Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La filosofia non dà da mangiare, ma non si vive di solo pane. Su Non per profitto di Martha Nussbaum

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> di Paolo Calabrò

La diatriba fra i saperi dai risvolti immediatamente pratici e quelli più eminentemente teoretici è vecchia quanto la storia della conoscenza e risale almeno alla leggenda di Talete che – tutto preso dalle sue astratte speculazioni – cadde nel pozzo provocando il riso della servetta tracia. “Bello, sì, ma a che serve?” imputano i primi saperi ai secondi, i quali a loro volta rispondono di solito con una delle varianti dell’heideggeriano “Siete aridi fino alla desolazione”.

Insomma: la cultura umanistica è ancora necessaria al nostro mondo ipertecnologico dominato dall’utile (anche e soprattutto nel senso senso deteriore del profitto economico) o è soltanto un residuo del passato del quale – abbandonando ogni velleità nostalgica o archeologica – converrebbe liberarsi quanto prima?

Oggi la situazione globale impone una riflessione nuova su questo vecchio problema: per la prima volta infatti siamo in presenza di una cultura che rivendica di diritto la propria autosufficienza ed esaustività (quella tecnica), proprio nello stesso momento in cui si adopera di fatto, approfittando della crisi economica, a effettuare ogni sorta di taglio alla ricerca e alla didattica umanistica. Nell’illusione, appunto, di poterne fare a meno, tanto da lavorare per la sua completa eliminazione. Ma questo intento – spiega Martha C. Nussbaum, con il suo celebre stile penetrante ma accessibile a tutti, nel libro Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (ed. Il Mulino) – è suicida: nemmeno la cultura tecnica più autorganizzata ed efficiente può fare a meno della struttura etica e politica tipica delle società umane, che solo la cultura umanistica può generare e mantenere in vita. Ciò di cui oggi non ci si accorge perché se ne dà per scontata l’esistenza; ma con la cui assenza – una volta scomparsa la cultura umanistica – ci si troverebbe a fare i conti. Nel peggiore dei modi.

Un libro dal grande successo internazionale che meritevolmente viene riproposto oggi (dopo una prima edizione del 2011 esaurita da tempo) al dibattito italiano. Con una illuminante Introduzione di Tullio De Mauro.


M.C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, ed. Il Mulino, 2014, pp. 170, euro 12.

Autore: Paolo Calabrò

Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Sono redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume: – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e 3 libri di narrativa noir: – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.

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