Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’uomo flessibile. Riflessioni su uno studio di Richard Sennett

> di Alberto Rossignoli*

I grandi uomini d’affari e i giornalisti insistono molto sulla globalizzazione e sull’impiego delle nuove tecnologie come tratti caratteristici del capitalismo (post-capitalismo?) contemporaneo. Ciò è abbastanza corretto, ma tralascia le nuove modalità di organizzazione del tempo, in particolare del tempo di lavoro.

Il “lungo termine” sembra essere scomparso: nel mondo del lavoro odierno sta sparendo la tradizionale carriera condotta nei corridoi di una o due aziende e la medesima cosa accade allo sviluppo di un insieme di competenze durante il corso di una vita lavorativa.
L’economista Bennett Harrison crede che la causa di questa tendenza al cambiamento sia il desiderio di profitti rapidi.
È chiaro che, in un contesto di rapidi cambiamenti, vacilla lo sviluppo della fiducia informale.
Secondo il sociologo Mark Granovetter, le moderne reti organizzative sono caratterizzate dalla “forza dei legami deboli”: per la gente, i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo termine. Continua a leggere


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Jean Grondin e la filosofia della religione. Un’introduzione a mo’ di provocazione

> di Stefano Santasilia

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La filosofia della religione si presenta estremamente problematica nella sua stessa definizione (nel panorama italiano l’odierno dibattito relativo alla nuova denominazione “filosofia delle religioni” da preferire, o meno, a quella finora in uso mostra quanto l’individuazione dello statuto di tale disciplina continui ad essere di difficile risoluzione). Il testo di Jean Grondin, noto studioso di ermeneutica, cerca di individuare il nesso ineludibile che giustificherebbe l’esistenza di quest’ambito di ricerca senza ridurlo a mero “angolo di studi dedicati all’argomento”. Secondo Grondin la filosofia della religione non è solo un’analisi filosofica del “fatto” religioso (il che implicherebbe una previa scelta di campo metodologica) bensì un interrogarsi sulla comune radice condivisa da religione e filosofia.
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Filosofia della sensibilità. Un libro Moretti&Vitali di Susanna Mati

> di Paolo Calabrò

La cronaca di una morte annunciata: si potrebbe descrivere così, con poche parole, la storia di quel modo di intendere la filosofia che – tutto preso dal rigore della definizione e dalla coerenza del procedimento – finisce per astrarre se stesso dall’oggetto d’indagine che pur ha sempre sotto agli occhi. Cioè la realtà. Questo è il punto di partenza del bel libro di Susanna Mati, dal titolo Filosofia della sensibilità (ed. Moretti e Vitali), che non limita la sua critica a quella filosofia accademica iperspecializzata che si compiace della propria inaccessibile autoreferenzialità, ma la amplia a tutti quei settori i quali – rinunciando per principio (cioè per statuto) ad indagare uno o più aspetti specifici della realtà – spingono la propria investigazione dell’essere sempre più avanti, fingendo ogni volta che il problema non esista, solo perché lo hanno lasciato fuori dalla porta di casa. Ne fa qui le spese, ad esempio, la filosofia analitica, che nelle parole dell’autrice è «evidentemente frutto di una patologia psichica». Continua a leggere


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Il senso dell’esistenza. Per un nuovo realismo ontologico. Markus Gabriel e il realismo

> di Stefano Santasilia

Nel dibattito sul ritorno del realismo e sul nuovo realismo (nato, in Italia, “sotto le direttive” dell’oramai arcinoto Maurizio Ferraris), il testo di Gabriel si colloca come un momento di riflessione acuto e significativo. Difatti la riflessione del giovane filosofo tedesco non vuole porsi come un ritorno ad una forma di realismo dura, contrapposta semplicemente ad un possibile estremo costruttivismo. La questione è, più che altro, quella di riuscire a mostrare come non vi sia opposizione alcuna tra la condizione dell’immaginario e quella della conoscenza del mondo così com’è (considerando che tale conoscenza pur basandosi su presupposti immediati non si dà certo come diretta e scevra da precomprensione).
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Nietzsche profeta della scienza. Un saggio Il Prato di Rosanna Oliveri

> di Paolo Calabrò

Nietzsche filosofo della volontà e della creatività della vita, avversario di tutte quelle forme di razionalismo finalizzate a ingabbiare l’autonomia dell’uomo all’interno di automatismi quantificabili e prevedibili: non sono necessarie molte parole per rendere, con un’immagine stereotipata, l’idea di un filosofo che si è spesso meritato l’appellativo di “irrazionalista”. Appena si voglia però andare al di là, appunto, dello stereotipo, diventa necessario domandarsi: veramente Nietzsche ha filosofato contro la scienza? O la sua non è stata piuttosto la prevedibile (e sacrosanta) reazione di una speculazione innovativa nei confronti di un modello scientifico già all’epoca vetusto, ancorato al meccanicismo laplaciano, che di lì a poco sarebbe andato in frantumi sotto i colpi della relatività, della quantistica e della teoria del caos? Continua a leggere


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Vecchiaia. Un saggio Mursia di Domitilla Melloni

> di Alessandra Peluso*

In “Piccole tracce”, collana dedicata alle tematiche filosofiche e/o esistenziali, Domitilla Melloni propone un appassionante testo sulla “Vecchiaia”. A differenza di un’epoca nella quale alla vecchiaia non si era soliti giungere, attualmente, è una fase che interessa tutti. Si legge sia un periodo di decadenza finale della vita, se lo si guarda dal punto di vista fisico, naturalmente.
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La filosofia non dà da mangiare, ma non si vive di solo pane. Su Non per profitto di Martha Nussbaum

> di Paolo Calabrò

La diatriba fra i saperi dai risvolti immediatamente pratici e quelli più eminentemente teoretici è vecchia quanto la storia della conoscenza e risale almeno alla leggenda di Talete che – tutto preso dalle sue astratte speculazioni – cadde nel pozzo provocando il riso della servetta tracia. “Bello, sì, ma a che serve?” imputano i primi saperi ai secondi, i quali a loro volta rispondono di solito con una delle varianti dell’heideggeriano “Siete aridi fino alla desolazione”. Continua a leggere


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Il senso delle cose. Per un realismo fenomenologico. Un saggio di Angela Ales Bello

> di Stefano Santasilia

Il dibattito relativo al realismo, con lo specifico riferimento al nuovo realismo, imperversa oramai in maniera evidente in tutto il panorama mediatico. Il problema di fondo, che anima la discussione, è il tentativo di comprendere se il “ritorno” alle cose sia qualcosa che necessariamente va riproposto a discapito delle altre correnti filosofiche o se, in realtà, queste ultime, o qualcuna di esse, già da sempre ha coltivato quell’attenzione al reale che il nuovo realismo pretende riportare alla ribaltà come estrema necessità. Il testo della professoressa Ales Bello si colloca in questo secondo filone di ricerche assumendosi la responsabilità di mostrare come, nella sua stessa fondazione, la fenomenologia si strutturi come un realismo.
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I modi del sentire. Un percorso nella tradizione fenomenologica. Un saggio di Vincenzo Costa

> di Stefano Santasilia

Il sentire. Ecco il punto fondamentale. Con gli ultimi sviluppi di una certa fenomenologia novecentesca tale atto assume un ruolo centrale. Non si tratta più di mera questione conoscitiva bensì di individuare in legame primigenio al mondo, l’esperienza fondamentale che caratterizza il nostro esistere, o meglio il nostro vivere. Così, il testo di Vincenzo Costa, ormai noto studioso di fenomenologia si presenta come, cosa già specificata nel titolo, un percorso interessante attraverso quegli snodi fondamentali della fenomenologia (quelle che Ricoeur definiva come le sue “eresie”) che caratterizzano il progredire di questa corrente fino ad oggi.
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Giardini e strade. Diario di guerra di Jünger in edizione Guanda

> di Paolo Calabrò

A volte, quando si vuol parlare (nel nostro caso riparlare) bene di un autore, si usano delle frasi standard, immediatamente riconoscibili, che automaticamente lo collocano nel pantheon di quelli che hanno ricevuto la stessa descrizione. Una di queste è: “Al di là di qualsiasi genere o etichetta”, che allude a un’opera che è non solo originale all’interno di un certo ambito, ma che è addirittura irriconducibile a qualunque altra l’abbia preceduta. Fosse vero nella metà dei casi in questa espressione viene usata, si sarebbe certamente di fronte al capolavoro, all’eccellenza: a cui nient’altro v’è da aggiungere, se non l’ammirazione e l’implicito invito alla lettura che ne consegue. Continua a leggere


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La battaglia come esperienza interiore. Un classico di Jünger riproposto da PianoB

> di Paolo Calabrò

«È stata la guerra a fare degli uomini, e di questo tempo, ciò che sono. Una schiatta come la nostra non aveva mai calcato l’arena del pianeta per assumere il controllo della propria epoca. […] Non possiamo negare, come alcuni vorrebbero, che la guerra, madre di tutte le cose, lo sia anche di noi». La guerra madre dell’uomo: solo lei – non certo le mollezze della routine borghese cui la città è assuefatta – può “forgiarlo, scalpellarlo e indurirlo”. Per l’uomo la battaglia è occasione di vita almeno quanto lo è di morte; occasione unica di scoprire e mettere alla prova la profondità del proprio essere, a cominciare dalla robustezza della volontà. Vuoi conoscere la verità su te stesso? Dovresti proiettarti nel bel mezzo di un combattimento. La guerra non ti cambia solo fuori, ma principalmente dentro. La battaglia è prima di tutto un’esperienza interiore… Continua a leggere


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S. G. Olesen, Breve storia del soggetto, Mimesis, Milano-Udine 2011

> di Alberto Rossignoli*

«Il soggetto di cui vorrei narrare la storia è quello dell’io penso. Si tratta del soggetto nel senso più astratto del termine. Ce ne sono altri, lo so, quelli che la filosofia denomina uomo, coscienza, persona, borghese ecc. Vorrei indagare comunque il soggetto dell’io penso come un loro denominatore comune»[1].
Il soggetto, nel senso moderno di ego cogito, appare come risposta ad una mancanza: sparisce l’unità delle cose e viene introdotta nel soggetto.
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