Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Mise en abyme. Un romanzo filosofico di Daniele Baron

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> di Paolo Calabrò

Il romanzo Mise en Abyme di Daniele Baron, appena pubblicato da Il Seme Bianco (Roma 2019), è diverse cose insieme, può essere letto su più livelli: prima di tutto, è un giallo in cui si è sospinti alla ricerca del colpevole di un omicidio. Ma non solo: da un altro punto di vista, avendo come protagonista un aspirante scrittore con il sogno di affermarsi, è anche riflessione su (e messa sotto accusa di) una particolare concezione dell’arte come confessione e autobiografia; infine, da una lettura più in profondità emerge un terzo livello filosofico che ha a che fare con il problema del male e del trascendente.

Si può affermare che il titolo è la sua chiave di lettura. Cosa significa mise en abyme? L’espressione è stata coniata per la prima volta dallo scrittore André Gide, ma si riferisce a una pratica antica e già utilizzata prima di lui; tradotta letteralmente dal francese in italiano significa “messa in abisso” o “collocato nell’abisso” e rende conto di una precisa tecnica narrativa che consiste nell’inserire all’interno della storia narrata la stessa storia in una ripetizione che virtualmente può andare all’infinito. In generale, la mise en abyme non riguarda solo la scrittura, ma anche le arti figurative (pittura o fotografia o cinema) e si ha quando l’immagine rappresentata contiene in sé se stessa e l’immagine contenuta a sua volta contiene sé stessa, e così via. Infine, possiamo avere un’esperienza diretta di mise en abyme quando ci specchiamo in uno specchio che si specchia a sua volta in uno specchio.
Da qui l’insistenza da parte di Daniele Baron, in differenti punti dell’opera, sugli specchi o sullo specchiarsi (cfr. p. 67, pp. 75-76, p. 121, p. 124, p. 133).
Che Baron utilizzi a piene mani questa tecnica è evidente in primo luogo dalla quarta di copertina che ci dà un’idea a grandi linee delle vicende che si svolgono: «Fabrizio, un aspirante scrittore deluso dalla vita e dal lavoro che svolge, assiste per caso alla caduta di un operaio da un tetto. Quello che sembrava un incidente si rivela però una macchinazione ai suoi danni, poiché viene accusato dell’omicidio dell’operaio. Precipita così in un mondo che pare uscito dal romanzo che da anni tenta di terminare, come se ne fosse diventato il protagonista. Del resto il racconto su come si sarebbero svolti i fatti è contenuto pari passo nel libro Mise en Abyme, che secondo alcuni avrebbe scritto proprio lui. Ma è davvero così?».
Insomma, il protagonista del libro di Daniele Baron è uno scrittore che diventa a sua volta protagonista, suo malgrado, del libro che sta scrivendo, che s’intitolerà Mise en abyme. Per non anticipare troppo la storia preannunciamo che altre saranno le sorprese a partire da questo inizio e che il finale è aperto e a sorpresa: non poteva che essere così, non sarebbe stato azzeccato un finale lineare che concludesse una volta per tutte la narrazione. Infatti, il gioco della “messa in abisso” può potenzialmente andare avanti all’infinito.
A prescindere dalle vicende narrate, ciò che è interessante e significativo da un punto di vista concettuale in questo esperimento/espediente, in questa metafora dello specchio che può moltiplicare il soggetto all’infinito, in questo gioco che dà le vertigini e che può risultare tragico, è che ha una valenza doppia e pertanto che è ambiguo. Da un lato, lo specchiarsi è un atto di conoscenza di sé: un conoscersi, un riconoscersi; lo specchio è fin dal principio immagine della coscienza di sé. Da un altro punto di vista, il soggetto che si specchia deve uscire da sé, essere altro e questa operazione non è senza conseguenze.
In ciò consiste il doppio significato dello specchio: in positivo, arricchimento attraverso l’autocoscienza, in negativo, venir meno dell’identità del soggetto o meglio moltiplicazione delle sue identità. Non solo nello specchio l’immagine è ribaltata rispetto a colui che si specchia, ciò che era a sinistra ora è a destra, ma lo specchio può restituire un’immagine deformata: come detto, specchiarsi è riconoscersi sì, ma come altro e nella fessura che c’è tra il sé e l’altro (tra il soggetto e l’immagine riflessa), nell’incrinatura dell’identità del soggetto, necessaria al riconoscersi, si può inserire l’opposto, un abisso per cui alla fine il sé non si riconosce più. L’altro può diventare il totalmente altro: l’estraneo, il rimosso. Il pregio del romanzo di Daniele Baron sta nel mostrare concretamente questa doppia valenza: Fabrizio Bodon, il protagonista è colpevole di omicidio suo malgrado, non si riconosce nel ruolo che altri gli attribuisco e tuttavia allo stesso tempo la colpevolezza sembra riguardarlo da vicino, tanto che ad un certo punto dubita di sé.
Veniamo al secondo livello di lettura. Nel romanzo la tecnica della mise en abyme non concerne solo vicende del protagonista, ma coinvolge la teoria estetica sottesa all’opera stessa: arte come confessione e in ultima analisi autobiografia. Infatti, questa teoria nell’opera viene non solo enunciata, ma messa in atto. È proprio per essa che il protagonista viene accusato di omicidio.
Nel romanzo di Daniele Baron c’è un passo molto significativo, che voglio riportare per intero, in cui viene data una definizione precisa della teoria estetica:
«Per me lo scrittore è un artificiere che non è in grado di disinnescare l’ordigno che ha tra le mani; l’autore non sa nulla della sua opera, è la sua opera nel momento in cui la scrive; l’opera è un ignoto che si scrive sotto la sua penna. Non è una cosa innocua scrivere, bisognerebbe scrivere con il sangue e a rischio della vita, questo è l’unico modo possibile. In fondo in fondo, l’autore è il cannibale di sé, le frasi che verga sono lacerti del suo corpo materiale e spirituale che nel nutrire sé e gli altri allo stesso tempo lo consumano fino a che non ci sarà di lui più nulla, è destinato a dissiparsi nei frammenti delle parole che compongono la sua opera; è come una candela che consumandosi splende illumina e s’illumina» (p. 92).
Ciò non è da intendersi nel senso che lo scrittore deve raccontare la propria esperienza di vita, il proprio vissuto oggettivato, in un resoconto che può interessare ma che il più delle volte è privo di arte; questa teoria estetica può essere correttamente interpretata solo in questo senso: l’immaginazione già nel quotidiano s’intreccia profondamente con il reale a tal punto che ogni vissuto è già narrazione e in parte finzione, la stessa stoffa della nostra esistenza è un moltiplicarsi di piani, di volti e di maschere, da cui potranno prendere vita i personaggi delle storie narrate e immaginate. Quindi, in senso lato, il reale è già scrittura e la narrazione è una semplice trascrizione del vissuto.
Non si può trascurare, infine, il terzo piano: quello del male, della caduta nel peccato e della necessità di redenzione e salvezza. Scrivere, sembra dirci Daniele Baron attraverso le avventure del protagonista, non è un innocuo passatempo o una mera abilità tecnica, ma coinvolge e sconvolge l’esistenza di chi si accinge a farlo, è una passione che può mettere in pericolo, essendo la messa in gioco dello stesso scrittore, toccandolo in ciò che ha di più sacro e intimo. Nel romanzo c’è una netta associazione tra il tradimento della moglie da parte del protagonista (raccontato già nelle prime pagine: Fabrizio assiste alla caduta dell’operaio mentre si trova con l’amante) e il sogno di diventare scrittore, a tal punto che l’amante e l’eroina del romanzo che il protagonista sta scrivendo s’identificano. La scrittura è dunque male e peccato. Ma peccato nei confronti di chi o di cosa? Nei confronti della vita, essenzialmente. Il protagonista in questo pecca: vuole essere altro da ciò che è; sognando di essere un artista mentre è solo un impiegato in banca tradisce non solo la moglie ma la sua intera esistenza e usa la sua passione per alienarsi sempre di più. Tuttavia, la caduta non esclude la possibilità della redenzione, perché già in essa ci sono i semi che frutteranno la futura salvezza. Il soggetto non potrebbe essere altro da sé se non ci fosse, come detto, già nel concreto del vissuto una fessura dove s’infiltra l’immaginazione. Ecco perché nel romanzo la scrittura è anche, da un altro punto di vista, salvezza, ideale, riscatto dal peccato.
Concludendo, la mise en abyme è una vertigine che a partire dal finito, attraverso un gioco di prestigio (alle volte talmente ben eseguito da sembrare magico) apre all’infinito. Questo infinito a momenti può essere mera apparenza, un’emorragia di realtà che causa un inganno universale, ma a tratti è genuino accesso al trascendente e alla salvezza, attraverso l’arte in generale e la scrittura in particolare.


Daniele Baron, Mise en abyme, ed. Il Seme bianco, 2019. Collana “Magnolia”.

Autore: Paolo Calabrò

Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Ho collaborato con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Sono redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e i libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore; – L'albergo o del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.

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