Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Il cervello aumentato, l’uomo diminuito. Filosofia e neuroscienze a confronto in un saggio Erickson di Miguel Benasayag

> di Paolo Calabrò

«Chi pensa che da un mondo finito si possa trar fuori una crescita infinita, è uno stupido. O un economista» recita la nota boutade (che poi tanto comica non è; cioè, fa sorridere, sì, ma proprio perché sappiamo tutti quanto sia vera). Lo stesso potrebbe dirsi per il cervello e per le sue capacità: c’è oggi una certa neuroscienza che pretende di vedere all’orizzonte un’estensione pressoché infinita delle facoltà cerebrali dell’uomo, finanche – secondo l’auspicio di certa fantascienza degli ’80 (si pensi a Software di Rucker) – di smaterializzare le potenzialità del pensiero da quelle della materia corporale; dimenticando che “l’orizzonte”, appunto, è quella linea che… si allontana a mano a mano che ci si avvicina a essa.
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Dalla rivoluzione alla democrazia del comune. Un saggio Cronopio a cura di Alessandro Arienzo e Gianfranco Borrelli

> di Paolo Calabrò

Al tempo della fine dell’ideologia, questa non muore: si fa trasparente. “Scompare”, sì; ma solo alla vista. Ecco che con la conclusione dell’utopia comunista (ma è veramente conclusa, quell’esperienza? O non ha forse soltanto – come sostiene ad esempio Boris Groys – cambiato pelle?), non rimane che il fatalismo neoliberista (quello per il quale questo mondo è il meno peggiore dei mondi possibili, perché… non ci sono alternative) e, con esso, l’asservimento dell’uomo al meccanismo della macchina economica. Qualunque cosa si pensi
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Dio e il suo destino. L’ultimo saggio Garzanti di Vito Mancuso

> di Paolo Calabrò

Cosa ha da spartire il Dio cristiano con la vita degli uomini sulla terra? Perché mai – se Dio rimane quell’“onnipotente” che tutto fa a suo piacimento, senza dover dar conto a nessuno, nemmeno ai più alti ideali del bene da lui stesso propugnati – dovremo preoccuparcene? La religione ha qualcosa da dire all’uomo perché questi se ne giovi, o è al contrario una specie di fardello che, per dovere, l’uomo non può caricarsi sulle spalle, a dispetto di ogni ragionevolezza? Ma poi: è solo un problema del cristianesimo, o non lo è forse di tutti i monoteismi? E infine: che ne sarà del Dio onnipotente – che per il suo essere “al di là del bene e del male” fa pensare più a Nietzsche che al Vangelo – all’alba di un terzo millennio sempre più insofferente – e motivatamente – al principio di autorità? Mentre le religioni monoteiste continuano a mietere vittime su scala globale, e proprio per mano di coloro che sembrano prenderle maggiormente sul serio… Continua a leggere


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Happy different. Un saggio iQdB di Alessandra Peluso

> di Paolo Calabrò

Da una quarantina d’anni assistiamo – nell’ambito delle scienze che più coinvolgono l’uomo in prima persona: la filosofia, la psicanalisi, la sociologia – a un interessante spostamento dell’asse della discussione, che dall’astratto-speculativo viaggia sempre più spesso verso il pragmatico-esistenziale. Da diverse decadi, infatti, la filosofia ha cominciato a recuperare la lezione della Grecia antica Continua a leggere


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Il fondamento “patico” dell’ermeneutico. Uno studio Inschibboleth di Chiara Pasqualin

> di Paolo Calabrò

Heidegger distingue nella sua opera gli stati d’animo tanto dai sentimenti quanto dalle emozioni, designando quei primi con uno specifico termine: Stimmungen. Questo perché gli stati d’animo – a differenza di quanto sostiene gran parte della filosofia, sia classica sia moderna, per non parlare delle scienze – hannno a che fare direttamente con il modo in cui si entra in contatto con la realtà: essi incidono dunque sulla conoscenza delle cose da parte dell’uomo. Cioè con quello che, appunto, si chiama filosofia. Continua a leggere


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Leggerezza. Un nuovo saggio Mursia di Laura Campanello

> di Paolo Calabrò

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«Siamo passati dalla cieca fiducia del positivismo del 1800, che ambiva a diradare o annullare le tenebre dell’incertezza e che si prefiggeva di vincere le sofferenze umane, alla sensazione di essere impotenti e preoccupati di fronte alla totale incertezza e imprevedibilità delle cose e del mondo: siamo passati dal futuro percepito e raccontato come una promessa, al futuro temuto e visto come una minaccia. […] Nel nostro attuale momento storico possiamo dire che la leggerezza sia un’esigenza». Continua a leggere


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Questa vita. L’ultimo libro di Vito Mancuso

> di Paolo Calabrò

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Il neodarwinismo imperante in biologia ritiene che la vita sia sorta dal caso e che sia dominata dalla competizione violenta. È veramente così che stanno le cose? È l’unica visione della realtà in accordo con la scienza moderna? Prima di porre tali domande, ci sarebbe da dimostrare che questa impostazione regga davvero alla prova dei fatti: ebbene, pare che non sia così, poiché oggi sappiamo (è la stessa scienza a renderlo noto) che la vita si sviluppa secondo una logica di aggregazione e di cooperazione, oltre che di selezione. Il neodarwinismo è dunque un’idea quanto meno parziale. Continua a leggere


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La bellezza (non) ci salverà. Bauman e Heller a confronto

> di Paolo Calabrò

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Istintivamente è difficile immaginare che un capolavoro possa celarsi in un piccolo libro, di una sessantina di pagine appena: la filosofia ci ha abituati a letture defatiganti e all’idea che la densità del pensiero vada di pari passo alla lunghezza dell’esposizione. Eppure c’è sempre dietro l’angolo l’eccezione che conferma la regola; verrebbe da aggiungere: “quella che non ti aspetti”, ma nel caso di La bellezza (non) ci salverà, di Agnes Heller e Zygmunt Bauman (ed. Il Margine) c’era da aspettarselo eccome. Continua a leggere


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Logica, il problema della verità. Un classico Mursia di Martin Heidegger

> di Paolo Calabrò

Il problema fondamentale della filosofia è quello del rapporto tra il Pensiero e l’Essere. E se la logica è lo studio delle leggi necessarie del pensiero, per dirla con il padre della critica moderna, allora il problema di quel rapporto è il problema della logica. Ma che cos’è la logica, quando la si indaghi a fondo e da vicino? In quale relazione è, fin dall’origine, con il logos? Può essere esaurita in una serie di regole, per quanto ampia, o va indispensabilmente tenuta aperta e in itinere? Domanda da porre soprattutto quando si tiri in ballo la temporalità: perché se l’Essere evolve nel tempo e il Pensiero, in qualche modo, ne segue le vie… come non immaginare che anche il legame tra i due (cioè quel legame che abbiamo chiamato, appunto, logica), evolva con essi? Continua a leggere


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L’anima e la mente. Due interessanti studi editi da Il Mulino

> di Paolo Calabrò

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Il riduzionismo predomina (per non dire spadroneggia) nelle scienze, anche in quelle umane, non è una novità: il principio per il quale tutto ciò che è complesso può essere scomposto, esaminato e infine compreso nelle sue parti più semplici va per la maggiore, almeno dai tempi di Cartesio. Si tralasci pure la critica generale per la quale il rischio principale è quello di fare la fine dell’apprendista dell’orologiaio al quale – nel ricomporre tutto a fine lavoro – avanza sempre qualche pezzo che non sa più dove inserire. Il punto è che il paradigma accumula consenso non tanto perché giusto in sé (che vuol dire “giusto” nella scienza? Un principio è un principio, non può essere dimostrato, ed è valido finché serve: null’altro), quanto per i risultati che riesce a ottenere, soprattutto nel mostrare le basi neurofisiologiche del comportamento umano. Tutto corretto e sacrosanto fino a che non si esageri: veramente la mente sarebbe infine riducibile al cervello? Il fronte degli studiosi è diviso, come avviene in fisica nel durissimo scontro fra riduzionisti ed emergentisti. Continua a leggere


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C’è una vita prima della morte?. Riflessioni di Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo su tempo ed esperienza

> di Paolo Calabrò

Tutto si consuma. E la nostra società potrebbe venir ricordata come quella che, invece di assistere al logorio ineluttabile delle cose, incentivava a prendere parte da protagonisti all’evento, a diventare finalmente “consumatori”. Di questa “svolta” dal carattere ben poco filosofico, sono in tre a farne le spese: il mondo – che non riesce più a sopportare la riduzione a “fondo” da sfruttare e l’alterazione degli equilibri geotermici che hanno permesso (a lui come a noi) di sopravvivere per milioni di anni – e l’uomo, schiacciato dalle crisi economiche, avvilito dall’assenza di futuro, depauperato dai tagli alla spesa, mortificato e vessato dalla propaganda che lo vuole artefice (e colpevole) unico del proprio destino (a suon di: “Ognuno è quel che decide di essere”, “Questo è il più ricco dei mondi possibili” e “Non ci sono alternative al capitalismo”). La terza vittima, forse la più colpita di tutte, è il tempo: Continua a leggere