Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

1 Commento

>Maria Vittoria Calvi* e >Piero Borzini*

Introduzione

In questo articolo, si snoda un dialogo intorno alle problematiche comunicative legate alla diffusione della pandemia prodotta dal virus SARS-CoV-2. A partire dalle diverse competenze e prospettive disciplinari, i due autori si scambiano domande e riflessioni critiche riguardanti la centralità della scienza nel discorso pubblico, il ruolo dei mezzi di comunicazione, l’uso del linguaggio figurato nella narrazione della pandemia, il potenziamento della comunicazione digitale e le possibili conseguenze di carattere cognitivo, fino ai problemi sollevati dalla didattica a distanza.[1]

  1. La voce dello scienziato

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: la comparsa degli scienziati sulla scena pubblica, chiamati in causa dai politici per intervenire nei processi decisionali. Tutti ascoltavano con trepidazione le loro voci e i loro pareri, nella speranza che la Conoscenza Scientifica potesse sconfiggere il nuovo e invisibile “nemico”, che in pochi giorni ha fatto saltare ogni certezza. Perfino gli abituali denigratori della Conoscenza Scientifica sembravano chiusi nel silenzio. Ma, di certezze, gli scienziati ne avevano ben poche, come è normale che succeda di fronte a un fenomeno nuovo: e così, le aspettative hanno lasciato il posto alla sfiducia, alimentata da un acceso dibattito tra scienziati che, talvolta, non hanno saputo valutare l’impatto mediatico di affermazioni più consone alla comunicazione tra specialisti.

Fuori dall’Italia, le cose non sono andate molto meglio: alcune ricerche confermano, ad esempio, che anche in Spagna i sentimenti negativi della popolazione sono stati alimentati dal flusso di informazioni contraddittorie, mentre un’efficace comunicazione del rischio richiederebbe chiarezza e trasparenza (Heras-Pedrosa, Sánchez-Núñez e Peláez, 2020). Resta però aperta una questione di fondo: come conciliare la cautela dello scienziato con il bisogno di certezza? Come infondere fiducia senza sacrificare il dibattito? Come orientare il cittadino in mezzo al concerto stonato di voci discordanti?

2. Scienza e scienziati: una narrazione distorta

Bisognerebbe distinguere la voce della scienza dalla voce dello scienziato. La parola Scienza indica un oggetto astratto e impersonale, benché dotato di voce e di potere. Indica il “sapere” in generale, ma indica anche una “comunità” che si riconosce tale per il fatto di condividere un “metodo” attraverso il quale cerca di trovare, all’interno di un quadro di riferimento coerente e verificabile, risposte a un determinato genere di domande. Ben altra cosa è lo scienziato, una persona (spesso un maschio), con tutto il suo sapere ben intrecciato ai buoni propositi, ma anche all’aspirazione alla gloria, a istinti, pulsioni, limiti, debolezze, convincimenti politici e morali.

Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria prodotta dal diffondersi pandemico del virus SARS-CoV-2, noi tutti (il pubblico, il lettore, il telespettatore, l’uomo della strada) ci siamo trovati a condividere l’aspettativa che l’autorevole voce della Scienza ci fornisse le indicazioni e le rassicurazioni di cui avevamo bisogno. In effetti, inizialmente la Conoscenza Scientifica ci è giunta attraverso una sola voce, quella del Comitato Tecnico-Scientifico.[2] Questo, al netto delle discussioni interne, si pronunciava con una voce univoca, quasi assumendo gli abiti di una istituzione scientifica nazionale indipendente, che in Italia di fatto non esiste.[3] Sentito il parere del Comitato, il braccio politico dello Stato si assumeva le conseguenti responsabilità decisionali. L’idillio tra Scienza, Stato, Cittadini fu però di breve durata.

Le cause del raffreddamento nella fiducia nella scienza furono e sono varie. Una delle principali trae sostanza dalla palese discrasia tra la rappresentazione che la scienza ha amato dare di se stessa quale “soluzione per tutti i problemi” e il suo effettivo potere di risolvere gli attuali specifici problemi, discrasia che il cittadino comune non ha tardato a percepire. Ai nuovi problemi portati da un virus di cui non si sapeva nulla la scienza non ha saputo fornire tempestivamente quelle risposte che da lei ci si attendeva. Per sua natura, di fronte all’ignoto la scienza necessita di analisi, conferme, verifiche, controlli. Ciò richiede tempo e serrati dibattiti interni per arrivare a distinguere il “vero” dal “falso”, il “possibile” dal “probabile”, “l’utile” dal “dannoso”. Tentennamenti o contraddizioni in luogo di risposte certe e immediate vengono recepiti come una forma di “tradimento”, se non addirittura di “millantato credito” da parte di chi non ha dimestichezza con le dinamiche interne alla scienza. Sebbene il “sapere di non sapere” sia un elemento costitutivo della via alla conoscenza perseguita dalla scienza, a livello di comunicazione l’ammissione di non saperne ancora abbastanza non è servita a lenire la delusione del cittadino nei riguardi delle aspettative che era stato indotto a coltivare. A peggiorare la situazione comunicativa, dopo poche settimane di apparente coesione, da parte di alcuni scienziati sono arrivate le prime “dichiarazioni” dissonanti rispetto alle posizioni precedentemente condivise. All’inizio, singole voci di scienziati hanno dato vita a una timida polifonia, seguita da lì a poco da una inquietante cacofonia e, infine, da un’assordante “gazzarra”. A quel punto, il disorientamento era garantito e il calo di fiducia inevitabile (“se litigano in questo modo, come possiamo dar loro fiducia?”).

In questa situazione confusa e poco governabile non hanno fatto fatica a intrufolarsi elementi divisivi e destabilizzanti che vanno sotto il nome di “disinformazione” e “pseudoscienza”, tarli sociali che mettono in serio pericolo la tenuta democratica delle nazioni e che vengono abilmente manovrati da chi trae profitto dall’instabilità sociale. Da noi, le voci discordanti – forse abilmente orchestrate – hanno preso rapidamente posizione in ogni luogo deputato alla pubblica discussione. In altri paesi, in modo particolare in quelli dotati di istituzioni scientifiche nazionali il cui prestigio si misura in secoli e non in anni, la discordanza delle voci è stata minore e conseguentemente minore è stata la diffusione del senso di sfiducia.

Sostituire la voce impersonale della Scienza con quella personalissima degli scienziati è deleterio. Gli scienziati sono persone, e come tali suscettibili di una serie di debolezze.  Nei consessi scientifici – dove i fatti dovrebbero valere più delle interpretazioni – tra nubi di polvere e l’acre odore del testosterone, vanno spesso in scena scontri tra scienziati (in massima parte maschi) animati da protagonismo, desiderio di affermazione, narcisismo e rivalità personali. Ma quando ciò avviene sulla ribalta mediatica – dove la massima di Nietzsche «non ci sono fatti, solo interpretazioni» (Nietzsche, 1975, p. 299) viene presa alla lettera e dove la mission è fare ascolto” – gli effetti sono ben peggiori. Lì, in quella arena di Gladiatori, si declina la sconfitta della Scienza – del suo metodo, del suo mandato, del suo prestigio –, liquefatti tutti sotto la calda luce dei riflettori.

Così stando le cose ci si potrebbe quindi chiedere quale sia il ruolo e la responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa in una situazione così critica, dove c’è in gioco nientemeno che la tenuta sociale della Nazione.

3. La mediazione del giornalista

I mezzi di comunicazione, per loro stessa natura, oltre a informare, svolgono un ruolo di mediazione tra gli specialisti e il pubblico. Questa mediazione, però, non è una semplice “traduzione” di un linguaggio complesso in termini più accessibili ai più, ma comporta una ben diversa messa in scena dell’informazione. Un articolo scientifico, oltre a un’elevata densità concettuale e terminologica, si caratterizza per uno stile neutro e impersonale, con cui l’autore (o autrice, visto che le scienziate non mancano) dà la priorità, appunto, ai “fatti”, che espone ordinatamente, secondo uno schema fisso: stato dell’arte, metodologia, risultati e discussione. Un articolo divulgativo, invece, non può rinunciare all’emotività, con cui attira la curiosità e l’attenzione del lettore; non basta spiegare i tecnicismi con parole comuni, ma servono, ad esempio, il linguaggio figurato e la narrazione, che sposta il focus dai fatti agli attori sociali. I giornalisti spiegano e raccontano, ma spesso danno la parola ai protagonisti, siano essi scienziati, politici o intellettuali.

D’altra parte, il testo che viene proposto al lettore (o allo spettatore) è anche il risultato di altre mediazioni, ad esempio, tra le fonti primarie (le pubblicazioni scientifiche o i comunicati ufficiali delle istituzioni scientifiche o sanitarie) e i comunicati stampa: sta al giornalista, in base alle sue competenze, confezionare il “prodotto” in grado di intercettare l’interesse del pubblico. Se questo è vero da sempre, oggi l’irruzione di Internet ha scatenato nuove dinamiche comunicative, avvalorando il noto principio di McLuhan, secondo cui il medium è il messaggio. La migrazione del giornalismo in rete ha trasformato la notizia in un flusso continuo di informazioni correlate, che si aprono ai commenti del pubblico, tanto che la struttura di una notizia viene paragonata a una specie di cubo di Rubik, cioè un modello combinatorio in cui si integrano diversi contenuti e forme di narrare. Inoltre, le notizie rimbalzano dai siti web dei giornali o delle istituzioni alle reti sociali, in cui sono sottoposte alla “tirannia” dei “mi piace”, che danno ancor maggiore priorità degli elementi emotivi rispetto a quelli informativi. Sono nuove modalità comunicative, con grandi potenzialità, ma non prive di effetti perversi: basta pensare a come alcuni politici raccolgono consensi, o ai fenomeni noti come post-verità, in cui una notizia viene accettata sulla base di sensazioni ed emozioni, indipendentemente dall’effettiva veridicità (che nessuno si preoccupa di accertare, soprattutto se le notizie offrono conferma alle proprie credenze).

Se trasferiamo i termini di questa riflessione a un caso come l’attuale emergenza sanitaria, il risultato è quell’immenso accumulo di informazioni, con diversi gradi di verità, verosimiglianza o falsità, che la stessa OMS ha battezzato infodemic (infodemia), per analogia con epidemic (epidemia), sottolineando come le informazioni false si propaghino ancor più rapidamente dei virus, e proponendo azioni positive per “immunizzare” i cittadini contro la cattiva informazione.[4] Anche il nostro Ministero della Salute ha pubblicato sul proprio sito le linee guida dell’OMS per prevenire lo stigma sociale associato al Covid-19 e alimentare la solidarietà collettiva, che invitano gli esperti della comunicazione a correggere gli stereotipi e a pesare bene le parole, evitando, ad esempio, di ripetere voci non confermate e di usare un linguaggio iperbolico tale da generare paura.[5]

Fino a che punto i giornalisti praticano questo modello di “giornalismo etico”? Se escludiamo i giornali a forte orientamento politico e ideologico, non possiamo negare che vi siano esempi positivi di divulgazione scientifica seria; ma ottenere la “visibilità” nell’arena comunicativa impone comportamenti non sempre virtuosi: ed è spesso nel passaggio dalla neutralità del discorso scientifico all’emotività di quello giornalistico che la notizia viene distorta.

Un altro rischio è rappresentato dal dovere di informare, che impone di dare spazio anche alle voci dissonanti, sia pure prendendo le distanze, qualora si tratti di pareri non accettati dalla comunità scientifica. Aprire le virgolette e citare le parole altrui, per il giornalista, è un modo per restare neutrale, attribuendo ad altri la responsabilità di quanto detto. In questo modo, la comunicazione diventa un guazzabuglio di voci discordanti, in cui per il pubblico non è facile orientarsi, né distinguere le affermazioni basate sui dati scientifici da quelle che, invece, hanno un valore eminentemente politico. D’altra parte, politici e scienziati si muovono sul palcoscenico creato dai media, ma comunicano anche direttamente con il pubblico attraverso le reti sociali, in cui rimbalzano continuamente le loro voci.

Quanto al linguaggio figurato, va ricordato che le metafore possiedono sia un valore cognitivo (comprendere un dominio concettuale facendo ricorso, mediante un procedimento comparativo, a un altro dominio concettuale) sia un valore sociale, legato al contesto nel quale vengono utilizzate. Il nostro sistema concettuale è di natura metaforica, e di metafore è impregnata la nostra vita quotidiana (Lakoff e Johnson 1980). Benché non manchino neppure nel linguaggio tecnico-scientifico, le metafore svolgono un ruolo primario nella divulgazione; ma, in situazioni critiche come quella che stiamo vivendo, possono suscitare stati emotivi di paura ed eccessiva ansietà.

La metafora bellica, con tutta la sua costellazione concettuale e lessicale (prima linea, guerriero, trincea, battaglia, eroe, combattente, ecc.) è stata utilizzata con profusione sia nel discorso pubblico dei leader politici a diverse latitudini, sia in quello dei mezzi di comunicazione, che del primo sono cassa di risonanza. Questo uso (e abuso) ha suscitato reazioni critiche e indignazione da più parti; non sono neppure mancati studi e iniziative del mondo accademico, come quella a cura di un gruppo di linguisti dell’Universidad de Navarra (Pamplona), che si pone l’obiettivo di proporre schemi alternativi rispetto al discorso bellico per parlare della pandemia, e in quattro mesi ha raccolto materiale in 24 lingue.[6] Il discorso bellicista, maschile e muscolare, induce i cittadini ad accettare misure restrittive e sospensioni della libertà proprie di uno stato di emergenza, favorendo lo scontro e la demonizzazione dell’altro (con uno slittamento dal virus a chi ne è portatore) e impedendo che si sviluppi il senso di responsabilità (come si vede quando si allentano le misure restrittive).

Non tutti, però, sono contrari all’uso della metafora bellica. Ad esempio, Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha sottolineato come il senso di paura scatenato dall’adozione di questo schema metaforico possa spingere la popolazione a proteggersi nei confronti della malattia[7].

Resta comunque da chiedersi se le metafore di guerra in medicina servano a capire e ad affrontare la malattia, o non alimentino piuttosto comportamenti sbagliati e lo stigma sociale nei confronti di chi ne è portatore. Già Susan Sontag, nel celebre saggio Malattia come Metafora (1992), segnalava i pericoli di questo linguaggio, che crea divisione e distruzione, anziché favorire il paradigma più rassicurante della cura e della solidarietà. Ma, forse, i medici e il personale sanitario impegnato “in prima linea” nella cura della pandemia non dovevano sentirsi in modo molto diverso da un soldato al fronte.

4. La metafora bellica in medicina

Che si guardi alla cosa dal punto di vista del paziente o da quella del sanitario, la questione della metafora bellica è comunque una questione “spinosa” (per dirla con una metafora floreale), perché questa forma di linguaggio figurato veicola contemporaneamente simbologie utili e significati destabilizzanti.

La traslazione di simboli e significati da un dominio cognitivo all’altro – la capacità di «saper vedere e cogliere la somiglianza delle cose fra loro» (Aristotele, Poetica) – può rendere più immediata la percezione di determinati messaggi, tenendo conto che la parola, da sola, è spesso meno evocativa rispetto alle immagini. La metafora, infatti, è una immagine disegnata con le parole.

Quando ero un giovane lettore ancora poco avvezzo alle parole, trovavo che nei libri d’avventura – per esempio Ventimila leghe sotto i mari – le illustrazioni dessero al racconto uno spessore che, certamente per un mio difetto, la pura narrazione non era in grado di trasmettermi. E che dire delle illustrazioni che accompagnano Alice nel mondo delle meraviglie o Il piccolo principe?

Finali shock
Un boa che digerisce un elefante (da Il Piccolo Principe)

Le metafore sono forme del discorso di rara potenza evocativa. Creando un ponte tra la parola scritta e la memoria sensoriale ed emotiva di chi legge, conferiscono vita propria a qualunque narrazione. Non è un caso, che Robert Musil affermi che la metafora «ha una capacità di arricchimento superiore perfino alla più grande ricchezza» (Musil, 2015, p. 102). Nietzsche, da buon filosofo, segnala però un rischio naturalmente connaturato alle metafore, quello che – dando sostanza concreta alle idee astratte – possano indurre a confondere le metafore medesime con le realtà che tendono ad evocare. Questa è la critica mossa dalla già citata Susan Sontag (1992), la quale afferma che la malattia è una cosa troppo concreta per essere presentata in forma di metafora. Secondo la scrittrice francese, queste metafore tendono a creare un immaginario di impotenza e di ineluttabilità e, nel paziente, deformano l’esperienza della malattia, aumentano la sofferenza, paralizzano l’azione. Questa analisi risale agli anni ’70 e si riferiva a malattie – il cancro e l’AIDS – nei confronti delle quali le armi della medicina erano particolarmente spuntate. È in questa situazione psicologica che, dal punto di vista del paziente, la metafora bellica viene percepita come inappropriata.  Ma dal punto di vista dell’operatore sanitario e da quello della mediazione giornalistica tali metafore risultavano invece particolarmente efficaci. Questo è avvenuto anche in occasione dell’attuale pandemia. Nella prima fase della diffusione della malattia (la fase in cui le terapie intensive non erano nemmeno in grado di accogliere tutti i pazienti che sarebbe stato necessario ricoverare) si parlò esplicitamente di guerra, battaglia, trincea, nemico invisibile, difesa, argine, contromisure. Vinta la prima fase di guerra guerreggiata, arrivarono le metafore del dopoguerra, quelle col prefisso “ri”: ricostruzione, rinascita, ripresa. Mentre scriviamo, la seconda ondata ne ha generate di nuove: una per tutte, coprifuoco. La metafora bellica non cessa con la narrazione vera e propria. Si estende anche alla meta-narrazione, la narrazione della narrazione:

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Il potere della metafora bellica nel diffondere il senso della paura è tale che sulla sua eventuale strumentalizzazione politica si è molto discusso e polemizzato. L’immagine del “fronte” o della “trincea” ha però anche il potere di infondere tenacia, coraggio e volontà di resilienza nella comunità dei “combattenti”, tanto che i sanitari coinvolti nell’assistenza ai malati durante la fase più “esplosiva” dell’epidemia hanno percepito tale immagine come molto aderente al loro vissuto psicologico e allo stress fisico e mentale cui erano sottoposti trovandosi “in prima linea”.

Quando il medico è impegnato nel tentativo di formulare una diagnosi sfuggente, la metafora che più gli si addice è quella del detective. Questa metafora, che associa la figura del medico a quella di uno Sherlock Holmes (il cui autore, Arthur Conan Doyle, si era laureato in medicina nel 1881), è diventata un “classico” di un certo genere di “letteratura”, dal Dr. Kildare, al Dr. House, al recentissimo The Diagnosis Detectives, in onda quest’anno sui canali della BBC. Quando invece il medico affronta il compito pratico di curare il paziente o di “sconfiggere” le malattie, il terreno metaforico più appropriato è proprio quello della guerra, un quadro immaginifico le cui origini risalgono a oltre un secolo fa.

La dizione guerra contro il cancro appare infatti per la prima volta nel 1904 sulle pagine del British Medical Journal (Lomer, 1904). Nello stesso giornale, il presidente del Royal College dei Chirurghi inglesi introduce nel 1927 un concetto analogo, quello di battaglia (Moynihan, 1927). Molto più recentemente, sulla medesima rivista (e questo potrebbe far sorgere qualche domanda sulla vocazione bellica degli inglesi) un chirurgo di nome Paul Hodgkin pubblicava un articolo nel quale mostrava come il medico prenda a piene mani dal lessico militare e ne traferisca la terminologia nella propria attività quotidiana: un attacco cardiaco; le difese dell’organismo; l’armamentario terapeutico; vittima di un’infezione; linfociti killer; esplosione di un focolaio infettivo. Mentre i medici combattono il nemico, nel loro immaginario i pazienti sembrano quasi giocare il ruolo passivo dei resistenti, come se la loro condizione rappresentasse il territorio sul quale la guerra viene combattuta (Hodgkin, 1985).

Oggi la situazione si è evoluta sia sul piano terapeutico sia su quello psicologico, ma per molti pazienti la metafora bellica continua a suonare inappropriata, mentre buona parte dei medici continua a sentirsi sul campo di battaglia. I confini delle malattie intrattabili si sono spostati in avanti ma continuano a esistere e, in molte realtà, l’organizzazione dei luoghi di cura è tale che i medici non possono non sentirsi di entrare ogni mattina in trincea. Questo è un evidente segno di malessere dovuto al fatto di dover convivere col dolore altrui e col proprio senso di inadeguatezza. In una simile situazione la metafora bellica, attraverso la quale narriamo anche noi stessi, può essere utile: aiuta a resistere.

 

* Maria Vittoria Calvi è professore ordinario di Lingua spagnola presso l’Università degli Studi di Milano. Dirige la rivista Cuadernos AISPI. Estudios de lenguas y literaturas hispánicas ed è membro corrispondente della Real Academia Española. Tra i suoi principali interessi di ricerca, spiccano la linguistica e la didattica dello spagnolo a italofoni, i linguaggi specialistici e la lingua parlata dai migranti ispanofoni in Italia. In campo letterario, i suoi studi si sono rivolti al romanzo e all’autobiografia, con particolare riguardo per la scrittrice spagnola Carmen Martín Gaite.

* Piero Borzini, alle spalle una carriera ospedaliera dedicata all’immunologia, al trapianto, alla terapia rigenerativa. Da una ventina d’anni si dedica ad argomenti all’interfaccia tra scienze biomediche, epistemologia, sociologia, antropologia, linguistica, evoluzione biologica e culturale. Su questi temi ha pubblicato alcuni saggi. Collabora saltuariamente con Methodologia-on-line e con la rivista PaginaUno. Tiene un blog (doveosanolegalline) dedicato ai rapporti tra scienza e società: https://doveosanolegalline.blogspot.com/


[1] I paragrafi 1, 3, 5, 7 sono a cura di Maria Vittoria Calvi. I paragrafi 2, 4, 6 sono a cura di Piero Borzini.

[2] Il Comitato Tecnico Scientifico (CTS) è stato istituito il 5 febbraio 2020 con il Decreto n. 371 del Capo Dipartimento della Protezione civile. Ha competenza di consulenza e supporto alle attività di coordinamento per il superamento dell’emergenza epidemiologica dovuta alla diffusione del Coronavirus.

[3] La Royal Society inglese fondata nel 1660, l’Académie des sciences francese fondata nel 1666, l’Accademia reale svedese delle scienze fondata nel 1739, sono esempi di ciò che si intende comunemente per Istituzione scientifica nazionale indipendente, anche se il concetto di “indipendente” appartiene più al regno delle buone intenzioni che a quello della realtà.

[4] United Nations Foundation. Immunizing the public against misinformation. https://tinyurl.com/yxbcq64t [5/12/2020].

[5] Ministero della Salute. Covid-19, la guida Oms contro lo stigma sociale. https://tinyurl.com/vqns6qz [5/12/2020].

[6] What is #ReframeCovid? https://sites.google.com/view/reframecovid/initiative [5/12/2020].

[7] Si veda l’intervista raccolta da Paola Taddeucci nell’articolo, “Il covid è una guerra, parola di linguista. Segregazione fa più paura di lockdown”, La Stampa, 23 aprile 2020.

[8] Il neologismo COVID-19 ha 5 miliardi e 350mila occorrenze su Google al 14 ottobre 2020.

[9] Il Transumanesimo, termine coniato dal genetista Julian Huxley (In New Bottles for New Wine, 1957), è un movimento culturale e scientifico che auspica il superamento delle barriere naturali che limitano la vita dell’uomo come individuo e come costituente di una società. Tra le conseguenze ideologiche di questo movimento vi è l’affermazione del diritto all’autodeterminazione morfologica, vale a dire la “libertà di controllare e modificare volontariamente il proprio corpo e la propria mente”.  

Neuralink è la startup che studia (e già applica a livello sperimentale) connessioni tra cervello e dispositivi digitali finalizzando la ricerca alla reingegnerizzazione bio-digitale del cervello umano (https://neuralink.com)  [6/12/2020].

[10] Si veda l’articolo “La dottrina dello shock pandemico: così i big digitali usano il virus per conquistare il mondo” pubblicato sul L’Espresso dell’11 giugno 2020.

 

 

One thought on “Conversazione sulla pandemia tra scienza e linguaggio [parte prima]

  1. Io ho notato la grande insufficienza dei media nazionali nell’informare il pubblico sulla pandemia nel mondo.
    1) l’andamento della pandemia negli Stati Uniti è passato totalmente sotto silenzio: numeri, statistiche… nulla trapela. Solo notizie generali e non confrontabili con le nostre
    2) l’andamento della pandemia nei paesi asiatici è stata completamente oscurata: Cina?, Giappone?, Corea? E’ sparita perfino la retorica sul malgoverno della Corea del Nord e sul malgoverno cinese a Hong Kong.
    3) l’andamento della pandemia in Sud America. Dopo le notizie sull’aggravarsi della situazione, è improvvisamente sparito tutto. Oggi nulla si sa del Sud America.
    4) per non parlare dell’Africa. Cosa succede in Africa? Boh!
    5) Paesi arabi. Cosa succede in Siria, Iraq, Iran? Boh!
    .
    Una sola cosa penso, per giustificare questa grande insufficienza di informazione: le frontiere sono chiuse. Il Coronavirus ci sta costringendo tutti a stare rinchiusi in casa, fra le quattro mura domestiche.

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