Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Alla ricerca del concetto di temporalità. Heidegger lettore di Kant

> di Giorgio Astone

 

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1. Introduzione

Disquisire della temporalità e del suo lessico sembra, di primo acchito, implicare per il lettore d’oggi una più radicale immersione nella humus filosofica e metafisica; ciò che non ci si aspetterebbe, forse, è che l’esigenza che porta a riscoprire un simile concetto per inquadrarlo in termini più chiari può venire da campi differenti, aventi obiettivi diversi ed apparentemente più ‘pratici’ rispetto a quelli delle scienze filosofiche. Un esempio che può essere fatto è quello della sociologia del tempo: la Social Acceleration Theory, che vede fra i suoi principali teorici Hartmut Rosa, nel porre al centro della sua diagnosi nuove forme di alienazione temporale che caratterizzerebbero le società contemporanee, si riferisce alla ‘temporalità’ come a quella dimensione fenomenologica ed esperienziale del soggetto che si ritrova impossibilitato al cambiamento reale (a causa di una molteplicità di cambiamenti apparenti ed eterodiretti).

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Benjamin Fondane, La coscienza infelice

 

Benjamin Fondane, La coscienza infelice, cura e traduzione di Luca Orlandini, Aragno, Torino, gennaio 2016. ISBN 978-88-8419-765-8 (pp. 430).

 

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> di Stefano Scrima*

«L’uomo, chiunque esso sia, ovunque si volga, è insoddisfatto del suo destino» (p. 21). Così esordisce La coscienza infelice di Benjamin Fondane (1998-1944), poeta esistenziale, filosofo, drammaturgo e cineasta rumeno espatriato in Francia nel 1923. Sulla scorta del suo maestro Lev Šestov, con quest’opera apparsa nel 1936, Fondane si rivolta contro l’infelicità della condizione umana forgiando una propria filosofia esistenziale, che, come gli esistenzialismi che la precedettero e seguirono, intende mettere al centro l’individuo concreto, la sua esistenza reale, l’uomo in carne e ossa.

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Ritorno ad Heidegger. Ricordi di un messaggero della foresta nera, in un saggio biografico Diabasis di Frédéric De Towarnicki

> di Paolo Calabrò

Martin Heidegger: un Cézanne della filosofia? Alla fine della seconda guerra mondiale, di Heidegger si dice di tutto – un “nichilista”, secondo Camus, Mounier e Malraux; un “esistenzialista” che rifugge da quell’impegno diretto caro a Sartre, che dopo il suo L’Essere e il Nulla sta affilando le armi della critica per «Les Temps modernes»; per i più, un “collaborazionista” che ha saputo vendersi al miglior offerente e al quale, infine, le cose sono andate male. Di tutto si dice, dunque; ma poco se ne sa, poco lo si è letto, meno si è cercato di comprenderlo. Così Frédéric De Towarnicki prende in mano la situazione e si inerpica su per la Foresta Nera tanto amata da lui e dal maestro di Messkirch, per incontrarlo di nuovo, portargli gli echi di un mondo che va troppo veloce per concedersi il lusso della riflessione originaria, e riceverne l’insegnamento più autentico e incontaminato…
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Se la tecnica diventa il soggetto della storia. Note sulla tecnocrazia: Günther Anders, Martin Heidegger, Jürgen Habermas

> di Giorgio Astone

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1. Essere soggetti co-storici: il desiderio estraniante dell’uomo contemporaneo

Nella multiforme produzione di un pensatore come Günther Anders risulta evidente una posizione complessivamente pessimistica e catastrofica nei confronti delle possibilità umane nell’era della tecnica; deduzione che non deve le sue ragioni, principalmente, alla natura dell’uomo in quanto tale, bensì a quell’allontanamento de-responsabilizzante ed eteronomo dello stesso nei riguardi della propria “Storia” con l’ascesa di una τέχνη in qualche modo indipendente e svincolata dal controllo del suo inventore. In questo senso è possibile ascrivere la filosofia andersiana all’interno del perimetro della Posthistoire: il “tempo della fine” (Endzeit) non è un leitmotiv unicamente nei saggi andersiani dedicati alla polemica anti-atomica e rimane un orizzonte permanente sul quale si stagliano eventualità di carattere morale e politico. Continua a leggere


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Cura del sé e filosofia della cura

> di Anita Santalucia*

Abstract: il saggio ha lo scopo di analizzare il concetto di cura così come è stato considerato dalla filosofia antica e ripreso della filosofia del novecento. Con l’ausilio dei testi, si pone l’attenzione sulla necessità pratica di utilizzare la filosofia come mezzo e modo del vivere autentico.

La filosofia della cura è quella cosa senza la quale si vive bene, per sua ignoranza, e con la quale si vive bene per sua conoscenza. La filosofia è della cura sin da sempre e lo sarà per sempre; è solo la volontà di non far emergere la sua natura a frenarla fortemente. Questa è la filosofia del sé che con il sé lavora, si forma e si espone alle intemperie della vita che scorre. Probabilmente il significato dell’espressione curare se stessi assume il valore che non dovrebbe avere. Si risolve in quel significato che da solo non basta: curare il corpo. Non basta perché il corpo non sta bene senza che lo sia anche l’anima, in qualche modo ad esso connessa. Ed allora la cura del sé è dell’anima prima del corpo ma non dell’anima senza il corpo.

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Ernst Jünger “luogotenente del nulla”

di Luca Siniscalco*

Abstract: Il saggio intende analizzare la questione del nichilismo all’interno della riflessione di Ernst Jünger, concentrando l’analisi su due testi fondamentali: il Trattato del ribelle e Oltre la linea. Riconosciuta la provenienza nietzscheana della questione, intendiamo riflettere dapprima sulla descrizione fenomenologica che Jünger offre del deserto del nichilismo e delle sue connessioni con la modernità – tecnica in primis – per poi considerare le suggestioni propositive che l’autore delinea al fine di prospettare un superamento filosofico ed esistenziale del nichilismo.

«Il deserto cresce: guai a chi alberga deserti!»1

Principiare con il grido profetico scagliato da Nietzsche ad una contemporaneità a cui fu sempre “postumo” significa stabilire un intimo raccordo fra il vate di Zarathustra e l’ideatore del Waldgänger. La riflessione nietzscheana sulla questione del nichilismo è difatti centrale motivo ispiratore della riflessione jüngeriana, evidente in particolar modo nei due testi che in questa occasione sfrutteremo come segnavia di un percorso abissale nel nulla. Nietzsche viene infatti citato esplicitamente tanto nel Trattato del ribelle, in cui Jünger riporta testualmente l’espressione con cui abbiamo introdotto la presente trattazione2, quanto in Oltre la linea, dove Nietzsche viene indicato insieme a Dostojevskij quale autore nodale e imprescindibile in merito alla speculazione sul problema del nichilismo. Difatti, all’interno del testo pubblicato nel 1951 nella Festschrift in onore del sessantesimo compleanno di Heidegger, si trova scritto in merito alle considerazioni nietzscheane che «anche se dal loro concepimento sono passati più di sessant’anni, questi pensieri continuano ad agire su di noi come uno stimolo, come proposizioni che hanno a che fare con il nostro destino»3.

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Di un certo consenso al dolore. A partire dal saggio di Georges Blin

> di Gianluca Valle*

Poco noto al pubblico italiano, Georges Blin, di recente scomparso alla ragguardevole età di 97 anni, è stato un intellettuale francese che ha a lungo insegnato al Collège de France, imponendosi come pioniere di una nouvelle critique, di stampo filosofico, attenta al progetto e al pensiero degli autori esaminati. Conosciuto dagli specialisti come studioso di Stendhal e di Baudelaire, egli è anche l’autore di illuminanti saggi sui temi e sulle figure più disparate: dall’erotica del riso all’avere portamento, dal surrealismo alla poetica di Yves Bonnefoy, dallo stoicismo di Crisippo all’alternativa di Kierkegaard, alla non-philosophie di Jean Wahl, all’esistenzialismo umanistico di Sartre. Continua a leggere


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I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male secondo Giuseppe Brescia

> di Gianfranco Bosio*

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Dopo Il vivente originario (Albatros, Milano, 2013 con nostra “Prefazione”), e Tempo e Idee (Gazzaniga ed., Milano 2014), in questo suo ultimi e recentissimo libro Giuseppe Brescia (che tra l’altro è Presidente della “Libera Università G.B. Vico” di Andria ed è stato anche insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica), ci presenta una nutritissima rassegna di vedute e di risposte di grandi pensatori come Kant, Schelling, Nietzsche, Heidegger, Pareyson riguardanti la grande domanda sul “perché” del male nel mondo, nelle sue forme di “male metafisico”, “male morale” e “male fisico”. In primo piano si staglia la figura di J.F. Schelling, fra i cui scritti emerge soprattutto il trattato del 1809, Ricerche sull’essenza della libertà umana del 1809. Brescia rileva come il male sia intimamente ed essenzialmente connotato dalla libertà della volontà e dalla sua originaria spiritualità. Continua a leggere


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Il fondamento “patico” dell’ermeneutico. Uno studio Inschibboleth di Chiara Pasqualin

> di Paolo Calabrò

Heidegger distingue nella sua opera gli stati d’animo tanto dai sentimenti quanto dalle emozioni, designando quei primi con uno specifico termine: Stimmungen. Questo perché gli stati d’animo – a differenza di quanto sostiene gran parte della filosofia, sia classica sia moderna, per non parlare delle scienze – hannno a che fare direttamente con il modo in cui si entra in contatto con la realtà: essi incidono dunque sulla conoscenza delle cose da parte dell’uomo. Cioè con quello che, appunto, si chiama filosofia. Continua a leggere


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Oggettività e pluralità. Piccola nota sul pensiero globale

> di Matteo Veronesi*

Se si seguissero i presupposti e i princìpi enunciati da Markus Gabriel (“Heidegger non conta più”, «Corriere della Sera», 17 maggio 2015) credo che qualunque forma di storiografia filosofica (la quale non può non tener conto dei contesti, storici e di conseguenza anche nazionali, in cui i diversi percorsi speculativi si sono sviluppati) diverrebbe impossibile. Continua a leggere


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Logica, il problema della verità. Un classico Mursia di Martin Heidegger

> di Paolo Calabrò

Il problema fondamentale della filosofia è quello del rapporto tra il Pensiero e l’Essere. E se la logica è lo studio delle leggi necessarie del pensiero, per dirla con il padre della critica moderna, allora il problema di quel rapporto è il problema della logica. Ma che cos’è la logica, quando la si indaghi a fondo e da vicino? In quale relazione è, fin dall’origine, con il logos? Può essere esaurita in una serie di regole, per quanto ampia, o va indispensabilmente tenuta aperta e in itinere? Domanda da porre soprattutto quando si tiri in ballo la temporalità: perché se l’Essere evolve nel tempo e il Pensiero, in qualche modo, ne segue le vie… come non immaginare che anche il legame tra i due (cioè quel legame che abbiamo chiamato, appunto, logica), evolva con essi? Continua a leggere