> di Paolo Calabrò

L’uomo, il soggetto per eccellenza, porta sulle sue spalle la tara (o la condanna, o la nemesi, se si preferisce)di considerare se stesso come “l’eccellenza del soggetto”, giungendo fino al punto (biasimevole ancor prima che errato) di considerarsi non solo “più soggetto degli altri”, ma addirittura “l’unico soggetto”. Ciò che ha portato, nel corso della storia del pensiero, al limite estremo del solipsismo; ma, più diffusamente, alla considerazione di ogni “non umano” – dalla pietra al coccodrillo – come a una specie di meccanismo inanimato che, pur con le opportune (quanto inutili) precisazioni e distinzioni, resta pur sempre qualcosa – come dire: – di serie B. È anche vero che l’uomo, nell’ambito delle neuroscienze oggi trionfanti, porta coerentemente alle conseguenze ultime il principio descritto, affermando a ogni piè sospinto – con un sorrisetto inebetito dalla gioia – che, ebbene sì, anche l’uomo è una macchina; e che quindi tutta questa discussione è destinata a scomparire. Non di meno, in attesa che questa ennesima fede ottenga la sua parusia, le domande rimangono, e urgenti: gli animali sono inferiori a noi in quanto privi di coscienza, sentimento, desiderio? O, peggio: sono davvero, letteralmente, solo carne a disposizione per i nostri macelli?
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