Non che questo concetto sia privo di ambiguità, tutt’altro; ma rigettando l’alveo “naturale” dove si fa accasare la nozione di aggressività, il ricorso al concetto di violenza costringe a fare i conti con queste ambiguità, rendendole esplicite.

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Giardini e strade. Diario di guerra di Jünger in edizione Guanda

> di Paolo Calabrò

A volte, quando si vuol parlare (nel nostro caso riparlare) bene di un autore, si usano delle frasi standard, immediatamente riconoscibili, che automaticamente lo collocano nel pantheon di quelli che hanno ricevuto la stessa descrizione. Una di queste è: “Al di là di qualsiasi genere o etichetta”, che allude a un’opera che è non solo originale all’interno di un certo ambito, ma che è addirittura irriconducibile a qualunque altra l’abbia preceduta. Fosse vero nella metà dei casi in questa espressione viene usata, si sarebbe certamente di fronte al capolavoro, all’eccellenza: a cui nient’altro v’è da aggiungere, se non l’ammirazione e l’implicito invito alla lettura che ne consegue. Continua a leggere


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La battaglia come esperienza interiore. Un classico di Jünger riproposto da PianoB

> di Paolo Calabrò

«È stata la guerra a fare degli uomini, e di questo tempo, ciò che sono. Una schiatta come la nostra non aveva mai calcato l’arena del pianeta per assumere il controllo della propria epoca. […] Non possiamo negare, come alcuni vorrebbero, che la guerra, madre di tutte le cose, lo sia anche di noi». La guerra madre dell’uomo: solo lei – non certo le mollezze della routine borghese cui la città è assuefatta – può “forgiarlo, scalpellarlo e indurirlo”. Per l’uomo la battaglia è occasione di vita almeno quanto lo è di morte; occasione unica di scoprire e mettere alla prova la profondità del proprio essere, a cominciare dalla robustezza della volontà. Vuoi conoscere la verità su te stesso? Dovresti proiettarti nel bel mezzo di un combattimento. La guerra non ti cambia solo fuori, ma principalmente dentro. La battaglia è prima di tutto un’esperienza interiore… Continua a leggere


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L’inconscio può pensare? Un libro Moretti e Vitali a cura di Chiara Zamboni

> di Paolo Calabrò

L’inconscio: croce e delizia di almeno quattro generazioni di abitanti di questo pianeta, da oltre un secolo protagonista della scena intellettuale e medica. Oggi ben pochi sarebbero tanto temerari da negarne recisamente l’esistenza. Eppure la semplice dimostrazione del contrario è di per sé una chimera; figurarsi una “verifica sperimentale”. Dell’inconscio non abbiamo che la sua espressione fenomenologica, nel vissuto degli uomini e nell’esperienza verbalizzata degli ormai tantissimi che si sono affidati alla psicanalisi; al punto che diamo sempre più per scontata la sua influenza sull’attività cosciente (e da prima che le neuroscienze facessero i loro noti esperimenti al riguardo). Continua a leggere


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Violenza e messianismo. Un saggio Mimesis di Petar Bojanić

> di Paolo Calabrò e Stefano Santasilia

Nell’epoca dello scontro dei valori, di quel politeismo valoriale del quale trattava tanto chiaramente Weber, sicuramente non può passare inosservata la possibile portata di violenza di qualunque messaggio che si presenti con lo stile di una rivelazione, foss’anche una rivelazione di pace. È per tale motivo che violento può divenire qualsiasi atteggiamento che appunti ad una nuova era, di là da venire, un momento al quale guardare come liberazione del/dal presente. A tale tema è dedicato il recente volume di Petar Bojanić, tradotto per la collana “Labont” di Mimesis. Violenza e messianismo, questo il titolo, si occupa soprattutto di prendere in considerazione il tema della violenza a partire dalla tradizione idealistica, per metterla in dialogo, e confronto, con le riflessioni di Benjamin e Derrida.

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Glamoursofia. Filosofia e moda in un libro Il Melangolo di Debora Dolci e Francesca Gallerani

> di Paolo Calabrò

Così come l’immagine maschile del filosofo che ci è stata tradizionalmente tramandata, al punto di diventare classica (un discorso lungo e noioso come quello, effettivamente, di certi filosofi – viene ancora oggi detto “barboso”), quella della filosofa implica sempre una certa trascuratezza, in modo che l’amore esclusivo per il “cielo delle idee” e di conseguenza il disinteresse per la realtà materiale – e in primo luogo per la propria persona – risulti evidente, magari ostentato. Ma allora Nietzsche, con la sua filosofia della carne, non ci ha insegnato niente? Siamo ancora fermi a Cartesio e alla sua pretesa separazione tra il corpo e l’anima?

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Pittura e filosofia in Malevič. Un libro Carocci di Giuseppe Di Giacomo

> di Paolo Calabrò

Fin dalla scoperta della prospettiva, l’arte è stata intesa come rispecchiamento della realtà: il quadro perfetto è quello in grado di dileguarsi – in quanto quadro – per far apparire la realtà stessa. Il Novecento interrompe bruscamente questa tradizione secolare e ne inverte la tendenza: il quadro comincia ad assumere importanza intrinseca, per ciò che costituisce e non per ciò che rappresenta. La forma comincia a prende il sopravvento sul contenuto: le rappresentazioni diventano sempre più incomprensibili e irraggiungibili (dalle anarchiche pitture astratte alle provocatorie opere seriali di Duchamp). La filosofia conquista spazio in pittura in forma di rivendicazione di autonomia dall’oggetto e dalla contingenza; non a caso è un momento molto fertile per il genere del trattato filosofico a sfondo artistico, di cui i pittori sono i primi e più assidui estensori.

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L’uomo e la morte. Un altro libro Erickson di Edgar Morin curato da Riccardo Mazzeo

> di Paolo Calabrò

Se è vero che la morte è e rimane un mistero per l’uomo, è altrettanto vero che non è impossibile riflettervi collettivamente e stabilire un modo comune di porsi di fronte ad essa che sia migliore – o anche solo più consapevole e meno schiavo della coazione a ripetere i comportamenti di chi ci ha preceduti. La morte è infatti ben di più che il termine biologico della vita: da sempre l’uomo ha attribuito un significato simbolico particolare – strettamente correlato all’epoca e alla cultura – a questo evento che, in un modo o nell’altro, ha ritenuto di dover “celebrare ritualmente” e mai su di un piano strettamente individuale. Ma, a stretto rigore,

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