Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Simbolo e corpo. L’essere dell’uomo nella speculazione di Eduardo Nicol

> di Paolo Calabrò

Il corpo: ossessione del mondo moderno, dalla forma fisica alle miriadi di trasmissioni e pubblicazioni di cucina, dalla chirurgia estetica dilagante alle due tipiche malattie-sintomo dei nostri tempi, l’anoressia e la bulimia, dalle SPA con i loro nutritissimi “campionari di massaggi” alle polemiche sulle taglie dell’alta moda. Sembra che non si riesca a pensare ad altro, o almeno che non se ne possa prescindere.
E forse un motivo c’è, al di là di tanta materia per i sociologi: il corpo, con la sua immediatezza, con la sua ineludibile datità, continua a suscitare interrogativi, anche filosofici, in grado di resistere all’usura del tempo e all’erosione (altrove distruttiva) dell’odierno dominio del virtuale. Il corpo è il “volto dell’altro” (Lévinas) che ci chiama in causa ancor prima di riuscire a comprenderlo; è quell’invito alla relazione che spesso oltrepassa, e precede, la parola. Il corpo non è mai muto; né inerte: avvicina, fino all’estremo dell’amore più grande, o respinge, fino al più terribile degli assassinii. È quello dei legami “fisici” e delle simpatie “a pelle”.

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Senso e valore della filosofia. Teoria e pratica in una riflessione a sette voci

> di Paolo Calabrò

Senso e valore della filosofia

La filosofia consiste nel dare un senso alla vita dell’uomo? Perché ci si dedica al filosofare? Che rapporto c’è tra la filosofia e la critica alla società? Senso e valore della filosofia. Tre domande, alcune risposte, edito da Petite Plaisance (nella collana “Il giogo”, diretta da Diego Fusaro e Luca Grecchi), pone queste domande a sette studiosi che hanno deciso di fare della filosofia la ragione della loro vita e provano qui a darne conto al lettore in maniera sintetica. Con un particolare accento messo sull’aspetto pratico del filosofare: filosofare non è solo (e non è tanto) pensare in solitudine, ma più specificamente (e originariamente) è pensare-insieme, in un movimento collettivo che è per ciò stesso politico, intrinsecamente vòlto alla trasformazione della realtà. Continua a leggere


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I Quaderni neri di Martin Heidegger

> di Paolo Calabrò

Martin Heidegger

Andate in camera e prendete il vostro diario segreto di sempre. Sì, quello che scrivete (o quello che avreste voluto scrivere, sì, va bene lo stesso) da quarant’anni, forse più. Dove annotate tutto quello che vi passa per la testa, senza riflessione, senza censura, senza misura. Sì, quello segreto, appunto. Niente paura, non dico niente a nessuno. Preso? Bene. Ora rileggetelo. Tutto, dall’inizio alla fine, pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Nemmeno ricordate di aver scritto quelle cose? Non mi stupisce. Pensandoci, col senno di poi, quasi sicuramente non le scrivereste? Non vedo perché non dovrei credervi. In gran parte non vi credevate nemmeno quando le avete scritte, ma la rabbia, o un secondo fine inespresso, o ancora la semplice abitudine a ripetere luoghi comuni e convinzioni altrui, forse perfino il gusto del “dagli all’untore”, o più semplicemente del darvi un contegno ai vostri stessi occhi (era più facile che farlo di persona con l’amica o con l’amico… come darvi torto).
Rilassatevi, non mi dovete nessuna spiegazione. Oltretutto, chi più chi meno, siamo tutti sulla stessa barca. Ma il vostro problema non sono io, ahimé: è la vostra cuginetta d’un tempo, che legge queste cose e non vi riconosce; è la vostra collega che inorridisce di fronte a certe espressioni (un po’ è anche l’esigenza di rispettare il personaggio e il dettato sociale); è vostra moglie, o vostro padre, che più vanno avanti… e meno gli sembra di riconoscervi. Continua a leggere


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Esistere forte di Stefano Scrima

> di Daniele Baron

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Il libro di Stefano Scrima, da poco edito, Esistere forte. Ha senso esistere? Camus, Sartre e Gide dicono che…, Ed. Il Giardino dei Pensieri, Bologna 2013, ha già nel titolo lo stigma che ci consente di decifrarne la chiave di lettura: la domanda sul senso dell’esistenza ne è al centro. Essa viene affrontata in un percorso che si articola in una serie di piccoli saggi (alcuni già apparsi in rivista) e si concentra principalmente su tre autori: Sartre, Camus e Gide. Si aggiunge ad essi poi la presenza a scopo didattico di brevi biografie degli autori trattati e del riassunto delle loro opere principali: ciò rende fruibile l’opera di Scrima sia a chi conosce già gli autori tematizzati sia a chi li affronta per la prima volta. Continua a leggere


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Eric Kandel, L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai nostri giorni

> di Ruggero D’Alessandro*

Eric Kandel - L'età dell'inconscio

Uno dei segnali inequivocabili di un’epoca intessuta di fermenti artistici e riflessioni filosofiche, intensità letteraria e ricchezza musicale è l’apparire di opere capaci di rispecchiare e sintetizzare tali fermenti, gettando un ponte verso il futuro. Oggi, rileggere libri come La civiltà del Rinascimento in Italia di Jakob Burckhardt, la Breve storia della musica di Massimo Mila o Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna di Claudio Magris, collegare fra loro Cultura e rivoluzione industriale sulla scia di Raymond Williams permette di respirare un’atmosfera attraverso le sue migliori testimonianze. Ci sembra che il libro di Eric Kandel, L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla Grande Vienna ai nostri giorni [Raffaello Cortina, Milano 2013] rappresenti un avvenimento non frequente in questi anni. Anzitutto per la ricchezza di collegamenti; poi per l’intensità multidisciplinare, per la forza con cui si abbattono gli steccati (purtroppo ancora esistenti e resistenti) fra le culture umanistica e scientifica (si pensi ad un testo che nel 1959 fa epoca: Le due culture, di Charles Percy Snow).

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Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi

> di Pietro Piro

Ogni forma di autocoscienza, ogni riflessione su noi stessi, è riflessione non già nell’attimo presente, ma subito verso il tempo trascorso: è riflessione su chi siamo stati, magari fino a un minuto, a un attimo fa. L’identità è memoria.

G. Jervis, La conquista dell’identità

In un tempo in cui la divisione sociale del lavoro muta a ritmo inaudito e in cui tutti i valori tradizionali sono dis-integrati dal potente moto acceleratorio della tecnologia, l’identità individuale subisce attacchi sempre più profondi e radicali.
Ci si chiede – a volte – se in un mondo che cambia così velocemente, abbia ancora senso costruirsi una identità – e quindi necessariamente riconoscersi in una storia sociale, politica, filosofica – quando le vere identità sono sempre più trattate dai poteri dominanti come un ostacolo e un fardello in un sistema-mondo che richiede la massima disponibilità del corpo e la minima rivendicazione identitaria.
Per chi si trova in una condizione di turbamento e sta – in qualche modo – cercando di cominciare a ragionare sul tema dell’identità individuale, consiglio la lettura del libro di Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi (Feltrinelli, Milano 1977). Libro di quasi venti anni fa ma ancora utilissimo. Jervis è abile nel mettere insieme fattori biologici, psicologici, sociali e politici. Il suo approccio è complesso ma lo stile di scrittura accessibile e chiaro. Continua a leggere


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Andrea Borghini – Elena Casetta, Filosofia della biologia

> di Paolo Calabrò*

Filosofia della biologia

Sempre più spesso assistiamo ultimamente – e con grande piacere – alla pubblicazione di libri tesi a trovare punti d’incontro tra discipline diverse, soprattutto quando si tratti di riprendere vecchi rapporti che la storia ha diluito o interrotto. Nella nostra epoca caratterizzata – ma forse meglio diremmo “afflitta” – dalla specializzazione, si fa sempre più pressante l’esigenza di sintetizzare, di rintracciare quel filo rosso che tiene insieme le cose che conosciamo. Non sorprende dunque che continuino a fiorire studi mossi dall’ambizione di ritrovare intuizioni brillanti e feconde al crocevia dei tanti saperi frammentati; ma è ogni volta una bella sorpresa ritrovarsi di fronte a un’opera che riesce nell’intento, offrendo risultati d’interesse, per di più rivolti a un pubblico non solo accademico.

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L’estremismo fase suprema dello snobismo in filosofia. Brevi note a Stili dell’estremismo di Alfonso Berardinelli

> di Pietro Piro

Stili estremismo

Mons parturibat, genitus
immanens ciens,
eratque in terris maxima
expectatio.
At ille murem peperit. Hoc
scriptum est tibi,
qui, magna cum minaris,
extricas nihil.

FedroMons parturiens

Gli snob, nella cultura di
massa,
non sono più una élite,
sono una discreta massa.

A. Berardinelli, Stili dell’estremismo

I. Libri profondi e belli

Oggi si scrivono solo libri belli. Profondi, acuti, colti, raffinati, pieni d’inventiva. Opere filosofiche memorabili e intramontabili. O almeno, questo si deduce dalla lettura delle recensioni che si pubblicano. Tranne rarissime eccezioni, le recensioni sono diventate degli esercizi di corteggiamento che raramente lasciano trasparire difetti dell’opera e ambiguità dell’autore. Il motivo di questa critica mielosa e piccolo-borghese è semplice. Nessuno vuole farsi dei nemici. Nessuno vuole rischiare perché in fondo: «non si può mai sapere». Così, nella tediosa e monotona successione delle letture consigliate, non si comprende più perché un libro sia da leggere o semplicemente da buttare in un contenitore della carta da riciclare. Elogio del qualunquismo e della democratica ambiguità. La vittima di questa scelta penosa è il lettore che si trova sempre più da solo nel processo di costruzione della propria biblioteca personale, anche se, ogni giorno, recensioni di libri promettono prodotti culturali di altissimo livello e comprovata dottrina. Per chi invece voglia iniziare a fare il duro mestiere del critico culturale, cercando di attenersi a una propria fiamma interiore, si consiglia di partire da un libro scritto nel 2001 da Alfonso Berardinelli, Stili dell’estremismo. Critica del pensiero essenziale (Editori Riuniti, Roma). Piccolo libro, scritto con una dose di causticità ai limiti del parossismo.

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Guy Deutscher, La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà

> di Paolo Calabrò*

La lingua colora il mondo

La lingua che parliamo può influenzare la percezione che abbiamo del mondo e il nostro modo di pensarlo? In che senso? E fino a che punto? Guy Deutscher, docente onorario di Linguistica all’Università di Manchester, è convinto che la risposta alla prima domanda sia affermativa e si impegna – nelle oltre 300 pagine del suo ultimo La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà (Bollati Boringhieri, 2013) a dimostrarlo in maniera scientifica, con dovizia di dettagli ed esempi, e con uno stile fluido e amabile cui non sacrifica la precisione.
Con buona pace dei tanti sostenitori dell’oggettività della realtà – molti dei quali, nella fretta di dire “addio” a Kant, hanno erroneamente voluto immaginare che potesse essere “immediatatamente data” – la realtà si dà a noi secondo la misura del nostro modo di percepirla, almeno relativamente a certi aspetti. Ovvero non esiste una “mente trasparente” in grado di accogliere la realtà “come essa è”. Considerazione che investe anche la lingua; è infatti un errore credere che la lingua sia trasparente rispetto alla realtà: non solo perché non esiste nessuna lingua che sia perfettamente traducibile in un’altra (il che rende di fatto impossibile rendere nel linguaggio “la stessa” realtà), ma anche e soprattutto perché la nostra lingua influenza la nostra percezione delle cose.

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Maria Teresa Catena – Anna Donise, Sentire e pensare. Tra Kant e Husserl

> di Paolo Calabrò*

Sentire e pensare

A chi spetta la precedenza in filosofia: al sentire, o al pensare? A chi va la priorità, a quel sentimento tipicamente associato al soggettivo, o alla ragione oggettiva e universale? In realtà – conclude Sentire e pensare. Tra Kant e Husserl, volume edito da Mimesis a cura di Maria Teresa Catena e Anna Donise – si tratta di un falso problema: la questione infatti non è schierarsi a favore dell’uno o dell’altro, perché pensare e sentire (“ragione e sentimento”, se si preferisce la coppia austeniana con la quale Giuseppe Cantillo, Professore emerito di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, apre il volume) non sono affatto rivali né antagonisti, né ancora facoltà distinte che operino nell’uomo (e dunque nel filosofo) in maniera separata. Al contrario, più l’indagine antropologica si approfondisce, più si scopre che esse “vanno a braccetto”: non c’è alcun pensiero filosofico che prescinda dalla soggettività del pensatore, né sentimento “immediato” che possa venir ritenuto estraneo all’intelletto, alla cultura di chi lo vive.

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Martin Heidegger, Il “Sofista” di Platone

> di Paolo Calabrò*

Martin Heidegger - Il Sofista di Platone

Dal 3 novembre 1924 al 27 febbraio 1925 Martin Heidegger tenne a Marburgo un corso sull’interpretazione del Sofista di Platone, preceduto da un’ampia discussione su Aristotele, basata in gran parte sull’Etica Nicomachea (Libri VI e X) e sulla Metafisica (Libro I).
Il “Sofista” di Platone, appena edito da Adelphi nella collana “Biblioteca filosofica”, pubblica tale corso per intero (54 lezioni) fondandosi – oltre che sul manoscritto originale del filosofo – sugli appunti delle lezioni forniti da Helene Weiß, Fritz Schalk, Simon Moser, Hans Jonas e dando luogo a un’esposizione compatta che spicca per la sua omogeneità e completezza (ad esempio, per fedeltà all’intento heideggeriano di «non far andare perduto neanche un singolo pensiero», il testo qui riprodotto contiene ogni singola annotazione del manoscritto originale).

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La cultura delle destre di Gabriele Turi. Un contributo alla storia degli intellettuali

> di Pietro Piro

Gabriele Turi - La cultura delle destre

«I politici devono farsi dire dove conduce la strada di cui non
conoscono il tracciato e la meta – e devono farselo dire da quelli
che a loro volta non lo sanno, e i cui interessi si orientano a ben
altre cose, che diventeranno in tal modo anch’esse realizzabili» 
Ulrich Beck, La società del rischio.

«Odio gli
indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro
piagnisteo da eterni innocenti
» Antonio GramsciGli indifferenti.


1. Il mondo neutro degli indifferenti

Il libro dello storico Gabriele Turi, La Cultura delle destre [1] è un libro di parte. Indiscutibilmente. La sua colpa più grande è di proporre un’interpretazione che non sia asservita all’ordine del discorso imposto da una cultura che, oltre ad essere chiaramente dominante, non accetta e non tollera nessuna messa in discussione del proprio potere realizzato. Nulla di nuovo sotto il sole. Dove il potere si consolida, nessuna critica – per quanto profonda e argomentata – può essere accettata, discussa, dialettizzata. Continua a leggere