Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Agire “illimitato”, uomo assoggettato

>di Francesca Quaratino*

Abstract

Il presente lavoro si prefigge l’obiettivo di indagare il mutamento che la categoria dell’agire sta subendo con l’avvento della tecnosfera. Nel tempo in cui non è più l’uomo a cercare il mondo, ma è il mondo a cercare l’uomo, si verifica ciò che viene definito assoggettamento volontario dove, il soggetto, volontariamente e senza alcun potere coercitivo, ridimensiona la propria libertà per raggiungere i livelli di efficienza proposti dalla società digitale, la quale agisce sul nostro inconscio e sulla nostra psiche.

Keyword Assoggettamento- Tecnocrazia- Volontà- Società- Digitale

Il soggetto (dal lat. subiectus, part. pass. di subicĕre «assoggettare»)  digitale trascorre gran parte del proprio tempo in rete e spesso utilizza il web come uno spazio privo di limiti, una dimensione illimitata, che esente da ogni forma di supervisione, dà la sensazione di poter fare o dire qualsiasi cosa.

Il sistema mediatico neoliberista ha contribuito notevolmente all’autosfruttamento del soggetto:

«Il neoliberismo, come mutazione del capitalismo, fa del lavoratore un imprenditore. […] Oggi, ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa. Ognuno è padrone e servo di un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con se stessi. […] Nel sistema neoliberale, infatti, non esiste alcun proletario, alcuna classe operaia sfruttata da chi detiene i mezzi di produzione. Nella produzione immateriale ognuno possiede allo stesso modo i mezzi di produzione: il sistema neoliberale non è più un sistema di classi in senso stretto. Non si basa su classi tra loro antagoniste: proprio in questo risiede la stabilità del sistema». (B. C. Han, 2016, p. 14) Continua a leggere


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“A un passo dal Vuoto”: ermeneutica della modernità in “Herzog” di Saul Bellow.

> di Giuseppe A. Perri*

Nel 1964 uscì l’attesissimo, dalla comunità intellettuale americana, Herzog di Saul Bellow[1], lo scrittore statunitense nato in Canada da una famiglia di immigrati ebrei originari della Lituania, a cui verrà assegnato nel 1976 il premio Nobel. Il romanzo, assolutamente autobiografico, ebbe un notevole successo di vendite ed era effettivamente un capolavoro tanto letterario quanto filosofico. Il protagonista è Moses Herzog, professore universitario, autore di una tesi di dottorato sullo stato di natura nella filosofia politica moderna, esperto di Romanticismo e imbevuto di letture filosofiche. L’ispirazione fortemente autobiografica del romanzo è evidente dalla trama delle vicende del libro, calcate sulla crisi coniugale effettivamente vissuta dall’autore e sui suoi ricordi d’infanzia legati soprattutto ai rapporti con i genitori («ecco cosa ti combinano le ossessioni infantili, i traumi della prima età di cui un uomo non può disfarsi e che non può abbandonare su un cespuglio come fa la cicala con la sua muda», p. 84). I personaggi della storia sono tutti riconoscibilissimi come appartenenti alla cerchia dei famigliari e degli amici (quasi tutti ebrei) di Bellow. La tecnica narrativa, post-moderna ante litteram, mescola la prima e la terza persona, talché in alcuni casi il narratore diventa Herzog stesso, che parla di sé. Ciò non vuol dire che il romanzo sia un diario realistico e che Herzog-Bellow s’identifichi completamente con la persona di Bellow. Continua a leggere


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Bambini, animali e modelli educativi. Recensione a Lettere a un futuro animalista di Dario Martinelli

> di Davide Russo*

«Educare all’animalismo è in realtà un’impresa titanica, che chiama in causa tantissime sfere della vita personale e sociale. Ne parlerò accuratamente più avanti, ma per ora mi preme sottolineare l’incredibile quotidianità del nostro rapporto con gli altri animali (rapporto che è quasi sempre «abuso» e «sfruttamento»). È un rapporto di una tale ricorrenza e intensità che ho sempre trovato assurdo che materie come l’antrozoologia (o zooantropologia) non vengano insegnate sin dai primi anni di scuola. Si arriva ad insegnare cose come equazioni e radici quadrate, che non serviranno mai nella vita della stragrande maggioranza degli abitanti di questo pianeta, e non si insegna come interpretare segnali di apertura o ostilità in un cane, che invece è qualcosa che accade ripetutamente a quasi tutti, anche solo passeggiando per strada» (D. Martinelli, Lettere a un futuro animalista, Ugo Mursia Editore S.r.l., Milano 2014, p. 11). Continua a leggere


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GUIDA MISTICA AL NOUMENO – 8 brevi passi per accedere all’invisibile

> di Vito J. Ceravolo*

[1] Assumiamo:

  • Un oggetto, una realtà in sé, un ordine sovrasensibile delle cose, un noumeno. Detto ragione in sé delle cose;

  • Un soggetto, una realtà apparente, un ordine sensibile delle cose, un fenomeno. Detto immagine apparente delle cose.

[2] La ragione in sé delle cose è il tertium comparationis, ciò che permette la conoscenza razionale delle stesse, l’uguale che conosce l’uguale, il medio fra inanimato e animato, fra res extensa e res cogitans, fra meccanica-biologia-cultura, fra body-mind, ed è ratio efficiens:

  • Ciò che appare necessita di ciò da cui apparire, il quale conseguentemente non può apparire, ma dal quale conseguentemente si dà quell’apparire;

  • L’apparire sensibile è conforme alla ragione sovrasensibile per cui si dà, cosicché ogni fenomeno sia una manifestazione della ragione in sé per cui appare;

  • L’esperienza fenomenica è di valori sensibili e ogni valore sensibile ha un ordine implicante la ragione per cui è tale. Anche ciò che rientra nell’ordine degli irrazionali è conforme alla ragione per cui è tale;

  • La ragione in sé, noumeno, ha la sua conseguenza esperienziale che le si conforma, condizione basilare per essere presa in considerazione in una teoria della conoscenza che prevede la verificabilità condivisa dell’oggetto in esame;1

  • Alla realtà in sé, alle ragioni sovrasensibili, si conformano casi di determinazione, probabilità, caos, causa, caso, libertà, contraddizioni, paradossi etc (cfr. Libertà).

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Archetipi di Leonardo (1452-1519): Il sorriso

> di Giuseppe Brescia*

A cinquecento anni dalla morte, diverse città e istituzioni hanno reso omaggio al genio da Vinci. Per la storia delle idee, Charles Baudelaire, intorno al 1857, nei Fiori del male, Spleen et Idéal, lo esalta tra «I Fari”, «Les Phares», «segnacolo di luce su mille cittadelle», e che viene ad annegare «au borde de votre éternité», “miglior testimonianza di dignità”, agli occhi del Signore. «Léonard de Vinci, miroir profond et sombre, / où des anges charmants, avec un doux souris / tout chargé de mystère, apparaissent à l’ombre / des glaciers et des pins qui ferment leur pays». E cioè: «Leonardo da Vinci, specchio scuro e profondo, / dove con un (dolce) sorriso d’alto mistero appaiono / angioli ad incantarci, soavi, entro lo sfondo / d’un ombroso paese di pini e di ghiacciai» (integro la versione di Gesualdo Bufalino). Nel sorriso, infatti, è la «sintesi di Leonardo, dei suoi lunghi e faticosi studi sperimentali, quegli studi scientifici apparentemente indipendenti dall’attività artistica e che invece trovano nella sua pittura il momento culminante. Ne è espressione di gioia, un sentimento umano transitorio; è piuttosto espressione della serena tranquillità di chi domina con la ragione» (Piero Adorno). Continua a leggere


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Abraham Joshua Heschel, Passione di verità. Un libro Iduna a cura di Luca Siniscalco

> di Bruna, Stefania Massari
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“Passione di verità”, “A Passion for Truth” (di Abraham Joshua Heschel, con prefazione e cura di Luca Siniscalco, traduzione di Luisa Theodoli – edito da IDUNA nel 2019) è un libro autobiografico, e nello stesso tempo è un saggio filosofico. In esso, l’autore trasforma le figure che più hanno caratterizzato la sua formazione, nella tradizione chassidica, in emblemi di verità universale. Il curatore del testo, Luca Siniscalco, in un’ampia prefazione, espone tale percorso con chiarezza, a partire dal titolo: “Itinerarium mentis in veritatem”. Si tratta infatti di un vero e proprio viaggio dell’autocoscienza (entro sé è fuori di sé, in senso hegeliano), e per ciò stesso mistico (secondo un concetto di misticismo privo di valenze irrazionalistiche), in cui vi è in gioco tutto l’uomo e tutto ciò che appartiene integralmente alla sua esperienza esistenziale («L’ebraismo pretende tutto dagli uomini, l’uomo intero» – p. 292).

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Il tempo in Kant. Il rifiorire del pensiero. L’idealismo e la filosofia kantiana

> di Bruna, Stefania Massari*

Abstract: The intention of this article is to show how, through the analysis of various aspects of Kantian speculation in relation to “time”, it is possible to observe, in the philosopher of Konigsberg, a need to recover a thinking approach to philosophy, that was able to overcome the dualisms that affected the era that preceded the “enlightenment century”. Such is the sense of the Kantian concept of “metaphysics”, in which a “reason” was needed to be understood as “organic”, going beyond any theoreticism and scientism (today’s terms, as well as today’s drifts of philosophy), that the author had already begun to foreshadow substantially in his time, and which Hegel and the idealistic Wirkungsgeschichte had continued to undertake, as a philosophical approach to history.

Key-word: Time, Metaphysics, Thinking-Philosophy, Kantian-speculation, Philosophical-approach-to-history

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Hilbert e Brouwer: la questione dell’infinito in matematica – Parte seconda

di Giovanni Mazzallo*


Se gli oggetti della matematica classica posseggono proprietà e sono esistenti indipendentemente dal pensiero che li produce e ne certifica a tutti gli effetti l’esistenza matematica, l’intuizionismo brouweriano chiarisce invece che si può accettare l’esistenza di enti matematici solo nel caso in cui questi siano costruibili intuitivamente da parte del soggetto mediante opportune prove che ne certifichino l’esistenza e che la dimostrazione della costruibilità (con relativa prova) di un dato oggetto matematico equivale alla sua stessa prova di consistenza (che, in tal caso, sarebbe di evidente impronta matematica e non logica, diversamente dall’assiomatismo hilbertiano che basa l’esistenza degli enti matematici sulla loro prova di consistenza condotta nel mero ambito della logica). Le sequenze di scelta si sviluppano nel tempo perché fondate sull’intuizione temporale che produce, trattiene, scandisce e tiene insieme le unità che si generano a partire dalla percezione a-priori della “duo-unità” che risiede nella natura delle cose pensate e che definisce l’essenza del continuo come matrice dalla manifesta radice temporale che comprende la continuità e la discretezza della serie dei numeri reali che si protrae potenzialmente all’infinito sulla base delle sequenze di numeri razionali, che introducono i reali attraverso la ripetizione denumerabilmente infinita (quindi temporalmente attestabile, benché in modo indeterminato) del loro procedimento per prodursi (le sequenze di scelta) che conduce alla formazione di rami e a punti di convergenza in cui si creano i numeri reali. Continua a leggere


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Giuseppe Brescia, Radici dell’Occidente, ed. Libertates

> di Gianfranco Bosio

Salutiamo con entusiasmo l’ultimo lavoro di G. Brescia, una vera e propria summa di tutta la sua nutrita, ramificata e assidua produzione. Di essa ricordiamo, fra i molti titoli,solamente Il vivente originario (2013), al quale abbiamo premesso una prefazione, I conti con il male (2014), Tempo e Idee (2014). Agli altri lavori abbiamo dedicato recensioni e segnalazioni. L’A. nella presentazione, ricorda le fasi essenziali delle sue ricerche poliedriche, versatili ed eclettiche: un periodo “filologico”, dedicato in prevalenza al pensiero di B. Croce, un periodo centrato sui “modi categoriali”, il sentimento la memoria, il tempo; segue un periodo di studi e ricerche di scienza e filosofia della scienza in Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), ed Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di K. Popper (1986), poi il “periodo sistematico” con studi di espistemologia (Cosmplogia come sistema delle scienze di frontiera), successivamente il periodo degli studi su “Utopia e distopia” che comprende studi su Orwell, Jung e Croce. Infine il periodo dell’ “ermeneutica adulta”, con studi dedicati a Eliot, Joyce, Thomas Mann, Tolstoi e Dostojevski (pp. 5-6 della “Presentazione”.

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Hilbert e Brouwer: la questione dell’infinito in matematica – Parte prima

di Giovanni Mazzallo*

 

Abstract: La scoperta della geometrie non-euclidee, avvenuta verso la fine del XIX secolo, ha originato una lunga serie di riflessioni in merito alla certezza del pensiero matematico. Tali riflessioni sono atte a reperire i fondamenti della matematica perché da essi dipende la formulazione del sapere geometrico nella sua consistenza e completezza. La necessità di assiomatizzare la geometria implica la fondazione della matematica. L’impedimento più grande alla fondazione della matematica è rappresentato dall’aritmetizzazione del continuo (lo spazio), che costituisce il problema essenziale della matematica transfinita (che tratta l’infinito attuale). La fondazione formalista hilbertiana opera un trattamento logico-assiomatico della matematica atto a dimostrarne la non-contraddittorietà così come la consistenza dei suoi stessi assiomi (metamatematica); l’impostazione intuizionista brouweriana, invece, ricerca una fondazione puramente matematica che prescinde dalle basi logiche ed è vincolata al solo criterio della denumerabilità. La denumerabilità, in Brouwer, contrassegna gli enti matematici in quanto costrutti fondati su prove originate dall’intuizione a-prioristica temporale. Hilbert, riconoscendo nella seconda fase del suo formalismo la natura necessariamente attuale (e non potenziale) del continuo, mostra come l’infinito attuale possa essere trattato unicamente per mezzo del principio del terzo escluso (ricorrendo alla metamatematica per accertare la validità degli enunciati matematici transfiniti). Il principio del terzo escluso rappresenta per Hilbert il solo strumento con cui trattare l’infinito attuale poiché quest’ultimo non è gestibile nella sua infinita progressione dall’intelletto, ma può essere riconosciuto nei limiti numerici degli insiemi che lo compongono mediante l’assioma del transfinito (che applica il principio del terzo escluso). L’infinito attuale, pertanto, è concepibile ai fini della fondazione della matematica solo se trattato finitariamente attraverso la sua stessa aritmetizzazione (come dimostrato dall’assioma del transfinito, che si accompagna agli assiomi della matematica finitaria nell’assiomatizzazione della matematica). Il principio del terzo escluso è invece sospeso in Brouwer fino all’effettivo conseguimento delle prove delle entità matematiche, benché sia implicitamente utilizzato nella costruzione del continuo. L’intuizionismo si rivela perciò autocontraddittorio e, data la natura ineludibilmente attuale del continuo, non può trattare l’infinito attuale perché questo trascende il criterio della denumerabilità. L’infinito attuale, come Hilbert dimostra, può essere solo riconosciuto (e non costruito) logicamente; la fondazione dell’intera aritmetica, che ha bisogno nell’ambito della matematica finitaria di enti concreti-intuitivi (ossia puramente aritmetici, non logico-formali) alla maniera brouweriana (enti da cui poi prende avvio la formalizzazione della matematica finitaria), necessita nel campo della matematica transfinita dei simboli del formalismo hilbertiano. Gödel, con i suoi due teoremi di incompletezza derivanti dall’aritmetizzazione della metamatematica, avrebbe poi mostrato i limiti delle pretese fondative hilbertiane, senza però escludere che un rafforzamento dei mezzi finitari possa indurre in futuro a fondare in modo migliore la matematica. Continua a leggere


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Archetipo junghiano e senso comune vichiano

di Giuseppe Brescia*

L’archetipo, forma originaria, principio primo e ricorrente nel mondo dell’inconscio collettivo e dei miti o fiabe d’ogni tradizione e cultura, è “scoperta” di Carl Gustav Jung. «Denomino primordiale l’immagine», scrive Jung,«quando essa ha carattere arcaico. Parlo di carattere arcaico quando l’immagine presenta una cospicua concordanza con noti motivi mitologici». «Questi archetipi, la cui intima essenza è inaccessibile all’esperienza, rappresentano il precipitato del funzionamento della psiche nella serie degli antenati, cioè le esperienze dell’esistenza organica in genere, accumulatesi attraverso milioni di ripetizioni e condensatesi in tipi» (Tipi psicologici, del 1921). Trattandone per esempi di preminente interesse filosofico, si avverte viva la esigenza di approfondirne il complesso significato. «L’archetipo è un modello innato, facente parte del nostro patrimonio genetico. È un simbolo che ci porta a comportarci in un determinato modo» (Intervista concessa a Richard I. Evans dell’ Università di Houston, Texas, nell’ agosto 1957). Nel contempo, per quel che riguarda il “Patriarca” della filosofia moderna e contemporanea (così, “Altvater”, lo chiamava Wolfgang Goethe), che è Giambattista Vico, viene in soccorso la splendida definizione del “senso comune,” o “sensus communis”, ad offrire schiarimento e conferma per la nozione archetipale. «Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbono avere un motivo comune di vero» (Scienza Nuova seconda, del 1744, Libro I.II. XII, Degli Elementi), “degnità” o “assioma” (come dice Vico) che sembra – oggi – non solo avallare, ma sostanziare di ulteriori ragioni, la “scoperta”, o “riscoperta”, junghiana. «Le idee uniformi e analoghe, fiorite ed espresse presso popoli che non si sono direttamente o indirettamente mai conosciuti tra loro; orbene, tali idee debbono evidentemente avere un motivo comune di vero, o attingere ad un fondo comune di verità». Continua a leggere