Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

La “fucina del mondo”. Sintesi del vitale – parte III

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> di  Giuseppe Brescia*

 

Sommario. 1. Ermeneutica filosofica. Accezioni di ‘Vitalità’ e ‘mondo della vita’. 2. Il vivente originario e il sentimento – tempo nella ‘quadratura’. 3. Schema della simbolica spirituale e ‘coincidentia oppositorum’. 4. La fondazione della concezione hegeliana del finito e la teoria del giudizio. 5. Psicologia e medicina. 6. Il caso di Alberto e l’esigenza di ‘qualificare le emozioni’. 7. “Che cos’è la vita ?”. 8. La questione degli opposti. Vico e Croce, ‘filosofi olistici’. 9. Tempo e vita nel pensiero occidentale e ne ‘I Ching’. 10. “Mememormee”. Archetipo dell’acqua.

Parte III di IV

Per leggere le precedenti parti:

Parte I

Parte II

  1. Psicologia e medicina

Nella cura di forme patologiche, depressione e schizofrenia, impostata dai fondatori della psicologia analitica e della psicoanalisi, si impone il caso dell’ “autismo”. Recenti esperimenti all’ospedale parigino della Salpetrière, condotti dal neurofisiologo Paul Bejjani, hanno dimostrato, ad es., la influenza dei gangli di base, strutture situate nella profondità dell’encefalo, nel provocare alterazioni significative della motricità, quali si verificano nel morbo di Parkinson, nelle guise di ‘cartellini’ appiccicati alla corteccia prefrontale e considerati dalla memoria ( Alberto Oliverio, La felicità emerge se siamo disposti ad essere felici, “Corriere Scienza”, 7 novembre 1999 ). Si dispiega la grande efficacia della ‘narrative medicine’ e dei rapporti tra filosofia psicologia e anima. L’autore dei Risvegli, in casi conclamati di ‘autismo’, Oliver Sacks scrive, dopo aver collegato casi di encefalite con atti e tratti ‘autistici’: “ Mi sento medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse io sono anche, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romantico non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana per eccellenza, la malattia. Gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia”. Dopo aver citato Goethe in visita all’ Orto botanico di Padova nel 1780 ( “Gli antichi dicevano che gli animali erano istruiti dai loro organi. Io direi di sì; ma anche noi, a nostra volta, insegnamo loro” ), Oliver Sacks afferma, in conclusione di Neurology and Soul: “Con l’esperienza, l’educazione, l’ arte e la vita, noi insegnamo ai nostri cervelli a diventare unici. Impariamo ad essere degli individui. Questo approfondimento è sia neurologico che spirituale, così che considero unite la neurologia e l’anima, in un mondo che renda dignitosa la neurologia e non indegna l’anima”. (Oliver Sacks, Risvegli, ed. it., Adelphi, Milano 1987; ‘Neurologia e anima’, Morgagni Lectures, Padova 1980)  E, soprattutto, chiarisce Sacks: “Senza memoria, la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coscienza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire”.

Così, il riportarsi alla “vita” si spiega nella “Autobiografia come cura di sé”, nel Raccontarsi di Duccio Demetrio ( Cortina, Milano 1996 ). “C’è un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito”. E, anche qui, precedono le fondamentali acquisizioni di James Hillmann: “L’intera attività terapeutica è in fondo questa sorta di esercizio immaginativo, che recupera la tradizione orale del narrare storie. La terapia ridà storia alla vita”; (Il codice dell’anima, ed. it., Milano 1999; Puer aeternus, ed. it., Milano 1999) con la lezione del già valutato Carl Gustav Jung. “Per poter cogliere le fantasie che mi sollecitavano dal sottosuolo, dovevo, per così dire, sprofondarmi in esse: cosa che provocava in me non solo una violenta opposizione, ma una vera paura. Temevo di perdere il controllo di me stesso e di divenire preda dell’inconscio e, quale psichiatra, sapevo fin troppo bene che cosa ciò volesse dire. Comunque, dopo lunghe esitazioni, mi resi conto che non c’era altro modo di venirne a capo. Dovevo accettare la sorte, e dovevo tuttavia osare impadronirmi di quelle immagini, perché altrimenti correvo il rischio che fossero esse a impadronirsi di me”. “L’autobiografia è la mia vita esaminata alla luce delle conoscenze acquisite con le ricerche scientifiche. La mia vita, in un certo senso, è stata la quintessenza di ciò che ho scritto, e non viceversa. Ciò che sono e ciò che scrivo sono una cosa sola. Tutti i miei pensieri e le mie aspirazioni. Questo io sono”. “Lo spazio dell’anima è incommensurabimente  grande e colmo di realtà vivente”. (Ricordi sogni riflessioni, a cura di Aniela Jaffé, cit., pp. 146 e 220-221; 435-436)

Qualche anno prima, il medico terapeuta e filosofo esistenzialista Karl Jaspers (1883-1969) aveva esteso la cura del “raccontarsi” al paziente, con manifesto interesse fenomenologico. “La fenomenologia ha per oggetto lo studio degli stati d’animo che i malati provano; essa vuole rappresentarceli sotto questa forma concreta e considerare i loro rapporti di parentela; a questa comprensione concorrono  prima di tutto le confidenze dei malati acquistate nel modo più completo possibile nel corso di una conversazione”. (Psicopatologia generale (1913-1946). ed. it., Roma, Il Pensiero scientifico, 1964 ( 2000). Jaspers apre la strada verso la “comprensione”, più che la “spiegazione”, del mondo “vissuto” dai pazienti. Da parte sua, Eugène Minkowski privilegia il ruolo selettivo della “intuizione”, chiamata l’ impulse, che ci “porta a prestare attenzione a una frase”, all’interno delle “confidenze”, o a un particolare della “osservazione”. “A tal proposito, ci torna alla mente ciò che è stato detto sul fenomeno della ‘risonanza’ come vero fondamento della vita affettiva”. Così: “La disperazione, se stacca la ‘nostra’ vita  dalla marcia della ‘vita’ verso l’avvenire, ve la ricollega di nuovo, nel presente vissuto, per la pena che essa comporta e per la risonanza che questa richiama a sé dalla ‘vita’ medesima”. (Sul cammino di una psicologia formale, in Filosofia Semantica Psicopatologia, cit., Mursia, Milano 1969, pp. 80-86.) “Quando parliamo della profondità di un sentimento, non è affatto necessario – e non ne sentiamo alcun bisogno – di riferirci alla profondità di un pozzo e, ancor meno, ad una profondità misurata in metri e centimetri. Sappiamo immediatamente ( d’emblèe ) ciò che vogliamo esprimere, e l’immagine della ‘profondità’, in quanto una delle dimensioni fondamentali della esistenza, si pone vivente davanti ai nostri occhi. La fondamentale categoria vitale della profondità si trova così ad esser data. E’ più dinamica che statica. Abbiamo appena parlato di ‘profondità’. Possiamo dire la stessa cosa di altri attributi di ordine ‘spaziale’, fermandoci, per il momento, soltanto su quelli che rivelino una prospettiva verso lo spazio vissuto: ciò che è largo nell’esistenza e ciò che è solamente strettezza, ciò che è alto ed elevato e ciò che è soltanto bassezza; la rettitudine e il retto cammino, quest’ultimo non essendo soltanto il più corto tra due punti dati, ma anche il migliore da seguire nella vita; la distanza e la prossimità; e, da qui, l’uomo distante e il nostro prossimo”. Meditazione alta sul “vitale”, da cui deriva la preziosa lettura di “Vers..”, in italiano “Verso..(”Lo slancio verso”), piccolo vocabolo che da solo ci spalanca tutto un mondo; – non indirizzando a scrivere “Verso una Cosmologia”, ma comprendendo, nel “tempo vissuto”, la Cosmologia stessa. Il rapporto, nel “vitale”, tra filosofia e medicina, è incisivo nella Teoria della previsione del Franchini: “Tutta l’attività del medico nelle sue varie specializzazioni, dalla psichiatria alla chirurgia, è un’attività previsionale. L’osservazione dei sintomi della malattia, il passaggio alla diagnosi e da questa alla terapia sono tutte operazioni proiettate verso il futuro: ma anche qui l’aiuto che gli ordinari mezzi di previsione quantitativa offerti dalla statistica possono fornire è soltanto parziale e limitato. Il medico sa che una certa malattia è curabile o meno, che lo è più in certi periodi della vita umana e meno in certi altri, che se aggredita in tempo può guarire, se affrontata in ritardo condurre alla morte. (..) Il vero, l’autentico carattere della previsione è operativo, ché essa rappresenta non solo la conoscenza ma l’intervento attivo nella trasformazione di una situazione di fatto. La vera previsione è, nel caso del medico, come nel caso di chiunque s’inserisca in una situazione in sviluppo, la diagnosi. Non è soltanto quella di fronte a cui si trova quotidianamente il medico una situazione malata, una situazione da sanare: è un po’ tutta la realtà che presenta questa caratteristica. Ma l’elemento che assume un’importanza risolutiva nella diagnosi e conoscenza di una situazione di fatto, e conseguente giudizio su di essa, è l’intuito del terapeuta, che corrisponde al lampo di genio dell’uomo d’ azione. L’intuito è sempre il fattore decisivo, quando si tratti sia d’individuare i caratteri d’un male insolito, sia il primo insorgere d’un male noto: la tempestività della diagnosi vale a trasformare il carattere meramente nomotetico della statistica e della metodologia nel rilevamento di un parametro idiografico. Ma anche nel caso della terapia clinica l’attività previsionale non si limita a influire sul determinarsi di una situazione nel senso ora accennato. Vi sono casi in cui si può parlare di un vero e proprio unisono tra il medico e il paziente e sono, per eccellenza, quelli della psicologia, al quale proposito si è parlato della ‘risonanza’ dell’inconscio del terapeuta con quello del paziente. Freud ha paragonato una volta l’inconscio del psicanalista che si protende verso quello del paziente al ricevitore del telefono applicato a un disco. (..) Tutte le idee dell’uomo sono in un continuo stato di adeguatezza – inadeguatezza, sufficienza – insufficienza e la malattia fisica non è, da un certo punto di vista, che il simbolo del suo squilibrio esistenziale. Ogni caso clinico è insieme, inevitabilmente, un caso umano, un momento della storia dell’uomo, un dramma dall’epilogo incerto, che può dargli a volta a volta il colore della commedia o il sapore aspro della tragedia”. (Teoria della previsione, cit., 1972 (2^ ed.), al capitolo Statistica Legislazione Medicina, pp. 104-109.) Dal fondamentale passo, semplificato per evitare ripetizioni sulla “struttura temporale dell’uomo”, traggo spunto per ricordare il medico David Applebaum e il guaritore di bambini down, chiropratico “giusto”, Moshe Gottlieb, di cui parla Giulio Meotti; (Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, pp. 94-145.) e visitare il programma di Rita Charon, della Columbia University di New York, la più recente proposizione della cosiddetta “Narrative Medicine”, che ribadisce: “Il medico inesperto trascura di mettere il paziente in condizione di raccontare la sua storia. Io invece mi limito a dire: io sarò il tuo medico. Dunque molto dovrò sapere di te. Ah, il tempo è fondamentale ! Henry James insegna ad ascoltare le sue infinite prospettive, le sue specificazioni, le sue parentesi, le sue angolazioni mutevoli. L’esperienza della medicina permette ai letterati, scrittori o pensatori che siano, di ricollocare il loro sapere nel mondo. La medicina dà allo scrittore un ambito ideale in cui riportare la parola alla vita”. (Rita Charon, Narrative Medicine, New York 2006; “Il Giornale”, 28 agosto 2006.) Maestri pregiati tornano ad essere, per la “Narrative Medicine”, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James, la Woolf, Joyce, Kafka, Mann, Faulkner. E in particolare: “Mann ha considerato la malattia una forma suprema di alienazione. Tolstoj ha capito cosa si prova quando si muore”.  

  1. Il caso di Alberto e l’esigenza di ‘qualificare le emozioni’

Il caso di Alberto, alunno del Liceo Classico ‘Marconi ‘ di Chiavari negli anni Novanta del secolo scorso, è importante come esempio di ‘filosofo delle passioni’, la cui lettura vale sia a corroborare il piano ermeneutico della ‘vitalità’ e ‘dialettica delle passioni’, sia a recuperare le istanze della psicologia analitica, oltrepassando ogni impostazione specialistica del problema ‘autismo’ di derivazione positivistica. A mente della nostra distinzione categoriale  tra la ‘dialettica delle passioni’, in quanto prospetticamente tesa verso il nuovo o sintesi creativa, e la ‘stratificazione dei sentimenti’, come sedimentazione e ristagno, ritroviamo la dinamica del “Dare e prendere”, come vissuto esistenziale a livelli profondi.

La madre dell’alunno di Scuola Media Alberto avverte l’insegnante di “non dare mai nulla per scontato”. In effetti, l’alunno ha un crollo al secondo anno della Scuola. Dopo Natale, non regge più la frequenza totale delle ore curricolari, lo studio dell’ Inglese, l’ora di autonomia.Tardiva è la revisione del programma. A stento, con l’aiuto della famiglia e della madre in particolare, Alberto riesce ad arrivare al primo anno di Liceo Ginnasio. Ora, però, la situazione ‘esplosiva’ lo porta a capire, analizzare e filtrare le emozioni. Addirittura, alla nuova insegnante di Lettere del Ginnasio, prendendola per mano, scrive con profondi accenti: “Sì, tu molto ansiosa ma sempre fiduciosa. Vieni con me”. (Giuliana Graffigna Marlatto, ‘Dare e prendere’. Un’esperienza di un ragazzo autistico nella scuola media superiore, in Atti del 6° Convegno Nazionale su “Informatica Didattica Disabilità”, a cura del C.N.R. Di Firenze e Istituto Medico Psicopedagogico ‘Quarto di Palo’ – Liceo ‘Carlo Troya’, Andria 1999, pp. 67-71.)

L’insegnante, toccata, si commuove. La frase è sconvolgente e inattesa; ma, soprattutto, veritiera. ‘Ansietà’ e ‘fiducia’ sono intuite e affermate nella loro ‘simultaneità’, nel loro palpito affettivo, nella trepidante compenetrazione che le qualifica. Alberto è ‘filosofo’ – per così dire – ‘delle passioni’, dal momento che dimostra di essersi collocato da un punto di vista più alto e comprensivo, e proprio egli, che ne ha bisogno, dando aiuto. Ma, dando aiuto, o ancora attendendolo, ha còlto la legge psicologica dei contrari, la ‘coincidentia oppositorum’, nello stato prospettico e qualificativo delle emozioni, con una sorta di “regalità di fronte al quotidiano”, fino a capire come una sua compagna, Michela, che lo respinge, ha grosse ‘difficoltà’. In analisi transazionale, Alberto è “adulto”. In ermeneutica filosofica, è ‘filosofo’ in grado di esercitare il giudizio prospettico e la ‘comprensione’. Questo è il ‘principium individuationis’, il Sé, di Alberto.

Poi, quando tristezza e consapevolezza sopraggiungono nel suo animo, a proposito dell’ amicizia, o al mare con i compagni, per vincere il sentimento di solitudine, Alberto riesce a superare la prima liceale, giudicando: “Sarò deciso vincere la mia battaglia, anche per dimostrare che è possibile. Non è significativo per me assumere certificato di frequenza. Altri devono capire che cosa è buono per loro”. – “Come può una persona migliorare la propria capacità di autodeterminazione ?”, gli chiede ancora l’insegnante. Dopo un travaglio riflessivo e rielaborativo, che impegna un lavoro di ‘auto-analisi’, Alberto offre un’altra grande risposta: “Dire, confrontare, ascoltare, qualificare le emozioni, tentare inusitate cose. – Non spaventarsi, ridondanze sovrapposte ( sensazioni e sentimenti confusi e non discernibili che raccolgo, stando davanti alla situazione ogni volta che comincio ad affaticarmi, qualora seleziono troppi argomenti )”. “Sereno errare della molteplicità vivente”.

E’, questa, la demarcazione tra ‘dialettica delle passioni’ e ‘layers of feeling’ ( direbbe l’ Orwell, sopra citato ). E’ il ‘giudizio’, che interviene nellla consapevolezza dall’alto, in questo caso – o in questi casi – di interiorità ricca per quanto nascosta, come la luce della teoresi sugli ‘stati’ , meglio che ‘strati’, di sentimenti, avvicendati nella coscienza; ma che, a ogni ‘salto quantico’ , – per così dire – tra conscio e inconscio, o il non del tutto conscio, rispecchiano la nuova soglia, il ‘limite’, nella simultaneità dialettica delle passioni.

“Qualificare le emozioni !”. – L’insegnante gli chiede, infine: “Ritengo di aver frequentemente commesso errori con te; sei d’accordo, tu ?”  – “Sì. Essere assistito solo donandomi amore energico non amore responsabilizzante; tanto ansiosa. Rilassata solo sapendomi interagente”.

Al che la Graffigna confida, essa pure: “Le ultime parole di Alberto ( “Rilassata solo sapendomi interagente” ) mi hanno fatto venire i brividi.  Ecco che cos’era quell’angoscia, quella confusione, quell’ instupidimento che sentivo a volte con lui e che non era dipendente dal livello di funzionamento esterno che manifestava. Era qualcosa che riguardava i nostri vissuti profondi. Poterci essere, o doversene andare, io o lui, chissà ?” Si tratta di “vissuti profondi” non soltanto di “tecniche riabilitative”, anche se Patrizia Cadei, madre di Alberto, apprende in Florida nel 1992, dal canale televisivo “Prime Live”, il programma della ‘Comunicazione facilitata’. (Francesca Benassi, in La comunicazione facilitata, di Douglas Biklen, Omega Edizioni, 1999, pp. 155-169) Grazie al suggerimento dei coniugi Doman e del dottor Delacato ( donde il metodo ‘Doman-Delacato’ ), si rivolge a Douglas Biklen, della University of Syracuse, per mettere a punto un nuovo “progetto” di vita e di studi, che consiste nel descrivere una pagina di giornale, aiutando a costruire una frase e manipolare una figura per utilizzare la fantasia e la logica. Alberto fa porre un libro sul leggìo, con una fotografia della pagina, e fa segno con la mano quando la madre è invitata all’aiuto girando la pagina, specie sul tema della omeopatia che interessa l’adolescente, scoprendo la differenza di potenziale tra le abilità proprie e le abilità facilitate. “Abbiamo avuto vicino a noi geni senza che ce ne accorgessimo ?”, chiede l’altra dottoressa collaboratrice Francesca Benassi. (L. S. Vygotskij ( 1896-1934 ), Psicologia pedagogica, Leningrado 1926, ed. it., Editori Riuniti 1970 e Psicologia dell’arte ( 1932 ), ed. it., Editori Riuniti, Roma 1972, dove ampio spazio è dedicato a “L’arte e la psicanalisi” ( pp. 109-129 ) e “L’arte come catarsi” ( pp. 273-295 ), in cui “il contrasto dei sentimenti” ( segnatamente, di “comico e tragico” ) “sembra inerente l’impressione artistica”. Quivi, nonostante la teoria dell “impressione” più che della “espressione artitica”, di matrice idealiustica, il Vygotskij dà atto dell’ “eccellente critica di Croce” (p. 94-95 dell’ed.Italiana). Ricordando l’esigenza di “parlare al singolare” e riconoscere “buone capacità intellettuali potenziali” alle persone a sindrome autistica, la Benassi riprende le linee della “Psicologia pedagogica “ e della “Psicologia dell’arte” di L. S. Vygotskij, a proposito dello ‘scarto’ registrato tra produzione scritta ed espressione verbale, con una sottigliezza e profondità di scandaglio tanto significative, da rilevare e confermare l’ emergenza della ‘dialettica delle passioni’. – “E’ noto che chi si addentra in tali problematiche o le sfugge o vi si appassiona: proprio quelle persone si rivelano intelligenti, talvolta eccellenti, in grado di comprendere le situazioni, con proprie opinioni e interessi, in genere estremamente profonde e sensibili”. In particolare, nella rieducazione della “disprassia”, la Benassi coglie il rapporto tra “input e output deficitario”, e al tempo stesso “una inteligenza che esiste e si sviluppa fino al raggiungimento di buoni o ottimi livelli”. (Francesca Benassi, op. cit., p. 160. Ho dato risalto alla Riabilitazione neuromuscolare e mente autocosciente, in Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper, Schena, Fasano 1986, pp. 71-87.) “Alcuni canali sensoriali divengono più attendibili”, come se fosse confermta la teoria di Vygotskij circa la “potenzialità di sviluppo nella differenza tra il livello dei compiti che vengono eseguiti con l’aiuto dell’altro” ( in questo caso, la madre che gira le pagine, o il computer ), “e il livello dei compiti eseguiti senza l’aiuto”. Si tratta di uno “scarto energetico” ( o differenza di livello ), analogo alla differenza di livello energetico nella fisica quantistica, tra la velocità e la posizione delle particelle. Per ciò: “Le produzioni scritte mostrano una enorme ricchezza ideativa, nonostante le difficoltà espressive”. E riflettono una raggiunta consapevolezza critica del ruolo dinamico delle passioni, coinvolte nel processo di autoanalisi e nell’evidenza del  “dislivello energetico” ( tra i compiti eseguiti e i compiti facilitati ).

Cecilia Morosini, trattando di tecniche riabilitative in forma sistematica, viene in ulteriore soccorso, sottolineando come, nelle metodiche Vojta e Doman-Delacato ( poi Biklen ), “la riabilitazione si fonda sulla massima evocazione dei potenziali residui per un migliore adattamento a sé e al mondo”. Dove agiscono due princìpi fondamentali: 1) Il concetto di organizzazione neurologica, come processo biologico per mezzo del quale l’organismo acquisisce, o non, i potenziali ereditari con il patrimonio genetico, a seconda che i fattori ambientali siano favorevoli o meno; 2) la complessa definizione dei parametri ambientali che interagiscono nella organizzazione neurologica, distinti in sei fattori ( fattore genetico; fattore chimico pre-natale; fattore chimico post-natale; fattore sensoriale costante; fattore sensoriale variabile; fattori traumatici in senso lato ).

Ma, soprattutto, è interessante osservare, ai fini della ermeneutica del ‘mondo della vita’,  che “la variabilità d’influenza delle stimolazioni ambientali dipende non solo da un’obiettiva differenza quantitativa e qualitativa degli stimoli ma anche dalle modalità di reazione dell’individuo a tali situazioni. (..) Queste informazioni non sono solo di tipo sensoriale sensitivo, ma anche di tipo affettivo. Anzi all’inizio tali informazioni si confondono e si fondono: l’avere un maggiore o minore contatto corporeo, l’essere cullato in braccio alla mamma, l’essere gettato per aria dal padre sono esperienze sensitivo-sensoriali ma anche contemporaneamente affettive”. (Neurolesioni dell’età evolutiva. Teorie e techiche di trattamento, Piccin, Padiova 1978, pp. 164-169.) Sempre arduo è il tentativo di capire di più: capire di più sulle modalità relazionali e sui rapporti dei vari co-fattori ambientali esemplati nei trattati di riabilitazione, come delle forze psichiche, extrapsichiche, intrapsichiche che possono portare al disturbo, al ritardo psicomotorio, alle varia fenomenologia della “sindrome autistica” ( dal deficit motorio o verbale al “down”, o alla “schizofrenia” ).

Anche se è bene evitare l’eccesso di inferenze e generalizzazioni, trattando di tecniche riabilitative e mente autocosciente, qui ha una parola da dire l’approccio di tipo junghiano, lo studio dei vissuti profondi dei soggetti, l’analisi delle segrete relazioni prenatali, postnatali, ereditarie e ambientali in tutta la loro complessità, la trama di palpiti e travagli, timori e speranze, ansietà e fiducia che precede ogni gestazione, senza escludere la evidenza di idee archetipali fondamentali nella storia dell’individuo e della umanità: la ‘coincidentia oppositorum’, sviscerata dal punto di vista affettivo,  attinta nel procedimento ‘temporale’.

Certo, né il mero ‘specialismo’ né l’approccio medico-farmacopeico, da soli, bastano  giustificare  una teoria e prassi della riabilitazione della sindrome autistica o generalmente patologica ( anche se vi sono state esagerazioni in senso opposto, in alcuni casi ); sì che il dottor Brighenti, veronese, ha proposto una integrazione di tutte le culture, tutte le esperienze professionali e tutte le ricerche teoriche sul grande problema. (M. Brighenti, in “Atti£ del 6° Convegno Nazionale “Informatica Didattica Disabilità”, Andria 1999). Di sicuro, nella storia di Alberto, da me tolta in esame, la ‘dialettica delle passioni’ viene in luce sia come espressione del travaglio provato nello sforzo compensativo del divario tra competenze spontaneamente acquisite e raggiungimento di obiettivi tramite facilitazione; sia come verità profonda dell’esistenza umana in generale.

  1. “Che cos’ è la vita ?”

Il geniale Erwin Schrodinger, nel saggio Scienza e Umanesimo del 1951, si rifà volentieri al fondamentale volume La rebeliòn de las masas di José Ortega y Gasset, per contestare soprattutto La barbarie del ‘especialismo’ e rivolgere un appello agli scienziati a non dimenticare il ‘mondo della vita’. “La rebeliòn è intesa in senso puramente metaforico. L’Età delle Macchine ha avuto l’effetto di spingere ad altezze enormi il numero delle popolazioni e il volume delle loro necessità, mai raggiunte in precedenza né prevedibili. La vita giornaliera di ciascuno di noi diviene sempre più complicata per la necessità di lottare con questi numeri. (..) Tanto per darvi un esempio, anche se non ci riguarda in questo momento, il titolo di un capitolo è ‘El major peligro, el estado’. ‘Il più grande pericolo, lo stato’. (..) Ma il capitolo di cui desidero parlare qui è quello che lo precede, intitolato ‘La barbarie del especialismo’. A prima vista ciò sembra paradossale e può colpirvi. L’autore ha l’ardire di raffigurare lo scienziato specializzato come un rappresentante tipico della plebe bruta e ignorante, l’ ‘hombre masa’, l’uomo massa che mette in pericolo il sopravvivere della vera civiltà”. (Scienza e Umanesimo. La fisica del nostro tempo, ed. it., Sansoni, Firenze 1953). Si tratta dello stesso appello che poi rivolgerà Karl Popper contro la cosiddetta “Scienza normale e i suoi pericoli”, mettendoci in guardia dal disinteressarci delle questioni attuali di fisica quantistica, che in fondo dovrebbero toccare ognuno di noi ( Congetture e confutazioni; Poscritto alla logica della scoperta scientifica, ed. it. 1982-1984, voll. I-III ).

Ma Schrodinger sceglie la descrizione orteghiana del “Tipo di scienziato senza precedenti nella storia”: “Si tratta di una persona che, di tutte le cose che una persona veramente colta ha l’obbligo di conoscere, ha familiarità soltanto con una scienza particolare, anzi, anche di questa scienza conosce solo quella piccola parte nella quale lui stesso è impegnato in ricerche. Giunge al punto di dichiarare una virtù il non occuparsi per nulla di tutto ciò che rimane fuori dello stretto dominio che egli stesso coltiva, e denunzia come dilettantesca la curiosità che aspira alla sintesi di tutte le conoscenze”. (J. Ortega y Gasset, La rebeliòn de las masas, Espasa Calpe, Argentina – Buenos Aires-Mexico, 1937). Alla fine del lungo passaggio, ricordate le capacità che dovrebbe avere qualunque docente di una università tecnica ( “a) Aver coscienza dei limiti della materia che insegna”; “b) Indicare in ogni argomento la via che conduce oltre gli stretti confini della materia stessa, a più ampi orizzonti” , sulle tracce di un articolo di Robert Birley, Rettore a Eton, nell’ Observer dell’ 11 dicembre 1949 ), Schrodinger lancia il suo appello importante: “Non perdete mai di vista la funzione della vostra particolare materia nel grande corso della tragicommedia della vita umana; restate in contatto con la vita, non tanto con la vita pratica, quanto cogli ideali fondamentali della vita, che sono sempre tanto più importanti; e, ‘la vita resti in contatto con voi’. Se non lo potrete, a lungo andare, qualunque cosa si dica di ciò che avete fatto, la vostra opera sarà stata vana”. (Scienza e Umanesimo, cit. pp. 13-17 e passim).

Tutto ciò costituisce un profondo insegnamento, da valere tanto in filosofia del ‘vitale’ che in epistemologia. Vedasi il caso della fisica quantistica. Dopo che Einstein, nel 1905, ebbe spiegato l’effetto fotoelettrico come scambio di un ‘quanto’ di luce fra elettroni, fu assunto il termine di “meccanica quantistica”, ma con evidente eccesso di “formalismo matematico”, a proposito della teoria dell’atomo ( formalismo che arrivò ai vertiginosi teoremi di Von Neumann, negli anni Trenta ). Ma Popper, insoddisfatto, come nel fondamentale Poscritto ( III, pp. 33-38 ), dichiara: “La interpretazione di Heisenberg cambiò dopo che Schrodinger ebbe suggerito che una particella può essere rappresentata da un pacchetto d’onde, o può, in realtà, essere un pacchetto d’onde”; cioè, una “proprietà disposizionale delle particelle”, “una propensità delle particelle ad assumere certi stati”. In effetti, nel 1926, “contro la meccanica delle matrici” ( sostenuta a spada tratta da Werner Heisenberg ), Schrodinger teorizzava la ‘Wellen-Mechanik’, o la “meccanica ondulatoria”, con la ‘equazione di Schrodinger’, nel suo scritto “Quantizzazione come Problema agli autovalori” ( Quantisierung als Eigenwert Problem, negli “Annalen der Physik” ). La visione “graduale” di Schrodinger dei fenomeni fisici entusiasmò Einstein e gli altri fisici, contrapponendosi alla visione “discontinua dei salti quantici”, difesa da Heisenberg. “Non posso credere che un elettrone salti di qua e di là, come una pulce”, affermò nella polemica lo Schrodinger. Donde, dopo il Nobel per la Fisica conseguito nel 1933 e il celebre ‘paradosso del gatto’ del ’35 ( il gatto può essere vivo o morto nello stato di ‘sovrapposizione quantica’, applicata ai sistemi macroscopici, in un esperimento mentale ideato dopo il Paradosso Einstein – Podolskj – Rosen sulla ‘azione a distanza’ ); lo stesso Schrodinger passò a Dublino, per sfuggire al nazismo, e in una celebre conferenza del 1944 si pose il problema dei metodi della fisica quantistica, applicati allo studio delle molecole viventi: “Che cos’ è la vita ?”. E: “Come la cellula è governata da un ‘codice’ ?” La risposta influenzò sviluppi e scoperte posteriori della biologia molecolare, riguardanti la struttura del DNA ( Erwin Chargaff; Watson e Crick del 1953 ). Per intanto, Schrodinger propose che la molecola del gene debba essere un “cristallo aperiodico”, formato da una “sequenza di elementi isometrici”, che costituiscono il codice. (Che cos’è la vita ?, 1944, prima ed. it., Sansoni, Firenze 1970; Ed. Adelphi, Milano 1995).  “Sono questi cromosomi a contenere in una specie di codice cifrato l’intero disegno del futuro sviluppo dell’individuo e del suo funzionamento nello studio dell’umanità”, aggiunge lo Schrodinger dopo la scoperta di Oswald T. Avery circa la natura chimica della sostanza che attiva la trasformazione di alcuni tipi di pneumococco, e cioè proprio un acido di tipo desossiribonucleico. (O. T. Avery – C. M. Mac Leod – M. Mac Carty, Studies on the chemical transformation of pneumococcal types, “Journal of Exp. Med.”, LXXIX (1944), pp. 137-158; E. Chargaff, Il fuoco di Eraclito, ed. it., Garzanti, Milano 1985, pp. 115-126; Francis Crick, L’origine della vita, ed. it., Garzanti, Milano 1983, con Presentazione di Tullio Regge). Da cui, per tappe successive, derivò la visione di Erwin Chargaff, circa la legge dell’ appaiamento delle basi: “a) la somma  delle purine ( adenina e guanina ) è uguale a quella delle pirimidine ( citosina e timina ); b) il rapporto delle moli tra adenina e timina è 1; c) il rapporto delle moli tra guanina e citosina è 1; conseguenza immediata di queste relazioni, d) il numero di 6-aminogruppi ( adenina e citosina ) è uguale al numero di 6-chetogruppi (guanima e timina)”. (Giuseppe Brescia, Ipotesi e problemi per una filosofia della natura, Adda, Bari 1987, pp. 25-36).

Quindi, sulla scorta del ‘Diario’ di Ludwig Wittgenstein del 19 settembre 1916, tornava in Erwin Chargaff  l’aspirazione alla simmetria, in particolare alla quaternità: “L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale  simplex è sigillum veri”. (E. Chargaff, Il fuoco di Eraclito, cit., p. 129; con l’articolo precedente, Chemical specificity of nucleic acid and the mechanism of their enzymatic degradation, in “Experientia”, VI (1950), pp. 201-209). La poesia – per dir così – della scienza in Schrodinger, la sua apertura sugli orizzonti del filosofare, fanno cogliere l’influenza segreta del ‘flusso di coscienza’ joyciano ( 1915-1922 ), anche sulla modulazione del ‘pacchetto d’onde’ ( v. Giacomo Debenedetti ). (Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano 1971 ( Lezioni del 1962-63 ), pp. 289-300).

Quando torna in Irlanda, a Dublino, per insegnare, in un passo ignoto delle sue traduzioni poetiche dall’inglese, Schrodinger se ne ricorda, fino al punto da citare l’ Ulisse  di Alfred Tennyson 1842, nella propria autobiografia, La mia visione del mondo (1985): “Ulisse. E’ tetro stare in ozio e arruginire quando poco rimane, / dell’unica, vera vita. Lascio tutto a mio figlio Telemaco, / saggio e buono. Al porto mi attendono i miei compagni, / ormai anch’essi vecchi, ma non è mai troppo tardi per / cercare nuovi mondi, per arrivare forse alla Isola dei Beati. / Indeboliti dal tempo e dal destino, siamo ancora forti / nella volontà di combattere, cercare, trovare: mai cedere”. (La mia visione del mondo, ed. it., Garzanti, Milano 1987, alle pp. 223-225 delle Poesie tradotte dal tedesco e dall’inglese. Cfr. anche L’immagine del mondo, ed. it., Torino 1963 e 1982).

Continuo a ritenere, nonostante qualche rara perplessità espressa in contrario, la ermeneutica di Schrodinger e Chargaff più potente della trattazione derivativa di Watson e Crick, il quale ultimo si spinge a immaginare il futuro dell’uomo e gli esiti ‘infettanti’ dell’esistenza umana su abitanti di altri pianeti. (Francis Crick, L’origine della vita (1981), ed. it. con prefazione di Tullio Regge, Garzanti, Milano 1983). Del resto, chiarisce Fritjof Capra: “La struttura fondamentale delle molecole biologiche fu scoperta all’inizio degli anni Cinquanta grazie al confluire di tre efficaci metodi di osservazione: l’analisi chimica, la microscopia elettronica e la cristallografia dei raggi X”. E Linus Pauling “determinò la struttura della molecola di una proteina” ( op. cit., pp. 100-103 ). “Pauling dimostrò che la spina dorsale della struttura proteica è avvolta in un’elica sinistrorsa o destrorsa, e che il resto della struttura è determinato dall’esatta sequenza lineare di aminoacidi lungo questa via elicoidale”.

Non per nulla, il fascino di Schrodinger si protende sul pensiero ‘olistico’ e ‘sistemico’, certo non ‘riduzionistico’ né ‘meccanicistico’, del fisico e filosofo Fritjof Capra, ne Il Tao della fisica (1975), dove l’accento batte sulla importanza delle ‘onde’ e delle vibrazioni, non già della ‘materia’ o della res extensa di Cartesio, per interpretare il mondo della vita, le sue origini e i i suoi destini, in sede di “ecologia profonda”. “La Ecologia profonda vede gli Esseri umani parte integrante della natura, come filo speciale nel ‘tessuto’ di Vita Cosmica – Dio – Dao – Tao”. Ciò porta il Capra a teorizzare una Ecologia “profonda” e non “superficiale”, in cui “gli Esseri umani sono posti al di fuori e al di sopra della Natura ( intima e reale )”, perpetuando una “prospettiva” di origini cartesiane, “che si accorda con il ‘dominio’ su tutti gli aspetti della natura, alla quale si attribuisce solamente un ‘valore d’uso’, strumentale”. In pagine suggestive, Capra si spinge a narrare la propria percezione analogica della danza di Siva, alla base della visione delle particelle subatomiche come pure concentrazioni di energia. “Vidi gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica di energia; percepii il suo ritmo e ne sentii la musica; e in quel momento seppi che questa era la danza di Siva, il Dio dei danzatori adorato dagli Indù”. (Il Tao della Fisica, trad. it. di Giovanni Salio, Adelphi, Milano 1982 e 1993, pp. 11-12).

“Le particelle subatomiche sono concentrazioni di energia pura in stato di vibrazione piuttosto che vere entità materiali”. Il fisico “deve partecipare, non osservare”: “l’idea di ‘partecipazione invece di osservazione’ è stata formulata solo recentemente nella fisica moderna; ma è idea ben nota allo studioso di misticismo. La conoscenza mistica non può mai essere raggiunta solo con l’osservazione, ma unicamente mediante la totale partecipazione con tutto il proprio essere”. (Il Tao della Fisica, cit., p. 161. Cfr. anche La Rete della vita, ed. it., Rizzoli, Milano 2002 , con la fondazione del Center di Ecoalfabetizzazione ( CELA ) di Berkeley).

Dall’approccio ‘mistico’ di Capra togliamo riferimento alla delucidazione dell’incidenza ‘archetipale’ per la comprensione del mondo della vita, e alle straordinarie affinità con le questioni degli ‘opposti’ e del ‘punto di svolta’ presso pensatori occidentali ( Vico, Joyce, Croce, Heidegger ).

In The Turning Point (1982), come Il punto di svolta, Fritjof Capra prende a piene mani da I Ching, studiati nei ‘maestri’ Jung e Wilhelm. Ma potrebbe fare cenno anche alla idealmente intensa dottrina vichiana dei corsi e ricorsi storici, e al IV Libro, ‘Il Ricorso’, di Finnegans Wake del Joyce ( 1939 ), solo toccato di seconda mano per il passo in cui Joyce coniò il termine “Quark”. “Dopo un tempo di declino viene il punto di svolta. La luce intensa che era stata scacciata ritorna. C’ è movimento, ma non è determinato per violenza. (…) Il movimento è naturale, sorge spontaneamente. Perciò la trasformazione di ciò che è invecchiato diventa facile. Il vecchio viene rifiutato e ad esso subentra il nuovo. Entrambe le misure sono in accordo col tempo; perciò non ne risulta alcun danno” .(Il Punto di Svolta (1982), trad. it. di Libero Sosio, Milano 1984, pp. 15-17 e 25 sgg).

Quindi, in queste opere successive a Il Tao della fisica, Capra ribadisce la propria concezione delle crisi. “Abbiamo bisogno di una prospettiva ecologica che la concezione del mondo cartesiana non è in grado di offrire, del passaggio dalla concezione meccanicistica alla concezione olistica della realtà”. “I cinesi usano due caratteri per ‘crisi’: wei – ji, ‘pericolo’ e ‘opportunità’ “ .(Il Punto di Svolta, ed. cit., pp. 33-35). Senza   dimenticare che, per Arnold Toynbee ( A Study of History ), la “crisi” si aggrava quando viene meno la prerogativa della “flessibilità” nel fronteggiarla. “In tempi di transizione, si dovrebbe tendere a ridurre al minimo il conflitto”. “I filosofi cinesi videro nella realtà, la cui essenza ultima chiamarono Tao, un processo di flusso e mutamento continui” ( contro le tesi di Marx, da I Ching, p. 32 )

  1. La questione degli opposti. Vico e Croce, ‘filosofi olistici’ o della ‘complessità’

In siffatto processo continuo di mutamenti e flussi vitali, la questione degli ‘opposti’, non solo si ripresenta; ma si foggia come ‘qualificazione valoriale’ e – alternativamente – come sovrapposizione di ‘modalità’, sino a proporre degli aspetti ‘archetipali’ , e non ‘meccanicistici’, in pensatori occidentali ( Vico e Croce ). Due sono, infatti, i poli archetipali yin e yang, per i cicli di mutamento. Ne Il Punto di Svolta, Capra si rifà a Manfred Porkert per lo studio della medicina cinese; e ne ricava le seguenti otto coppie di opposti:

YIN               YANG

TERRA         CIELO

LUNA           SOLE

NOTTE         GIORNO

INVERNO    ESTATE

UMIDO         SECCO

FREDDO       CALDO

INTERNO     SUPERFICIE.

Ma – si badi: “Nella cultura cinese yin e yang non sono mai associati a valori morali. Quel che è buono non è yin o yang, ma l’equilibrio dinamico fra i due; quel che è cattivo o dannoso è lo squilibrio”. (Il Tao della Fisica, op. cit., p. 136). Ossia, nel linguaggio della moderna filosofia dei valori, prende campo il principio “regolativo”, più che il principio “costitutivo”; la “modalità categoriale”, più che la “categoria” del bello e del buono, del vero o del giusto, dell’utile o del disutile, salvo a postulare il “disutile” o “dannoso” proprio come nuova e sopravvenuta forma di “squilibrio” tra le forme. In questo caso, le forme dei “distinti” si riqualificano – platonicamente – come “opposti” ( Sofista ).

Ma dire “modalità categoriali” equivale a dire “maniere” o “guise” del passaggio tra le forme spirituali: e cioè, per il teorema dei “quattro sensi delle guise” di derivazione vichiana e storicistica, nuovamente, forme del “vitale”. “L’immobilità assoluta non esiste” ( dice Richard Wilhelm, il noto coeditore con Jung, de I Ching ). “La non azione non vuol dire non far nulla e stare in silenzio”, aggiunge lo storico della cultura cinese Joseph Needham, saccheggiato da Fritjof Capra. Il segreto è di Lao-tzu: “Il wu – wei, è il non andare contro il verso delle cose”. Come dire: “Non agendo non esiste niente che non si faccia”.

Epperò, in codesta intensa rivisitazione del Tao, tornano le associazioni ‘utili’ in Capra: la “conoscenza razionale” o “attività egocentrica” per Yang; e la “Sapienza intuitiva” o “attività ecologica”, con Yin ( op. cit., p. 35 ). Allora, 1) si Ripresentano le qualificazioni “valoriali”, in un primo momento, o in una prima fase ermeneutica, espunte. 2) Si forma il secondo schema di otto coppie di opposti:

YIN                        YANG

FEMMINILE         MASCHILE

CONTRATTIVO   ESPANSIVO

CONSERVATIVO DISSIPATIVO

RESPONSIVO      AGGRESSIVO

COOPERATIVO   COMPETITIVO

INTUITIVO           RAZIONALE

SINTETICO          ANALITICO.

Dove – si badi – il primo “paradigma” delle otto coppie degli opposti Yin e Yang è “fisico”, “estensivo” e “quantitativo”; mentre il secondo “paradigma” è “storico”, “intensivo” e “qualitativo”. Quindi, si verifica un ulteriore passaggio, che direi: 3) Gli opposti sono ottenuti per sovrapposizioni, o reazioni di tipo ‘modale’ ed ancora una volta ‘relazionale’, che però riacquistano  una potente specificazione formale. Finché: 4) Le modalità si riassumomo in “forme”, Mondo 3 della Cultura per sempre ( direbbe  Popper ) e “modificazioni della mente umana” ( Vico ).

Ora, tornando al paragrafo sulla ‘Coincidentia oppositorum” nel pensiero occidentale ( sopra lumeggiato ), si nota facimente come gli “Opposti” occidentali sono già “Dinamici” perché “prospettici”. Quella prerogativa che Capra esalta nel Tao ( “Colui che segue l’ordine naturale fluisce nella corrente del Tao”, secondo Huai Nan-Tzu ), (64) quel “processo di flusso e mutamento continui” onde si avvalora il rapporto di equilibrio o squilibrio tra gli opposti ( perennemente ri-creati e ristabiliti anche sulle spoglie di precedenti correlazioni ), – ebbene tutto ciò è già magnificamente insito ( diremmo con Giordano Bruno, Vico, Kant e Croce ) nelle polarità piacere – dispiacere, longanimità – magnanimità, ebrietà – disebrietà, amore – dolore, timore – speranza, fiducia – ansietà, cautela – ardimento. Il dinamismo interno è già nella processualità del pensiero che si fa azione, del mondo insonne della vita che si traduce in forme, pervenendo per una via diversa alla medesima fonte archetipale di pensiero.

Oltre ‘ciclicità’ e ‘quaternità’, oltre la ‘questione degli opposti’, serbano valore archetipale, e perciò comune a determinati aspetti del pensiero occidentale e orientale, l’idea di ‘totalità’, il nesso cosmico, la forma della ‘spirale’ come manifestazione di energia e crescita. Capra, ne Il Punto di Svolta, pur con qualche ‘ingenuità’ ermeneutica, si sofferma sul concetto di “individuo connesso al cosmo”; sull’etimologia di religione da “*religare”, per “unione”; sul significato del sanscrito “yoga”, che parimenti vale “unione”. Addirittura richiama Dante. “E’ stato sostenuto persino che massimi capolavori della letteratura mondiale, come la Divina Commedia di Dante, siano strutturati secondo i princìpi ecologici che si osservano in natura”. (Il Punto di Svolta, cit., p. 340: cfr. il riferimento a Joseph W. Meeker, The Comedy of Survival, Guild of Tutors Press, Los Angeles 1980). Evoca una forma di “Ecologia profonda”, in Spinoza e Heidegger. Ma si può integrare correttamente la ricostituzione del quadro, con passi e dottrine della Filosofia della pratica di Croce, a proposito del concetto di “accadimento” o nesso “cosmico”. In quest’opera, sin dalla prima edizione del 1905, per chiarire la distinzione tra volizione e azione, il Croce in effetti spiega: “Se la volizione coincide con l’azione, non coincide e non può coincidere con l’accadimento. Non può coincidere; perché, che cosa è l’azione e che cosa è l’accadimento ? L’azione è l’opera del singolo, l’accadimento è l’opera del Tutto: la volontà è dell’uomo, l’accadimento è di Dio. O, per mettere questa proposizione sotto forma meno immaginosa, la volizione dell’individuo è come il contributo ch’egli reca alle volizioni di tutti gli altri enti dell’universo; e l’accadimento è l’insieme di tutte le volizioni, è la risposta a tutte le proposte”. (Filosofia della pratica, Bari 1963, 8^ ed., pp. 52-53 e 63 ( 1^ ed., 1908, precedente di qualche mese la Logica come scienza del concetto puro). Ciò postula l’esigenza di considerare tutto il “campo” dell’esperienza fisica e storica, come per l’Einstein degli ultimi anni: “Noi possiamo considerare la materia come costituita dalle regioni dello spazio nelle quali il campo è estremamente intenso. In questo nuovo tipo di fisica non c’è luogo insieme per campo e materia, poiché il campo è la sola realtà”. (Cfr. M. Capek, The Philosophical Impact of Contemporary Physics, D. Van Nostrand, Princeton, N. J., 1961, p. 319; e F. Capra, Il Tao della Fisica, cit., p. 244).

Inoltre, il concetto di “accadimento”, come “risposta a tutte le proposte”, limite dell’innalzarsi del numero delle prove all’infinito, va posto in relazione con la scienza della statistica e la teoria della previsione; la fisica quantistica e gli esperimenti delle due fessure e del biliardo ( discussi nella “scuola” fisica, sino a Popper ); la “totalità” della storia e del mito ( Umberto Eco, Italo Calvino e Roberto Calasso ); la “vitalità” e la “sensazione” ( Carlo Antoni ); il “flusso di coscienza” ( poetiche di James Joyce ); la terza forma di conoscenza e “giudizio percettivo” o “colpo d’occhio” ( Raffaello Franchini ); la “vitalità” e la “questione dei giudizi “ ( Gennaro Sasso ). (Carlo Antoni, Commento a Croce, Neri Pozza, Venezia 1959; Raffaello Franchini, La teoria della previsione, Giannini, Napoli 1964 e 1972; Gennaro Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Morano, Napoli 1975; Giuseppe Brescia, Accadimento e fisica quantistica, in Epistemologia ed ermeneutica nel pensiero di Karl Popper, Schena, Fasano 1986 e Accadimento, in Radici dell’ Occidente, Libertates, Milano 2019, pp. 9-40).

Codesto filone ermeneutico esula dagli interessi e dalle cure di Fritjof Capra, anche se sarebbe stata  ricca di stimoli la considerazione sistemica della azione che, per nascere, ha bisogno di “una particolare forma di conoscenza, che non è quella intuitiva o estetica propria dell’artista e nemmeno quella concettuale propria del filosofo”, “o, meglio, è anche queste due, ma solo in quanto si ritrovino entrambe quali elementi cooperanti nella conoscenza ultima e compiuta, che è quella storica. Se la prima si chiama intuizione, la seconda concetto e la terza percezione, e si fa della terza il risultato delle due prime, si dirà che la conoscenza occorrente all’atto pratico è la conoscenza percettiva”, anche detta con felice metafora “colpo d’occhio”, senso storico-politico. (Filosofia della pratica, cit., p. 27; Raffaello Franchini, La teoria della storia di Benedetto Croce, Morano, Napoli 1966, Cap. IV. L’accadimento, pp. 59-66). Sul punto, si badi alla straordinaria analogia tra quanto scrive il Capra, a proposito dello Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel, e quanto aveva già detto il Croce, nel citato passaggio, per il “discobolo”. “La reale padronanza è raggiunta solo quando la tecnica è trascesa e l’arte diventa un’ ‘arte spontanea’, che scaturisce dall’inconscio”. (..) Herrigel “racconta che il tiro con l’arco gli venne presentato come un rituale religioso che viene ‘danzato’ con movimenti spontanei, senza sforzo e senza finalità. Gli furono necessari molti anni di duro esercizio, che trasformarono il suo intero essere, per imparare a tendere l’arco ‘spiritualmente’, con una specie di forza spontanea, e a rilasciare la corda ‘senza intenzione’, lasciando che la freccia ‘cada dall’arciere come un frutto maturo’. Quando l’arciere raggiungeva la massima perfezione, l’arco, la freccia, il bersaglio e l’arciere si fondevano tutti l’uno nell’altro ed egli non faceva scoccare la freccia, ma la ‘freccia’ stessa lo faceva per lui”. (Il Tao della Fisica, cit., p. 143-144: da Eugen Herrigel, Zen in the Art of Archery, Vintage Books, New York 1971; in ital., Lo Zen e il tiro con l’arco, Adelphi, Milano 1975 e 1982).

E Croce: “Il gusto pratico è, anzi, l’atto volitivo stesso. (..) Astraetelo dall’atto voltivo, e l’atto volitivo stesso vi sparisce dinnanzi. Se esso può aver luogo non solo nell’individuo operante, ma anche in colui che contempla l’azione, ciò accade perché l’individuo che contempla si unifica, in quell’istante, con l’individuo che opera, e vuole imitativamente con lui, con lui soffre e gode: come il discobolo segue con l’occhio e con tutta la persona il disco lanciato; ne segue la corsa rapida e diritta, e i pericoli di ostacoli in cui sembra stia per urtare, e le giravolte e le deviazioni, e sembra farsi, egli stesso, disco rotante e corrente”. (Filosofia della pratica, cit., ed. del 1909, p. 62; ed. del 1963 ( 8^ ed.), p. 59. Cfr. Giuseppe Brescia, Questioni dello storicismo. I. Dalle origini della dialettica alla ricerca dei modi categoriali, Salentina, Galatina 1980, pp. 80-81 in: 75-85. – Tra l’altro, tematizzo il raffronto corpo-mente nel “gittatore” di Dante ( “quanto un buon gittator trarrìa con mano”, in Purg. III, 69 ) e nell’ “arciere prudente” di Machiavelli ( Capitolo VI del Principe ), in aderenza alla teoria dell’ anticipo come ‘previsione’). Certo, i contesti storici e culturali, religiosi e ideali, sono assai distanti e diversi: nell’un caso trattandosi della ‘padronanza’ tecnica da raggiungersi nella pratica della filosofia Zen, dopo anni e anni di esercizio e meditazione; nell’altro, dell’ ‘infuturarsi’ del pensiero nell’azione, che ricorre alla ‘sintesi’ del ‘colpo d’occhio’, dell’accordo pieno e totale tra corpo e mente, nel lancio del discobolo. Ma il farsi tutt’uno dell’individuo che contempla con quello che agisce, l’accompagnamento ‘imitativo’ del primo con il secondo, la fusione del discobolo con l’oggetto scagliato fino a farsi, “egli stesso, disco rotante e corrente” ( in Croce ); restituiscono un punto de l’unione simile a quello tra arco, freccia, bersaglio e arciere, perfettamente ‘fusi l’uno nell’altro’ ( come per Herrigel e Capra, indagatori dell’ arte Zen ). Sopravvivono degli ‘archetipi’ o delle forme ‘ideali eterne’  ( Vico ) nelle tradizioni orientali e nella modernità, segnatamente quando si attinge l’intensità ( Carabellese avrebbe detto la ‘in-tensione’ ) dei processi psichici, emozionali o magari ‘religiosi’ ( da *religare, ‘legare insieme’, nella etimologia classica e cristiana, o *relegere, ‘considerare attentamente’, per Jung prefatore de I Ching ). Intensità nella padronanza che ‘trascende la tecnica’; e intensità nel ‘passaggio’ tra pensiero e azione: questo è il procedimento comune a Oriente e Occidente, nei luoghi affrontati.

Da Leonardo da Vinci, notevolmente, il Capra attinge a piene mani programmi di ricerca per un altro Leit-motiv archetipale, la “curva della spirale”: Leit-motiv insistente nella filosofia dello spirito e dei valori, da Goethe a Croce, e proponibile nella fisica dell’energia, da Schrodinger a noi.

Studiando le migliaia di pagine dei codici di Leonardo ( 1452 – 1519 ), il fisico ecologista Capra mette in risalto l’assioma del nostro genio: “Il moto è causa di ogni vita”. In particolare: “Il moto vorticoso delle turbolenze dei liquidi disegna nello spazio-tempo la curva della spirale, una forma che Leonardo considera il codice archetipico delle forze vitali della natura, apparentemente statica ma formata da elementi in continuo movimento. (..) La curva della spirale, poi, per il fatto che si estende tra l’infinitamente piccolo, il suo centro, e l’infinitamente grande, sembra mettere in continuità fra loro le forme del microcosmo con le forme del macrocosmo. Leonardo ‘vede’ gli schemi di crescita nelle piante, il moto a spirale che guida la fillotassi delle foglie e ‘vede’ che si tratta di uno schema presente in altre forme organiche di vita”. Per ciò: “In considerazione della fascinazione di Leonardo per la spirale come schema archetipico della vita, non sorprende che abbia fatto particolare attenzione agli schemi di ramificazione noti oggi come ‘fillotassi a spirale’. Egli identificò diverse tipologie di queste disposizioni a spirale di foglie sul gambo, notando che in ogni caso un numero esatto di rotazioni intorno al gambo è completato dopo un certo numero di ramificazioni. Per esempio, egli fece notare che ‘ha messo la natura le foglie delli ultimi rami di molte piante, che sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente se la regola non è impedita’ ” ( Ms. G., Folio 16 v. ). (Cfr. la lezione Leonardo e la botanica, edita da Aboca, Sansepolcro 2018, pp. 71 sgg. ( Editrice e risorsa, insieme, di carattere naturalistico ed ecologico, fondata da Valentino Mercati )).

Capra si sofferma, allora, sulle ‘spirali’ leonardesche nelle chiome della figura di Leda (1507-1508), dal momento che “mostrano la fascinazione di Leonardo per la spirale come simbolo della fecondità e del potere creativo della natura” ( Coll. Windsor, vol. III, Folio 323 ), ritrovando un precedente sul terreno degli studi di botanica per la dottrina della “morfologia”, elaborata secoli dopo da Wolfgang Goethe. Ma Goethe innalzò la dottrina della “spirale” dalla “morfologia” alla “simbolica spirituale”, come emblema della crescita dello spirito su se stesso, crescita a un tempo mobile e dinamica, quanto ricorsiva e circolare. (Leonardo e la botanica, cit., p. 72.) Donde, l’immagine identica adottata poi da Croce, erede non inerte del genio lirico e gnomico di Goethe, per caratterizzare il ritmo di ascesa e svolgimento della vita spirituale nei suoi vari momenti e nelle sue forme. Croce è perciò definibile “filosofo olistico” e – in certa misura e a suo modo  – “archetipale” ( la perennità, nella storicità, delle categorie; la ‘tetrade’ ).

Le forme delle ‘spirali’, più che ‘coniche’, si addicono agli schemi dello spazio-tempo nell’universo dell’ultimo Einstein, di Minkowslj e di Carlo Rovelli. (Giuseppe Brescia, Modalità del tempo, “Filosofia e nuovi sentieri”, 14 gennaio 2018; Generazioni del Tempo, Matarrese, Andria 2018, pp. 69-78). Il principio di simmetria locale, con la ricerca della unificazione delle quatttro grandi forze dell’universo ( la gravitazionale di Keplero; la elettromagnetica; la nucleare ‘forte’ di Chadwick; e la ‘debole’, dovuta al ‘decadimento beta’ e all’ipotesi del neutrino di Pauli – Fermi ); – principio vissuto nell’ultimo Einstein come “campo tensoriale simmetrico” e ora giocato sul filo delle onde gravitazionali -;  si può assumere non come “punto”, “regione dello spazio” né “cono di luce”, ma in “guisa di spirale”. “Forma locale” ad inizio, ma pure “temporale”, come crescita, sviluppo e telos. Kip Thorne, nel 2017, ha aggiunto la “scoperta delle onde gravitazionali, generate come prodotto collaterale dell’esplosione iniziale di forza elettromagnetica”. (Il cacciatore di onde, Intervista-saggio di Kip Thorne a cura di Giulia Alice Fornaro, “Le Scienze”, ottobre 2017, pp. 38-39). Ora, la “spirale” produce il vantaggio, rispetto all’immagine del “cono” ( nel quadro epistemologico del ‘presentismo’ ), di potersi dilatare, assumendo in se stessa anche la figura ‘conica’ ( Eugène Minkowskj, Carlo Rovelli, Mauro Dorato ): ‘spirale’ su cui possono distribuirsi le equazioni delle forze elettromagnetiche e delle onde gravitazionali, a partire dalle origini dell’universo, mantenendo l’esigenza del principio machiano di economia mentale, trattato come “principio logico” dall’ultimo Einstein ( nella formola Gik = Gki ); e recuperando anche il ‘modello di simmetria’, o meglio di un nuovo ‘intermedio’ tra ‘simultaneità’ e ‘simmetria’, senza cadere in una ripetuta ‘spazializzazione del tempo’, come accade per il ‘cono di luce’ ( il ‘noi’ di “Interstellar” ) o per il presente ‘puntiforme’, il presente ‘regione spaziale’, trattato da Alexandrov, e perciò chiamato “modello Alex”, nella sintesi di Mauro Dorato. Insomma, la ‘spirale’ è archetipo non solo per lo storicismo, come modello di sviluppo dello spirito su se stesso, “soffrendo e gioiendo”; ma come paradigma della raccolta di energia, della sua esplosione e della distribuzione delle onde gravitazionali e delle equazioni delle forze elettromagnetiche. (76) Alla stessa stregua di quanto dice Fritjof Capra a proposito delle “particelle subatomiche come concentrazioni di energia pura in stato di vibrazione piuttosto che vere entità materiali”.

Capra insiste nel procedere “oltre il mondo degli opposti”, alla ricerca della “unità di tutte le cose”  ( Il Tao della Fisica, cit., pp. 148-152 e 165-166 ); sulla scia di Werner Heisenberg, vede la realtà fisica e microfisica formata non da “gruppi di oggetti” ma “da connessioni” ( p. 304 ); e, in base all’ affermazione ecologica e olistica di origine leonardesca e visione taoista, ricerca “i moti delle cose nel loro mutamento” da una parte ( p. 327 ), e la loro “compenetrazione”, dall’altra ( pp. 342-350 ).

Il rigore con cui affronta questa discussione sulla simbolica delle varie combinazioni Yin e Yang si presta a ulteriori disanime e conclusioni epistemologiche sul ‘mondo della vita’, le interazioni delle forme nel dinamismo e nel giudizio che lo esprime ( pp. 322 sgg. ). Con una linea aggiunta alle quattro combinazioni base di yin ( “ –  – “ ) e yang  ( “ —- “ ), linea che si assume e trascrive con un tratto unico sottostante  ( “ —— “ ), ricava quindi 8 trigrammi e 64 esagrammi.

Notiamo le sovrapposizioni  di interazioni, nello schema di “simmetria”: 4 digrammi; 8 trigrammi; 64 esagrammi. Notiamo il lucidus ordo, che si ripropone. Notiamo, ancora, come i moti ridiventano strutture, sempre mantenendo l’istanza del dinamismo, essenziale. Notiamo come il “modello della simmetria” svolge l’alterna rappresentazione sia del Tao che dei processi insiti nella natura; e delle 8 coppie fisiche e quantitative degli opposti, che poi diventano storiche e qualitative, di Yin e Yang, ne Il Punto di Svolta sopra citato, del 1981 ( a cavallo delle varie riedizioni de Il Tao della Fisica ). (Mauro Dorato, Che cos’è il tempo, Carocci, Roma 2013; Carlo Rovelli, L’ordine del Tempo, Adelphi, Milano 2017. – Accenna ai percorsi della “spirale” e alla “dinamica di una spirale (..) non finita”, sulle tracce heideggeriane di L’arte e lo spazio e L’abbandono ( Il Melangolo, Genova 1988 e 1989 ), il citato Angelo Andreotti, Il nascosto dell’opera. Frammenti sull’eticità dell’arte ( Ancona 2018, pp. 21, 41 e 51 )).

In particolare, attirano l’attenzione dell’interprete e prosecutore le varie combinazioni dei trigrammi, che da geometriche e spaziali si fanno, ancora una volta, spirituali e temporali ; e così riportano a un nuovo ‘giudizio’ storico del processo che si è creato o ri-creato: “Progresso” dalle coppie di trigrammi “Adesivo/ Ricettivo”; ed “Entusiasmo “ dalle coppie di altri due, “Eccitante/Ricettivo”.

“Nell’antica Cina, si riteneva che i trigrammi rappresentassero tutte le possibili situazioni cosmiche e umane. Vennero designati con nomi che ne riflettevano le caratteristiche fondamentali – ad esempio -, ‘Il Creativo’, ‘Il Ricettivo’, ‘L’Eccitante’, ecc. – e furono associati a molte immagini prese dalla natura e dalla vita sociale. Essi rappresentavano, per esempio, cielo, terra, fulmine, acqua, ecc., come pure una famiglia formata da padre, madre, tre figli e tre figlie. Inoltre, furono associati ai quattro punti cardinali e alle quattro stagioni dell’anno. (..) Al fine di aumentare ulteriormente il numero delle possibili combinazioni, gli otto trigrammi vennero uniti a coppie disponendoli uno sull’altro. In questo modo si ottennero sessantaquattro esagrammi, ognuno formato da sei linee intere o tratteggiate. (..) I sessantaquattro esagrammi sono gli archetipi cosmici sui quali si basa l’uso dell’ I Ching come libro di divinazione. Per l’interpretazione di qualsiasi esagramma devono essere tenuti presenti i vari significati dei suoi due trigrammi. Per esempio, quando il trigramma ‘L’Eccitante’ è situato sopra il trigramma ‘Il Ricettivo’ l’esagramma è interpretato come movimento che si incontra con devozione e quindi ispira Entusiasmo, che è il nome dato all’esagramma. L’esagramma ‘Progresso’, per fare un altro esempio, costituito da ‘L’Adesivo’ sopra ‘Il Ricettivo’, è interpretato come il Sole che sorge sopra la terra e quindi come simbolo di rapido e facile progresso. (..) Nell’ I Ching, i trigrammi e gli esagrammi rappresentano le configurazioni del Tao che sono generate dall’azione reciproca dinamica dello yin e dello yang, e che si rispecchiano in tutte le situazioni cosmiche e umane. Queste situazioni, però, non sono viste come come statiche, ma piuttosto come fasi di un flusso e mutamento continui. Questa è l’idea fondamentale del Libro dei mutamenti che è espressa nel suo stesso titolo”. (Giuseppe Brescia, Ipotesi e problemi per una filosofia della natura, Adda, Bari 1987, cap. II. Simmetrie profonde e simmetrie infrante, pp. 17-24 e passim ( sulla base di H. Weyl, A. N. Whitehead, Luciano Caglioti, Evandro Agazzi, Gillo Dorfles, Erwin Chargaff e altri ). Cfr. F. Capra, Il Tao della Fisica, cit., , pp. 285-299, al cap. Simmetrie di Quark: un nuovo Koan ?)

Capra coglie una sorprendente analogia con la “teoria della matrice ‘S’ in fisica quantistica”  ( sistema degli adroni ). “In entrambi i sistemi si pongono in rilievo processi piuttosto che oggetti. Nella teoria della matrice ‘S’, questi processi sono le reazioni delle particelle che danno origine a tutti i fenomeni del mondo degli adroni”. E qui fa testo il ricorso all’editore sapiente dei Ching, Richard Wilhelm: “i mutamenti sono una tendenza interna in base alla quale lo sviluppo si manifesta in modo naturale e spontaneo”. “Lo stesso può dirsi dei ‘mutamenti’ del mondo delle particelle. Anch’essi rispecchiano le tendenze interne delle particelle che sono espresse, nella teoria della matrice ‘S’, in termini di probabilità di reazione. I mutamenti nel mondo degli adroni danno luogo a strutture e a configurazioni simmetriche che sono rapprsentate simbolicamente dai canali di reazione. (..) E come l’energia fluisce attraverso i canali di reazione, così ‘i mutamenti’ fluiscono attraverso le linee degli esagrammi: ‘Alterazione e moto senza requie, / Fluiscono per i sei posti vuoti; / salendo e ricadendo senza dimorare; / E’ solo mutamento quello che qui opera’ “.

Riassume ancora Wilhelm in sede di presentazione: “Sta in ciò il pensiero fondamentale del Libro dei Mutamenti. Gli otto trigrammi sono segni di mutevoli stati di trapasso, sono immagini che mutano continuamente. L’attenzione non è diretta verso le cose nel loro essere, come prevalentemente accade in Occidente, ma è rivolta ai moti delle cose nel loro mutamento. Così gli otto segni non sono effigi delle cose stesse ma immagini delle loro tendenze al movimento” ( sottolineature mie ). (Il Tao della Fisica, pp. 300-324 al cap. Le configurazioni del mutamento, e altrove; Richard Wilhelm, I Ching, ed. it., Adelphi, Milano 2000, p. 581 e 600-609).

Ma codesto “mutamento” continuo delle linee tratteggiate in linee continue, e viceversa; e lo sguardo portato ai “canali di reazione”, in fisica degli adroni; o alle tendenze al movimento piuttosto che alle cose e alle loro strutture e simmetrie, ben risponde – in Occidente della storia e del pensiero – al “vitale”, al “flusso di coscienza”, al nesso cosmico tra io e mondo affisato in Croce o Joyce e Antoni,  da me sollevato a paradigma epistemico. Ma ciò non vuol dire che non si ripristino le strutture e le simmetrie strutturali, nel mutamento irrefrenabile e inestinguibile della natura e della vita. Lo abbiamo sopra dimostrato.

Inoltre, nell’accoppiamento dei trigrammi in guisa di esagrammi, il ‘concetto’ simboleggiato alla fine di un ‘processo’ ( ‘Entusiasmo’ o ‘Progresso’, negli esempi tolti in esame ), non finisce per ripresentare una forma di ‘pseudo-concetto’ analogo a quelli discussi nella Logica di Croce del 1908 ? La giustapposizione dei trigrammi non ricorre – essa pure – a un ausilio ‘intellettualistico’, ineludibile anche e proprio nel momento in cui si discopre la realtà tutta ( fisica, storica e vitale ) come trasmutazione continua delle ‘fogge’ e delle ‘tendenze ad essere’, piuttosto che manifestazione di ‘cose’ e di ‘forme’ solide ?

Non a caso, Popper giganteggia, nel Poscritto alla Logica della scoperta scientifica del 1982-1984, allorché insiste sulle “propensioni” ad essere, sulle “propensità”, o sulle “proprietà disposizionali” ( all’interno delle riconosciute “probabilità” di reazioni ) delle particelle subatomiche, e sulla equivalenza tra propensioni e lunghezze d’onda, capacità e probabilità ad assumere certi stati ( da Heisenberg a Bohr a Schrodinger ).

Si vuol dire che anche l’ Occidente è prossimo ad aspetti della filosofia vitalistica del mutamento e del taoismo; ma in un senso ben diverso da quello che gli vorrebbero attribuire Wilhelm e Capra, suo puntuale rimeditatore. E cioè: Il ‘flusso del mondo della vita’, in prima istanza; e l’ineliminabile approccio a puntelli e sostegni d’ordine simbolico, intellettualistico, geometrico, o simmetrico e spaziale, giocano lo stesso ruolo, ma a parte invertite. Il ‘vitale’ campeggia nelle filosofie otto-novecentesche europee. Il Tao lo assume ben prima, per efficacia di una plurimillenaria cultura. Ma la riscoperta di quest’ultimo orizzonte speculativo ne corrobora e conferma l’insistenza e la centralità ermeneutica. Inoltre, l’astrazione intellettualistica, lo schema, lo pseudoconcetto ( il ‘Sole che sorge sulla terra’, quindi l’Entusiasmo; e il Progresso; il momento ‘ricettivo’ e latente su cui ‘aderisce’ il nuovo e il Creativo, e via dicendo ) sono ineliminabili anche nelle filosofie orientali, assiomatizzando le ‘corrispondenze’ o le tante ‘analogie’, ancora da dimostrarsi. E così operando, le filosofie stesse dello Zen o del Tao dimostrano metodologicamente la universalità della ‘gnoseo-prassi’, dei ‘punti fissi’ nelle scienze fisiche e naturali ( a’ la Mach, in empiriocriticismo; Bergson; Croce o Heidegger, a seconda dei contesti ideologici e filosofici pregiati ). Anche per questa via, metodologica o epistemica, lo ‘storicismo’ crociano è, dunque, ‘pensiero olistico’.

[continua]

*Giuseppe Brescia Presidente della Libera Università “G. B. Vico” di Andria, Preside titolare nei Licei, Medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola nel 1990 e Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica, dopo la fase filologica (La poetica di Aristotele e Croce inedito del 1984), ha espresso un sistema in quattro parti: Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva in due volumi (Bari 1999); Epistemologia come logica dei modi categoriali (2000); Cosmologia come sistema delle scienze di frontiera (1998) e Teoria della tetrade (2002). Ha lavorato all’innesto tra umanesimo storicistico, epistemologia ed ermeneutica, dando valore attrattivo ai tempi del “tempo” e della “Lebenswelt”; alle Ipotesi e problemi per una filosofia della natura (1987), L’azione a distanza (1990) e Pascal matematico (1991); alle attualizzazioni dei problemi del male e del sofisma (Critica della ragione sofistica, 1997; Ipotesi su Pico, 2000 e 2011; Il sogno di Castorp e il progetto di Pico, 2002; Il vivente originario. Saggio sullo Schelling, Milano 2013).

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