Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Reazioni a pensieri che cambiano inaspettatamente la propria cultura

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> di Vito J. Ceravolo*

 

Introduzione

In data 2 febbraio 2020 apro un confronto virtuale in merito alla mia filosofia sul forum on-line di Riflessioni.it, sezione Tematiche filosofiche. Il titolo del confronto è “Giochi di pensiero: la terza rivoluzione filosofica”. Il risultato è un dialogo su più fronti che intitolo “reazioni a pensieri che cambiano inaspettatamente la propria cultura”. In data 21 febbraio, scandagliate le domande preliminari sul tema, chiudo il confronto: coinvolti 12 utenti tutti apparenti dietro un nickname, a parte me col mio nome di battesimo. Di seguito riporto il gioco, successivamente la sintesi del confronto nelle mie sole risposte, corrette, unite e separate fino a formare i temi qui presenti (e tralasciandone alcuni). Temi che costoro hanno aperto e indirizzato e che ringrazio per gli spunti che vi vengo a mostrare; senz’altra bibliografia se non le loro voci e gli articoli legati al seguente gioco.

Giochi di pensiero: la terza rivoluzione filosofica

«Ridersela della filosofia
significa filosofare per davvero»
Pascal

Questo è un gioco che invita a confrontarsi con possibilità che esulano dai normali standard filosofici, logici e linguistici. Possibilità che mettono a prova le abilità di pensiero. La sfida è questa: la costruzione di un nuovo paradigma filosofico o lo stralcio delle sue possibilità.

Quello che qui propongo sono dunque i tratti generali di un diverso modo di condurre il pensiero. Tali tratti possono essere approfonditi e verificati negli articoli (gratuiti) a cui viene associato ogni passaggio di questa sintesi. Ma partiamo dall’inizio:

Dalla nascita del primo filosofo, comunemente riconosciuto in Talete (640/625 a.C. circa), nel mondo occidentale si sono combattute due opposte fazioni di pensiero, che generalmente riassumo nel realismo, filosofia che riconosce l’oggetto ma perde il soggetto, e nel nichilismo, filosofia che riconosce il soggetto ma perde l’oggetto. (cfr. Scalata critica al nichilismo)

A quietare tale conflitto, questo terzo paradigma si pone di riconoscere la verità sia dell’oggetto che del soggetto. Dove l’oggetto è il noumeno o realtà in sé sovrasensibile, mentre il soggetto è il fenomeno o realtà apparente sensibile:

  • Definiamo il noumeno come ragione in sé, esattamente come ordine sovrasensibile da cui consegue l’ordine sensibile. Cosicché il noumeno sia epistemologicamente riscontrabile dalle sue conseguenze sensibili, quindi dimostrabile analiticamente attraverso la mediazione del mondo sensibile; (cfr. Dieci argomenti di filosofia)
  • Definiamo il fenomeno come realtà apparente, esattamente come manifestazione sensibile di un dato ordine sovrasensibile. Cosicché a ogni fenomeno si possa attribuire verità, poiché poggiante su forme universali (ragioni in sé) che ne consolidano il valore. (cfr. Teoremi di coerenza e completezza)

L’accesso alla ragione in sé è possibile tramite lo strumento astratto della razionalità; poiché entrambi (noumeno e razionalità) parlano il linguaggio della ragione. Esattamente si accede al noumeno, immediatamente attraverso l’intuito (senza schemi personali) – il guardar dentro colla mente – e mediatamente attraverso il concetto  (schematizzante) – il concepir fuori colla mente. Cosicché la ragione in sé di ogni oggetto sia intuibile e concettualizzabile. (cfr. Guida mistica al noumeno)

Essendo l’in sé universale, cioè costante universale indipendente da chi la emette e riceve, allora la ragione di un oggetto resta la medesima indipendentemente dal linguaggio che la esprime; così come “casa” e “home” esprimono la medesima ragione in sé, si riferiscono allo stesso oggetto, pur davanti ai diversi effetti fenomenici che i diversi linguaggi possono produrre. Cosicché le interferenze dei linguaggi non alterino le verità di ragione. (cfr. Linguaggio e noumeno)

Definita la possibilità di accesso alla realtà in sé e la possibilità di comunicarla senza alterarne il valore in sé ma solo quello sensibile, ne segue il superamento del realismo e nichilismo. Ossia – ripeto – un terzo paradigma filosofico in grado di riconoscere la verità sia dell’in sé che del fenomeno, portando nuovo ordine intorno alla teoria della conoscenza e all’ontologia dell’essere. (cfr.  Mondo, ed. Il Prato, 2016)

 

I – PRELIMINARI

1. Originalità

Chi qua si accinge dovrebbe anzitutto verificare l’effettiva realizzazione di tale accesso noumenico e fenomenico, considerando che la novità da me dichiarata non sta in un intento prima mai provato, bensì nel realizzare ciò che non era riuscito prima. In fondo anche il mio panettiere dice che esiste il soggetto e l’oggetto, ma non è in grado di giustificarlo, come non lo sono Kant, Husserl né altro filosofo veniate a citare, essendo le loro tesi inconsistenti, cioè contraddittorie nel loro rapporto formale con sé o nel loro rapporto materiale con le cose che descrivono: la giustificazione di una tesi è valida solo se consistente e ciò che è consistente non tradisce la coerenza formale e materiale. Chiarisco: a giustificare una tesi non basta dire “è così”, ma significa che tale “è così” resiste alle critiche in modo consistente; mentre costoro, dal panettiere a Husserl, per la loro inconsistenza su questo tema, sono lontani da me a pari modo, benché fra di loro con le dovute differenze: uno ha tanti e importanti argomenti da considerare, l’altro no. Così la mia novità filosofica sta negli argomenti di giustificazione e tale rimane fin quando non si mostra il contrario. Questa differenza fra dire e giustificare è un distinguo fondamentale fra scienza e opinione. Sicché, se tutti possono pensare un’idea ma nessuno è mai riuscito a giustificarla, allora giustificarla significa svolta, novità, qualcosa di originale.

2. Storia della filosofia

Chi mantiene l’oggetto annullando il soggetto, chi mantiene il soggetto annullando l’oggetto, chi annulla tutto… Oltre questi ci siamo noi che affermiamo sia l’oggetto che il soggetto, rinchiudendo il nulla a nessun valore.

Immaginate da dove vi guardiamo: Parmenide pone il problema dell’essere che poco dopo si mostra finito-infinito e non potendo essere contemporaneamente finito e infinito sotto il medesimo rapporto, allora è finito o infinito. La filosofia inconsapevole si scinde fra chi tende al finito e chi all’infinito:

  • La filosofia realista solleva l’oggetto e declassa il soggetto, è la corrente implicitamente tendente al finito, determinato, oggettivo, universale, assoluto. L’incipiente di tale filosofia è Platone, la massima espressione filosofica di questa corrente è il realismo. Fra i suoi membri: Pitagora, Parmenide, Aristotele, scolastica, Spinoza, Frege, Severino, etc;
  • La filosofia nichilista solleva il soggetto e declassa l’oggetto, è la corrente implicitamente tendente all’infinito, indeterminato, soggettivo, particolare, relativo. L’incipiente di tale filosofia è Kant, la massima espressione filosofica di questa corrente è il nichilismo. Fra i suoi membri: sofisti, Eraclito, Hobbes, idealisti, Heidegger, Nietzsche etc.

L’incipiente è colui che contiene le possibilità, in questo caso consolida le forme che permettono una filosofia: già ai tempi di Platone esistevano “nichilisti inconsapevoli”, come i retorici sofisti o i casuali e accidentali atomisti, i quali però non riuscivano a consolidarsi perché le problematiche platoniche erano più forti; poi arrivò Kant che invertì il punto di osservazione e adesso è il realista che non riesce a consolidarsi perché le problematiche kantiane sono più forti. Di Platone si racconta che disse «Eterni, ma salviamo le apparenze», tutti lo applaudirono e poi uccisero le apparenze, di Kant si racconta che disse «Soggetto, ma salviamo la cosa in sé», tutti lo applaudirono e poi uccisero la cosa in sé. Questa “storiella” è per illuminare che c’è qualcosa di più profondo nella filosofia: le silenti fondamenta che portano poi a determinati omicidi. E le fondamenta platoniche di sollevamento dell’oggetto sul soggetto hanno lentamente portato al declassamento dei fenomeni, mentre le fondamenta kantiane di sollevamento del soggetto sull’oggetto hanno portato al parricidio nietzscheniano dell’in sé.

Chiaramente ho appena aperto un dilemma fra opposti che ha cancellato i vari passaggi intermedi avvenuti fra le due divisioni. Basti pensare, ad esempio, a Nietzsche, a quell’uomo che si è lasciato alle spalle tutta la filosofia che lo ha preceduto, compiendo ciò che nessuno aveva fatto prima: uccidere Dio. Egli infatti non si fermò all’uccisione dell’oggetto, poiché si spinse sino alla de-soggettivazione, alla fondazione della nientità dell’essere. Ma tale nullificazione fu sempre e comunque una conseguenza della morte della cosa in sé: se l’oggetto non fosse, il soggetto oggettivamente non sarebbe, si sgretolerebbe. E Nietzsche ha polverizzato tutto ciò che lo ha preceduto. Oppure pensiamo, dall’altra parte, a Plotino che, sulla scorta del Parmenide di Platone, compì una radicale rielaborazione della natura monistica dell’uno parmenideo. Egli infatti non si fermò all’immobilità dell’uno, giacché ne ipotizzò un’intrinseca «identità dinamica e relazionale» attraverso la distinzione e alterità fra pensiero e pensato. Ma la sua tripartizione ipostatica (unità pura; unità nella differenza; unità da cui segue la molteplicità) fu sempre e comunque un tentato sviluppo del concetto primo: se l’inizio è vero, allora vero è anche ciò che accade da esso, e che qualcosa accada neanche lo scettico più accanito lo può negare.

Il dilemma irrisolto dell’essere parmenideo, assieme finito-infinito, ci ha dunque indirizzati a muoverci, spesso inconsapevolmente, fra due mondi: fra l’assoluto della determinazione finita e il relativo dell’indeterminazione infinita; fra il diniego del divenire di Zenone e il diniego dell’immobilità di Eraclito; fra il dominio platonico con gli schiacciati sofisti e il dominio kantiano con gli schiacciati realisti. E questa è un’anteprima semplificata della mia filosofia occidentale, un atavico scontro che nell’una e l’altra parte si è combinato e contaminato reciprocamente in forme e sviluppi diversi nel corso dei millenni.

In senso formale riassumo tali correnti filosofiche così:

  • La logica del realismo (a cui sussumo tutta la filosofia dell’oggetto sul soggetto, es. scolastica) si muove sulla forma parmenidea A=A e non può esser ¬A, senza però essere in grado di giustificare da tale forma A=A il divenire e i fenomeni;
  • La forma logica del nichilismo (a cui sussumo tutta la filosofia del soggetto sull’oggetto, es. idealismo) si muove sul declassamento della realtà in sé, implicando l’impossibilità dell’essere, nella forma A=¬A.

Ora immaginiamo un principio unico nel contempo finito-infinito senza contraddirsi formalmente, ma anzi necessariamente così. Ne avremmo di non dover più scegliere fra immobilità-divenire, assoluto-relativo, finito-infinito, noumeno-fenomeno, oggetto-soggetto etc giacché entrambi verità coesistenti benché diverse. Ciò che prima era un aut aut, qui diviene una accettazione di entrambi, senza bisogno di scegliere ma con la capacità di armonizzare. Poi certamente tutto si esaurisce nel fondamento (che non è il paradigma qui in esame), ma questa è un’altra storia… diteglielo alle scienze: a loro mica interessa il perché (fondamento), a loro interessa il come (paradigma), a loro interessa che le cose funzionino e questo paradigma funziona fin quando è in grado di giustificare le proprie asserzioni in coerenza formale a sé e materiale alle cose che descrive. Qui, in questo gioco della terza rivoluzione filosofica, siamo nel campo del mondo (fenomeno-noumeno), o se volete chiamarla brutale scienza, invece lì, nel fondamento (cfr. Infinito. Principi supremi), è un altro gioco.

 

II – ONTOLOGIA

 1. Essere e divenire

L’identità “A=A” denota la possibilità dell’essere che se non fosse se stesso non sarebbe. Essa è valida tanto nel presente quanto in ogni altro tempo assieme o separatamente, i quali tempi (passato, presente, futuro) per essere ciò che sono non possono essere diversi da ciò che sono, benché diversi da ciò che erano prima o che saranno: ogni cosa è essere, compreso il divenire e a esclusione del nulla assoluto.

Ho appena affermato che la possibilità dell’essere, la sua identità A=A, porta implicitamente in sé il concetto di divenire. Basti pensare alla sua forma participiale inglese be-ing che appunto denota un’attività. Oppure pensiamo a come l’essere, in assoluto, è il divenire perfetto di sé, cioè all’infinito l’essere diviene simultaneamente ogni cosa, l’Immobilità. Non c’è quindi alcun sparire nel nonEssere presso questa ontologia, ma, all’assoluto, un restare eterno dato dal perfetto divenire di tutte le possibilità:

Principio di immobilità: il divenire perfetto di sé
(cfr. Mondo, 2016, p. 124).

Da tale immobilità A=A vediamo come segue il divenire:

Forma del divenire: A → ¬A
La determinazione dell’identità porta a ciò che l’identità non è
(cfr. Libertà, 2018, p. 23)

Ossia, la formalizzazione “A=A” manifesta sensibilmente una temporalità intrinseca da cui il divenire “A→¬A, onde nulla si crea e nulla si distrugge (A=A) tutto si trasforma (→¬A). Così affermiamo l’identità dell’essere A=A come la causa formale del divenire A→¬A.[1]

2. L’essere se stesso del nulla e di tutto il resto

Prendiamo questa definizione:

(nulla è nulla) = (nulla non è)

Matematicamente l’uguale (=) è la forma dell’essere che si traduce linguisticamente nella copula (è). Tale forma è neutra e non cambia il valore degli elementi (a sinistra e a destra) che relaziona. Da cui si dice che l’essere se stesso del nulla è il nonEssere:

N=¬è  → N¬è
Se il nulla non è, allora il suo essere ciò che è, è il suo non essere
(cfr. Mondo, 2016, cap. 3 L’essere)

E così funzionano le possibilità del linguaggio tutto:

A=A → A
A=B → AB
¬A=¬A → ¬A

Qui però non abbiamo determinato il nulla, ma anzi stiamo affermando che esso non può essere determinato. Infatti, se…

Aδ   N=A ∨ N=¬A
Con la proprietà A posso dimostrare (δ) che N ha la proprietà A oppure no ¬A

…allora con la determinazione A posso dire se N è determinabile A o indeterminabile ¬A. Quindi il nulla non ha proprietà per essere determinato.

«Determinare che è indeterminabile» significa pertanto «non essere in grado di determinarlo» o «non essere determinabile».[2] Lo spettro di determinare il niente determinando che non è determinabile, quindi decade, dove non avere proprietà non è una proprietà, non essere giallo non è essere giallo, (A≠B) ≠ (A=B).

Pertanto quando diciamo “non c’è niente sul tavolo” non ci stiamo riferendo al nulla assoluto, ma a un vuoto fisico, qualcosa al cui interno succede qualcosa: non esiste alcun nulla assoluto nell’universo, ci può essere la mancanza di qualcosa ma non la mancanza di tutto. Questo “non c’è niente sul tavolo”  si chiama “nulla relativizzato” il quale non è altro che un qualcosa di esistente, ed è solo questo nulla relativo ad avere determinazioni, non mai il nulla assoluto. Cioè, quando parliamo del “nulla” assegnandogli determinazioni di qual si voglia genere, in verità stiamo parlando di un essere, un essere potentissimo, il nulla relativo, causa della mancanza e del divenire, delle negazioni formali e negatività sensoriali (es. angoscia heideggeriana), il secondo elemento ontologico della relazione “A→¬A”, ma pur sempre un essere. Mentre del nulla assoluto si può solo determinare che non è determinabile, quindi non lo si può determinare, quindi non è un essere, di conseguenza neppure l’origine delle negazioni, né insieme né sottoinsieme di alcunché, tanto inesistente da mancare persino alle mancanze, da non mancare perché non esiste neppure come mancanza; ma qui entriamo nel campo del fondamento e noi qui non parliamo del fondamento (per il fondamento cfr. Infinito. Principi supremi).

 

III – METAFISICA

1. Accedere all’oggetto

C’è uno sdoppiamento fra me e te in questo momento mentre io ricerco in te un discorso e tu in me una risposta? Se ora sostituisci me col lavello, lo sdoppiamento rimane? Tu sei il soggetto, io e il lavello siamo il tuo oggetto.

L’odissea metafisica inizia dal momento che esiste anche solo una cosa fuori di sé, e si appresta a finire quando si porta dentro sé la cosa fuori di sé. Tale atto ha questa forma logico-matematica:

S={I}  → S(I)
Se il Sole è l’insieme a cui appartiene Ipazia, allora il Sole è una proprietà di Ipazia

(cfr. Dieci argomenti di filosofia, cap. 1, 2)

2. Ragione in sé

La ragione in sé come oggetto non è un dogma, ma criticabile e verificabile per via formale o materiale. Quindi attenzione quando additate questa filosofia come dogmatica, perché porta le condizioni di verificazione della ragione in sé, analiticamente riscontrabile mediante le sue conseguenze sensibili e di coerenza formale. Questa filosofia quindi pone interesse tanto alle relazioni quanto agli oggetti da cui si danno.

Per introdurre tale assiomatizzazione della ragione in sé, assumiamo anzitutto tale assioma, necessariamente innegabile per non contraddirci:

  1. Ciò che appare necessita di ciò da cui apparire il quale conseguentemente non può apparire ma dal quale conseguentemente si dà quell’apparire.
    Qui si intravede la pretesa genetica dell’in sé sul fenomeno.

Continuiamo assumendo la ragione in sé come quel sovrasensibile da cui appare il sensibile:

  1. Ratio efficiens (ragione efficiente) come causa sovrasensibile dell’ordine sensibile.
    Qui si intravede come l’immateriale agisce sul materiale.

Quindi per quanto sia vero che qualsiasi cosa appaia è un fenomeno e mai la ragione in sé, ciò nonostante, tutto ciò che appare ha un adaequatio con la ragione per cui si dà; tale che:

  1. La ragione si rileva dal suo adaequatio rispetto alle osservazioni (dati) e alle previsioni (ricerca), oltreché alla sua coerenza formale a sé.
    Qui si intravede come la scienza naturale non può sondare il sovrasensibile noumeno, ma può sondare gli effetti sensibili di tale ratio efficiens.

Forse la cosa più difficile è capire la semplicità della ragione in sé. Forse, l’altra cosa più difficile è capire che con la ragione in sé si arriva necessariamente a un punto letteralmente cieco, invisibile, e lì non si può far altro che credere o no, amarla o rinunciare (cfr. Mondo, 2016, pp. 65,76). Ma in fondo questo è un problema presente da tutte le parti: credere alle invisibili ragioni espresse tramite le proprie sensibili spiegazioni, discorsi, pensieri etc.

Oltremodo non  scrivo che la ragione ha l’in sé delle cose bensì è l’in sé delle cose, parimenti alla differenza fra essere avere. E se la ragione è l’in sé delle cose essa si ricerca nelle cose, con la prudenza di ricordare che non possiamo figurarci cosa essa sia, giacché qualsiasi immagine ci facciamo di essa è necessariamente una sua rappresentazione fenomenica.

3. Forma e materia

La forma è l’oggetto primario di indagine per la verifica della coerenza delle proprie affermazioni a se stesse: noi confermiamo le ragioni in sé che presupponiamo (espresse tramite pensiero, linguaggio etc), mediante la loro coerenza a sé che ne è l’aspetto formale.

La materia è l’oggetto primario di indagine per la verifica delle proprie affermazioni sul mondo: noi confermiamo le ragioni in sé che presupponiamo, mediante la loro coerenza al fenomeno descritto che ne è l’aspetto materiale.

4. Dualismo

Il dualismo è sepolto nel momento in cui ciò che appare è conforme alla ragione per cui appare e viceversa. Esso non esiste quando si parla della stessa unità. Le scienze stesse parlano di misurazione dell’invisibile, non in quanto tale, ma delle conseguenze sensibili che tali invisibili (es. Bosone di Higgs) rilasciano negli strumenti di misura. Mentre nel dualismo cartesiano fra res extensa e res cogitans (il quale parla di un dualismo sensibile, dove l’estensione è sensibile ma anche il pensiero, essendo quest’ultimo una concatenazione linguistica) la ragione in sé è ciò che cancella tale dualismo, unendo estensione-pensiero in un continuum. Poi certo, il fatto di far parte di un’unità significa che noi non siamo Dio, significa un mondo come risultato di leggi universali e particolari, significa determinazione e libertà.

5. A priori

Se immaginiamo il rapporto  fenomeno-noumeno (soggetto-oggetto) come il rapporto spazio-tempo, allora l’a priori è solo dal punto di vista fenomenico, il qual problema si ritroverebbe invertito se per assurdo ci trovassimo nella regione opposta: quale aspetto sensibile è la causa di questa ragione sovrasensibile? Stiamo entrando in un concetto causale, e noi abbiamo bisogno di un concetto causale, pur ricordando la possibilità di mondi in cui l’effetto precede la causa, nei quali, appunto, gli abitanti di quel posto si troverebbero a postulare il nostro stesso problema dell’a priori, ma all’inverso, a posteriori. Ciò non cancella il concetto causale, ci è necessario, anche solo per afferrare il bicchiere d’acqua che abbiamo davanti, ma dobbiamo essere consapevoli che lo stesso rapporto causa-effetto deve armonizzarsi anche all’inverso. Ciò non toglie altresì che si tratti comunque di piani diversi, fenomeno e noumeno, spazio e tempo, inscindibili, distinguibili e, in alcuni casi, invertibili.

 

IV – TEORIA FILOSOFICA

1. Teoria della conoscenza

La ragione in sé è l’ordine sovrasensibile, la realtà sottostante, l’oggetto, propria sia della psiche che della natura; mentre la razionalità è una facoltà dell’intelletto: la prima è di ogni cosa, la seconda è di qualcosa. Cosicché la ragione in sé sia l’ordine del razionale quanto dell’irrazionale. Così, pur dicendola sensibilmente inaccessibile, essa resta intelligibilmente accessibile. Tale accesso intelligibile ci è garantito dalla razionalità, lo strumento astratto capace di accedere all’astratta ragione in sé, tramite due mezzi:

  • L’Intuito è a razionalità spenta, passivo, inconscio, puro, senza schemi concettuali (oltreché extrasensoriale), senza interferenze dell’osservatore sull’osservato;
  • Il Concetto è a razionalità accesa, attivo, conscio, relazionato, con schemi personali (benché extrasensoriale), l’osservato visto dall’osservatore.

Quando Kant afferma che il problema della realtà in quanto noumeno è fuori dalla [razionalità], ricordiamoci che per mantenere tale posizione ha dovuto costruire un’ipotesi ad hoc, negandoci la possibilità dell’intuito intellettuale e affermando come nostra unica possibilità l’intuito sensibile: l’intuizione intellettuale, un intelletto puro, sarebbe in grado di entrare in contatto con la realtà senza ricorrere alle classificazioni concettuali, senza passare attraverso ragionamenti, superando le categorie kantiane, senza interferenze dell’osservatore sull’osservato. Così noi, riconoscendoci la possibilità dell’intuizione intellettuale, sappiamo che possiamo accedere immediatamente all’in sé. Naturalmente poi, ogni descrizione di tale ragione in sé passa attraverso concettualizzazioni, le quali sono invece atti schematizzanti che mediano personalmente l’universalità dell’in sé, senza però cambiarne la verità di ragione (cfr. Linguaggio e noumeno, 2019).

Ebbene: la ragione in sé come tertium comparationis è l’ordine sovrasensibile dalle cui diverse possibilità e combinazioni conseguono le sensibili fisicità meccaniche (classica, quantistica etc) o vitalità istintive culture razionali (cfr. Libertà, 2018). E qui, oltre le reazioni fisiche, si afferma la vita come sede dell’istinto, la psiche come sede dell’intuito.

2. Istinto

L’attuale posizione comune vuole la sede dell’istinto nella psiche: fra gli animali come vita psichica inconsapevole e fra gli uomini come vita psichica consapevole. Ne segue il problema evidenziato dalla neurobiologia vegetativa: le piante superiori si compiono anche attraverso i 5 sensi, in forma diversa da come accade negli animali e nell’uomo, ma pur sempre in forma istintuale, con atti di sopravvivenza della specie (cfr. U. Castiello, La mente delle piante). Tale istinto è invece manchevole negli esseri prettamente fisici, come le particelle, i sassi. Ossia: alcuni organismi viventi mostrano attività istintive, senza che questi abbiano coscienza psicologica di tale istintualità né sistemi nervosi centrali. La domanda è dunque questa: «come è possibile che le piante superiori (non i frutti, né i pezzi di legno morti…) abbiamo comportamenti istintivi pur non avendo una psiche propriamente detta? Come è possibile la presenza dell’istinto al di fuori della sede psichica?» Questo fatto porta a dislocare l’istinto da un mero aspetto psicologico (per quanto dalla psiche possa essere “manipolato”) e a presenziarlo appunto in diversi organismi viventi. O meglio, le cose sono due: o si nega il fatto istintivo di diversi esseri viventi; o l’attuale teoria di istinto proprio della psiche decade al pari delle idee cartesiane di urla animali solo come risvolto meccanico. Ma non potendo noi entrare in incoerenza materiale coi fatti che descriviamo, osservando la natura, e differenziando l’istinto (eterogeneo) dai meri riflessi (sequenze fisse di stimoli-risposte), diciamo che la sede dell’istinto è la vita, mentre la psiche resta la sede dell’intuito. La nostra disposizione finale è dunque questa: fisicità-reazioni; vita-istinto; psiche-intuito.

3. Intuito

Non chiamiamo l’intuito sesto senso, ma una attività con sede nella psiche, un’attività psichica, una facoltà di tipo razionale spento, esattamente una forma di intelligenza passiva.

L’intuizione comune avviene in lampi improvvisi in grado di comprendere la realtà in sé (ragione) senza passare attraverso ragionamenti. L’intuizione mistica (lo stadio ultimo della meditazione) è un prolungamento di questi lampi, che permette d’individuare non solo i processi atti a conseguire tale stato intuitivo, ma anche le aree cerebrali che lo interessano. Ci sono delle misure neurali che hanno collegato alcune aree cerebrali ad attività razionali (es. intelligenza linguistica), di conseguenza la possibilità di spegnere o accendere alcune facoltà razionali (come avviene con la meditazione), quindi di poter considerare anche l’intelligenza passiva dell’intuito. (cfr. Guida mistica al noumeno, cap. 6)

Un’altra differenza dell’intuito (passivo, spento) con le altre forme di intelligenza (attive, accese) è il suo essere primordiale su quest’ultime. Ciò significa che al sorgere di una psiche, essa non sorge nella sua massima espressione, ma in uno stato primordiale in cui la razionalità è ancora spenta, benché potenziale, uno stato di incoscienza psichica, da cui una funzione intuitiva/inconscia che può o meno svilupparsi successivamente nella capacità cosciente di concettualizzare. Possiamo così dire che l’intuito, l’inconscio, sono la manifestazione psichica che prelude alla possibilità di pensiero, antecedente ai suoi schemi, il primo contatto intelligibile con le astratte ragioni in sé.

4. Pensiero

Certo è da chiedersi come sia possibile che le attività astratte della razionalità possano poi trasformarsi in pensieri sensibili; lì dove il pensiero astratto si svolge con linguaggio sensibile (parole, suoni, simboli); dove è solo tramite linguaggio sensibile che noi possiamo sentire i pensieri astratti. Su tale dilemma si ipotizza che la funzionalità cosciente della razionalità, cioè il concetto schematizzante, per svolgersi presupponga la costruzione di segni (parole suoni simboli) tramite cui conseguentemente sentiamo il pensiero, cosicché il pensiero sia un astratto fatto carne dal linguaggio con cui si conduce.

5. Evoluzionismo

Riprendiamo lo schema in cui la ragione in sé è il continuum fra fisica-vita-psiche e rileviamo questo:

In alcuni casi l’attività psichica (intellettiva, razionale etc) è la consecuzione di un’evoluzione fisica (meccanica, quantistica etc) e vitale (istintiva etc). Il punto sensibile di tale evoluzione fisico-vitale sembra la costituzione di una rete neurale, un sistema nervoso centrale, un cervello. Quindi, in taluni casi, l’apparato fisico cerebrale è ciò che cova le possibilità di pensiero. In questi casi riconosciamo il cervello quale tramite fisico del pensiero astratto.

Non sappiamo se esistono altre possibilità per il pensiero, ma sappiamo che ci sono apparati fisici che presumibilmente lo permettono. Ciò non toglie che le misurazioni fisiche delle attività cerebrali siano miserabili nella spiegazione delle più complesse attività psichiche.

Resta aperta una questione: se esistono esseri viventi in cui l’istinto è però solo potenziale, allora esistono esseri psichici in cui l’intuito è potenziale. Ma su questo lascio aperta la questione.

 

V – CONCLUSIONE

Questa filosofia attinge dall’idealismo e dal realismo, per poi unirli così negandoli entrambi. Ha affinità con le filosofie passate, avendone tratto le tecniche e i moventi per modificarli secondo le sue esigenze, ma delle filosofie passate ha dovuto archiviare il pensiero generale per permettersi di rivoluzionarsi. Credo sia lontana dal realismo quanto dal nichilismo, tanto che chiamarla “realismo critico” sarebbe pari che chiamarla “nichilismo critico”, così assopendo le differenze che intercorrono fra questo paradigma e quanto esistito prima. Infatti io non mi riferisce solo a Kant, alla critica di Kant, all’illuminismo, che mica avevano inteso l’oggetto in sé, per questo Nietzsche lo uccise definitivamente: non riuscivano neppure a ipotizzarlo. Al più bisogna andare ancor più indietro nel tempo… da Platone, Speusippo etc… loro sì che provarono a definire l’in sé, sebbene in forme che non riuscirono poi a dimostrarsi attendibili. Quindi il mio è un riformismo non solo kantiano, ma a suo modo anche platonico, hegelliano, severiniano, positivista, materialista etc, un riformismo della filosofia, incapace prima di giungere a giustificare (in coerenza formale-materiale) le proprie tesi. Cosi, se qualcuno ancora ce lo chiederà, a costoro di nuovo ricorderemo:

  • Come si raggira il nichilismo? Il primo passo è assumere non solo la possibilità di una realtà oggetto, ma anche la possibilità di accedervi e successivamente di comunicarla;
  • Come si raggira il realismo? Il primo passo è assumere la verità dei fenomeni come mappatura della realtà in sé, quindi un “caos” (fenomenico) non come improprio o contraddittorio, ma come  seconda fase dell’ordine iniziale.

 

 

Note:

[1] Cfr. Unificazione generale della fisica, 2018, Cap. 8.

[2] Cfr. Teoremi di coerenza e completezza, 2017, cap.5. Cfr. Unificazione generale della logica, 2019, cap. 3.

Bibliografia

V.J. Ceravolo, Mondo. Strutture portanti. Dio, conoscenza, essere, ed. Il Prato, collana I Cento Talleri, Saonara (PD) 2016.

ID. Libertà, ed. IfPress, collana Theoretical Philisophy, Roma 2018.

ID. Scalata critica al nichilismo, in «Azioni parallele», ottobre 2017.

ID. Dieci argomenti di filosofia, in «Filosofia e nuovi sentieri», luglio 2017.

ID. Teoremi di coerenza e completezza, in «Filosofia e nuovi sentieri», maggio 2017.

ID. Linguaggio e noumeno, in «Filosofia e nuovi sentieri», ottobre 2019.

ID. Guida mistica al noumeno, in «Filosofia e nuovi sentieri», dicembre 2019.

ID. Infinito. Principi supremi, senza editore, on-line su «il mio libro» 2018 .

*Vito J. Ceravolo, classe 1978, è ricercatore indipendente nell’ambito dell’accessibilità intellegibile all’in sé e percettiva al fenomeno. Fra le sue pubblicazioni: Mondo. Strutture portanti. Dio, conoscenza ed essere, ed. Il Prato, collana I Cento Talleri, Saonara 2016 (secondo al Premio Nazionale di Filosofia 2017, Certaldo); Libertà, ed. If Press, collana TheoreticalPhilosophy, Roma 2018. Diversi anche gli articoli pubblicati presso riviste.

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