Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

“A un passo dal Vuoto”: ermeneutica della modernità in “Herzog” di Saul Bellow.

Lascia un commento

> di Giuseppe A. Perri*

Nel 1964 uscì l’attesissimo, dalla comunità intellettuale americana, Herzog di Saul Bellow[1], lo scrittore statunitense nato in Canada da una famiglia di immigrati ebrei originari della Lituania, a cui verrà assegnato nel 1976 il premio Nobel. Il romanzo, assolutamente autobiografico, ebbe un notevole successo di vendite ed era effettivamente un capolavoro tanto letterario quanto filosofico. Il protagonista è Moses Herzog, professore universitario, autore di una tesi di dottorato sullo stato di natura nella filosofia politica moderna, esperto di Romanticismo e imbevuto di letture filosofiche. L’ispirazione fortemente autobiografica del romanzo è evidente dalla trama delle vicende del libro, calcate sulla crisi coniugale effettivamente vissuta dall’autore e sui suoi ricordi d’infanzia legati soprattutto ai rapporti con i genitori («ecco cosa ti combinano le ossessioni infantili, i traumi della prima età di cui un uomo non può disfarsi e che non può abbandonare su un cespuglio come fa la cicala con la sua muda», p. 84). I personaggi della storia sono tutti riconoscibilissimi come appartenenti alla cerchia dei famigliari e degli amici (quasi tutti ebrei) di Bellow. La tecnica narrativa, post-moderna ante litteram, mescola la prima e la terza persona, talché in alcuni casi il narratore diventa Herzog stesso, che parla di sé. Ciò non vuol dire che il romanzo sia un diario realistico e che Herzog-Bellow s’identifichi completamente con la persona di Bellow.

Herzog è reduce da una dura vicenda personale di separazione dalla seconda moglie, che ha destrutturato la sua esistenza fino a minarne quasi la stabilità psichica: «Sono matto, per me va benissimo» è l’incipit del romanzo. Herzog è anche, a detta dell’amico avvocato, «uno che soffre sul serio. Sei il vero tipo dell’ebreo di vecchio stampo, genuino, che ci scava nelle emozioni» (p. 105). L’espediente letterario caratteristico del libro è la compulsiva attività epistolare del protagonista, che scrive di continuo lettere, improbabili e mai spedite, indirizzate a destinatari da lui conosciuti personalmente oppure a uomini politici o intellettuali, anche del passato. Le lettere sono la sua forma di autoanalisi, tramite la quale Herzog spera di trascendere la propria depressione e riconquistare una parvenza di stabilità psichica. La modalità terapeutica di questi scritti è quella dell’autocomprensione priva di ogni indulgenza e di ogni autogiustificazione; in effetti Herzog ci dice che la sua “epistolomania” è involontaria, come se avesse qualcun’altro dentro. Ne emerge un quadro di spietata analisi di sé, quale quasi mai è dato vedere nella letteratura di ogni tempo. E già questo farebbe di Herzog un capolavoro. Tuttavia il libro è anche infarcito di aforismi, riflessioni acri, streams of consciousness, che rendono la scrittura di Bellow densa di una dimensione filosofica paragonabile, nello stile e nei contenuti, a quella di un Cioran o di un Gomez Davila. Dunque, le pagine del romanzo contengono in filigrana un testo filosofico. Anzi, se si asciuga il romanzo della sua parte narrativa, rimane la dura e aspra creta di un compiuto florilegio filosofico.

«Non trovo giustificazione» (p. 10) è uno dei primi flussi di coscienza trascritti da Herzog; commenta Bellow che egli si era dunque accorto di aver sbagliato tutto, di essere invidioso ma non abbastanza competitivo: «il suo intelletto avrebbe certo reso di più, se egli avesse potuto avere un carattere paranoide aggressivo, avido di potere» (p. 10); annota infatti Herzog: «fare tutte le cose che fa un uomo senza scrupoli, mentre si continua a rimanere una persona seria. Terribilmente seria» (p. 23). L’ambiguo amico avvocato, praticone della vita, glielo dice chiaro e tondo: «siamo tutte puttane a questo mondo. (…) E i fatti sono brutti» (p. 107). Come intellettuale, si era reso conto di aver doppiato l’acme della propria maturità senza poter diventare sistematico e di dover accettare la dispersività dei suoi sforzi, contenuti nelle ottocento pagine di manoscritti sul Romanticismo, dei “discorsi caotici” che non potevano dar luogo ad un testo coerente. Insomma, un «intellettuale pasticcione con forti impulsi morali”, un tipo «un tantino sciocco o con poco senso pratico, ma intellettualmente ambizioso, leggermente arrogante (…) cui era stata appena soffiata la moglie in circostanze buffissime» (p. 41). Per cui Herzog stesso annota: «non una lunga malattia è stata la mia vita; la mia vita è stata piuttosto una lunga convalescenza: ripensamento dei principi liberal-borghesi, illusione di migliorare, veleno della speranza» (p. 11).

Bellow ci fa capire che Herzog sta tentando di realizzare un’opera al tempo stesso ambiziosa e banale: «una nuova visione delle condizione dell’uomo moderno» (p. 51), che aggiorni l’universalità idealistica alle disillusioni post-umanistiche dell’esistenzialismo e dell’ontologismo, correggendo «la vecchia ideologia faustiana dell’Occidente» e indagando «sul significato sociale del Nulla» (ivi). Nel sottile gioco di rimandi tra realtà e finzione, si tratta di una sorta di messaggio programmatico a rovescio del romanzo stesso: Bellow non voleva scrivere l’ennesima, inconcludente, narrazione sartriana o heideggeriana comprensibile solo alla cerchia degli intellettuali che intendono cavalcare la cresta dell’onda filosofico-culturale, cioè «nella melma del post-Rinascimento, post-Umanesimo, nella dissoluzione post-cartesiana, a un passo dal Vuoto» (p. 116). Occorre «non dimenticare con quanta rapidità le intuizioni di un genio diventano prodotti in scatola per intellettuali» (p. 93). Tanto che Herzog scrive direttamente ad Heidegger: «Caro Doktor Professor Heidegger, vorrei sapere che cosa intende con l’espressione caduta nel quotidiano? Quando ha avuto luogo questa caduta? Dove stavamo noi quand’è avvenuta?» (p. 63).

D’altra parte, già il padre del decostruzionismo novecentesco, Nietzsche, era un cristiano mascherato; aveva detto Herzog allo psichiatra cui si era rivolto quando la crisi coniugale era iniziata: «Io non sono d’accordo con Nietzsche che Gesù Cristo abbia introdotto la malattia nel mondo, che lo abbia ammorbato con la sua morale da schiavo. Ma anche Nietzsche aveva una visione cristiana della storia, perché vedeva il presente sempre come crisi, come momento di decadenza della grandezza classica, come corruzione o male da cui bisogna salvarsi. Questa, per conto mio, è concezione cristiana» (p. 69). Tutti ormai nietzschiani, «pensiamo di dover guarire dagli effetti di qualche veleno, di aver bisogno di salvarci, di redimerci» (p. 70). L’intera “scuola del sospetto” è da sospettare, a sua volta: nel foglietto indirizzato allo psicanalista, che Herzog accusa di diffidare delle buone intenzioni, si legge: «spero non se l’abbia a male se le dico che rivela uno schifoso, vigliacco e maligno concetto della natura umana. È così che io lo vedo, il suo freudismo protestante» (p. 73). Herzog scrive anche a Spinoza, per rendergli noto che il metodo delle associazioni libere è ritenuto nel XX secolo un rivelatore dei segreti mentali, mentre il filosofo olandese lo considerava una sorta di schiavitù se non è sorretto da un intelletto attivo; d’altra parte, egli vorrebbe che fosse vera l’utopia spinoziana, la quale crede «che la ragione possa compiere un continuo progresso dal disordine all’armonia e che la conquista del caos non debba essere necessariamente ricominciata da capo ogni giorno della nostra vita» (p. 225), ma sa che ciò è insperabile.

L’ideologia del “post” si rivela quindi in parte insincera, incapace di vedere chiaro in sé stessa, inestricabilmente legata a quel “prima” di cui vorrebbe o è costretta ad essere il definitivo superamento. Benché una crisi morale dell’umanità sia evidente, la retorica della decadenza e dell’inautenticità è divenuta luogo comune, «sciocco squallore” (p. 93); anzi, Herzog-Bellow sospetta che la filosofia della degradazione sia stata un supporto involontario al totalitarismo, che essa porti «dritto dritto al fascismo culturale” (p. 95). Andava scritto dunque, precisamente, un romanzo che assumesse in sé il Vuoto, dandone tuttavia una versione sinceramente personale e sociale, oltre che una modulazione che lo riconduca al reale cioè «entro l’alveo di Dio” (p. 398), come conclude alla fine del romanzo Herzog-Bellow. Anche perché, pur sentendosi ultima, definitiva, macerata, posteriore a tutto, «anche l’epoca presente sta tramontando già, e forse più in fretta delle altre» (pp. 59-60). E poi «la bellezza non è un’invenzione umana» (p. 20).

Nel romanzo si affaccia, subito, il carattere non solo personale della convalescenza di Herzog. Qualche settimana dopo aver iniziato a dar sfogo alla pulsione di scrivere foglietti di appunti, Herzog va a farsi visitare da un medico con una certa speranza di avere una malattia organica che gli desse diritto ad essere accudito; nota Bellow che si era «ai primi di giugno, quando il generale rinascere della vita crea difficoltà a molte persone, quando le nuove rose, persino nelle vetrine dei negozi, ricordano alla gente i suoi fallimenti, la sterilità e la morte» (p.20). Herzog annota quindi, riflettendo sulla conversazione avuta poi con un commesso di un negozio d’abbigliamento, che ciascuno di noi si trova in una situazione falsa; anche perché «una situazione vera potrebbe magari rivelarsi insopportabile per tutti noi» (p. 29). D’altra parte, annota ancora Herzog, «la vera falsità è difficile da trovare» (p. 50), poiché la libertà, di cui oggi la gente può ampiamente godere, «non ha contenuto. È come un vuoto fatto di urla» (p. 51).

La rivoluzione produttiva, il consumismo, hanno creato la vita privata «ma poi non avevano offerto nulla per riempirla» (p. 155). Per cui c’è una crescente intromissione in questo spazio vuoto da parte di istanze collettive con «l’invasione della vita privata (inclusa quella sessuale) da parte della tecnica dello sfruttamento e della dominazione” (p. 202); tecnica che si serve con successo della mitologia collettiva generata dalla società di massa e democratica. Ne deriva anche una buffa conseguenza incidentale, che ha reso gli ebrei gli ultimi testimoni della trascendenza: «per lunghissimo tempo gli ebrei erano apparsi strani agli occhi del mondo, e adesso il mondo, in cambio, pare strano a loro» (p. 211). Herzog, ci dice Bellow, «pensava e si preoccupava del credere. (Senza il quale la vita umana è semplicemente la materia prima della trasformazione tecnologica, della moda, dell’abilità commerciale, dell’industria, della politica, della finanza, dell’esperimento, dell’automatismo, eccetera, eccetera. Tutto un inventario di sventure a cui uno è ben lieto di porre fine con la morte)» (p. 228).

Nella società opulenta creata dai WASP negli Stati Uniti, miseria condannevole e ricchezza sono due facce della stessa medaglia, l’esistenza dell’una sorregge quella dell’altra: «Se in America esistesse una povertà bella, una povertà morale, sarebbe un fatto sovversivo. Per cui dev’essere per forza brutta, Per cui gli accattoni lavorano per Wall Street – proseliti della stessa fede» (p. 60). Herzog, che «non aveva mai vissuto come un americano medio” (p. 199) (come gli fa capire l’amica-amante Ramona) può ben vedere “l’ipocrisia, pubblica e privata, vigente nel sistema di contabilità americano» (p. 200). In una società calvinistica secolarizzata, «la scomparsa della credenza nella dannazione eterna lascia dietro di sé solidi blocchi di Apparenza di Fiducia”; per cui «a furia di dar retta al corrente populismo ideologizzato, la bontà è diventata un bene gratuito» (ivi). Populismo che, all’epoca, aveva una connotazione superficialmente ottimistica e di sinistra, più che il cupo pessimismo che ha assunto ai nostri tempi. Ed è con tale connotazione progressista che Herzog sembra voler polemizzare, chiosando: «il meglio di tutto per tutti – pensa al comodo tuo. A nessuno importa più niente. (…) Non è lecito avanzare dubbi sulla scelta ed elezione degli altri» (ivi).

Sebbene il romanzo sia stato scritto certamente nei mesi della cappa di depressione collettiva seguita all’assassinio di Kennedy, nel libro non se ne fa quasi menzione. Solo una volta, di sfuggita, Moses sente una “fitta acuta” pensando al Presidente morto. Se si guarda meglio, però, le cose sono più chiare; mentre è in treno, Herzog scrive ad Adlai Stevenson, il politico-intellettuale, la testa d’uovo secondo Nixon, confessandogli di aver votato per lui nelle presidenziali del ’52: «pensavo che una volta tanto l’intelligenza potesse affermarsi nelle cose dello Stato”, ma gli elettori “preferirono concedere la loro fiducia ai beni visibili. E così le cose continuarono come prima, con gente che pensa molto e non combina nulla, e gente che non pensa affatto e fa, evidentemente, tutto» (p. 83). Commenta Bellow: «Be’ Herzog, che cosa pretendi? Un angelo dal ciel? Questo treno lo metterebbe sotto» (ivi). Tutto si tiene: le vittorie di Ike, l’assassinio di Kennedy, Johnson come degno erede di Ike, rivelano la falsa narrazione del melting pot e l’impossibilità di un vero “grand siècle” (ivi) americano. Infatti, commenta Bellow, «queste cose avrebbero forse interessato il suo tragico successore, ma Ike no. E nemmeno Lyndon. I loro governi non possono funzionare senza gli intellettuali – senza i fisici, senza gli esperti di statistica – ma questi girano a vuoto, ridotti alla mercé dei capoccia industriali e dei miliardari tromboni. Neanche Kennedy, in verità, si proponeva di cambiare la situazione. Solo pareva che se ne fosse accorto in privato» (p. 202).

Non è solo un problema americano: è la democrazia che non riesce ad arginare davvero la perversione del potere. In Herzog-Bellow c’è una sfiducia totale nel potere: annota Herzog: «penso che nessun governo sia in buona fede» (p. 60); una considerazione che si allarga ad ogni gruppo umano, poiché, «invariabilmente, gli individui più pericolosi cercano di impadronirsi del potere» (p. 65). La giustificazione è storico-antropologica: dato che – come Hegel ha dimostrato – noi siano fatti di storia dunque di memoria, con noi è apparsa la morte, di cui solo gli umani hanno coscienza; e «la conoscenza della morte ci fa desiderare di prolungare le nostre vite a scapito di altre. È questa la molla della lotta per il potere» (p. 201). Di conseguenza, «più in alto uno si trova sulla scala del potere, meno spontanee sono le sue azioni» (ivi).

Il potere democratico non fa eccezione, e vi aggiunge un disprezzo continuo verso la cultura e l’intelligenza, ciò che tra l’altro rende – con un riflesso tratto forse dalla Fenomenologia hegeliana – gli intellettuali invisi a se stessi, consapevoli della loro impotenza politica. In ogni caso, il cittadino delle moderne democrazie soffre anch’esso: parafrasando esplicitamente Pascal, Herzog scrive «egli pensa, ma si sente come un giunco che si pieghi sotto i venti generati dal potere centrale» (ivi). Ciò ha contribuito a generare un paradosso, nel senso che aumenta la vita privata ma diminuisce l’individualità: «più politica diventa la nostra società – scrive Herzog – (ove politico è inteso nel senso più lato, le ossessioni, le autocostrizioni della collettività) e più sembra che perda in individualità» (p. 202). Profeticamente, Bellow annuncia anche la sorgente dittatura dell’economico: «ora siamo tutti intrappolati in questi fenomeni del Prodotto Nazionale Lordo» (ivi); con una caduta nella sacralizzazione dell’assurdo e della falsità.

Né c’è da credere alle nuove narrazioni della Genesi scientiste: «da come la raccontano gli astronomi, si direbbe che tutta la faccenda si riduca a mettere dei gas in una beuta e poi ad agitarli» (p. 61). La scienza non percepisce l’uomo, è una tecnica d’indagine intellettualistica basata su «l’anonimato» (p. 160), il generico; perciò, «sulla verità scoperta dalla scienza odierna – annota Herzog – non si può basare la nostra vita» (ivi). In ogni caso, Bellow apprezza la prudenza filosofica della scienza moderna, che si rifiuta di fornire definizioni essenzialistiche e si limita ad indagini fenomeniche, cioè “anonime”. Né lo convincono le strane misture tra scienza e fede, che certi spiriti contemporanei vorrebbero gli fossero offerte, tanto che Herzog ironizza sull’evoluzionismo spiritualista di Teilhard de Chardin: «anche la materia andrebbe forse studiata come coscienza in evoluzione… la molecola di carbonio è guidata dal pensiero?» (p. 198).

La tecno-scienza, con le sue manie d’organizzazione globale della vita, si prospetta come altrettanto pericolosa: i delitti collettivi ovvero quelli prodotti dalle organizzazioni socio-politiche, sono in aumento: sono delitti paradossali, «perpetrati col preciso obiettivo di ridurre il rischio” (p. 64). Infine, una stilettata agli illuministici custodi del progresso, con tutti i loro adepti: la voce narrante consiglia Herzog di non mandare queste note al Times, come era nelle sue intenzioni, poiché si esporrebbe al ludibrio di «milioni di volterriani inaciditi con l’animo rigurgitante di satire rabbiose, che non fanno altro che cercare le parole più aspre e più velenose” (p. 65). La tecnologia oggi si ammanta infatti di moralità: «civiltà e persino moralità sono implicite nella trasformazione tecnologica. (…) Le nuove tecniche sono in se stesse bien pensants e rappresentano non soltanto la razionalità, ma la benignità» (p. 204).

La condizione umana nell’epoca ipermoderna, ultrademocratica e tecnoscientifica è, infine, indefinibile: «che cosa significa essere un uomo. In una città, In un secolo. In transizione. In una massa. Trasformato dalla scienza. Sotto il potere organizzato. Soggetto a tremendi controlli. In una condizione determinata dalla meccanizzazione. Dopo il recente fallimento di speranze progressiste. In una società che non aveva niente della comunità e che svalutava l’individuo. Per la moltiplicata potenza delle cifre che rendevano l’io trascurabile» (p, 247).

Qualcosa di “post”, un’avversione alle Grandi Narrazioni di qualsiasi genere c’è anche nella smagata filosofia di Bellow. Grandi narrazioni che non sono altro che l’immaginaria proiezione nell’Assoluto della misera condizione del singolo uomo; come uno Stoico ipermoderno, Bellow dice che «non è ancora esistito un individuo vero, capace di vivere, capace di morire. Soltanto ammalati, sciocchi e tragici, o lugubri e ridicoli, che a volte hanno persino sperato di arrivare all’ideale per mezzo d’un Miracolo, con la semplice forza del grande desiderio di arrivarci. Ma di solito costringendo l’intero genere umano a credere in loro con prepotenza” (p. 84). Esiste infatti «un tipo specialissimo di pazzoidi che pretende di inculcare i suoi principi negli altri. (…) Istruttori di realtà. Vogliono insegnarti la lezione del Reale – e questo per punirti» (p. 155).

Liberalismo della finitudine, non dell’ottimismo individualista, quello di Bellow; non molto distante quindi dal tradizionalismo. Ma un neoconservatorismo tinto di quel trozkismo e della sua carica libertaria con il quale Bellow aveva flirtato da giovane. Da un lato egli vede bene i legami tra la filosofia del cuore di Rousseau e il Terrore giacobino: «Herzog prendeva sul serio l’osservazione di Heinrich Heine, secondo cui le parole di Rousseau si erano trasformate nelle macchine sanguinarie di Robespierre» (p. 148); appunta infatti Herzog: «mi rendo ben conto che tipaccio fosse Rousseau, e che degenerato» (p. 159). Ma aggiunge (con l’evidente approvazione di Bellow): «una religione in bottiglia, basata su principi conservatori» (ivi) ha per scopo di privare il cuore dei poteri di sentire l’uomo. Dialogando idealmente con un monsignore cattolico (la moglie Madelaine aveva avuto il vezzo incomprensibile di convertirsi al cattolicesimo all’epoca del loro fidanzamento), dice Herzog: «la Chiesa è dotata di comprensione universale. Questa io la considero una pericolosa illusione, una illusione da prussiani. La disponibilità a rispondere a tutte le domande è l’infallibile segno della stupidità» (p. 193). Non manca un colpo al progressismo opulento: «se tu ci hai un buon posto (…) e l’assicurazione contro le malattie, e il fondo pensione, e forse anche qualche titoluccio in banca, perché non dovresti pure essere radicale?» (p. 267).

Un discorso a parte meriterebbe la misoginia, molto politically incorrect, del libro. Una misoginia che è strutturale, perché il romanzo è l’atto di accusa maritale contro una bella moglie che, secondo la visione di Herzog-Bellow, dopo aver vampirizzato il consorte, cioè dopo essergli stata accanto soprattutto per sollevarsi alla sua altezza intellettuale e sostituirsi a lui nella vita famigliare e pubblica, lo lascia e lo tradisce con il suo miglior amico. Ma la vita sessuale dei coniugi, in realtà, era stata assai problematica, segnata dalla frigidità di lei e dalle eiaculazioni precoci di lui. Il lettore capisce che il protagonista non aveva dato il giusto peso a questi segnali corporei inequivocabili, perso com’era nei cliché e nelle utopie private di maschio ed intellettuale.

Non elenchiamo qui tutte le altre colpe che Herzog attribuisce alla ex-moglie Madelaine e alla femminilità in genere («le donne mangiano verdura cruda, e bevono sangue umano», p. 54). Tuttavia, le cose sono più complesse: Madelaine è in realtà più “virile”, sicura, reale di Herzog; è lui che possiede in verità tutti i caratteri del cliché maschilista del femminile: fragile, insicuro, lamentoso, inabile alla vita collettiva, incapace di vivere senza un partner che lo accudisca. Tanto che, alla fin fine, nessuno dei personaggi del libro parteggia davvero per Herzog e tende invece a simpatizzare per Madelaine, che comunque non ha alcun bisogno di questo flusso empatico per sorreggere sé stessa nella sua condizione di moglie separata. Ad ogni modo, la sensuale Ramona e Sono, la devota ex-amante giapponese, non sono per Herzog una vera alternativa a Madelaine. Il libro, quindi, più che un’invettiva antifemminile è, in linea con gli altri contenuti filosofici del romanzo, una sorta di grido di dolore gettato da un’anima (maschile) che anela all’impossibile parità-complementarità coniugale. Un problema che è ancora all’ordine del giorno della storia.

E Herzog è consapevole dell’influsso indelebile che un’altra donna, sua madre, e la sua religiosità esercitano su di lui (come confesserà anni dopo anche Bellow in un’intervista). Herzog e Bellow ci fanno capire quanto la madre connetta ineluttabilmente il protagonista all’ethos ebraico, a «le tradizioni, le passioni, le rinunce, le virtù, le gemme e i capolavori della disciplina ebraica» (p. 211). Il cinico amico avvocato pare vederlo infatti, secondo Herzog stesso, come uno dei «giovani ebrei, educati a furia di principi morali, così come le signore vittoriane venivano tirate su a pianoforte e ricamo a tombolo» (p. 284). Rimembrando il viso ormai lontano di sua madre, morta quand’egli aveva diciotto anni, Herzog-Bellow dice a sé stesso: «sì, rifletteva la profonda esperienza di una razza, il suo atteggiamento nei confronti della felicità e nei confronti della mortalità» (p. 285). È la sua voce, forse, che dal fondo della coscienza fa ribellare Herzog (ce lo dice il narratore) e gli fa credere che, oltre ogni estenuazione intellettualistica e oltre ogni cinismo sociale, libertà e cuore esistono: «non c’è dunque altro fra la nascita e la morte (…) – solo un bilancio di emozioni disordinate? Niente libertà? Solamente impulsi? E allora tutto il bene che ho nel cuore – non significa niente dunque? (…) Ma questo bene non è fasullo» (p. 254). Conclude Herzog-Bellow: «evidentemente continuo a credere in Dio» (p. 284). Invece il mondo, la presente generazione, ha divinizzato la morte: “quale è la filosofia di questa generazione? Non che Dio è morto (…). Bisognerebbe formularlo così: la Morte è Dio. Questa generazione pensa – ed è il non plus-ultra dei suoi pensieri – che nulla che sia fedele vulnerabile, delicato può durare o avere un vero potere. La morte aspetta queste cose. (…) Esiste soltanto la praticità» (p. 356).

Che il neo-tradizionalismo di Bellow sia tutt’altro che reazionario e sia invece intriso di necessaria e salutare relatività, oltre che da presa di distanze nei confronti del realismo etico-antropologico (che è un tratto comune di tutti i tradizionalismi per i quali l’uomo è ferino per natura), è confermato dalle riflessioni ontologiche di Herzog, che appunta: «L’uomo ha una natura, ma quale? Coloro che l’hanno descritta con più sicurezza, Hobbes, Freud, eccetera, per venirci a dire quello che siamo intrinsecamente, non sono i nostri più grandi benefattori» (p. 160). Va da sé che anche gli ottimisti à la Rousseau siano pericolosi; per cui, occorre in questo seguire l’anti-essenzialismo della scienza moderna: «al momento attuale, la cosa migliore è proprio una moratoria delle definizioni della natura umana» (ivi).

Chi siamo noi allora? Herzog lo dice in un dialogo con l’ex amico Nachman, uno scrittore ebreo, amico d’infanzia, che incarna le illusioni fallite degli intellettuali della beat generation, per i quali Bellow non aveva alcuna simpatia e considerava una sorta di lost generation, distrutta dalla civiltà del benessere a cui non aveva saputo contrapporre nulla se non il proprio smarrimento, come e peggio di quanto era accaduto ai reduci della prima guerra mondiale. La risposta di Herzog è venata da un esistenzialismo aggiornato (non a caso egli legge Kierkegaard in quei mesi di crisi coniugale). Né vero soggetto né diluito completamente nella specie o nella classe sociale, l’individuo è una segreta qualità originale che egli è condannato ad affermare: «Non amiamo più noi stessi, però persistiamo nella testardaggine. Ogni uomo è testardamente, testardamente se stesso. Soprattutto se stesso., fino alla fine dei tempi. Ognuno di questi esseri ha qualche segreta qualità, e per questa qualità è pronto a fare qualsiasi cosa. Rovescerebbe sottosopra l’universo, ma non cederebbe la sua qualità a nessun altro» (p. 165). Croce e delizia dell’essere umano, la testardaggine moderna è però spesso poco seria, come suggeriva Kierkegaard. Il narratore del romanzo riflette, mentre Herzog è a casa dell’amante Ramona: «diventeremo veramente seri (…) solo quando avremo conosciuto l’inferno per lungo e per largo. Senza di ciò, l’edonismo e la frivolezza diffonderanno l’inferno su tutti i nostri giorni» (p. 188).

L’estenuata ed élitaria cultura della crisi che rompe con ogni tradizione è sotterraneamente legata a una sorta di rivolta delle masse contro il passato ed il presente; la civiltà di massa ha un irrefrenabile bisogno espressivo ma distruttivo e plebeo. Scrive Herzog ad un suo vecchio insegnante: «lo spirito, liberato dal torpore servile, sputa sterco e urla d’angoscia immagazzinata durante lunghissimi periodi, intere epoche. (…) In questo nuovo regno delle moltitudini, l’autocoscienza tende a rivelarci a noi stessi come mostri” (p. 203). Si tratta anche di un effetto indotto dal potere, che spinge l’individuo a deridere e disprezzare se stesso; e alla “negazione della trascendenza” (p. 203), intesa come “stato ispirato” o capacità dell’uomo di scoprire le proprie qualità. Non è però il puro pensiero, l’intellettualità, che può trarci d’impaccio: «il pensiero può svegliarci dal sogno dell’esistenza? No, se diventa un secondo regno di confusione, un cupo sogno più complicato, il sogno dell’intelletto, l’illusione delle spiegazioni totali» (p. 206).

Per contro, la modernità rifugge da consolazioni, ama verità castiganti e aride: «questo nuovo atteggiamento, che riduce la vita a una sciocchezza che non merita l’angoscia di nessuno, minaccia al cuore la civiltà” (p. 334). L’uomo non va ridotto alla sua sola esperienza né il mistero va eluso, anzi in esso sta il segreto e il significato dell’esistenza; un mistero che trascende anche la morte: «un uomo è qualcosa di più delle proprie caratteristiche, più di tute le emozioni, affanni, gusti e opere che si compiace di chiamare la mia vita. Noi abbiamo ragione di sperare che una vita sia qualcosa di più di questa nube di particelle, di questo mero conglomerato di fatti. Esamina bene ciò che è comprensibile e concluderai che soltanto l’incomprensibile ti fornisce qualche luce. (…) Ma la morte non era l’incomprensibile» (p. 327).

[1] Le citazioni sono tratta dalla traduzione italiana di Letizia Ciotti Miller, nell’edizione per La Biblioteca di Repubblica, Barcellona 2002.

* Giuseppe A. Perri, docteur de recherche dell’Université Libre de Bruxelles, è stato docente di Filosofia alla Scuola Europea di Uccle. Ha pubblicato saggi di argomenti storico, filosofico e letterario.

[Clicca qui per il PDF]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...