«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot
Come sempre accade nel corso delle umane vicende, l’imponderabile, la contingenza storica ci mette di fronte a situazioni sulle quali occorre riflettere e, possibilmente o necessariamente, rivedere forme e stili di vita. Accade nel Terzo Millennio che una pandemia, inaspettata come tutte le pandemie presentatesi nella storia, ci abbia costretto in isolamento forzato, onde evitare il propagarsi del contagio. Siamo ancora nella fase del lockdown, parola inglese che significa “chiusura”, “chiusura totale”, “isolamento”, “detenzione”. Una misura emergenziale dettata dal diffondersi inarrestabile del Coronavirus e dalla mancanza di un vaccino utile a contrastarlo. Storia nota, sulla quale non occorre soffermarsi oltre.
Il prevalere del pensiero dell’essere, nella cultura greco-classica, ha portato a un’esaltazione della ragione e a un soggettivismo esasperato. Da Platone ad Hegel, in tutte le culture occidentali si è sviluppata quella filosofia dell’identico, che incentrata sul principio di identità, pensa l’altro sempre a partire da sé, considerandolo come un prolungamento dell’io, annullandolo nella sua differenza. L’io fa sì che tutto esiste per lui, in direzione di lui. In questo modo, l’io perde se stesso, infatti, non riconoscendo la diversità dell’altro, non comprende neanche se stesso. Da questo pensiero, deriva un atteggiamento di possesso e di dominio, che è alla radice delle forme di ingiustizia che hanno contrassegnato la nostra civiltà. All’umanesimo dell’essere, Lèvinas contrappone l’umanesimo “dell’altro uomo”.
Era il 18 giugno del 1887. Nelle pagine di taccuino, riempito di annotazioni nella solitudine di un viaggio in montagna, Nietzsche scrisse – sotto il titolo di “nichilismo europeo” – un testo che Giuliano Campioni, fra i massimi studiosi della riflessione nietzschiana in Italia, colloca fra i momenti culminanti della produzione del filosofo (Campioni 2006, p. 50).
Lo scritto riporta una tesi radicale: il collasso della civiltà cristiana avrebbe condotto a una rivoluzione dei rapporti sociali. La morale religiosa, si legge, serviva infatti «agli avvocati di Dio, in quanto lasciava il mondo, nonostante il dolore e il male, il carattere della perfezione – […] il male appariva pieno di senso» (ivi, p. 11). La vita in passato era breve e brutale, e questo costringeva a una consolazione metafisica, a ritenere che la sofferenza fosse il pegno di una gratificazione ultraterrena. Ciò permetteva di sopportare l’esistenza e di evitare la disperazione.
Un lento «processo di dissoluzione» (ivi, p. 12) è cominciato quando le condizioni di vita sono migliorate. È questo – scrive Nietzsche – il punto di svolta. Il maggiore benessere e le minori guerre hanno favorito l’ammissione di molto più caso e insensatezza rispetto al passato. Con l’aumento del tenore di vita, non è stato più necessario sostenere che soffrire avesse un valore. Meno violenza e barbarie in giro, e l’esistenza si è fatta più sopportabile anche senza crederla una caparra per l’aldilà. Il nichilismo – sostiene il filosofo – non nasce pertanto da un aumento di disgusto per la vita, ma dal fatto che l’interpretazione cristiana del male e del dolore è divenuta superflua. È il benessere il vero assassino di Dio.
Tutto ciò è stato fecondo di implicazioni sociali. Uno degli effetti della morale cristiana era infatti quello di spingere i disgraziati a rassegnarsi. Ora, una volta persa ogni consolazione metafisica per la loro condizione, anche loro – gli ultimi, gli infelici, i malriusciti – pensano di avere il diritto alla vita dei migliori. In un’esistenza priva di senso, niente conta di più che la potenza. E non c’è più ragione per non tentare di ottenerla a tutti i costi. Continua a leggere →
La filosofa americana ne è convinta: «La rabbia non ci salverà, è un sentimento distruttivo» (Si vedano le pagine 257-261 e, in modo ancora più particolare, le pagg. 332-340 («La singolare generosità di Mandela») di Rabbia e perdono, Il Mulino 2017. La Nussbaum, ad un certo punto afferma: «Per Mandela, rabbia e risentimento semplicemente non sono consoni a un leader, perché la funzione del leader è di fare le cose, e il metodo generoso e collaborativo permette di riuscirci» (pag. 339 op. cit.)).
Si insinua in maniera velenosa nei rapporti interpersonali e nella vita politica, ragionando spesso in termini di rivalsa. Con effetti devastanti.
Probabilmente, dice la Nussbaum, da sentimento universale qual è, la rabbia affonda le due radici nell’evoluzione della specie. Ma, utilizzata male in ambito politico, può avere effetti controproducenti per la vita di milioni di persone. Per questo motivo i greci e i romani la ritenevano un problema, i cui effetti devono essere contenuti.
La psicopolitica (Han, 2016), forma di potere contemporanea, non è comparsa ex abrupto nel XXI secolo, bensì si potrebbe definire come il risultato della trasformazione del precedente sistema biopolitico (R. Esposito, 2004). Affinché risultino chiari gli strumenti di controllo scelti dalla psicopolitica occorre compiere un salto indietro e avvalersi di alcune categorie della biopolitica, interpretate ed elaborate per la prima volta in modo genealogico e sistematico dal filosofo Michel Foucault.
In data 2 febbraio 2020 apro un confronto virtuale in merito alla mia filosofia sul forum on-line di Riflessioni.it, sezione Tematiche filosofiche. Il titolo del confronto è “Giochi di pensiero: la terza rivoluzione filosofica”. Il risultato è un dialogo su più fronti che intitolo “reazioni a pensieri che cambiano inaspettatamente la propria cultura”. In data 21 febbraio, scandagliate le domande preliminari sul tema, chiudo il confronto: coinvolti 12 utenti tutti apparenti dietro un nickname, a parte me col mio nome di battesimo. Di seguito riporto il gioco, successivamente la sintesi del confronto nelle mie sole risposte, corrette, unite e separate fino a formare i temi qui presenti (e tralasciandone alcuni). Temi che costoro hanno aperto e indirizzato e che ringrazio per gli spunti che vi vengo a mostrare; senz’altra bibliografia se non le loro voci e gli articoli legati al seguente gioco.
Giochi di pensiero: la terza rivoluzione filosofica
«Ridersela della filosofia
significa filosofare per davvero»
Pascal
Questo è un gioco che invita a confrontarsi con possibilità che esulano dai normali standard filosofici, logici e linguistici. Possibilità che mettono a prova le abilità di pensiero. La sfida è questa: la costruzione di un nuovo paradigma filosofico o lo stralcio delle sue possibilità.
Quello che qui propongo sono dunque i tratti generali di un diverso modo di condurre il pensiero. Tali tratti possono essere approfonditi e verificati negli articoli (gratuiti) a cui viene associato ogni passaggio di questa sintesi. Ma partiamo dall’inizio:
Claudio Tugnoli nasce a Budrio (Bologna) nel 1953. Autore di numerosi saggi e articoli di argomento storico/filosofico, ha appena dato alle stampe Filosofia e dilemma, (ed. Mimesis).
Che cos’è il dilemma? E perché dovremmo occuparcene “con filosofia”?
Il dilemma è uno degli strumenti di confutazione più potenti, a cavallo tra logica e retorica; la sua efficacia dipende dalla pretesa di ridurre a due (o a tre, comunque a un numero ristretto e definito) le possibilità che abbiamo in campo nelle più diverse situazioni della vita pubblica e privata. Il dilemma che mette con le spalle al muro, che non lascia via di scampo, si basa per lo più sulla falsa dicotomia. Ad esempio se diciamo: “O con me o contro di me”, rappresentiamo la realtà del rapporto con il prossimo ricorrendo a una semplificazione che è anche una falsificazione. Esiste quasi sempre una terza via, la possibilità di passare tra le corna del dilemma. Il dilemma presenta invece le due alternative come escludentesi ed esaustive, come se fossero reciprocamente contraddittorie. E invece per lo più le due alternative sono contrarie e, come sa ogni bravo studente di logica, i contrari ammettono il medio. Ammettere il medio significa ampliare indefinitamente il campo delle possibilità, che il dilemma invece, nell’intenzione di chi lo costruisce e lo usa, pretende di ridurre a due soltanto. Il dilemma è in sostanza, per lo più, una scorciatoia per averla vinta sull’avversario di turno, ma al tempo stesso rivendica una dignità cognitiva che di solito non possiede, dal momento che, come ho già detto, è un abile falsificatore della realtà, tranne poche eccezioni. Ad esempio la dicotomia “La porta è aperta o chiusa” rispecchia uno stato di cose oggettivo, perché in effetti abbiamo soltanto due possibilità, che sono esaustive e non ammettono vie di mezzo. Ma le due alternative esclusive possono considerarsi autenticamente esaustive anche in ragionamenti più complessi. Ad esempio potremmo osservare che abbiamo a che fare con macchine sempre più intelligenti, sempre più uman… oidi e umani sempre più simili a macchine passive, obbedienti all’imperativo dell’efficienza, della velocità e del profitto. E’ questa la svolta? Se l’obiettivo fosse quello di creare esseri umani intellettualmente e moralmente migliori di quelli in carne ed ossa, perché non investire nell’educazione e nella formazione di questi ultimi? Se invece l’obiettivo fosse quello di sostituire l’uomo nei lavori ripetitivi, purtroppo si dovrà ammettere che qualsiasi attività anche intellettuale può essere standardizzata e resa ripetitiva proprio attraverso l’automazione… Non è un circolo vizioso? È la possibilità di sostituire l’operatore umano con una macchina che decide se quel lavoro è ripetitivo?
Sommario. 1. Ermeneutica filosofica. Accezioni di ‘Vitalità’ e ‘mondo della vita’. 2. Il vivente originario e il sentimento – tempo nella ‘quadratura’. 3. Schema della simbolica spirituale e ‘coincidentia oppositorum’. 4. La fondazione della concezione hegeliana del finito e la teoria del giudizio. 5. Psicologia e medicina. 6. Il caso di Alberto e l’esigenza di ‘qualificare le emozioni’. 7. “Che cos’è la vita ?”. 8. La questione degli opposti. Vico e Croce, ‘filosofi olistici’. 9. Tempo e vita nel pensiero occidentale e ne ‘I Ching’. 10. “Mememormee”. Archetipo dell’acqua.
Ogni nuovo libro che reca il nome di Raimon Panikkar in copertina è benvenuto. Ma ancor più benvenuto è questo nuovo volume dell’Opera Omnia edita in italiano da Jaca Book dal titolo Pensiero filosofico e teologico (vol. X, tomo 2), incentrato sull’indispensabile confronto tra la filosofia di Panikkar e quella occidentale moderna e contemporanea: vi si ritrovano infatti saggi rivolti al confronto con Jacobi, con Ricoeur, con Heidegger. Non solo. Esso si incentra anche sul rapporto (discorso talvolta annoso, ma sempre attuale) tra teologia e filosofia; le quali, secondo il dispositivo intellettuale classico di Panikkar, andrebbero, sì, distinte, ma non separate: una tale separazione, in effetti, «non ha ragione di essere, poiché le due discipline si implicano vicendevolmente» (dall’Introduzione).
Nel presente saggio (scritto nel novembre 2019) espongo una mia riflessione sulla significatività fisica e filosofica della relatività speciale e generale einsteiniana, che comporta la ridefinizione dei concetti di materia e forma nel quadro generale della cronomeccanica (e anche cronogeometria nel caso della relatività generale) come conseguenza di un nuovo approccio epistemologico al problema della conoscenza e della descrizione della natura incentrato sulla visione pienamente matematizzata dell’esistente. Continua a leggere →