Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Cosa può generare una crisi economica e sociale?

1 Commento

Premessa

L’emergenza pandemica non avrà solo delle conseguenze sulla salute nei vari Stati, ma andrà ad incidere notevolmente sulle comunità dal punto di vista economico e sociale. Tanto è vero che, tutti gli istituti economici più qualificati mettono in evidenza la perdita dei P.I.L. dei singoli Stati, con delle conseguenze notevoli nella società.
A fortiori, già nella fase di massima espansione del virus in Italia,  si notavano delle spinte disgregatrici nella società, a causa delle mancanza di efficacia della Pubblica Amministrazione nel distribuire aiuti economici alle fasce sociali più colpite e in difficoltà.
Ebbene, in questi mesi sono andati formarsi sull’onda emotiva della crisi dei veri e proprio movimenti “ liquidi”, come forma di protesta nei confronti delle Istituzioni nazionali e sovranazionali.
Va pure evidenziato, come nei periodi di crisi economica è consuetudine il formarsi di movimenti sociali, che possono avere diverse caratterizzazioni, ma tutte hanno un elemento comune che è il sovvertimento dell’ordine politico e sociale.
È dirimente, prendere in considerazione che l’eventuale crisi economica che deriverà dall’emergenza pandemica, si andrà ad aggiungere ad altri fattori, quali la crisi della globalizzazione e del paradigma economico e sociale neo-liberale, i quali avevano già determinato la crisi economica del 2008, da cui alcuni Stati, come l’Italia, non erano del tutto usciti.
È  fondamentale immaginare una ricostruzione di una società intermediata non solo dal punto di vista formale, ovvero con la nascita di nuovi corpi intermedi, ma risulta opportuno che si sviluppino nuove visioni e nuovi manifesti politici e culturali delle varie grandi ideologie, dal momento che in questi anni è venuta a mancare la funzione delle formazioni sociali nel nostro Paese, generando degli impulsi estremisti e disgregatrici che possono portare a conseguenze, molto spesso non immaginabili.
Ciò che è avvenuto nelle Piazze di Milano e Bologna, ovvero le manifestazione dei gilets arancioni, nonostante i numeri modesti che hanno fatto registrare, non possono essere, però, sottovalutate dal momento che in mancanza di formazioni sociali, che mitigano gli istinti e la rabbia dei cittadini, a causa delle difficoltà economiche, possono determinare scenari che ad oggi sono impensabili ed inimmaginabili, ma che negli anni possono avere risultanze differenti.
D’altronde, un esempio lampante è possibile rintracciarlo nel movimento dei Gilets Jaunes, che è nato nel 2018  per l’aumento dei prezzi sul carburante, ma in pochi mesi la protesta è diventata uno scontro sociale, dal momento che i gilets gialli rimarcavano nel loro manifesto e nelle proteste in piazza lo status delle classi più deboli, rivendicando maggiori diritti sia nell’ambito lavorativo che socio-economico. 
Altresì, nonostante potrebbe sembrare un paragone lontano e molto risonante, ma le istanze e le rivendicazione sia dei Gilets Jaunes che dei Gilets Arancione, fino ad arrivare al V-Day, sono confrontabili al manifesto del movimento dei fasci del 1929.
È lapalissiano che non si vuole esprimere giudizi o caratterizzare i movimenti odierni, con ciò che è avvenuto nella prima metà del ‘900, piuttosto è stimolante per la discussione posta in essere mettere in evidenza dei tratti comuni, seppur con parabole e risultanti diverse tra esse.
In conclusione, il ragionamento centrale  e rilevante da prendere in considerazione è che questi movimenti i quali hanno una forte spinta sociale, proveniente dalle criticità sociali non possono essere caratterizzate ed inquadrate in un unico “ campo politico”, bensì la particolarità è proprio la provenienza culturale, sociale e politica trasversale degli attivisti e dei cittadini che aderiscono a suddetti movimenti.

a.         Le cause del malcontento sociale

Al fine di  comprendere meglio l’interrogativo postosi, è utile  analizzare le cause del diffondersi delle spinte sociali disgregatrici, che vengono da lontano e dalle scelte poste in essere dai governi e le istituzioni competenti.
La globalizzazione è un fenomeno di progressiva crescita delle relazioni e degli scambi a livello mondiale e in diversi ambiti che porta verso una convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo, determinando una perdita di rilevanza del sistema nazionale come punto di riferimento nello scenario economico e politico nel nuovo contesto globale.
La forma di globalizzazione più immediata è quella economica, che presenta sia caratteristiche positive legate alle potenzialità del mercato globale, sia caratteristiche negative connesse alle disparità ed alle instabilità finanziaria. In campo economico la globalizzazione è un fenomeno caratterizzato da diversi elementi.
La liberalizzazione degli scambi commerciali e dei movimenti internazionali di capitali. Diversi studiosi  affrontano il tema della globalizzazione partendo da diversi presupposti: innanzitutto si ritiene che essa sia una scelta di politica economica e del lavoro , presa in considerazione dai vari Stati. Ma tale scelta ha determinato come conseguenza una concorrenza senza precedenti tra lavoratori che costavano alle imprese venti volte in più di quelli di altri Paesi in cui non vi erano gli stessi diritti sindacali.
Ma il punto di partenza è negli anni ’80, in cui fondazioni, centri studi, partiti politici e gruppi economici iniziano a sostenere le tesi socio-economiche neo-liberali, determinando una modificazione della funzione sociale dell’impresa.
Ed invero, se precedentemente le imprese manifatturiere avevano come obiettivo sia il profitto , ma anche le condizioni dei lavoratori sia sul posto di lavoro che nella comunità; oggi, invece, il mondo imprenditoriale ha come unico obiettivo massimizzare i profitti, soprattutto tramite la quotazione in borsa, avendo come punto di riferimento l’economia finanziaria e non quella reale.
D’altronde la crisi del 2007 ha origini proprio dall’economia finanziaria e successivamente si ripercuote su quella reale, soprattutto perché la politica ha abdicato le scelte politico-economiche degli Stati alla finanza e ai mercati.  Difatti, vi è stata l’abolizione della separazione tra banche commerciali e finanziarie avvenuta in U.S.A. , favorendo il mercato finanziario, a discapito dell’economia reale. Determinando una conseguenza sia dal punto di vista economico, come innanzi evidenziato, ma sia soprattutto sociale, considerato che le imprese non rivolgevano il proprio orizzonte al proprio profitto e alle condizioni dei lavoratori, bensì solo alla crescita dell’impresa nel mercato finanziario, mediante la quotazione in borsa. Gallino, inoltre, auspica interventi incisivi sia da parte degli Stati Uniti che dell’Europa. 
Orbene,  i primi con la riforma di Wall Street  voluta fortemente dal Presidente Obama hanno provato ad intervenire su tale materia, ma tale intento riformatore è stato contrastato ed ammorbidito, sia per l’intervento posto in essere dal partito repubblicano sollecitato dai grandi gruppi finanziari, sia perché era una riforma molto ambiziosa e complessa, a cui servivano centinaia di decreti attuativi, che non sono stati compiuti a causa della fine del mandato del presidente. Va detto, comunque, che tale idea avuta nel 2010 andava nella giusta direzione, per limitare e controllare il mercato finanziario su quello reale.
Mentre in Europa tale riforma di cui si parla da anni, non è mai stata affrontata in modo deciso dai rappresentanti europei e dagli Stati membri.
Ebbene, la globalizzazione si è sviluppata grazie all’accelerazione del progresso tecnologico, soprattutto nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che ha permesso di abbattere i relativi costi, collegare i luoghi lontani geograficamente facilitarne i traffici commerciali. Allo stesso tempo si è fondata sull’apertura delle barriere commerciali, quindi l’eliminazione di dazi, sussidi e quote, che hanno favorito una più facile commercializzazione tra gli Stati.
Oggi si sta vivendo un processo che va in direzione contraria, come ad esempio la politica americana sui dazi che inevitabilmente porterà a una riduzione della quota di esportazioni in diversi paesi tra cui l’Italia.
Ulteriore corollario della globalizzazione è sicuramente la delocalizzazione della produzione, in quanto i costi di trasporto sono drasticamente diminuiti. È oggi possibile realizzare i vari componenti di un prodotto in località anche molto lontane tra loro, assemblarli in un’altra ancora e infine vendere l’oggetto finito in tutto il mondo.
Questo tipo di attività economiche è in genere gestito da società multinazionali, le cui funzioni sono distribuite in diversi Stati a seconda della convenienza economica.
La progettazione può essere concentrata nei Paesi tecnologicamente all’avanguardia, mentre la produzione viene realizzata nei paesi in via di sviluppo in cui possono pagare salari più bassi, con ripercussioni sul mercato del lavoro e, considerato la riduzione dei centri di produzioni negli Stati più industrializzati. Lo spostamento di parte dei processi produttivi in paesi dove il costo della vita è più basso e le garanzie sindacali sono scarse si accompagna a forme di sfruttamento del lavoro, che non sarebbero accettate nelle società più ricche.
Altra problematica è  la dislocazione della produzione che può generare problemi proprio nei paesi avanzati, in cui i lavoratori rischiano di perdere la propria occupazione o sono costretti ad accettare condizioni peggiori per evitare il trasferimento della produzione in paesi con un costo del lavoro inferiore.
Da ultimo non si può non prendere in considerazione che viene sempre più spesso scelte sedi legali in Stati che garantiscono una tassazione particolarmente vantaggiosa, i cosiddetti “paradisi fiscali”.
È evidente che un mutamento seppur minimo di tali situazioni sarebbe stato possibile se accanto alla globalizzazione del mercato si fosse verificata anche quella del lavoro, con la definizione di diritti e tutele minime in tutto il mondo, a partire dal concetto di salario minimo.
La globalizzazione economica ha determinato delle conseguenze importanti dal punto di vista di visione politica degli Stati, difatti vi è stato un processo di riduzione della sovranità statale, cioè un progressivo trasferimento di sovranità democratica dagli Stati-nazione ad entità internazionali e sovranazionali con grado imperfetto di democrazia. Tale fenomeno ha prodotto degli effetti non solo da un punto di vista economico ed istituzionale, bensì vi sono state ripercussioni nell’ambito sociale degli Stati, come l’aumento delle disuguaglianze sociali tra Stati poveri e ricchi, ma anche negli stessi paesi sviluppati un aumentare del disagio sociale nelle classi deboli.
Altre conseguenze provenienti da tale politica industriale, sono i problemi relativi alla distruzione ecologica causati, dal momento che si ha solo un fine di realizzare profitto, senza un interessamento della salvaguardia del nostro Pianeta, difatti proprio negli ultimi anni è nata nelle giovani generazioni una ribellione nei confronti delle istituzioni mondiali e delle grandi multinazionali, per tutelare la terra, tale movimento di protesta è avvenuto a causa di eventi naturali preoccupanti quali: lo scioglimento dei ghiacciai secolari, il surriscaldamento terrestre, l’aggravarsi del fenomeno del buco nell’ozono ed effetto serra.
Tanto è vero che, uno dei tanti studi scientifici sul virus pandemico pone in evidenza come si diffonda maggiormente nei luoghi, in cui vi è un’elevata presenza di inquinamento atmosferico.
A seguito dell’affermazione del processo di globalizzazione le istituzioni economiche, politiche e le grandi multinazionali, le quali influenzano fortemente le scelte politiche nazionali ed internazionali hanno realizzato una politica economica neo-liberista, la quale è improntata al libero scambio e al libero mercato, promuovendo dunque il sistema economico non come sistema isolato, ma come un sistema aperto di interscambio.
Il neo-liberismo afferma inoltre la tendenza del mercato stesso ad evolvere spontaneamente verso la struttura più efficiente e stabile possibile, attraverso la cosiddetta mano invisibile , in modo da massimizzare la soddisfazione di produttori e consumatori.
Quindi, per tale concezione il sistema-mercato tende verso una situazione di miglioramento crescente delle condizioni economiche, senza che sia necessario l’intervento statale, per eliminare le diseguaglianze sociali.
Il predetto teorema economico ha generato una delle più gravi crisi economiche della storia avvenuta nel 2008, tanto è vero che viene paragonata a quella del 1929.
E’ stata la crisi di un modello finanziario detto di “finanza creativa”, basato su scarsi mezzi propri e elevati capitali intermediati. Causa della crisi è il default dei mutui Subprime americani; il tutto ha inizio l’11 settembre 2001 con l’attentato alle twin towers, quando la Federal Reserve allo scopo di restituire fiducia ai mercati, delineò una politica monetaria espansiva abbattendo il tasso d’interesse di riferimento. Dal momento che i tassi di interesse erano troppo bassi, gli investitori e speculatori congelarono la propria disponibilità monetaria in virtù della trappola della liquidità. L’utilizzo da parte delle banche d’investimento della leva di indebitamento ha determinato lo sviluppo anomalo del mercato immobiliare americano che ha dato vita alla bolla immobiliare con effetti devastanti sull’intero sistema reale. La crisi da finanziaria diventa reale dal momento che si riducono i consumi effettuati dalle famiglie, gli investimenti effettuati dalle imprese, la spesa pubblica e le esportazioni nette, provocando la conseguente e drastica riduzione della domanda aggregata e quindi della produzione con effetti negativi nel mondo del lavoro che si sostanziano in licenziamenti nei settori collegati.
Le conseguenze della crisi dal punto di vista sociale sono state devastanti, dal momento che si è avuto un aumento travolgente delle diseguaglianze sociali. Infatti, vi è stata una radicalizzazione nella società tra una classe sociale sempre più ricca e quella sempre più povera, con il quasi azzeramento del ceto medio.
La globalizzazione e il neo-liberismo non hanno inciso solamente dal punto di vista economico, ma hanno influenzato notevolmente il pensiero nella società, con la realizzazione e il continuo sviluppo dei sistemi telematici, che ha permesso con estrema facilità la possibilità di comunicare con tutti in modo praticamente istantaneo, facendo cadere barriere di spazio e tempo. Oggi l’uomo con un semplice computer o smartphone può tenersi informato di tutto ciò che accade nel mondo in pochi secondi. Si è cominciato negli ultimi decenni, a parlare di globalizzazione culturale, ovverosia la trasmissione di idee, significati, e valori in tutto il mondo, in modo tale da estendere e intensificare le relazioni sociali. Ciò implica la formazione di norme e conoscenze condivise con le quali le persone associano le loro identità culturali individuali e collettive, portando una crescente interconnessione tra diverse popolazioni e culture.
Tale teorizzazione ha prodotto delle visibili conseguenze sia dal punto di vista culturale che politico: nel primo caso si è diffusa una omologazione e disfacimento delle diverse culture, dal momento che vi è stato un processo di conformazione ai modelli prospettati dai grandi brand internazionali, con la scomparsa delle diversità culturali, tanto è vero che in alcuni casi si parla addirittura di imperialismo culturale.
Nel secondo caso, invece, si discute come il neo-liberismo e la globalizzazione abbiano inciso sul sistema politico e rapporto sociale nei vari Stati.
La globalizzazione e il diffondersi del pensiero neo-liberista hanno determinato un cambio di paradigma sociale e politico negli Stati, difatti, nel momento in cui si è sostenuto che deve essere il mercato a governare la società e non il contrario, la conseguenza di tale scelta è l’indebolimento del potere politico di rappresentanza, poiché il rappresentante ha consegnato al potere economico anche la visione sociale e politica di uno Stato.
Ebbene, il potere economico finanziario ha sovrastato quello politico di rappresentanza delle istanze dei cittadini, il quale metteva in essere una politica monetaria basata sulla ridistribuzione della ricchezza e sostegno alle fasce più deboli della società, per avere una crescita omogenea del Paese.
Mentre con l’adesione al paradigma neo-liberista vi è stato un aumento delle diseguaglianze sociali e una diminuzione dei diritti dei lavoratori, a vantaggio dei ceti più benestanti e dei gruppi economici.
Le conseguenze le rintracciamo anche dal punto di vista sociale ed economico , in quanto il paradigma neo-liberale ha inciso fortemente sulle comunità, ponendo in essere una disintermediazione, la quale favoriva il libero mercato.
A tal uopo, si osserva come il pensiero neo-liberista che si è diffuso nelle società europee, mediante l’interpretazione dell’azione politica delle classi dirigenti, con il supporto dei grandi gruppi economici e multinazionali, ha condizionato l’intera società nel modo di agire e pensare. Invero, oggi il cittadino ragiona e agisce in modo isolato, autonomo e per un unico obiettivo: realizzare reddito.
Suddetto ragionamento è completamente scevro dall’idea di collettività e comunità, propria dello Stato sociale, difatti si sta consumando nella società una competizione esasperante tra i soggetti più deboli, al fine di salvaguardarsi dalla crisi economica e di conseguenza anche sociale degli ultimi decenni, causata dall’accettazione da parte degli Stati del teorema economico e politico neo-liberale, il quale è stato poi veicolato e sostenuto fortemente dal sistema dell’informazione più accreditato.

b. La nascita di movimenti popolari in periodi di crisi

In momenti di crisi economica e sociale è possibile che nascano movimenti di protesta, i quali si formano sul comune sentiment delle conseguenze economiche che colpisce lunghe fette della popolazione.
Se, da un lato, si può notare come vi sia un elemento comune, quale la richiesta di tutela nell’ambito lavorativo e sicurezza sui territori, oltre che una critica imponente alla classe dirigente  nei vari movimenti sociali e di protesta che si sono susseguiti nella storia del nostro Paese, come i “ fasci di combattimento” del 1929, fino ad arrivare al movimento dei Gilet Jaunes in Francia del 2018, passando dal  V-Day, in Italia, diffusosi negli anni della grave crisi economica del 2008.
Ebbene, se prendessimo in considerazione i manifesti politici di questi grandi movimenti di protesta, si può notare come siano sovrapponibili nonostante sono nati in periodo storici completamente distanti tra essi, ma in condizioni politico-economiche molto simili, ovvero in prossimità di gravi crisi economiche e di sistema.
Difatti, i fasci devono essere inquadrati storicamente tra la I guerra mondiale, che era finita lasciando conseguenze sociali e politiche notevoli e l’avvento della grave crisi reale e poi finanziaria del 1929, eppure nel loro manifesto politico suddiviso in tre sezioni: proposte sul piano politico-istituzionale, sociale e militare. Questa esperienza movimentistica si trasformò in un progetto politico assolutistico, che conosciamo bene ma anche altri fattori hanno influito notevolmente e non è la sede opportuna per disquisire di tale problematica.
Ciò che interessa mettere in evidenza, invece, sono le proposte del movimento popolare di protesta, che possiamo ritrovare nel manifesto dei Gilet Jaunes del 2018, i quali rivendicavano una condizione migliore degli operari, una rivisitazione del sistema pensionistico, la richiesta del salario medio,  un aiuto alle piccole – medie imprese e la tutela delle fasce più in difficoltà della società, anche in relazione al tema della sicurezza.
Con delle sfumature differenti, suddette richieste e tematiche si evidenziarono anche nel movimento del V-Day, che si diffuse durante la crisi finanziaria e poi reale degli anni ‘2000,  il quale in seguito poi si trasformerà in Movimento 5 Stelle, ponevano al centro della loro azione politica un cambiamento radicale della classe dirigente del Paese, dal momento che i cittadini erano attanagliati dalla crisi economico – sociale e la classe politica era fortemente delegittimata, in quanto i partiti tradizionali avevano perso la loro funzione di raccordo tra i cittadini e i rappresentanti, a causa sia di un sistema elettorale che non prevedeva la scelta dei candidati, bensì erano inseriti in un listino bloccato dalle segreterie leaders politici nazionali, pertanto i consociati non si riconoscevano pienamente nei rappresentanti, sia dell’azione governativa che non riusciva a dare risposte concrete alle fasce più deboli, che erano state colpite dalla crisi economica.
Difatti, il movimento popolare chiedeva maggiore coinvolgimento e protagonismo dei cittadini, tanto da teorizzare strumenti di democrazia diretta, per permettere ai cittadini di poter incidere nell’azione politica del Paese, poiché vi era un sentiment tra i consociati in quel periodo in particolar modo di nichilismo e sfiducia nei confronti delle Istituzioni a vario livello.
Nei momenti di crisi è possibile il diffondersi di movimenti sociali, che si formano dal basso, ma anche dagli esempi riportati si può comprendere come vi siano sfumature e risultanti diverse, seppur partendo da elementi comuni, quali la sofferenza sociale ed economica, oltre la crisi delle istituzioni in quanto non capaci di intercettare e porre delle soluzioni concrete e risolute al malcontento e alle difficoltà che attanagliano le fasce più deboli.
A tal proposito, ci si interroga se dopo l’emergenza sanitaria, avremo un movimento sociale che parta dal basso, dal momento che sono presenti tutti quei fattori sia dal punto di vista economico-sociale, sia per quanto riguarda la sfiducia nell’operato della classe dirigente, in quanto le azioni messe in essere non riescono ad essere così incisive da contrastare le difficoltà che vivono i cittadini, a seguito della crisi.
In questi mesi, si può assistere alle prime prove di formazione di movimenti popolari, fondati sulla rivendicazione dei propri diritti lavorativi, sociali  e sulla sfiducia della politica, tanto è vero che taluni si definiscono Gilets Arancioni  con un chiaro richiamo al movimento francese, altri sono gruppi informali i quali protestano per interessi particolari, come i commercianti, genitori per le scuole chiuse, imprenditori ed artigiani.
È in dubbio che, siamo di fronte ad un momento storico molto particolare, in quanto si rischierà di vivere anni complessi, a causa di una crisi economica ancora più rigida e imponente di quella del 2008, e pertanto se la politica non porrà in essere, contemporaneamente, sia un’azione riformatrice e di interventi  dal punto di vista della crescita economica, sia una riforma istituzionale e politica del sistema di intermediazione del nostro Paese, con cui i corpi intermedi ritornano ad  avere quella funzione di crescita umana e culturale della popolazione, oltre che di mitigazione degli impulsi dei cittadini.
Il rischio di un default non solo economico ma, anche, politico-istituzionale e, di conseguenza, sociale è molto elevato. 

Letture Consigliate:

  • Luciano Gallino, “ Cari nipoti vi racconto la nostra crisi”, editoriale su La Repubblica del 16.10.2015 “Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia neo-liberale, la sua vincitrice. È un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. È l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno.” ;
  • Manifesto politico dei Fasci di combattimento;
  • Manifesto politico dei Gilets Jaunes;
  • Zygmunt, Bauman, Modernità Liquida, Laterza I Robinson. Letture, Roma, 2011
  • Carl Schmitt,  Teologia e Politica, Il Mulino, Bologna, 1972 .
  • Hans Kelsen, La Democrazia, Laterza, Roma, 2000

 

Autore: Carlo Conte

Nato ad Eboli (Sa) nella città in cui si fermò Cristo. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Salerno con tesi in Filosofia del Diritto; praticante avvocato. Da sempre, mi chiedo il perchè delle cose e provo a dare una spiegazione.

One thought on “Cosa può generare una crisi economica e sociale?

  1. La preoccupazione economica esiste, ma se si guardano i tracciati borsistici (Dow Jones, Nasdaq, FTSE MIB, Nikkei), non si vede per ora nessun segnale di allarme. Anzi, il Nasdaq ha addirittura un andamento euforico con una curva quasi verticale.

    Come interpretare questi dati?
    Come confrontare con successo le sue corrette preoccupazioni sociali ed economiche con un andamento euforico dei mercati borsistici?

    https://it.finance.yahoo.com/quote/%5EIXIC?p=IXIC

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