Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Michelstaedter ed Ibsen: una «febbre di probità acuta»

> di Gabriella Putignano*

«La cosa che più conta è essere sinceri e onesti rispetto a se stessi. Non si tratta di volere questo o quello, bensì di volere ciò che si deve assolutamente, perché uno è se stesso e non un altro»[1].

Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887 – 1910) è uno di quegli autori della storia della filosofia la cui lettura provoca un effetto travolgente e spiazzante: impossibilitati a rimanere impassibili e divinamente indifferenti, siamo costretti a prendere posizione e a venire ai ferri corti con la nostra stessa vita. Altrettanto disarmante è stata però su di noi la lettura di Henrik Ibsen (Skien, 1828 – Oslo, 1906), un autore che, insieme a Michelstaedter, rivela una potenza di parresìa inaudita ed irresistibile.

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