Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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L’anima e la mente. Due interessanti studi editi da Il Mulino

> di Paolo Calabrò

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Il riduzionismo predomina (per non dire spadroneggia) nelle scienze, anche in quelle umane, non è una novità: il principio per il quale tutto ciò che è complesso può essere scomposto, esaminato e infine compreso nelle sue parti più semplici va per la maggiore, almeno dai tempi di Cartesio. Si tralasci pure la critica generale per la quale il rischio principale è quello di fare la fine dell’apprendista dell’orologiaio al quale – nel ricomporre tutto a fine lavoro – avanza sempre qualche pezzo che non sa più dove inserire. Il punto è che il paradigma accumula consenso non tanto perché giusto in sé (che vuol dire “giusto” nella scienza? Un principio è un principio, non può essere dimostrato, ed è valido finché serve: null’altro), quanto per i risultati che riesce a ottenere, soprattutto nel mostrare le basi neurofisiologiche del comportamento umano. Tutto corretto e sacrosanto fino a che non si esageri: veramente la mente sarebbe infine riducibile al cervello? Il fronte degli studiosi è diviso, come avviene in fisica nel durissimo scontro fra riduzionisti ed emergentisti. Continua a leggere