Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Ritorno ad Heidegger. Ricordi di un messaggero della foresta nera, in un saggio biografico Diabasis di Frédéric De Towarnicki

> di Paolo Calabrò

Martin Heidegger: un Cézanne della filosofia? Alla fine della seconda guerra mondiale, di Heidegger si dice di tutto – un “nichilista”, secondo Camus, Mounier e Malraux; un “esistenzialista” che rifugge da quell’impegno diretto caro a Sartre, che dopo il suo L’Essere e il Nulla sta affilando le armi della critica per «Les Temps modernes»; per i più, un “collaborazionista” che ha saputo vendersi al miglior offerente e al quale, infine, le cose sono andate male. Di tutto si dice, dunque; ma poco se ne sa, poco lo si è letto, meno si è cercato di comprenderlo. Così Frédéric De Towarnicki prende in mano la situazione e si inerpica su per la Foresta Nera tanto amata da lui e dal maestro di Messkirch, per incontrarlo di nuovo, portargli gli echi di un mondo che va troppo veloce per concedersi il lusso della riflessione originaria, e riceverne l’insegnamento più autentico e incontaminato…
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Baudelaire è libero di essere se stesso? Intorno a un saggio di Georges Blin

> di Gianluca Valle*

L’essenziale è invisibile agli occhi
A. de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

Dopo qualche mese dalla pubblicazione di Un certo consenso al dolore, è ora disponibile per il lettore italiano, sempre grazie all’editore Solfanelli e all’attenta cura di Giuseppe Grasso, un secondo saggio di Georges Blin. Si tratta del testo pubblicato nel 1948 con cui il critico letterario francese – ben prima di diventare accademico al Collège de France – intervenne in difesa di Baudelaire, prendendo posizione contro quanto Sartre scrisse nel nella sua lunga introduzione agli Écrits intimes del poeta. Il lavoro di Sartre, pubblicato per la prima volta nel 1946, e poi come volume a sé nel 1947, costituisce un classico della storiografia letteraria su Baudelaire che ha fatto epoca. La replica di Blin ha il merito di ridefinire la “situazione di Baudelaire” restituendole la verità che il filosofo aveva indebitamente piegato ai propri scopi. Continua a leggere


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La politica delle passioni

> di Sandro Vero*

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«L’uomo vive in un
mondo significante.
Per lui il problema
del senso non si pone,
il senso è posto, s’impone
come un’evidenza,
come una “sensazione di compresenza” del tutto naturale».

Algirdas Julien Greimas

La semiotica delle passioni è una disciplina curiosa: condivide con altre scienze (come per esempio la psicologia e l’antropologia) l’interesse per il mondo emozionale ma individua un suo precipuo oggetto di studio nella forma narrativa di quel mondo, assumendo come regola di ingaggio quella di costruire modelli interpretativi della trama in cui le passioni si dispongono a formare un reticolo di senso, un discorso, fuori dai quali la materia resterebbe di mera competenza della ricerca sperimentale.

Le applicazioni di una tale indagine sono molteplici, tutte collegate dalla comune attenzione per gli aspetti formali della passione, per ciò che la rende racconto, gioco di relazione in un contesto narrativo.

Ciò detto, sembra che si evidenzi un perfetto incastro fra le potenzialità di quella che Greimas ha contribuito a fondare come semiotica strutturale e lo storytelling, questa tecnica sempre più centrale nella costruzione dell’immaginario politico del nuovo millennio, che fa della narrazione la chiave di volta del passaggio dalle ideologie (grandi racconti su vasta scala) allo spettacolo (piccole narrazioni su scale locali).

Assumeremo, come condizione per lo sviluppo della nostra analisi, che le “passioni” in oggetto siano riducibili alla loro definizione comportamentale, qualunque cosa possa significare tale espressione fintanto che si distingua da una definizione fenomenologica, più difficile da trattare mediante la griglia che andremo a proporre.

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Cristianesimo. L’ultimo volume dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar in edizione Jaca Book

> di Paolo Calabrò

Dopo la pubblicazione del primo tomo, nella seconda metà dell’anno scorso, arriva finalmente in libreria il secondo tomo del libro Cristianesimo (Una cristofania. 1987-2002), volume terzo dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar, a cura di Milena Carrara Pavan. Rispetto al precedente
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Oggettivazione del corpo femminile

> di Laura Sugamele*

Abstract

Il presente articolo ruota attorno al concetto di oggettivazione del corpo femminile, alla cui base vi è l’azione che la cultura, la società e i meccanismi di comunicazione attuali come pubblicità, pornografia e le immagini, in generale, che sviliscono il genere femminile, attuano principalmente sulla sessualità. Agendo su di essa, si agisce sul corpo al fine di modellarlo esteticamente ed esteriormente, ma non solo. L’utilizzo che i mass media fanno del corpo femminile, infatti, è atto allo scopo di orientare la figura o il ruolo, mediante una sua falsificata rappresentazione, mantenendo, in tal modo, inalterati gli stereotipi, per poi, concludere con una breve disamina sul rapporto tra oggettivazione del corpo femminile e utilizzo delle tecnologie. Continua a leggere


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David Bowie, “uomo delle stelle” nella umanità a pezzi

> di Giuseppe Brescia*

Potrebbe sorprendere l’inserimento nel percorso sul “senso del celeste” dell’artista britannico David Bowie, deceduto sessantanovenne nel gennaio 2016. Il poeta latino Terenzio insegna: «Homo sum; nihil humanum a me alienum puto». La menzione valga a parziale giustificazione della nostra lettura. In effetti, come tremendamente tragico è, nell’ultimo intenso video musicale Lazarus, l’autore di Starman e, poi, di BlackStar! Continua a leggere


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Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica

> di Moira De Iaco*

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Il libro di Federico Sollazzo Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica – arricchito nella nuova edizione digitale della Kkien Publishing International dal testo iniziale “Quando una crisi non è un’opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare” – risponde a un’istanza fortemente attuale, quella di riflettere sulla forma politica e morale delle democrazie occidentali liberali fondate sulla razionalità strumentale. Assolvere il compito di svelare quello che Sollazzo chiama “totalitarismo post-totalitario” affrontando temi e autori della filosofia morale e politica contemporanea, permette a quest’opera di presentarsi come un’indispensabile strumento per studenti e studiosi intenti a riflettere sulla crisi totalizzante del nostro tempo. La prospettiva, come l’autore si preoccupa di precisare nella premessa, non è quella di auspicare un nostalgico e obsoleto ritorno al passato, bensì quella di indagare “la struttura pratico-operativa e ontologica della società occidentale” (p. 4) in vista del conseguimento di un pacifismo sociale. Continua a leggere


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Donna e identità. Un punto di vista femminista al plurale

> di Laura Sugamele*

Il pensiero femminista ha la sua origine con l’opera Rivendicazione dei diritti della donna del 1792, della filosofa e scrittrice britannica Mary Wollstonecraft. Da allora in poi, il femminismo si presenta diversificato in una pluralità di movimenti femministi con notevoli approcci teorici differenti tra loro.
«C’è un femminismo liberale, un femminismo marxista, un femminismo socialista. E, ancora, un femminismo psicoanalitico, un femminismo esistenzialista, un femminismo postmoderno. Alcuni sono inconciliabili, altri sono variamente intrecciati» (Angelo Arciero et al., 2012, p. 81).
In generale, tutti i femminismi sono accomunati da una forte critica dell’oppressione che ha caratterizzato le donne in settori di rilievo, dalla politica all’economica, dalla ricerca scientifica a quella accademica, che da sempre, una cultura maschile-patriarcale ha cercato di tenere lontane. Continua a leggere


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Il cervello aumentato, l’uomo diminuito. Filosofia e neuroscienze a confronto in un saggio Erickson di Miguel Benasayag

> di Paolo Calabrò

«Chi pensa che da un mondo finito si possa trar fuori una crescita infinita, è uno stupido. O un economista» recita la nota boutade (che poi tanto comica non è; cioè, fa sorridere, sì, ma proprio perché sappiamo tutti quanto sia vera). Lo stesso potrebbe dirsi per il cervello e per le sue capacità: c’è oggi una certa neuroscienza che pretende di vedere all’orizzonte un’estensione pressoché infinita delle facoltà cerebrali dell’uomo, finanche – secondo l’auspicio di certa fantascienza degli ’80 (si pensi a Software di Rucker) – di smaterializzare le potenzialità del pensiero da quelle della materia corporale; dimenticando che “l’orizzonte”, appunto, è quella linea che… si allontana a mano a mano che ci si avvicina a essa.
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Se la tecnica diventa il soggetto della storia. Note sulla tecnocrazia: Günther Anders, Martin Heidegger, Jürgen Habermas

> di Giorgio Astone

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1. Essere soggetti co-storici: il desiderio estraniante dell’uomo contemporaneo

Nella multiforme produzione di un pensatore come Günther Anders risulta evidente una posizione complessivamente pessimistica e catastrofica nei confronti delle possibilità umane nell’era della tecnica; deduzione che non deve le sue ragioni, principalmente, alla natura dell’uomo in quanto tale, bensì a quell’allontanamento de-responsabilizzante ed eteronomo dello stesso nei riguardi della propria “Storia” con l’ascesa di una τέχνη in qualche modo indipendente e svincolata dal controllo del suo inventore. In questo senso è possibile ascrivere la filosofia andersiana all’interno del perimetro della Posthistoire: il “tempo della fine” (Endzeit) non è un leitmotiv unicamente nei saggi andersiani dedicati alla polemica anti-atomica e rimane un orizzonte permanente sul quale si stagliano eventualità di carattere morale e politico. Continua a leggere


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Dalla rivoluzione alla democrazia del comune. Un saggio Cronopio a cura di Alessandro Arienzo e Gianfranco Borrelli

> di Paolo Calabrò

Al tempo della fine dell’ideologia, questa non muore: si fa trasparente. “Scompare”, sì; ma solo alla vista. Ecco che con la conclusione dell’utopia comunista (ma è veramente conclusa, quell’esperienza? O non ha forse soltanto – come sostiene ad esempio Boris Groys – cambiato pelle?), non rimane che il fatalismo neoliberista (quello per il quale questo mondo è il meno peggiore dei mondi possibili, perché… non ci sono alternative) e, con esso, l’asservimento dell’uomo al meccanismo della macchina economica. Qualunque cosa si pensi
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I fondamenti dell’epistemologia poincariana ne “La scienza e l’ipotesi” – PARTE II

forza> di Giovanni Mazzallo*

4. La forza

La meccanica per Poincaré, pur avendo base dichiaratamente sperimentale (come prescritto dagli Inglesi) e non essendo una scienza deduttiva e a-priori (come sostenuto dagli europei continentali), risente ugualmente dello stesso carattere di convenzionalità caratterizzante la geometria benché in modo sostanzialmente differente.

Il carattere definizionale delle terminologia scientifica della meccanica (forza, massa, accelerazione, inerzia, etc…) ha chiaramente natura convenzionale (le convenzioni sono definizioni travestite in Poincaré), ma tale convenzionalità si mostra diametralmente opposta a quella presente nella geometria; se in geometria le convenzioni sono libere e, allo stesso tempo, arbitrarie (ognuno può scegliere i propri assiomi liberamente senza alcun criterio di riferimento essenziale che ne determini la verità e la validità), per cui si possono costruire, come mostrato da Poincaré, mondi fantastici e immaginari all’inverosimile senza limitazioni (dato che la geometria risulta essere una creatura, una creazione puramente convenzionale), in meccanica, invece, le convenzioni sono altrettanto libere non perché basate su un antecedente presupposto di arbitrarietà già concessa a-priori, ma perché basate su dati sperimentali che comprovano la validità delle ipotesi avanzate in merito ad un determinato oggetto studiato e, pertanto, convalidano l’adozione di una definizione particolare adatta a descrivere pienamente quel dato fenomeno indagato. Pertanto, la libertà di tali convenzioni non è data dall’arbitrarietà, ma dalla vastità dei fenomeni la cui verifica delle ipotesi permette di adottare liberamente una definizione piuttosto che un’altra per meglio spiegare un certo fenomeno fisico. Continua a leggere