Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Oggettività e pluralità. Piccola nota sul pensiero globale

> di Matteo Veronesi*

Se si seguissero i presupposti e i princìpi enunciati da Markus Gabriel (“Heidegger non conta più”, «Corriere della Sera», 17 maggio 2015) credo che qualunque forma di storiografia filosofica (la quale non può non tener conto dei contesti, storici e di conseguenza anche nazionali, in cui i diversi percorsi speculativi si sono sviluppati) diverrebbe impossibile. Continua a leggere


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Il marchio di K. – Il processo tra moderna tragedia e sacra rappresentazione

> di Luca Ormelli

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«Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario»

[F. Kafka, Il processo, Garzanti, Milano, 1984, p. 181].

Quando Kafka scrive Il processo (1914-1915) Rosenzweig deve ancora dare alle stampe La stella della redenzione (1921); tra questi due estremi temporali la gemeinschaft mitteleuropea, salda sotto il tallone dispoticamente illuminato della monarchia absburgica, si sta irreparabilmente sgretolando dando fiato potente alle petizioni di Herzl e di chi, in seno alle medesime comunità ebraiche, condanna l’assimilazione dei figli di Giacobbe alla kultur occidentale e, più propriamente, cristiana. Scrive Ferruccio Masini nella sua sorvegliata “Introduzione” all’edizione citata de Il processo: «è proprio […] la presenza di questo nostro tempo (“il mio tempo”, dirà Kafka, “cui mi sento molto vicino, e che non ho il diritto di combattere ma, in un certo senso, di rappresentare”) nell’opera dello scrittore a radicalizzare, in una sorta di ‘cabbala’ individuale a sfondo nichilista, quegli elementi antirestaurativi e paradossali della tradizione cabbalistico-chassidica per i quali lo stesso avvento del Messia [yichud, nota di chi scrive] è legato a condizioni impossibili, al giorno, cioè – come si legge in una citazione benjaminiana dallo Zohar – in cui tutte le lacrime di Esaù si saranno disseccate. Per questo l’allegoria nichilista dei racconti kafkiani non adombra il divino “nulla originario” (ajin gamur) dei cabbalisti, identificato con la stessa infinità di Dio (En-sof, sic), né quello dell’eckhartiano “fondamento senza fondamento”, ma un sortilegio nullificante immanente alla stessa quotidianità. Oltre la precarietà del possesso di un mondo di cose […] questo nulla intacca ogni possibile fondamento, separa il desiderio dalla cosa desiderata, l’attesa dal Messia, la speranza dal sabbath, il singolo da antenati e discendenti» [op. cit., p. XVI].

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Violenza e messianismo. Un saggio Mimesis di Petar Bojanić

> di Paolo Calabrò e Stefano Santasilia

Nell’epoca dello scontro dei valori, di quel politeismo valoriale del quale trattava tanto chiaramente Weber, sicuramente non può passare inosservata la possibile portata di violenza di qualunque messaggio che si presenti con lo stile di una rivelazione, foss’anche una rivelazione di pace. È per tale motivo che violento può divenire qualsiasi atteggiamento che appunti ad una nuova era, di là da venire, un momento al quale guardare come liberazione del/dal presente. A tale tema è dedicato il recente volume di Petar Bojanić, tradotto per la collana “Labont” di Mimesis. Violenza e messianismo, questo il titolo, si occupa soprattutto di prendere in considerazione il tema della violenza a partire dalla tradizione idealistica, per metterla in dialogo, e confronto, con le riflessioni di Benjamin e Derrida.

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Hegel e l’affermarsi della negatività negli scritti giovanili – Parte I

> di Francesca Brencio*

«A chi mi domanda che cosa abbia fatto Hegel io rispondo che ha redento il mondo dal male perché ha giustificato questo nel suo ufficio di elemento vitale» [Benedetto Croce]

«Il fatto che l’accidentale in quanto tale, separato dalla propria sfera, il fatto che ciò che è legato ad altro ed è reale solo in connessione ad altro ottenga un’esistenza propria e una libertà separata, tutto ciò costituisce l’immane potenza del negativo: tutto ciò è l’energia del pensiero, dell’io puro. La morte, se così vogliamo chiamare quella irrealtà, è la cosa più terribile, e per tener fermo ciò che è morto è necessaria la massima forza. Se infatti la bellezza impotente odia l’intelletto, ciò avviene perché si vede richiamata da questo a compiti che essa non è in grado di assolvere. La vita dello Spirito, invece, non è quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte e si preserva integra dal disfacimento e dalla devastazione, ma è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa. Lo Spirito conquista la propria verità solo a condizione di ritrovare se stesso nella disgregazione assoluta. Lo Spirito è questa potenza, ma non nel senso del positivo che distoglie lo sguardo dal negativo come quando ci sbarazziamo in fretta di qualcosa dicendo che non è o che è falso, per passare subito a qualcos’altro. Lo Spirito è invece questa potenza solo quando guarda in faccia il negativo e soggiorna presso di esso. Tale soggiorno è il potere magico che converte il negativo nell’essere» [1].

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