Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte seconda]

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>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

5. Metafore e narrazione

Benché come esperienza diretta sia estranea a buona parte delle attuali generazioni di europei, la guerra è uno degli eventi più spesso associati alla paura collettiva, e le innumerevoli testimonianze e narrazioni di chi l’ha vissuta fanno parte della nostra “memoria culturale”, per dirla nei termini proposti da Jurij Lotman (1985), a cui abbiamo attinto nel tentativo di dare un senso alle nostre emozioni. Ciò che la pandemia ha in comune con la guerra è il senso di una crisi profonda, che genera paura, e riporta a un passato che si credeva illusoriamente superato. D’altra parte, va considerata la complessità di un quadro metaforico in cui convivono, in una sorta di “continuum semiotico”, le figurazioni del super-eroe evocate da Trump che invita alla battaglia, i ricordi di chi la guerra l’ha vissuta davvero e le percezioni del singolo individuo di fronte a un evento traumatico.

Il frame della guerra diventa uno strumento per esprimere le proprie emozioni, come ben si vede nella testimonianza di un infermiere di una RSA, raccolta dal Corriere della sera:

Ma oggi, qui, tutti, io e i miei “colleghi” ci sentiamo come Enea con Anchise sulle spalle. Il peso ci grava addosso e noi lo sopportiamo, sempre più curvi, abbozzando un sorriso. Ogni giorno ci vestiamo da guerra, con l’armatura e gli scudi per diventare immuni e così siamo irriconoscibili. Entro in reparto e mi immedesimo nello sguardo della signora Angela, “Mimì”. Cosa vede? Un alieno? Un essere strano che però ha una voce amica e un gesto dolce: Vincenzo, ma sei tu?” (“Io, infermiere in una RSA in dialogo con le lacrime”, Corriere della Sera, 3 maggio 2020).

Quella del guerriero è solo una maschera; l’eroe non è un guerriero senza macchia né paura, ma un essere incurvato dal peso della responsabilità, che si rivela con il gesto e la parola: nella dolcezza del riconoscimento sta tutto il dramma di una catastrofe che ha cambiato l’aspetto del mondo, rendendo estranei i volti familiari.

La narratività è un ingrediente della nostra esistenza e non solo prerogativa della letteratura. Nel bellissimo volume La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale, la scrittrice ucraina Svetlana Aleksievič, premio Nobel nel 2015, ha raccontato la guerra al femminile attraverso le testimonianze, pazientemente raccolte, di numerose donne che ne sono state protagoniste. Attraverso le loro voci, la Storia «diventa uno spaccato di normali esistenze perse nel vortice della guerra» e il loro racconto ha talvolta il vigore delle grandi narrazioni: “nelle loro vite ci sono pagine che reggono il confronto con le migliori pagine dei classici” (Aleksievič, 2018, p. 11).

Raccontare è un bisogno primario del bambino e diventa per ogni essere umano il “luogo” in cui ritrovare e dar forma alla propria identità. Per un filosofo come Paul Ricoeur la vita “è un racconto in cerca di narratore” (1994); Jerome Bruner (1990) teorizza il “pensiero narrativo”, inteso come la capacità di costruire storie verosimili in un determinato contesto socioculturale, applicando alla propria vita i simboli e i modelli culturali di riferimento. Attraverso la narrazione, facciamo i conti con il tempo: lo facciamo rivivere, reinterpretando eventi passati, o ci illudiamo di poterlo fermare, sconfiggendo la morte, come nelle più classiche delle narrazioni, Le mille e una notte e il Decameron.

L’attuale pandemia, da qualunque angolazione la si voglia studiare, ha generato un aumento enorme delle conoscenze, ha pervaso il linguaggio[1] ed è diventata oggetto di infinite narrazioni; è un evento globale che si racconta mentre si svolge, in un’immensa polifonia plurilingue. Conoscenze e narrazioni che provengono dalle più svariate angolazioni disciplinari, da ogni parte del pianeta, da lingue diverse, da esperti e da cittadini comuni; studi scientifici, discorsi ufficiali, romanzi e racconti letterari, creazioni artistiche, storie di medici e di infermieri, testimonianze di gente comune, racconti fotografici e un’infinità di documenti: un grande racconto collettivo che nessuno è in grado di studiare in modo esaustivo, ma che può essere affrontato solo nell’ottica della complessità.

Ciò che rende nuova questa narrazione rispetto a quelle del passato è la concomitanza tra un evento mondiale, che ha inciso sulla vita di miliardi di persone, e l’uso massivo dei nuovi media. Se l’immaginario bellico o l’interesse per le pandemie del passato ci riportano indietro nel tempo, l’impulso dato alla comunicazione digitale ci proietta verso un futuro ancora nebuloso, ma che promette un cambio di paradigma nei nostri modi di vita.

Il confinamento domestico e il distanziamento cosiddetto “sociale”, ma più correttamente “fisico”, ci hanno reso consapevoli di come la prossimità anche materiale sia necessaria per il riconoscimento dell’altro, oltre che di noi stessi. Abbiamo tutti negli occhi l’immagine emblematica delle persone affacciate a finestre e balconi, il cui sguardo si ferma alla casa di fronte: ma nello spazio talvolta angusto e faticosamente condiviso delle nostre abitazioni, i collegamenti alla rete hanno spalancato una finestra verso il mondo, e ci hanno offerto infinite possibilità di condividere le nostre storie. L’immagine del patchwork è quella che, nella mia percezione, meglio esprime una delle modalità narrative proprie di questo tempo: lo schermo del computer suddiviso in tanti riquadri, da ognuno dei quali proviene un volto, una voce o il suono di uno strumento.

Non è dato sapere se e fino a che punto la pandemia inciderà, nel lungo termine, sulla nostra capacità di comunicare e sulla nostra evoluzione intellettuale. Ma è forse legittimo pensare che le trasformazioni già in atto troveranno un’ulteriore spinta.

6. Il cervello digitale

Secondo Jung, così come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri, l’uomo è capace di risorgere dalle proprie grandi crisi (Jung, 1912).  Per farlo deve cominciare a pensare in maniera adeguata alle nuove condizioni in cui viene a trovarsi in modo da non ripetere gli errori di sempre. Per riuscirci deve trovare il modo di rinnovarsi intellettualmente. L’espressione “evoluzione intellettuale” cui s’è fatto cenno poco sopra, pur essendo relativamente comprensibile a livello intuitivo risulta difficile da definire in modo chiaro e accurato (Agostino da Ippona diceva qualcosa di simile a proposito del concetto di tempo). In senso darwiniano, l’evoluzione si identifica con la selezione del più adatto. In riferimento all’intelletto, ciò lascia intendere che potrebbero emergere e consolidarsi nuove modalità di pensiero particolarmente confacenti a gestire le nuove problematiche di un mondo profondamente ferito e mutato dal dilagare della pandemia.

L’organo deputato a risolvere i problemi (il cervello) è un oggetto antico che si adatta funzionalmente in modo relativamente rapido ma la cui struttura (potremmo chiamarla l’hardware) non è in grado di aumentare in modo significativo le proprie capacità di calcolo e di gestione delle informazioni. Per pensare “diversamente” e affrontare in modo più efficiente i problemi portati dalla complessità della situazione pandemica il nostro cervello avrebbe bisogno di una potenza di calcolo e di una capacità di stoccaggio delle informazioni molto maggiore di quelle che ha avuto in dotazione, ed è fuori discussione che possa conseguire per via naturale il potenziamento che sarebbe auspicabile. Ma, come dice Maria Vittoria Calvi, alcune trasformazioni “sono già in atto” ed è grazie a queste che un certo tipo di evoluzione intellettuale potrebbe muovere i primi passi. Per alcuni, le grandi crisi di oggi (pandemie, disuguaglianze sociali, riscaldamento globale) sono la conseguenza di un modo di pensare che porta a ripetere sempre gli stessi errori e all’incapacità di gestire la complessità in modo alternativo per affrontare le problematicità globali. Secondo costoro, se l’umanità vuole sopravvivere alle nuove “pandemie” e alle vecchie crisi non ci sono alternative a una vera e propria “evoluzione intellettuale” da ottenere per via tecnologica. Per altri, l’evoluzione digitale del cervello (perché questa è la vera questione) getterebbe l’umanità, già sofferente per le varie crisi, nel fondo di un abisso distopico per nulla auspicabile.

Proviamo allora a mettere a fuoco la scottante e attuale questione del cervello digitale partendo da alcune semplici nozioni riguardanti l’evoluzione adattativa del cervello umano.

Le informazioni che giungono sotto forma di segnali di varia natura (situazioni, immagini, suoni, concetti, parole dette, pensate o scritte, ecc.) vengono elaborate dal cervello per espletare le funzioni necessarie per interagire col mondo. Durante questa attività, le informazioni pertinenti vengono categorizzate, registrate e depositate nell’archivio della memoria per essere ulteriormente elaborate e recuperate “al bisogno”. Il cervello non è una struttura del tutto rigida ma è dotata di una relativa “plasticità” funzionale che le conferisce una certa capacità di adattamento. Esistono due tipi molto diversi di adattamento: quello di specie (che avviene su una scala temporale molto lunga e richiede riarrangiamenti strutturali) e quello individuale (che interviene su scala temporale ridotta e richiede solo riarrangiamenti culturali). Una “evoluzione intellettuale” digitalmente assistita potrebbe configurare una “terza via” di adattamento, che potrebbe collocarsi a metà strada tra quella individuale e quella di specie, dando vita a una sorta di sottospecie umana particolarmente dotata nella abilità di gestire le informazioni. 

Homo sapiens ha impiegato circa 200.000 anni prima di inventare il linguaggio. Per oltre 70.000 anni questa nuova straordinaria abilità ha interagito col cervello potenziandone le capacità di pensiero e di comunicazione. Verso la fine del IV millennio a.C. (tra i cinque e seimila anni fa), sollecitate probabilmente dai cambiamenti economici e sociali prodotti dall’invenzione dell’agricoltura, le facoltà simboliche legate al linguaggio resero possibile l’invenzione della scrittura. Anche questa ha interagito con le strutture e le funzioni del cervello rendendolo ancora più efficiente nella gestione delle informazioni e nella capacità di risolvere i problemi (Wolf, 2009). La digitalizzazione dell’informazione resa disponibile dalle tecnologie contemporanee consente – attraverso dispositivi esterni al cervello – di potenziare le capacità di conservazione e di elaborazione dell’informazione medesima. Ognuno dei passaggi testé descritti implica un aumento delle capacità di adattamento di Homo sapiens ai problemi intercorrenti e ai mutamenti dell’ambiente. È quindi probabile che il salto tecnologico dovuto alla digitalizzazione porti con sé una nuova possibilità di adattamento (la “terza via” di adattamento di cui sopra) attraverso la quale i cervelli più “rapidi e capienti” risulteranno avvantaggiati rispetto a quelli meno rapidi e capienti.

Tutto ciò sembra quasi corteggiare la distopia ma è proprio su questo terreno che stanno avvenendo fatti che possono portare a quella possibile “evoluzione intellettuale” che al momento è solo nella sua primissima infanzia. Questa evoluzione, che promette applicazioni pratiche di notevole portata, apre a vecchi e nuovi interrogativi filosofici ma anche a inquietanti nuove (o vecchie?) ideologie. Basti pensare a temi come quello della dematerializzazione dell’immagine corporea, dell’individualità del corpo e dell’individuo, della percezione di sé, della authorship e della autonomia decisionale, della identità di forme creole bio-digitali, per finire con le ideologie facenti capo alle varie forme di transumanesimo delle quali Elon Musk (creatore di autovetture “intelligenti” ma soprattutto di Neuralink) è quasi un profeta e un sacerdote.[2]

All’interfaccia tra funzionalità e filosofia, si potrebbe speculare sul fatto che il cervello “al naturale” ragiona e compie scelte avvalendosi largamente di metafore, figure che vivono in bilico tra due mondi attraverso i quali lanciano ponti di possibilità. Il cervello digitale ragiona invece e compie scelte sulla scorta di analisi probabilistiche basate su modelli e algoritmi, ove il segno “più” e il segno “meno” formano i piloni di ponti che non esistono più. Nel caso del cervello digitale la scelta sarà univoca e obbligata e non saranno più consentiti sguardi meditabondi sul lato opposto del ponte, con tutti i dilemmi, i crucci e le soddisfazioni del caso.

Ma siamo andati troppo in là rispetto al tema – più immediato e concreto – della possibilità di comunicare e di interagire tra persone in un’epoca di pandemia come questa, nella quale una consistente parte dell’interazione si avvia ad essere forzosamente mediata dalle nuove finestre tecnologiche che ci consentono di vedere (e di essere visti) al di là dei muri sollevati dal confinamento. È in questo contesto che si svolge il dibattito sulla cosiddetta didattica a distanza. Questa non è soltanto una procedura tecnica o didattica: è anche una nuova forma di relazione, una nuova rappresentazione del reale, una nuova forma di identità, una nuova categoria che include o esclude modalità dell’essere.

Ben prima che la pandemia la mettesse in primo piano come problematica, la formazione a distanza era già oggetto di notevole interesse (e di investimenti) da parte dei grandi gruppi economici (soprattutto statunitensi) che gestiscono il business della formazione, in modo particolare quella universitaria. Ma mentre in epoca pre-Covid l’interesse delle Accademie era prevalentemente di natura economica (la formazione a distanza è più redditizia di quella in presenza), sull’ondata delle restrizioni imposte dalla pandemia la didattica a distanza assurge oggi a conditio sine qua non per mantenere vivo il contatto tra docente e discente, anche se questo contatto appare snaturato e deformato dal mezzo tecnologico. Alcuni dati sulla didattica a distanza sono impressionanti. Basti pensare che Skype in the Classroom (https://education.skype.com) conta oltre ottantamila insegnanti e più di centomila corsi disponibili on line. Da par sua, Edx.org (https://www.edx.org) dà accesso a oltre 2500 corsi organizzati e dispensati da centoquaranta istituti universitari tra i quali campeggiano Università come quelle di Harvard, Berkley e Princeton, l’Imperial College di Londra e il MIT di Boston.

Ma quali sono, da noi, i problemi immediati più sentiti nell’ambito della didattica a distanza? Come cambia il linguaggio? Come cambia nell’ambito della trasmissione culturale la relazione tra chi studia e chi insegna, nel momento in cui i corpi perdono la loro consistenza tridimensionale e riappaiono miniaturizzati sullo schermo in una dimensione bidimensionale?

7. La didattica a distanza

Il brusco passaggio dalle lezioni in presenza alla didattica a distanza, in concomitanza con l’esplosione dell’imprevedibile che, assunte le sembianze di una pallina grigia con infiorescenze rosse capace di produrre effetti devastanti, ha richiesto molta capacità di adattamento e ha comportato, soprattutto nella fase iniziale, un grande dispendio di energie. Da un giorno all’altro, siamo stati catapultati – parto dalla mia esperienza di docente universitaria – su piattaforme elettroniche di cui ignoravamo l’esistenza; abbiamo dovuto imparare a destreggiarci con questi mezzi sconosciuti e abbiamo dovuto adottare nuove modalità di trasmissione dei contenuti e di interazione con la classe; e lo stesso vale per ogni altro tipo di attività lavorativa, dagli esami alle tesi di laurea, dalle riunioni agli incontri con studenti o colleghi. Al confinamento domestico si è aggiunta l’immobilità forzata delle lunghe ore inchiodati allo schermo, con gli occhi puntati sulla webcam e il disorientamento di fronte a una classe muta e invisibile, di cui lo schermo mostra solo a tratti qualche fisionomia riconoscibile. I corpi perdono consistenza ma anche sembiante e si trasformano in una griglia di icone con le iniziali del nome. Si finisce per provare un senso di vertigine e quasi si perde la consapevolezza dei confini fisici del proprio corpo immobile.

D’altra parte, l’immagine miniaturizzata del docente sullo schermo restituisce al discente solo una parte dell’atto educativo. Come ci ha insegnato Edward T. Hall (1966), la comunicazione umana possiede una dimensione nascosta, fatta di mimica e gesti (studiati dalla cinesica), nonché della posizione del corpo nello spazio e della distanza interpersonale (prossemica); una dimensione legata ai fattori culturali non meno che alle situazioni comunicative. Nella didattica a distanza, le componenti cinesica e prossemica dell’atto educativo vengono completamente scardinate. D’altra parte, ben prima che la pandemia costringesse ad adottare in modo esclusivo le tecnologie, era vivo il dibattito sui rischi connessi, anche sul piano cognitivo, a quella che Sherry Turkle (2016), esperta delle problematiche psicologiche derivanti dalle tecnologie, definisce “fuga dalla conversazione”, invitando a creare, in ambito sia scolastico sia familiare, spazi consacrati alla conversazione senza dispositivi digitali, che offrono solo surrogati delle interazioni reali. La studiosa avverte, inoltre, delle conseguenze nefaste del multitasking, inteso come abbinamento tra l’interazione in presenza e l’uso delle tecnologie, in termini di deterioramento delle prestazioni.

Per contro, altri ricercatori hanno sottolineato i vantaggi, ai fini dell’apprendimento, della capacità di spostare rapidamente l’attenzione da un oggetto a un altro, sviluppata dai cosiddetti “nativi digitali” (Palfrey e Gasser, 2009). Se, finora, l’esperienza ha fatto registrare ai docenti, più che benefici, una diffusa incapacità di consolidare l’attenzione profonda e di inserire le informazioni in una narrazione coerente, vien da pensare che non tutti i cervelli abbiano ancora sviluppato quella capacità di adattamento richiesta dal salto tecnologico, come osserva Piero Borzini.

È legittimo pensare che la pandemia segnerà un punto di svolta in questo processo, facilitato dalla didattica a distanza, soprattutto se saremo capaci di vederla come un’opportunità e non come una fastidiosa parentesi da dimenticare quanto prima possibile. Al di là dei numerosi problemi ancora aperti, dal gap tecnologico che ha inciso sulle fasce più deboli alla necessità di affidarsi per la gestione dell’istruzione pubblica alle grandi multinazionali delle tecnologie, che evoca panorami distopici come quelli stigmatizzati da Naomi Klein[3], l’esperienza – universitaria, nel mio caso – della didattica a distanza, una volta superato il primo sconcerto, ha aperto nuovi e più confortanti scenari. L’interazione con la classe, soprattutto nel caso di piccoli gruppi, non solo è possibile, ma addirittura più intensa ed efficace rispetto a quella in aula. La perdita di corporeità non significa necessariamente perdita di prossimità affettiva: l’incontro online, ad esempio, permette di accedere a una dimensione privata, sullo sfondo di camerette, cucine e salotti, ma soprattutto uno scambio di sguardi che il classico colloquio in ufficio non consente. Il distanziamento viene in qualche modo ridimensionato dall’interazione on line, in cui cade il muro dei dispositivi di protezione. Di questo difficile anno accademico, mi resta viva nella mente una variegata galleria di volti, occhi ed espressioni.

Queste nuove forme di partecipazione e di empatia, se ben sfruttate, possono avere ricadute positive sulla qualità della didattica e dell’apprendimento. La maggior partecipazione degli studenti, ad esempio, permette una più efficace e immediata integrazione del loro feed back nel discorso del docente; le piattaforme in uso consentono di sperimentare modalità innovative e collaborative, come la “classe capovolta” o flipped classroom, in cui l’intervento didattico del docente si innesta su un lavoro preliminare svolto preventivamente in modo autonomo. D’altra parte, il “trauma” della DAD si è anche tradotto in un confronto senza precedenti tra colleghi per scambiarsi esperienze, risultati e suggerimenti, anche al di là dei confini disciplinari. Una pratica molto sperimentata in ambito scolastico, ma molto meno in quello accademico.

Anziché contrapporre didattica in presenza e didattica a distanza in una visione dicotomica ed escludente, sarebbe utile pensarle come due modalità integrate; non tanto nelle forme imposte dall’emergenza (ad es., un gruppo di studenti in aula e gli altri collegati in streaming), ma secondo un programma funzionale e coerente. Come osserva Edgar Morin (2016), noi non conosciamo i futuri poteri della mente; ogni evento imprevisto contribuisce a smontare l’illusione di un futuro lineare, e impone di affrontare la sfida della complessità. Il pensiero complesso, secondo Morin, è quello che lega, e che, contro la parcellizzazione delle conoscenze, fa emergere le qualità che non ci sono nelle parti prese isolatamente. Ogni crisi può risolversi o tornando al sistema precedente, oppure attraverso qualcosa di più nuovo e complesso: così nell’insegnamento, è auspicabile che dalla crisi indotta dal Covid-19 emergano nuove modalità in grado di trarre i massimi benefici cognitivi dalla rivoluzione tecnologica, senza però rinunciare al valore insostituibile dell’interazione in uno spazio condiviso.

Bibliografia

Aleksievič, Svetlana. La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale, trad. di Sergio Rapetti, Bompiani, Milano, 2018.

Aristotele, Poetica. A cura di Manara Valmigli, Laterza, Roma-Bari, 1973, cap. 22: 1459a, 5-8.

Bruner, Jerome. La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

Edgar Morin. Sette lezioni sul pensiero globale, Raffaello Cortina, Milano, 2016.

Hall, Edward T. La dimensione nascosta, Bompiani, Milano, 1966.

Heras-Pedrosa, Carlos, Sánchez-Núñez, Pablo e Peláez, Jose Ignacio.  Sentiment Analysis and Emotion Understanding during the COVID-19 Pandemic in Spain and Its Impact on Digital Ecosystems. International Journal of Environmental Research and Public Health 17 (15):5542, 2020. https://www.researchgate.net/publication/343394640 [5/12/2020]

Hodgkin, Paul. Medicine is war. British Medical Journal, 1985, 291: 1820-1821.

Jung, Carl Gustav. Simboli della trasformazione, 1912.

Lakoff, George e Johnson, Mark. Metaphors We Live By, University of Chicago Press, 1980.

Lomer, Richard,. War against cancer. British Medical Journal, vol. 1, No. 2268: 1448, 1904.

Lotman, Jurij M. La semiosfera: l’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti, Marsilio, Padova, 1985.

Moynihan, Berkeley. Cancer and how to fight it”. British Medical Journal, Vol. 1, No. 3447: 29-33, 1927.

Musil, Robert. L’uomo senza qualità, Mondadori, Milano 2015.

Nietzsche, Friedrich. Frammenti Postumi (1885-1887), Vol. VIII, tomo I, Adelphi, Milano, 1975.

Palfrey, John e Gasser, Urs. Nati con la rete: la prima generazione cresciuta su Internet: istruzioni per l’uso, Rizzoli, Milano, 2009.

Ricoeur, Paul. La vita: un racconto in cerca di un narratore. In: Domenico Jervolino (a cura di), Filosofia e linguaggio, Guerini e Associati, Milano, pp. 169-185. 1994.

Sontag, Susan. Malattia come metafore: AIDS e cancro, Einaudi, Torino, 1992.

Turkle, Sherry. La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino, 2016.

Wolf, Maryanne, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, Vita e Pensiero, Milano, 2019.

* Maria Vittoria Calvi è professore ordinario di Lingua spagnola presso l’Università degli Studi di Milano. Dirige la rivista Cuadernos AISPI. Estudios de lenguas y literaturas hispánicas ed è membro corrispondente della Real Academia Española. Tra i suoi principali interessi di ricerca, spiccano la linguistica e la didattica dello spagnolo a italofoni, i linguaggi specialistici e la lingua parlata dai migranti ispanofoni in Italia. In campo letterario, i suoi studi si sono rivolti al romanzo e all’autobiografia, con particolare riguardo per la scrittrice spagnola Carmen Martín Gaite.

* Piero Borzini, alle spalle una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto, alla terapia rigenerativa. Da una ventina d’anni si dedica ad argomenti all’interfaccia tra scienze biomediche, epistemologia, sociologia, antropologia, linguistica, evoluzione biologica e culturale. Su questi temi ha pubblicato alcuni saggi. Collabora saltuariamente con Methodologia-on-line e con la rivista PaginaUno. Tiene un blog (doveosanolegalline) dedicato ai rapporti tra scienza e società: https://doveosanolegalline.blogspot.com/


[1] Il neologismo COVID-19 ha 5 miliardi e 350mila occorrenze su Google al 14 ottobre 2020.

[2] Il Transumanesimo, termine coniato dal genetista Julian Huxley (In New Bottles for New Wine, 1957), è un movimento culturale e scientifico che auspica il superamento delle barriere naturali che limitano la vita dell’uomo come individuo e come costituente di una società. Tra le conseguenze ideologiche di questo movimento vi è l’affermazione del diritto all’autodeterminazione morfologica, vale a dire la “libertà di controllare e modificare volontariamente il proprio corpo e la propria mente”.  

Neuralink è la startup che studia (e già applica a livello sperimentale) connessioni tra cervello e dispositivi digitali finalizzando la ricerca alla reingegnerizzazione bio-digitale del cervello umano (https://neuralink.com)  [6/12/2020].

[3] Si veda l’articolo “La dottrina dello shock pandemico: così i big digitali usano il virus per conquistare il mondo” pubblicato sul L’Espresso dell’11 giugno 2020.

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