Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Il nuovo proletariato. Considerazioni sulle disuguaglianze economiche e sociali a cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano

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1. Trasformazioni del proletariato nel XXI secolo


Può avere senso oggi parlare di proletariato? Questa domanda assume un senso particolare per chi, come il sottoscritto, è nato dopo la caduta del muro di Berlino. La fine della società verticale, l’indebolimento delle agenzie tradizionali di potere e l’ampliamento del mercato (divenuto globale) hanno segnato in modo irreversibile lo stesso registro politico. La povertà si è resa, almeno in apparenza, una questione individuale e non sociale. Una faccenda privata, non più di classe.

Questo rivolgimento ha determinato la fine di un vocabolario politico intessuto sul conflitto fra “borghesi” e “proletari”. Divenuti atomi slegati, dediti al consumo e al profitto, le donne e gli uomini del nostro tempo non hanno più saputo riconoscersi in questa o quella frangia della società civile. In un sistema dove tutti sono uguali e tutti vogliono le stesse cose, il povero e il ricco sono sposati da un rapporto unicamente emozionale – di invidia o di ammirazione. Nella retorica corrente, l’aut aut fra gli uni e gli altri è scandito da un giudizio di valore: da una parte c’è “chi ce l’ha fatta”, dall’altra “chi no”.

Parlare di proletariato può dunque sembrare anacronistico e pedante. E in un certo senso lo è, se si guarda all’attuale utilizzo di questa parola. L’idea che essere marxisti – per chi rivendica ancora questa delicata etichetta – significhi lottare solo per gli operai e per gli studenti trascura, infatti, come questi non esauriscano in nessun modo un’eventuale definizione contemporanea di “proletariato”. Operai e studenti, piuttosto, sono le uniche realtà (sia pure in modo più debole e incostante rispetto al passato) che ancora possiedono una qualche coscienza sociale. Per un precario, per un lavoratore stagionale, per un piccolo commerciante, la lotta è sempre individuale e inscritta all’interno di un sistema puntiforme dove vige la legge della giungla. Per non parlare del disoccupato, che è tale proprio perché non appartiene a nessuna categoria, e dunque ha un’identità puramente negativa che consiste nella disponibilità a essere variamente utilizzato.

È evidente, allora, come il concetto tradizionale vada allargato: il proletariato oggi non è più soltanto la classe operaia, ma comprende anche quelle categorie che sono state vittime, negli ultimi decenni, dello stravolgimento dei rapporti economici nelle società occidentali. Tutti abbiamo sotto gli occhi la concretezza di questa dinamica. Il moltiplicarsi delle grosse aziende nelle piccole e medie realtà, la concorrenza dell’e-commerce, il sottobosco dei prodotti provenienti dal mercato asiatico, e così via, hanno creato una crisi profonda nelle forme tradizionali di commercio che si sono mostrate incapaci di tenere il passo. I tagli sui costi del personale e i contratti part-time, il lavoro in nero e le modalità più o meno diffuse di sfruttamento, non si possono attualmente più spiegare soltanto accusando le logiche di “profitto” dei datori di lavoro. C’è effettivamente una sfida per la sopravvivenza nel cosiddetto ceto medio che si trova costantemente minacciato dal pericolo di chiudere la propria attività. Allargando, così facendo, le fila di quei “nuovi poveri” che costituiscono una vera e propria classe.

La globalizzazione è l’epoca della proletarizzazione, del declassamento socioeconomico dei negozianti e dei piccoli imprenditori, strettamente connesso all’accentramento del grande capitale e alle sfide competitive che questo comporta sul mercato. Per quanto accompagnata da una retorica di rapido successo, dove il cambiamento diventa perfino un’opportunità, la globalizzazione ha di fatto impoverito la classe media. Già Marx aveva registrato il fenomeno, evidenziando come l’accentramento delle ricchezze determini – prima o poi – la trasformazione di tutti i produttori diretti in proletari (Marx 2012, p. 635). È quanto troviamo espresso in modo molto chiaro persino nel Manifesto:

“Quelli che furono sinora i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti e la gente che vive di piccola rendita, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi sprofondano nel proletariato, in parte perché il loro esiguo capitale non basta all’esercizio della grande industria e soccombe quindi nella concorrenza coi capitalisti più grandi, in parte perché le loro attitudini perdono il loro valore in confronto coi nuovi modi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione” (Marx, Engels 1964, p. 68).

Non solo la competizione, notano i due filosofi, ma la stessa tecnologia determina un uno sprofondamento della classe media e un conseguente accentramento di potere economico da parte delle grosse società. Tecnologia, a rifletterci, che oggi non è semplicemente produttiva (lo è in parte e soprattutto, dato che siamo in piena quarta rivoluzione industriale), ma anche connessa al marketing e ai servizi di relazione col cliente (dato che siamo in piena rivoluzione digitale), e infine di distribuzione del prodotto. Diventa estremamente complesso per il commerciante medio stare al passo.

Il risultato è un fenomeno assieme vecchio e nuovo: sono gli stessi imprenditori a scendere in piazza e a manifestare. Essi assumono, dunque, quei comportamenti tradizionalmente propri dei lavoratori dipendenti, replicando una situazione che l’Italia ha già vissuto cento anni fa. Antonio Gramsci, nel 1921, scrive che lo sviluppo della grossa produzione ha reso inevitabile che anche la borghesia, al pari del proletariato, finisse per scendere in piazza a protestare:

“La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione, con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel “cretinismo parlamentare”. […] La piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza” (Gramsci 1967, pp. 389-390).

La piccola borghesia, persa ogni speranza di protagonismo nella produzione, “cerca in ogni modo di conservare ogni iniziativa storica: essa scimmieggia la classe operaia, scende in piazza” (ibidem). Assume cioè un atteggiamento rivoluzionario. Guastandosi, dice Gramsci, quasi subito, giacché invece dell’idea socialista propone “uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista” e di lotta contro il proletariato (ivi, pp. 390-391). È ciò che troviamo, allo stato attuale, nelle mille forme distorte di certi populismi. È la premessa del fascismo.

2. Trasformazioni della lotta politica

Oggi viviamo in una situazione simile. La dissoluzione della forza del ceto medio, da una parte, e la promulgazione di leggi che ingrossano le fila del proletariato, dall’altra, sono fenomeni che si implicano vicendevolmente nei fatti, dal momento che il ceto medio (se vuole sopravvivere) ha bisogno di manodopera a basso costo, e la manodopera a basso costo ha bisogno del ceto medio che la assuma. Entrambi, imprenditori e dipendenti, vivono nel complesso questo con fatica, eppure nell’ordine sociale si trovano a scontrarsi come nemici. I grandi invisibili in questo perverso conflitto sono i centri di potere economico, sono le grosse produzioni, a cui nessuno di fatto domanda il conto dello stravolgimento che creano in un mercato di pesci piccoli.

Interessante diventa, dunque, il registro della lotta politica. L’abbandono del concetto di “proletariato” (che evidentemente non implica affatto l’abolizione della povertà) si è accompagnato, nelle stesse politiche di sinistra, alla traduzione delle battaglie sociali in lotte per i diritti civili. Quest’ultime sono vincolate all’idea dell’uomo come agente economico, solo in mezzo a molte volontà in competizione, che deve avere le stesse opportunità giuridiche di tutti. Un modello, pertanto, a tutti gli effetti capitalistico, come evidenzia Gramsci:

“La classe borghese si è redenta dalla schiavitù feudale affermando i diritti dell’individuo alla libertà e all’iniziativa. La classe proletaria lotta per la sua redenzione, affermando i diritti della collettività, del lavoro collettivo, contrapponendo alla libertà individuale, all’iniziativa individuale, l’organizzazione delle iniziative, l’organizzazione delle libertà. Logicamente il principio dell’organizzazione è superiore a quello della libertà pura e semplice. Esso è la maturità in confronto della fanciullezza” (Gramsci 1967, p. 110).

E continua:

“All’individuo-capitalista si contrappone l’individuo-associazione, al bottegaio la cooperativa: il sindacato diventa un individuo collettivo che svecchia la libera concorrenza, la obbliga a nuove forme di libertà e di attività” (ivi, pp. 110-112).

Ad oggi questa spinta all’organizzazione si è quasi del tutto esaurita. Abbandonando i diritti sociali per investire unicamente sui diritti civili, la lotta politica non si costituisce più sulla base dell’anatomia economica della società, della posizione sociale che occupano le diverse fazioni rappresentate. Il conflitto non è fra le classi del profitto e quelle che “vivono fino a tanto che trovano lavoro, e trovano lavoro soltanto fino a quando il loro lavoro aumenta il capitale” (Marx, Engels 1964, p. 66). Non padroni e oppressi, giacché l’identità che unisce – nella politica della globalizzazione – non è dettata dall’appartenenza sociale, ma da altro. Da che cosa?

Dall’orientamento religioso. Dall’orientamento sessuale. Dalle opinioni in questioni morali. Dall’amore o meno per le tradizioni di Natale. E così via. Ma non possiamo di certo sperare di trovare il proletariato contemporaneo in una di queste comunità, spinte al conflitto reciproco dalla retorica di guerra del dibattito pubblico. Nel proletariato di oggi, semmai, vanno ricercati i disoccupati, i precari, gli sfruttati con contratti part-time, i lavoratori in nero, gli operatori dei call center, i dipendenti delle multinazionali, e via dicendo: sono questi il proletariato, la nuova forza-lavoro a basso costo variamente utilizzabile, sempre sostituibile, destinata ad aumentare con lo smantellamento dei diritti del lavoro. Vanno anche ricercati, come si è visto, gli imprenditori falliti e chiunque soccomba nella concorrenza con i grossi pesci internazionali. Che abbiano poi gusti sessuali diversi, che siano uomini o siano donne, che abbiano differenti colori della pelle, non ha alcuna importanza.

La vera battaglia – forse la battaglia necessaria per fare tutte le altre – è quella per un lavoro dignitoso. Invocando un conflitto fra poveri di colori diversi, il tessuto ideologico capitalista si è rafforzato proprio quando economicamente ha prodotto enormi lacerazioni. Con gli occhi bendati, la politica dimentica che il vero scontro fra oppressi e oppressori è quello materiale, nella forbice che rende i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

3. La forbice

Secondo il rapporto Time to care di Oxfam, nel mondo – alla vigilia della pandemia – 2153 miliardari possedevano una ricchezza superiore a 4,6 miliardi di persone. I tre miliardari più ricchi d’Italia avevano un patrimonio maggiore di sei milioni di italiani più poveri. Tre persone possedevano di più del 10% del Paese. Alla fine del primo semestre del 2019 il 20% degli italiani più ricchi deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale. Il patrimonio del 5% della popolazione ricca era superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% della popolazione povera. Ma questa demarcazione ha i suoi retroscena: dal 1978 al 2017, segnala Oxfam, il reddito del lavoro del top 0,01% più retribuito è aumentato infatti del 298%.

In particolare è dall’inizio del Duemila che la forbice fra ricchi e poveri si è allargata. La quota della ricchezza nazionale del 10% più ricco è cresciuta del 7,6%. Mentre la quota della popolazione più povera si è inesorabilmente abbassata, riducendosi del 36,6%. I più ricchi sono divenuti più ricchi e i più poveri ancora più poveri.

Gli aspetti più allarmanti nello scenario erano rivolti alla disoccupazione. Per i dati Istat relativi al IV trimestre 2019, in Italia lavorava il 39,1% della popolazione. Su quasi 60 milioni, ad essere occupate erano 23,4 milioni di persone (arrotondando per eccesso); fra queste 14,9 milioni in modo permanente, mentre 3 milioni erano lavoratori a termine. Si segnalavano poi 2,5 milioni di italiani in cerca di un’occupazione. Gli inattivi fra i 15 e i 64 anni erano 13,1 milioni.

Anche chi lavorava, però, non se la passava bene. Sempre il rapporto Oxfam 2020 ha messo in evidenza alcune caratteristiche di fondo rispetto alla situazione giovanile fra gli occupati. Circa il 30% degli occupati giovani guadagnava, nel 2019, meno di ottocento euro mensili. Il 13% sotto i 29 era in condizioni di povertà lavorativa. Un giovane su dieci (fra il 18 e i 34 anni), come si legge in Disugualitalia, il briefing di accompagnamento al rapporto, viveva nel 2018 in uno stato di povertà assoluta, fenomeno esponenzialmente aumentato dal 2006. In generale si registrava una diminuzione nelle retribuzioni annuali.

Tutto ciò prima della pandemia da coronavirus (ed è giusto leggere, infatti, questi dati al passato). Il rapporto 2020 su povertà ed esclusione sociale in Italia, pubblicato sul sito della Caritas, riporta come l’incidenza dei nuovi poveri, fra il periodo maggio-settembre del 2019 e quello del 2020, sia passata dal 31% al 45%. Ciò, però, non ha colpito tutti in modo trasversale. Può essere interessante constatare come – secondo la rivista Forbes – contemporaneamente nel 2020 siano saliti da 36 a 40 i professionisti italiani del business con un patrimonio netto superiore al miliardo di dollari. In testa c’è Giovanni Ferrero, con un patrimonio di 27,5 miliardi di dollari.

La pandemia da coronavirus non ha creato la forbice fra ricchi e poveri, ma l’ha allargata, l’ha resa abissale. Insuperabile. Ciò diventa evidente se si guarda alla situazione complessiva del mondo. Se, da una parte, l’Internazionale riporta come – secondo uno studio della Banca Mondiale del 7 ottobre – “molti paesi stiano registrando un calo del reddito da lavoro in una misura vista raramente”, conducendo, secondo le previsioni, 150 milioni di persone sotto la soglia estrema di povertà entro la fine del 2021, dall’altra si assiste all’enorme incremento delle ricchezze di una piccola percentuale. Da marzo a dicembre 2020 – riporta Wall Street Italia – il patrimonio di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, è cresciuto del 66%. Quello di Bernard Arnault del 103,2%. Quella di Elon Musk, CEO di Tesla, persino del 422%. La sua ricchezza è ulteriormente cresciuta: attualmente, infatti, è la persona più ricca al mondo.

4. Un futuro incerto

Mi sono concentrato sui dati precedenti alla pandemia per evidenziare un punto: non è stato il 2020 a creare le disuguaglianze sociali che si manifestano intorno a noi in modo sempre più esplicito. Il processo di proletarizzazione è in atto da decenni e dipende, essenzialmente, dalle logiche stesse del sistema sociale ed economico nel quale siamo inseriti. Ciò che c’è di più sconcertante in tutto questo è che, nonostante l’aumento del numero di persone che vivono in condizioni materiali pressoché simili, nonostante il diffondersi delle nuove povertà, poche – almeno nel nostro Paese – sono le rivendicazioni di diritti sociali.

La micro-conflittualità della politica è infatti, come si è detto, costituita da gruppi tanto disomogenei per le specifiche componenti identitarie ed emotive quanto, allo stesso tempo, omogenei per l’adesione al capitalismo. Questo conflitto fra fazioni, solo apparentemente conflittuali, ha favorito però la frantumazione del popolo, sostituendo la lotta per temi economico-sociali con questioni sentimentali quasi sempre estranee alla situazione materiale degli elettori. La cui Repubblica si fonda sul lavoro senza poterlo garantire.

Con questo dubito che si debba avere per il Ventunesimo secolo una sensibilità novecentesca. Il mio non è un elogio del comunismo. Trovo però che la dinamica attuale costringa a valutare seriamente la forbice, che altrimenti, come già denunciava Gramsci, può ristagnare in un malcontento pronto a essere canalizzato nelle forme sbagliate. Il pericolo dominante per le attuali democrazie occidentali sembra infatti duplice: da una parte la degenerazione della protesta popolare in forme grottesche e confuse, pericolose proprio perché prive di consapevolezza politica (si veda l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio da parte dei manifestanti pro-Trump); dall’altra, invece, la corruzione delle istituzioni in tecnocrazie orientate economicamente.

Resta una terza via: il riconoscimento che la volontà popolare è, anzitutto, una volontà sociale. Che esiste una nuova classe in grado di includere tutti coloro che, adesso, hanno fame e sete di giustizia. E questa classe, in qualunque modo la si chiami, è un nuovo proletariato che per entrare come soggetto attivo nella storia ha solo bisogno di prendere coscienza di sé.

Bibliografia

Gramsci (1967), A., Scritti politici, Editori Riuniti, Roma. Il primo fra gli articoli citati fu pubblicato il 2 gennaio del 1921 sull’Ordine Nuovo. Il titolo (“Il popolo delle scimmie”) riprende un’immagine del Libro della giungla di Kipling per indicare l’assenza di legge, cioè di coscienza politica, da parte della piccola borghesia scesa in piazza. Il secondo, invece (“Individualismo e collettivismo”) è del 9 marzo 1918, pubblicato su Il Grido del Popolo.

Marx (2012), K., Il capitale. Critica dell’economia politica, Newton Compton, Roma. La prima edizione dell’opera è del 1867.

Marx, Engels (1964), K., F., Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, Roma. Il Manifesto fu pubblicato a Londra nel 1848.

Sitografia

I dati citati sono facilmente consultabili nei link successivi. Rimando, per i dati Oxfam e Istat, a due articoli espositivi in grado di offrire una fotografia sintetica delle statistiche registrate.


Battaglia A., Da marzo i 10 uomini più ricchi del mondo hanno guadagnato il 56,8%, «Wall Street Italia», 1/12/2020: https://www.wallstreetitalia.com/uomini-piu-ricchi-pandemia/.

Caritas, Rapporto 2020 su povertà ed esclusione sociale in Italia, 17/10/2020: https://www.caritas.it/pls/caritasitaliana/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=9114. Sul sito è presente, in file pdf, il rapporto completo.

D’Ugo F. “Occupazione in Italia: ecco i numeri”, «Documentazione.info», 25/03/2020, visibile su internet all’indirizzo: https://www.documentazione.info/occupazione-in-italia-ecco-i-numeri. Il cartogramma con i dati dell’Istat relativi al quarto trimestre 2019 è presente qui: https://www.istat.it/it/files//2020/03/RCFL-Cartogramma-trimestre-4-2019.pdf.

Per la nota trimestrale sul IV trimestre 2019: https://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/Documents/Nota%20trimestrale%20sulle%20tendenze%20dell%27occupazione%20IV%20trimestre%202019/Nota-Trimestrale-Occupazione-IV-2019.pdf.

Mincuzzi A., “L’Italia delle disuguaglianze: tre miliardari più ricchi di sei milioni di poveri”, «Corriere della Sera», 20/01/2020: https://www.ilsole24ore.com/art/l-italia-disuguaglianze-3-miliardari-piu-ricchi-6-milioni-poveri-ACIWc4CB. Il rapporto Time to care è presente, in inglese, sul sito, dove è possibile trovare anche un sommario in italiano: https://www.oxfamitalia.org/davos-2020/. Si veda, a questo proposito, l’interessante accompagnamento: Disuguitalia. Dati e considerazioni sulla disuguaglianza socio-economica in Italia.

Povertà estrema per 150 milioni di persone e le altre notizie sul virus, «Internazionale», 8/10/2020: https://www.internazionale.it/notizie/2020/10/08/poverta-estrema-covid-19-notizie-virus#:~:text=Secondo%20lo%20studio%2C%20la%20crisi,della%20popolazione%20mondiale%20nel%202020. L’articolo riprende quanto pubblicato da «Le Monde» il 7/10/2020: https://www.lemonde.fr/economie/article/2020/10/07/le-covid-19-va-faire-exploser-la-pauvrete-dans-le-monde_6055166_3234.html?xtor=EPR-32280629-%5Ba-la-une%5D-20201008-%5Bzone_edito_2_titre_8.

Autore: Shady Dell'Amico

Shady Dell’Amico è nato a Pisa il 21/11/1994. È laureato magistrale in Filosofia all’Università di Pisa con una tesi dal titolo “Il male in Dio. Psicopatologia del divino in Freud e Jung”. Si interessa di psicoanalisi, antropologia filosofica e fenomenologia della religione.

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