Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Il paradosso della libertà

La libertà è da tutti considerata un valore irrinunciabile, ma difficile da definire.

Nel corso della storia si è assistito al contrapporsi di due diversi modelli di libertà, da un lato come libero arbitrio, come possibilità di decidere tra le alternative; dall’altro la libertà come assenza di costrizione.

La libertà come autonomia, si potrebbe definire il potere di fare ciò che si desidera, senza impedimenti. Il rifiuto delle regole troppo rigide e puramente convenzionali può degenerare in un atteggiamento trasgressivo, che rende difficile la convivenza. La vita in società si regge sulla condivisione di alcune regole che stabiliscono diritti e doveri. Quando non vengono rispettate c’è il rischio che si scivoli nel libero arbitrio e che alla fine si impongano, a danno degli altri, le preferenze del più forte. In questa logica ogni pulsione viene presa per un desiderio, ogni desiderio viene presentato come un bisogno, ogni bisogno diventa una pretesa, e ogni pretesa viene fatta valere come un diritto. D’altra parte è ambigua anche la liberazione dall’autoritarismo,  che diventa rifiuto dell’autorità, una società senza maestri è una società senza punti di riferimento, destinata irrimediabilmente ad essere preda dei loro banali surrogati, da personaggi che si impongono all’attenzione con la loro stravaganza, con il rischio di suggestionare.

Analoghi problemi nascono se la libertà viene assolutizzata, rischia di trasformarsi nella negazione di ogni vincolo di dipendenza. L’identità di una persona non si dà al di fuori di un contesto sociale di appartenenza e il senso di liberazione che deriva dall’azzerare le appartenenze, può dar luogo ad una spaventosa solitudine. Se non dipendiamo da nessuno e nessuno dipende da noi, diventiamo semplicemente irrilevanti per la vita degli altri. La liberazione dai legami sociali si trasforma in rifiuto da ogni forma di responsabilità.

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Newton e Leibniz: la disputa sulle nozioni di spazio e di tempo

Gli ultimi anni della vita di Leibniz sono stati amareggiati da diverse polemiche. Quella con Newton, e con i newtoniani in generale, è stata la più spiacevole. In seguito alle insinuazioni del matematico svizzero Nicholas Fatio de Duillier (1664-1753) divulgate sulla rivista Acta eruditorum del 1700, alla pubblicazione dell’Espistola ad Halleium sulle Philosophical Transactions del 1708 da parte del matematico scozzese John Keill (1671-1721), allievo di Newton, Leibniz viene pubblicamente accusato di plagio circa l’invenzione del calcolo infinitesimale. Di contro alle contestazioni di Leibniz, la Royal Society risponde convocando una giuria che gli darà torto. Ed è lo stesso Newton a soffiare sul fuoco sollecitando la pubblicazione del Commercium epistolicum de analysi promota del matematico inglese John Collins (1625-1683) per redigere la documentazione definitiva dell’accusa. Continua a leggere


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Il nuovo proletariato. Considerazioni sulle disuguaglianze economiche e sociali a cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano

1. Trasformazioni del proletariato nel XXI secolo


Può avere senso oggi parlare di proletariato? Questa domanda assume un senso particolare per chi, come il sottoscritto, è nato dopo la caduta del muro di Berlino. La fine della società verticale, l’indebolimento delle agenzie tradizionali di potere e l’ampliamento del mercato (divenuto globale) hanno segnato in modo irreversibile lo stesso registro politico. La povertà si è resa, almeno in apparenza, una questione individuale e non sociale. Una faccenda privata, non più di classe.

Questo rivolgimento ha determinato la fine di un vocabolario politico intessuto sul conflitto fra “borghesi” e “proletari”. Divenuti atomi slegati, dediti al consumo e al profitto, le donne e gli uomini del nostro tempo non hanno più saputo riconoscersi in questa o quella frangia della società civile. In un sistema dove tutti sono uguali e tutti vogliono le stesse cose, il povero e il ricco sono sposati da un rapporto unicamente emozionale – di invidia o di ammirazione. Nella retorica corrente, l’aut aut fra gli uni e gli altri è scandito da un giudizio di valore: da una parte c’è “chi ce l’ha fatta”, dall’altra “chi no”.

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Soggettività, Strumentalità e Razionalità. Tre parole per comprendere il paradigma della modernità.

Se si volesse tentare di descrivere attraverso l’analisi di tre parole chiave, l’ideale moderno di civiltà che è venuto creandosi nel corso della storia occidentale e che ha dato vita a categorie filosofico-politiche nuove come stato, società civile, produzione, conflittualità pubblico/privato ecc., queste potrebbero essere le seguenti: «soggetto», «razionalità» e «strumentalità». Questi termini sono in grado  infatti di offrire delle indicazioni piuttosto mirate al fine di contestualizzare entro le giuste coordinate storico-politiche, lo sviluppo della modernità e delle sue intime contraddizioni. La prima parola è proprio quel «soggetto» destinato ad assumere nella filosofia moderna una posizione di assoluta preminenza come fondamento unitario tanto del conoscere con il pensiero rivoluzionario di Cartesio, quanto dell’agire con la svolta hobbesiana prima e il pensiero di Rousseau poi. Partendo proprio dal versante della conoscenza, è interessante notare come il problema che domina l’intera speculazione di Cartesio  fosse quello dell’uomo Cartesio. Il filosofo francese voleva infatti mostrare in che modo aveva condotto la sua ragione sino a giungere a quel criterio sicuro mediante cui era riuscito a distinguere il falso dal vero. Il compito teoretico di Cartesio era stato quello di trovare un fondamento per un metodo che potesse costituirsi come guida storica della ricerca nelle varie scienze, a partire da una critica radicale di tutto il sapere acquisito sino a quel momento.

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Ricostruire il Bel Paese

Premessa

Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno messo in evidenza l’importanza di provare a ricostruire l’Italia, facendo le cose che non si sono fatte piuttosto che riqualificare ciò che c’è.

Ebbene, il monito del Presidente è molto forte e chiaro, rivolto sia ai cittadini chiedendo di dare un contributo concreto e fattivo, sia alla classe dirigente tout court di lavorare ad una progettazione valida e concreta. Ciò nonostante, alcuni  interrogativi dovrebbero essere posti, quali:

  • Che Italia immaginano i rappresentanti a vari livelli?
  • Quale sviluppo e idea di società si privilegerà?
  • Come i cittadini potranno essere protagonisti di questo processo?

È opportuno che si apra una riflessione vera e sincera nel Paese, senza tatticismi e posizionamenti inutili e dannosi. D’altronde, il Recovery Fund è il piano economico e di sviluppo più importante dopo il Piano Marshall degli anni 60’.

L’Italia dei prossimi 30 anni

La pandemia di Covid-19 ha colpito non solo la nostra salute e la nostra sanità, ma tutta la nostra vita a livello globale, tanto da stimolare un ripensamento rispetto ai riferimenti e alle certezze del nostro modello di sviluppo. Il ripensamento ha investito a cascata prima la questione della salute umana in connessione con quella del pianeta, poi quella dell’economia e dell’impiego delle risorse economiche disponibili, e ora a seguire quella della cultura, intesa sia come conoscenze, produzione intellettuale ed accumulazione scientifica, in particolare per la capacità di prevedere i rischi e di reagire alle crisi, ma anche per la scuola e la formazione  ossia  come cultura antropologica, e cioè l’insieme dei riferimenti ideali, dei valori e dei costumi di vita che stanno alla base della convivenza umana e delle scelte politiche.

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Piacere e dolore da Kant a Leopardi

Abstract: L’articolo descrive la teoria del piacere e del dolore, in particolare, l’oggetto della riflessione è individuare i punti di connessione tra due icone del pensiero europeo, il primo in ambito filosofico, Kant, mentre il secondo in ambito poetico, Leopardi. Un connubio di pensiero e poesia che ha lo scopo di portare l’attenzione su un tema molto dibattuto nel corso della storia della filosofia moderna e della letteratura.

La filosofia kantiana riflette sui limiti della ragione umana e giunge alla conclusione che l’uomo conosce solo nella dimensione esperenziale e che, oltre i limiti dell’esperienza, il sapere barcolla tra le fauci dell’illusione, un’illusione metafisica. Nella Critica della Ragion Pura, pubblicata in prima edizione nel 1781, e più specificatamente nella parte dell’opera dedicata alla Dialettica Trascendentale, Kant si occupa della conoscenza umana che si rivolge agli oggetti stanti al di fuori dei confini dell’esperienza. Dal punto di vista teoretico, la figura centrale indagata dalla filosofia kantiana è l’io penso, l’attività di giudizio per eccellenza. Il soggetto trascendentale, l’io appunto, è inconoscibile, inaccessibile, avviluppato da un’oscurità che non da accesso alla ragione. Secondo Kant l’io illude l’essere umano catapultandolo nella sfera dell’illusione. L’illusione è inganno, un inganno che il filosofo tedesco attribuisce alla ragione, non ai sensi1. Dunque, all’interno della coscienza umana sono presenti ragioni oscure e sfuggenti che l’io non è in grado di chiarire ed afferrare. Da ciò ne consegue che la filosofia morale si pone come un’analitica dei moventi che trasforma questi ultimi in motivi in quanto occorre un’analisi del motore che spinge all’azione. I moventi oscuri che circolano nell’essere umano lo determinano nell’azione e nel desiderio. Il desiderio assume un ruolo centrale poiché l’intera questione morale trattata da Kant ruota intorno ad esso: è il desiderio il motore dell’agire.

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Clinica della recensione. Riflessioni storico-sociali intorno al Semmelweis di Borzini

Quando ricevetti questo libro, Ignac Semmelweis eroe romantico. Il medico ungherese che salvò madri e figli (ed. Scienza Express, ottobre 2019) di Piero Borzini, conoscevo solo superficialmente la scoperta di Semmelweis, senza però avere una serie di strumenti tecnici per definirne il valore specialistico, a parte qualche generale concetto storico di igiene. Sapevo che il bisogno di riforme in senso igienistico si configurava all’epoca come una risposta ai cambiamenti nei modi di produzione suscitati dalla rivoluzione industriale (industrializzazione) in senso capitalistico, che avevano modificato a loro volta in maniera radicale lo stesso sviluppo delle città (urbanizzazione). Igiene, industrializzazione e urbanizzazione erano quindi fenomeni strettamente interconnessi in termini di storia dei servizi sanitari:

L’igiene è quella parte della medicina che ha come oggetto l’uomo sano e come scopo principale la profilassi (letteralmente ‘difesa anteriore’) piuttosto che la cura della malattia. […] Nel secolo scorso è apparso chiaro agli occhi di tutti che lasciare la totale libertà all’iniziativa privata e non imporre, attraverso il settore pubblico, investimenti in opere igienistiche avrebbero distrutto l’umanità, tanto l’ambiente era stato deteriorato dai cicli produttivi industriali e dai processi edilizi sviluppatisi in rapporto all’urbanizzazione. Questi problemi vennero a maturazione più rapidamente in quelle nazioni in cui il modo di produzione capitalistico era più sviluppato: in particolare in Inghilterra.[1]

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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte seconda]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

5. Metafore e narrazione

Benché come esperienza diretta sia estranea a buona parte delle attuali generazioni di europei, la guerra è uno degli eventi più spesso associati alla paura collettiva, e le innumerevoli testimonianze e narrazioni di chi l’ha vissuta fanno parte della nostra “memoria culturale”, per dirla nei termini proposti da Jurij Lotman (1985), a cui abbiamo attinto nel tentativo di dare un senso alle nostre emozioni. Ciò che la pandemia ha in comune con la guerra è il senso di una crisi profonda, che genera paura, e riporta a un passato che si credeva illusoriamente superato. D’altra parte, va considerata la complessità di un quadro metaforico in cui convivono, in una sorta di “continuum semiotico”, le figurazioni del super-eroe evocate da Trump che invita alla battaglia, i ricordi di chi la guerra l’ha vissuta davvero e le percezioni del singolo individuo di fronte a un evento traumatico.

Il frame della guerra diventa uno strumento per esprimere le proprie emozioni, come ben si vede nella testimonianza di un infermiere di una RSA, raccolta dal Corriere della sera:

Ma oggi, qui, tutti, io e i miei “colleghi” ci sentiamo come Enea con Anchise sulle spalle. Il peso ci grava addosso e noi lo sopportiamo, sempre più curvi, abbozzando un sorriso. Ogni giorno ci vestiamo da guerra, con l’armatura e gli scudi per diventare immuni e così siamo irriconoscibili. Entro in reparto e mi immedesimo nello sguardo della signora Angela, “Mimì”. Cosa vede? Un alieno? Un essere strano che però ha una voce amica e un gesto dolce: Vincenzo, ma sei tu?” (“Io, infermiere in una RSA in dialogo con le lacrime”, Corriere della Sera, 3 maggio 2020). Continua a leggere


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Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

Introduzione

In questo articolo, si snoda un dialogo intorno alle problematiche comunicative legate alla diffusione della pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. A partire dalle diverse competenze e prospettive disciplinari, i due autori si scambiano domande e riflessioni critiche riguardanti la centralità della scienza nel discorso pubblico, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’uso del linguaggio figurato nella narrazione della pandemia, il potenziamento della comunicazione digitale e le possibili conseguenze di carattere cognitivo, fino ai problemi sollevati dalla didattica a distanza.[1]

  1. La voce dello scienziato

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: la comparsa degli scienziati sulla scena pubblica, chiamati in causa dai politici per intervenire nei processi decisionali. Tutti ascoltavano con trepidazione le loro voci e i loro pareri, nella speranza che la Conoscenza Scientifica potesse sconfiggere il nuovo e invisibile “nemico”, che in pochi giorni ha fatto saltare ogni certezza. Perfino gli abituali denigratori della Conoscenza Scientifica sembravano chiusi nel silenzio. Ma, di certezze, gli scienziati ne avevano ben poche, come è normale che succeda di fronte a un fenomeno nuovo: e così, le aspettative hanno lasciato il posto alla sfiducia, alimentata da un acceso dibattito tra scienziati che, talvolta, non hanno saputo valutare l’impatto mediatico di affermazioni più consone alla comunicazione tra specialisti.

Fuori dall’Italia, le cose non sono andate molto meglio: alcune ricerche confermano, ad esempio, che anche in Spagna i sentimenti negativi della popolazione sono stati alimentati dal flusso di informazioni contraddittorie, mentre un’efficace comunicazione del rischio richiederebbe chiarezza e trasparenza (Heras-Pedrosa, Sánchez-Núñez e Peláez, 2020). Resta però aperta una questione di fondo: come conciliare la cautela dello scienziato con il bisogno di certezza? Come infondere fiducia senza sacrificare il dibattito? Come orientare il cittadino in mezzo al concerto stonato di voci discordanti? Continua a leggere


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Leo Strauss, filosofia e retorica nello spazio della caverna politica

Nella storia della civiltà occidentale il discorso politico ha incrociato più volte (e continua tuttora) il suo cammino con l’esercizio della retorica e il conseguente ricorso alla segretezza. Nelle società antiche specie nel mondo romano, il ricorso alla riservatezza e alla dissimulazione erano aspetti decisivi per assicurare il bene della res publica garantendone di fatto  la sua integrità. La salus rei publicae doveva essere preservata anche grazie alla delicata architettura di poteri occulti icasticamente rappresentati dagli arcana imperii et dominationis di tacitiana memoria mediante i quali il ricorso alla riservatezza e persino alla menzogna era in grado di alimentare il fisiologico rapporto tra imperium e secretum. La moderna visione liberaldemocratica della politica sembrerebbe al contrario aver stigmatizzato il ricorso alla menzogna politica, esprimendo l’interesse a perseguire un controllo del potere esercitato dal popolo nelle forme previste dai nuovi modelli civili prima ancora che politici. L’idea di una tale forma di “potere visibile” avrebbe dovuto sancire una rottura netta rispetto al passato, ristrutturando dall’interno gli strumenti di controllo del potere, attraverso i quali si era riusciti per secoli a legittimare in modo pressoché assoluto l’auctoritas dei sovrani secondo il principio quod pricipi placuit, legis habet vigorem (Il giurista Ulpiano (II secolo d.c.)  precisa: «Quod principi placuit, legis habet vigorem: utpote cum lege regia, quae de imperio eius lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat.».  Digesta, I, 4, 1.) Continua a leggere


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Cosa può generare una crisi economica e sociale?

L’emergenza pandemica non avrà solo delle conseguenze sulla salute nei vari Stati, ma andrà ad incidere notevolmente sulle comunità dal punto di vista economico e sociale. Tanto è vero che, tutti gli istituti economici più qualificati mettono in evidenza la perdita dei P.I.L. dei singoli Stati, con delle conseguenze notevoli nella società.
A fortiori, già nella fase di massima espansione del virus in Italia,  si notavano delle spinte disgregatrici nella società, a causa delle mancanza di efficacia della Pubblica Amministrazione nel distribuire aiuti economici alle fasce sociali più colpite e in difficoltà.
Ebbene, in questi mesi sono andati formarsi sull’onda emotiva della crisi dei veri e proprio movimenti “ liquidi”, come forma di protesta nei confronti delle Istituzioni nazionali e sovranazionali.
Va pure evidenziato, come nei periodi di crisi economica è consuetudine il formarsi di movimenti sociali, che possono avere diverse caratterizzazioni, ma tutte hanno un elemento comune che è il sovvertimento dell’ordine politico e sociale.
È dirimente, prendere in considerazione che l’eventuale crisi economica che deriverà dall’emergenza pandemica, si andrà ad aggiungere ad altri fattori, quali la crisi della globalizzazione e del paradigma economico e sociale neo-liberale, i quali avevano già determinato la crisi economica del 2008, da cui alcuni Stati, come l’Italia, non erano del tutto usciti.
È  fondamentale immaginare una ricostruzione di una società intermediata non solo dal punto di vista formale, ovvero con la nascita di nuovi corpi intermedi, ma risulta opportuno che si sviluppino nuove visioni e nuovi manifesti politici e culturali delle varie grandi ideologie, dal momento che in questi anni è venuta a mancare la funzione delle formazioni sociali nel nostro Paese, generando degli impulsi estremisti e disgregatrici che possono portare a conseguenze, molto spesso non immaginabili.
Ciò che è avvenuto nelle Piazze di Milano e Bologna, ovvero le manifestazione dei gilets arancioni, nonostante i numeri modesti che hanno fatto registrare, non possono essere, però, sottovalutate dal momento che in mancanza di formazioni sociali, che mitigano gli istinti e la rabbia dei cittadini, a causa delle difficoltà economiche, possono determinare scenari che ad oggi sono impensabili ed inimmaginabili, ma che negli anni possono avere risultanze differenti.
D’altronde, un esempio lampante è possibile rintracciarlo nel movimento dei Gilets Jaunes, che è nato nel 2018  per l’aumento dei prezzi sul carburante, ma in pochi mesi la protesta è diventata uno scontro sociale, dal momento che i gilets gialli rimarcavano nel loro manifesto e nelle proteste in piazza lo status delle classi più deboli, rivendicando maggiori diritti sia nell’ambito lavorativo che socio-economico. 
Altresì, nonostante potrebbe sembrare un paragone lontano e molto risonante, ma le istanze e le rivendicazione sia dei Gilets Jaunes che dei Gilets Arancione, fino ad arrivare al V-Day, sono confrontabili al manifesto del movimento dei fasci del 1929.
È lapalissiano che non si vuole esprimere giudizi o caratterizzare i movimenti odierni, con ciò che è avvenuto nella prima metà del ‘900, piuttosto è stimolante per la discussione posta in essere mettere in evidenza dei tratti comuni, seppur con parabole e risultanti diverse tra esse.
In conclusione, il ragionamento centrale  e rilevante da prendere in considerazione è che questi movimenti i quali hanno una forte spinta sociale, proveniente dalle criticità sociali non possono essere caratterizzate ed inquadrate in un unico “ campo politico”, bensì la particolarità è proprio la provenienza culturale, sociale e politica trasversale degli attivisti e dei cittadini che aderiscono a suddetti movimenti. Continua a leggere