Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Il pensiero è impuro. L’epistemologia relazionale di Raimon Panikkar oltre il “nuovo realismo”

> di Paolo Calabrò*

Di cosa è fatta la realtà?[1]

La realtà è fatta di relazioni[2] In quanto queste relazioni avvengono (si costituiscono, perdurano, si sciolgono) nel tempo, è possibile dire che la realtà è costituita da eventi. In questo senso ci si potrebbe anche spingere ad affermare che la realtà è una “creazione continua”[3]. Le cose non “sono” bensì, per così dire, “stanno essendo”.

Che cosa le relazioni, appunto, mettono in relazione?

Le cose. Non gli oggetti (che sono già le cose inquadrate nel mito[4] dell’oggettività) ma i simboli[5], le cose nella loro capacità di entrare in relazione con ogni altra cosa.

Queste “cose” o “simboli” esistono dunque in sé, pur avendo la possibilità di entrare in relazione?

Nulla esiste in sé. È esperienza diffusa e onnipresente che nulla si dia in sé, ma sempre insieme ad altro, in qualche relazione. Le relazioni preesistono ontologicamente alle cose: qualunque cosa nasca, per ciò stesso viene al mondo. Nulla nasce o esiste in vacuo. Le relazioni danno forma all’essere. Non c’è essere al di fuori delle relazioni[6].

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Michelstaedter ed Ibsen: una «febbre di probità acuta»

> di Gabriella Putignano*

«La cosa che più conta è essere sinceri e onesti rispetto a se stessi. Non si tratta di volere questo o quello, bensì di volere ciò che si deve assolutamente, perché uno è se stesso e non un altro»[1].

Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887 – 1910) è uno di quegli autori della storia della filosofia la cui lettura provoca un effetto travolgente e spiazzante: impossibilitati a rimanere impassibili e divinamente indifferenti, siamo costretti a prendere posizione e a venire ai ferri corti con la nostra stessa vita. Altrettanto disarmante è stata però su di noi la lettura di Henrik Ibsen (Skien, 1828 – Oslo, 1906), un autore che, insieme a Michelstaedter, rivela una potenza di parresìa inaudita ed irresistibile.

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Pierre Charron, maestro del dubbio

> di Giuseppe Savarino

Pierre Charron (Paris, 1541-1603) è un autore praticamente sconosciuto in Italia.

Non che abbia scritto molto o si sappia molto sulla sua vita.
Chi ha studiato o letto Montaigne sa al massimo che era un suo amico (in realtà era un amico del cognato e della sorella Jeanne) e, anche chi ne ha sentito parlare direttamente, spesso lo associa semplicemente al pensiero di quest’ultimo.
Chissà se è solo un caso che la strada che Parigi gli ha dedicato – una traversa della notissima Avenue de Champs-Elysées – è quasi una perfetta parallela dell’Avenue Montaigne.

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Cioran e la filosofia

> di Massimo Carloni*

1. L’inquietudine impersonale ovvero la filosofia come professione

«Succede della maggioranza dei filosofi sistematici, riguardo ai loro sistemi, come di chi si costruisse un castello e poi se ne andasse a vivere in un fienile: per conto loro essi non vivono in quell’enorme costruzione sistematica. Ma nel campo dello spirito ciò costituisce un’obiezione capitale. Qui i pensieri, i pensieri di un uomo, devono essere l’abitazione in cui egli vive: altrimenti sono guai» Søren Kierkegaard [1]

1.1 Un insolito professore

Superato l’esame d’abilitazione all’insegnamento, nell’anno scolastico 1936/37 Cioran, allora venticinquenne, ottenne la nomina come professore di filosofia al liceo Andrei Şaguna di Braşov. A quel tempo Cioran era tutt’altro che un ragazzo alle prime armi, timido e sprovveduto. In un’età in cui l’intelletto incomincia appena a balbettare, in pratica aveva già letto tutto. A diciassette anni s’era immerso con avidità nell’universo del pensiero, vivendo nell’ebbrezza dell’astrazione, sotto l’influsso magico del concetto. In soli quattro anni percorse la parabola del sapere filosofico – quella che, secondo Pascal, va dallignorance naturelle all’ignorance savante [2]  quando gli altri v’impiegano, se tutto va bene, un’intera vita. Dopo la laurea, ancora giovanissimo, volse le spalle alla filosofia, sperimentandone la vanità e l’inefficacia di fronte alla sofferenza personale. Come scrittore, aveva riversato quindi la sua furiosa malinconia, esacerbata da un’insonnia devastante, in due libri “avvelenati”, di cui il primo – Al culmine della disperazione scritto a soli ventuno anni – intriso d’una saggezza cupa e demolitrice, conteneva in germe gran parte delle intuizioni che svilupperà nelle opere successive.

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Il Flâneur: traduttore della modernità

> di Andrea Marini*

I am the passenger and I ride and I ride
I ride through the city’s backsides
I see the stars come out of the sky
Yeah, the bright and hollow sky
You know it looks so good tonight.

(Iggy Pop, The Passenger)

Preparativo – Corpo antico in spazio moderno

Passo dopo passo l’uomo ha, una volta intrapreso il cammino, continuato il suo percorso tra sentieri interrotti, strade a senso unico e linee che senza principio né fine chiedevano solamente di essere rifatte o ri-tracciate.

La condizione umana è da sempre, come ci insegnano le religioni, una storia di camminatori, nomadi e dei loro antagonisti – sedentari e agricoltori [1]; una conferma di questo ci è data dalla storia biblica della cacciata dall’Egitto, ma possiamo riscontrare esempi simili nel racconto della vicenda di Caino e Abele oppure, spostandoci completamente in altri luoghi e culture, le grandi peregrinazioni asiatiche degli Indù o di Buddha. Non a caso il buddhismo vede il processo di liberazione dell’anima come un percorso, un cammino verso il Nirvana, un vagabondaggio purificatore tra le ere e gli spazi infiniti ed eterni.

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Autorità e dipendenza nelle professioni di aiuto – Il paradigma del Counseling

> di Omar Montecchiani*

Dice Jung:

« […] è la personalità del terapeuta, con l’esperienza e l’analisi della propria sofferenza psichica, a fare il buon psicoterapeuta. La conoscenza tecnica è solo un supporto, anche se necessario» [1].

Questa affermazione, se presa in modo unilaterale e assolutistico, spinge alla deduzione di due affermazioni in se stesse paradossali:

1) La personalità del terapeuta e la conoscenza tecnico-teorica del suo impianto formativo, rappresentano due dimensioni della persona del terapeuta almeno parzialmente slegate tra loro, scisse, separate (al che verrebbe da domandarsi da che cosa).

2) La conoscenza tecnica, essendo un qualcosa che viene presentato come un “supporto” (“un’appendice” quasi), rispetto al rapporto terapeutico e alla efficacia terapeutica, e quindi implicitamente come un elemento “staccato” dalla personalità stessa del terapeuta, risulta essere, appunto, qualcosa d’impersonale (al che verrebbe da chiedersi, essendo la strumentalità tecnica una determinata acquisizione, chi è il soggetto di tale acquisizione, e l’emergere della domanda sui vari perché di una tale acquisizione).

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La figura del filosofo nel Teeteto

> di Marilisa Lasorsa*

La figura del filosofo, nel Teeteto [1] viene tratteggiata più volte da Platone, quasi come un filo rosso che accompagna tutto il dialogo, un riferimento costante nelle parole di Socrate: in apertura, per esempio, nel prologo, Euclide e Terpsione ricordando il giovane Teeteto, morto prematuramente in battaglia, individuano in lui delle qualità particolari che rendono la sua una vera “natura filosofica” [2], tanto che «era proprio destinato a diventare un uomo di chiara fama, se fosse giunto ad età matura» [3].

Socrate delinea poi un tratto fondamentale del vero filosofo: il vero filosofo non deve «riempire i suoi discepoli, come fossero dei vasi vuoti», con le proprie dottrine, ma deve agire come una levatrice, deve saper riconoscere un’anima in travaglio, deve saper aiutare questa a tirar fuori le idee di cui è gravida e deve, infine, essere in grado di riconoscere se questo è stato un vero parto oppure un aborto [4]. È il tema della maieutica socratica, che riguarda, certo, la figura del filosofo, anzi ne costituisce una parte considerevole, ma non è su questo che vorrei soffermarmi in quest’occasione.
Vorrei, invece, prendere in esame il vero e proprio “Intermezzo sul filosofo” [5], in cui Socrate ed il geometra Teodoro – senza dimenticare che all’ascolto c’è, un po’ confuso e forse anche turbato, dai discorsi e dall’interrogazione serrata a cui Socrate lo sta sottoponendo da un bel po’, il giovane e provetto allievo di Teodoro, Teeteto – si soffermano sulla figura del filosofo.

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Bolaño prossimo mio

> di Luca Ormelli

«Bisogna essere un abisso, un filosofo… Abbiamo tutti paura della verità…» [1]

Scrivere – afferma Eduardo Lago – «è avvicinarsi all’abisso. Per Bolaño “l’alta letteratura, quella che scrivono i veri poeti, è quella che osa addentrarsi nell’oscurità con gli occhi aperti, succeda quello che deve succedere”. Scrivere: addentrarsi nell’inferno; la letteratura è “un lavoro pericoloso”. Pericoloso perché decifrare l’enigma dell’esistenza implica scontrarsi in termini assoluti con il Male e la Morte» [Eduardo Lago, “Sete del male“].

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I neuroni specchio tra neuroscienze e filosofia della mente

> di Nicola Simonetti*

Presentazione

Il presente articolo prende in considerazione in primis la storia della scoperta dei cosiddetti “neuroni specchio” alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, da parte del team di ricercatori capeggiati dal neurologo G. Rizzolatti: L. Fadiga, L. Fogassi, V. Gallese, G. di Pellegrino. Essi si dedicavano allo studio della corteccia pre-motoria nei macachi, essendo simile a quella umana.
Per fare ciò collocavano degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore di un macaco per studiare i neuroni pre-motori specializzati nel controllo dei movimenti della mano, come la raccolta o la manipolazione di oggetti.
L’aneddotica (probabilmente solo in parte corrispondente al vero, come lo stesso M. Iacoboni, nel 2008 ha ammesso) racconta che, mentre uno sperimentatore prese una banana (o qualcos’altro, secondo altre versioni) in un cesto di frutta preparato per degli esperimenti, alcuni neuroni della scimmia, che stava guardando la scena, avevano reagito, come veniva rilevato dal suono della scarica prodotta nel computer collegato agli elettrodi impiantati chirurgicamente nel suo cervello. Come poteva accadere se la scimmia non si era mossa? Come poteva accadere se fino ad allora si pensava che questi neuroni si attivassero solo per le funzioni motorie? Continua a leggere


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Orientamento psicoanalitico-psichiatrico e metodo fenomenologico-esistenziale

> di Omar Montecchiani*

Senza la pretesa di voler essere esaustivi, né di voler scendere nelle profondità e nelle ampiezze di un dibattito storico-culturale tanto lungo e controverso, l’intenzione è quella di ricondurre alcune basilari differenziazioni tra l’approccio psicoanalitico e psichiatrico e l’approccio fenomenologico-esistenziale, realizzando indicativamente alcuni postulati critici ed ermeneutici che hanno caratterizzato entrambe le metodologie lungo i loro differenti, reciproci percorsi.

Potremmo cominciare col dire che a differenza del primo, il metodo fenomenologico-esistenziale ha indagato e esplicitato nel modo più globale e penetrante il concetto di corporeità “vissuta”, di inter-relazionalità – di esistenza intesa nel senso più ampio e profondo del termine: cioè in senso ontologico, fenomenologico e trascendentale. Il corpo, secondo questo approccio, rappresenta l’inerire della propria soggettività al mondo della vita per il tramite di un’intenzionalità progettante/costituente, e rappresenta esso stesso il luogo di una correlazione primigenia intesa come apertura originaria tra intelletto e mondo [1]. Senza questa apertura originaria e questa interazione costante tra corpo e mondo, non potrebbe darsi un’esperienza soggettiva che tenga conto delle qualità differenziali dei soggetti coinvolti nell’interazione, ma solamente una oggettivazione astrattiva della idea di corpo e di mondo che, inevitabilmente, si trova a falsare la realtà e la complessità dell’esperienza personale del vivere. Continua a leggere


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L’impossibilità della morte

> di Daniele Baron

«Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. “Come un cane!”, disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere»
F. KAFKA, Il Processo, Garzanti, Milano 1995, p. 187.

Sembra impossibile pensare alla morte in condizioni normali: non vogliamo soffermarci su ciò che oltremodo ci fa soffrire, ci sgomenta, ci fa paura e che sembra il contrario di tutto ciò che vogliamo e desideriamo. Spesso si è data una rappresentazione falsata della morte, oppure si è cercato di nasconderla alla vista ed alla coscienza e, se forzati ad affrontarla, ci si è affidati al rito ed alla fede. Ai giorni nostri c’è stata talvolta una spettacolarizzazione della morte ed al necessario silenzio che sempre accompagna quei momenti si è sostituito un ipocrita applauso: non solo nei casi di morte per la patria, ad esempio, ma anche per la morte di persone innocenti; si capiscono il dolore, lo sgomento, la rabbia, il mancamento, ma perché applaudire se non per risolvere l’angoscia in comode giustificazioni? Nel corso della storia, poi, il suicidio è stato a torto quasi unanimamente condannato; il suicida è stato trattato come un peccatore, uno che di fronte alle difficoltà della vita ha scelto una via comoda per non assumersi responsabilità. Possiamo leggere questa condanna come un non volere indagare sulle vere ragioni che spingono una persona a quel gesto tragico.
Pertanto, il comun denominatore dei comportamenti davanti alla morte, soprattutto nella società contemporanea, è la fuga, ma se il pensiero vuole essere autentico deve affrontarla: essa non può non essere tematizzata, è forse “IL” tema per eccellenza per comprendere e misurare il nostro essere al mondo.

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Il dogma del cogito e la libertà del silenzio

> di Erika Ranfoni*

L’uomo esiste. Questo è un dato di fatto indiscutibile. Ciascuno di noi sente di esistere in un luogo e in un tempo. Ciascuno ha dunque la percezione chiara e distinta del proprio sé, ne ha coscienza. L’auto-consapevolezza è un sorta di postulato che domina tutta la nostra esistenza fin dal momento della nascita e nel corso dell’intera vita. Siamo posti e collocati nella grammatica del mondo reale fin dal principio come esseri capaci di leggerne i segreti più profondi perché dotati del fondamentale potere della percezione e del pensiero del proprio sé, potere che si erge come un a priori dogmatico e inconfutabile.

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