Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Didattica a distanza e in presenza. Sul senso dell’educare oggi e domani

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>di Lucia Gangale*

Come sempre accade nel corso delle umane vicende, l’imponderabile, la contingenza storica ci mette di fronte a situazioni sulle quali occorre riflettere e, possibilmente o necessariamente, rivedere forme e stili di vita. Accade nel Terzo Millennio che una pandemia, inaspettata come tutte le pandemie presentatesi nella storia, ci abbia costretto in isolamento forzato, onde evitare il propagarsi del contagio. Siamo ancora nella fase del lockdown, parola inglese che significa “chiusura”, “chiusura totale”, “isolamento”, “detenzione”. Una misura emergenziale dettata dal diffondersi inarrestabile del Coronavirus e dalla mancanza di un vaccino utile a contrastarlo. Storia nota, sulla quale non occorre soffermarsi oltre.

In questo scenario apocalittico, nel quale siamo ancora immersi, una misura necessaria è stata rappresentata dalla chiusura di molte attività produttive ed anche delle scuole su tutto il territorio nazionale, così come in molti Paesi d’Europa e d’America. Nel mentre, ha fatto irruzione nella vita di milioni di studenti la modalità della “didattica a distanza”, necessario sostitutivo della pratica dell’insegnamento fatto in presenza e quindi attraverso la trasmissione orale dei contenuti proposti e della relazione docente-studente. Si è cioè, repentinamente, passati dall’oralità alla digitalizzazione del sapere e dell’apprendimento, dettata proprio dalla situazione in cui ci troviamo. È abbastanza chiaro che siffatta didattica non è equiparabile all’insegnamento tradizionalmente inteso e questo lo si evince già dall’etimologia delle parole. Per definizione, “insegnare” (che deriva dal latino insĭgnare), significa «imprimere, lasciare un segno nella mente (del discente)». E qual è lo strumento deputato a svolgere un’operazione del genere, cioè quella di “segnare” la mente di chi ascolta? Ovviamente la parola. Il linguaggio. Il parlare è legato alla figura docente ed all’attività di “professore”, la cui etimologia deriva da professare, cioè «parlare davanti a qualcuno» (mentre, per inciso, confessare significa parlare con qualcuno). Professare significa parlare a qualcuno, o per qualcuno, insomma pubblicamente: in una sola parola, appunto, «insegnare». La forma nominale di professare è «professore», colui che parla davanti agli altri, che professa, che dice quello che sa apertamente per il bene pubblico. Il professore è, così, un “professionista della parola”, il cui compito è porre attenzione alle notizie ed ai fatti più rilevanti e che ha nelle mani il destino delle nuove generazioni. La «didattica», dal greco διδάσκω, è «insegnare» e fin dall’antichità ha l’obiettivo di istruire le persone attraverso la narrazione, e quindi attraverso il linguaggio.
La didattica a distanza, oggi denominata DAD, prima lasciata alla buona volontà ed al senso del dovere degli insegnanti, è divenuta obbligatoria e come tale basata su delle linee guida internazionali.
La parola mediata dallo schermo del computer ci pone in una dimensione problematica, perché si sono fatte strada critiche e insoddisfazioni relative al fatto che una scuola “in assenza” non potrà mai uguagliare una scuola fatta in “presenza” (si veda per esempio: https://www.lavoroculturale.org/fare-didattica-tessendo-relazioni/). Il rischio concreto che viene denunciato è quello di un nozionismo che prenda il posto della maieutica (materiali e lezioni sincrone e asincrone caricate sulle tante piattaforme digitali a disposizione) e che la figura del docente venga progressivamente sostituita da quella di esperti che dettino modalità e linee guida dell’apprendimento.
Perplessità si sono levate anche dal mondo dell’Università. La sociologa Chiara Saraceno su La Voce.info scrive: «Dal ministero dell’Istruzione arrivano solo apparentemente rassicuranti indicazioni che “non verrà bocciato nessuno”, e che la didattica on line sarà obbligatoria sia per i docenti che gli studenti, senza che ci si ponga il problema non solo della qualità minima che deve avere questa didattica, ma anche dei diversi e disuguali strumenti e competenze che i docenti e gli studenti hanno per accedervi» (https://www.lavoce.info/archives/65449/scuola-e-politiche-per-linfanzia-alla-prova-dellemergenza/). Saraceno ricorda che «il 6 per cento di tutti gli studenti non accede a nessun tipo di didattica on line, perché non offerta dagli insegnanti o perché non arriva la linea», ed ancora che: «Secondo i dati Istat, il 12,3 per cento dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila in termini assoluti) non ha un computer o un tablet a casa». La sociologa è convinta che l’emergenza sia destinata ad aggravare le disuguaglianze e che, allo stato attuale, la politica non supporti le famiglie nel gravoso compito di curare il benessere dei ragazzi ed organizzare il loro tempo libero fuori dall’orario scolastico. Pertanto è convinta che la conciliazione famiglia-lavoro dei genitori passi attraverso un rafforzamento del sistema di tutele a favore della prima: nidi, scuole dell’infanzia, scuole dell’obbligo a tempo pieno, spazi di socialità ed educazione extra-familiari.
Un’altra preziosa riflessione è quella dell’islamista Renata Pepicelli (Università di Pisa), che trasferisce il discorso sul terreno della didattica universitaria. Anche quest’ultima, come quella scolastica, è destinata ad “invadere” lo spazio «tutt’altro che neutro» della casa. Casa che è «improvvisamente diventata il luogo della vita domestica e del lavoro, oltre che degli hobby, delle relazioni (in presenza con i membri della famiglia, online con gli altri)» (https://elan.jus.unipi.it/blog/university-at-home-and-distance-learning-work-private-sphere-and-the-research-of-empathy). La studiosa, nel suo intervento, rimarca che nelle aule virtuali di questo tipo di didattica manca proprio la relazione empatica che ha luogo nelle aule reali. Infatti scrive:

«Sebbene giorno dopo giorno si controlli sempre meglio lo strumento tecnologico che permette di fare lezione, c’è qualcosa che non funziona nelle aule virtuali, anche quando tutto funziona alla perfezione. L’erotismo alla base della relazione didattica di cui scrive Giuseppe Burgio si dissolve davanti a uno schermo, lasciando un senso di profonda frustrazione e alienazione. La comunicazione del sapere nel passaggio all’online rischia di ridursi a un oggetto che si dà o si prende, non è più una relazione (di insegnamento-apprendimento) che vive di dimensioni verticali, orizzontali e circolari. La didattica a distanza può pertanto andar bene in un’ottica emergenziale, può sì funzionare in taluni casi specifici e limitati, può offrire degli strumenti per potenziare e migliorare la didattica in presenza, ma non può diventare il modello da perseguire per l’università di domani, come da più parti si incomincia a sentir dire. Per funzionare bene la didattica ha bisogno di spazi dedicati, e di menti e di corpi che si mettano in gioco all’interno di una dimensione comunitaria, che include le relazioni tra docenti, tra docenti e studenti, tra studenti. Altrimenti è l’affermazione del primato della verticalità nella dimensione dell’insegnamento-apprendimento a discapito di quello della circolarità. L’università non si può ridurre a un mero servizio, messo sul mercato, ma deve mantenere il suo carattere di relazione, scambio, incontro, con i suoi tempi pieni e i suoi tempi vuoti. E deve avere un luogo fisico dove prendere forma: non l’etere e tantomeno le case, ma le aule universitarie, le aule studio, le biblioteche, gli studi dei/delle docenti, i corridoi, i giardini, spazi apparentemente marginali ma centrali per la tessitura di relazioni e la creazione di una comunità accademica viva e libera» (art. cit.).

Nemmeno la scuola dovrebbe rispondere a logiche aziendalistiche, come purtroppo succede da venti anni a questa parte (ved. gli studi di Martha Nussbaum ed anche il libro edito da Einaudi “A che servono i Greci e i Romani?”, di Maurizio Bettini, 2017), ma tant’è.
In un altro articolo, la Pepicelli rimarca il carattere emergenziale di questa situazione (www.lavoroculturale.org/luniversita-dentro-lo-schermo/?fbclid=IwAR2HkjA3Pr9_XzYjrL8oyJgMGVSqf5XLkcsUb-e88gqRKpwV9nNXwy3SwF8) e prende in considerazione altri importanti aspetti della questione. Il primo:

«Oltre alla fatica per studenti e studentesse di seguire tante ore di lezione dietro uno schermo, emerge una difficoltà a re-inventare il processo didattico-pedagogico così come era stato pensato fino ad ora, ovvero basato su un’interazione in presenza tra docenti e studenti/esse e tra questi ultimi tra di loro».

Il secondo:

«Con il passaggio alla didattica a distanza il carico lavorativo per tutti/e i/le docenti è aumentato, ma per chi vive di docenze a contratto – spesso collezionate in grandi numeri al fine di poter mettere insieme un minimo stipendio di base – l’impatto è stato più oneroso. Le lezioni online richiedono performance impegnative e un numero maggiore di ore di preparazione rispetto a quelle in presenza. Il lavoro si è espanso, tra studio di uno strumento che non si conosceva, preparazione di lezioni, proseguimento della didattica online attraverso email, chat, riunioni… Di fronte a questi nuovi impegni, tuttavia, in molte università non è stato ripensato l’orario delle lezioni tenendo conto del mutato carico di lavoro e delle modifiche alla routine familiare a causa dell’emergenza, che finirà per inglobare tutto il semestre e probabilmente si protrarrà fino ai primi mesi del nuovo anno accademico».

Diversi articoli usciti in queste settimane in rete evidenziano un aspetto ulteriore della questione, e cioè che, a fronte del vantaggio costituito dalla flessibilità del mezzo, il grosso svantaggio dello smart working è dato dai maggiori rischi di salute derivanti dalla iper-connessione. Pertanto, la scienza riflette sulla regolazione giuridica del diritto alla disconnessione.
Sicuramente, come in tutte le cose, demonizzare questo tipo di didattica, così come esaltarla acriticamente, non porta da nessuna parte. Va ricordato il valore della scuola, non come azienda, ma come comunità educante tesa a formare uomini e cittadini. In questo momento storico, la didattica digitale, pur con tutti i suoi limiti e la demotivazione che può ingenerare in docenti e studenti, è comunque servita finora a garantire il diritto alla formazione e allo studio degli studenti. Inoltre ha dato la possibilità agli insegnanti di mettersi in gioco utilizzando nuovi linguaggi di trasmissione del sapere. Dobbiamo considerarla come un ponte verso le famiglie, a sostegno dei ragazzi, fino a quando non saranno ripristinate situazioni di normalità. Essa potrà, allora, venire impiegata non come sostitutivo della didattica tradizionale, ma come suo completamento e supporto. E, soprattutto, andrà ripensata l’organizzazione complessiva della scuola italiana, non più come azienda tesa a soddisfare i bisogni dei suoi “clienti” (le famiglie e gli alunni), ma come luogo di relazioni umane in cui sviluppare una Didattica con la “D” maiuscola, cioè atta a formare una coscienza ed un pensiero critico. Una Didattica di cui da tempo immemore non sentivamo più parlare, perché messa all’angolo dai fardelli burocratici e dalle valutazioni di sistema.

Bibliografia

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  • Fava 2003, F., “Formare alla leadership. L’accesso all’originalità personale”, in “Aggiornamenti Sociali”, 12 (2003), anno 54, p. 800
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  • Mantegazza 1997, R., “Con pura passione. L’eros pedagogico di Pier Paolo Pasolini”, Edizioni della battaglia, Palermo 1997
  • Nussbaum 2014, M., “Non per profitto, Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”, Il Mulino, Bologna 2014
  • Peruzzi 2017, M., “Sicurezza e agilità: quale tutela per lo smart worker”, in Diritto della Sicurezza sul Lavoro, n. 1, 2017
  • Stein 2016, E., “Il problema dell’empatia”, Edizioni Studium, Roma 2016
  • Tapscott, 1996 D., “The Digital Economy: promise and peril in the age of networked intelligence”, New York: McGraw-Hill.
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Nussbaum 2016, M., “Rabbia e perdono. La generosità come giustizia”, Il Mulino, Bologna 2017. Titolo origjnale: “Anger and Forgiveness: Resentment, Generosity, Justice” di Martha Nussbaum, Oxford University Press, 2016

*Lucia Gangale, docente ordinaria di Storia e Filosofia, giornalista, conferenziera, saggista e blogger, con la passione per la fotografia ed i cortometraggi, è anche direttore responsabile e fondatore della rivista di divulgazione culturale “Reportages Storia & Società” (ISSN 2611-9277). Ha all’attivo diverse pubblicazioni di storia. Tra i volumi di filosofia, invece: “Capire il pensiero di Martha Nussbaum” (Edizioni Il Prato), “Il giovane Spinoza” (Libellula), “Lo Stato e la sovranità statale in Edith Stein (“Libellula”).

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