Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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La filosofia dell’anima

La recente riproposizione di una serie di saggi scritti negli anni Sessanta del Novecento va a costituire una visione, più solida di quanto non appaia in un primo momento, sul rapporto tra filosofia ed educazione. L’autrice Maria Zambrano (Vélez-Málaga 1904 – Madrid 1991) sa ancora trarre l’attenzione con un pensare originale, lo stesso che l’ha accompagnata per tutta la vita.

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Ricordi filosofici

LEIBNIZ: TRA TEOLOGIA E FILOSOFIA

All’indomani della conclusione della guerra dei trent’anni (1618-1648), che segna l’acme dell’intolleranza religiosa nell’Europa moderna, nel lontano 1646 nasce a Lipsia colui che sarà destinato ad essere innalzato sugli altari maggiori della filosofia: G.W. Leibniz.  Egli è ritenuto dai suoi contemporanei e dai posteri una delle menti geniali della storia della filosofia: logica, fisica e metafisica sono i  suoi campi preminenti, sulle quali costruisce le prime impalcature del suo sistema di concetti, rivolti a questioni capillari: di ambito teologico, se parliamo dell’esistenza di Dio; oppure di carattere logico-fisico, se ci spostiamo sull’asse dei corpi in moto, o del calcolo combinatorio. Scorgiamo teologia o filosofia nel filosofo di Lipsia? La risposta, di conseguenza, richiede un lungo ragionamento, attento e rigoroso, il quale toccherà tematiche ostiche, e spesso scevre di soluzioni. Tuttavia, conoscere con precisione  Leibniz, mens universalis, non è molto semplice. La sua natura, spiccata e curiosa, ci permette di capire le caratteristiche basilari della sua storia. A proposito di ciò, nel suo ultimo scritto, Storia universale ed Escatologia,  del 1715, prima della sua morte, sosteneva l’impossibilità di computare, con precisione e attenzione, tutti i minuziosi dettagli della storia[1] dell’uomo.

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La passione triste

L’invidia è un sentimento scomodo. Sin dall’antichità è stata ammantata di colpa e vergogna, collocandosi tra i principali vizi capitali. Lo sguardo infastidito e malevolo è stato il simbolo utilizzato per raffigurarla. Fu Dante, che nella Divina Commedia descrisse gli invidiosi con gli occhi cuciti da un filo di ferro, in modo tale che non potessero più vedere. Dante tematizza questi peccati nel Purgatorio, dove gli invidiosi sono seduti sorreggendosi a vicenda, quasi a voler alludere che l’invidia è un sentimento indotto e passa attraverso il senso della vista, come suggerisce l’etimologia del termine latino in-videre, cioè non poter vedere o meglio guardare in modo errato.

L’invidia nasce da una percezione di una differenza a proprio svantaggio, per cui un aspetto posseduto dall’altra persona entra in risonanza con la sensazione di una propria mancanza. La caratteristica altrui viene invidiata poiché rappresenta un desiderio che non si riesce ad esprimere in sé stessi. Vedo nell’altro un’immagine di completezza di cui mi sento carente. A differenza della semplice ammirazione, l’invidia si carica di ostilità e di critica, anche se non è sempre facile riconoscerlo.

Questi vissuti negativi caratterizzano il livore spesso inconfessabile, che in realtà nasconde una frustrazione ancora più grande, da cui inconsciamente, ci si vorrebbe preservare.

L’invidia come relazione

L’invidia come tutti i sentimenti umani esprime una relazione, non riguarda solo un soggetto, ma due, colui che invidia e colui che è invidiato. L’invidioso si sente non aggressore, ma aggredito, non percepisce sé stesso come colui che attacca, ma come colui che si difende, che è costretto a difendersi da una provocazione. L’altro lo provoca ostentando i propri meriti e i propri successi e lui reagisce per istinto di conservazione. L’invidiato può essere una persona che ostenta il proprio valore e i propri meriti, che siano veri o presunti, ma nel momento in cui questi gli vengono riconosciuti, provocano invidia da quanti si sentono offesi e sminuiti da quel riconoscimento. Non si invidia colui che non ottiene alcun riconoscimento, si prova invidia per colui che è oggetto dell’altrui ammirazione.

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Il popolo: definizione e rappresentazioni

Il popolo: ricerca di una definizione

Dare una definizione univoca al concetto di “popolo” risulta impresa ardua e problematica, perché si tratta di un soggetto mobile, la cui definizione cambia nel corso della storia ed in relazione al punto di vista delle varie culture.

In latino il “Populus” è il pioppo. Poi il termine passa ad indicare il luogo dove tale albero è piantato, come luogo di riunione dove gli individui si incontrano e discutono.

Oggi esiste un “popolo della Rete” dove ogni cosa viene messa in piazza e condivisa, con un ritorno anche economico da parte di varie celebrities e starlette, ma nel mondo antico, chiaramente, vi erano dei confini più netti che segnavano il territorio della vita pubblica e quello della vita privata. Ed è anche un fatto storico e insito nella natura umana quello dello stare insieme e della solidarietà, come forma dello stare al mondo.

I Greci parlavano di “ghenòs” (stirpe), cioè il fatto di provenire dalla medesima radice, dallo stesso gruppo umano.

Vi era poi la dimensione dell’ “etnòs”, cioè l’insieme degli usi e dei costumi di un popolo.

La lingua greca, dunque, definiva il popolo sotto due profili: quello della sua origine (“genòs”) e quello dei suoi costumi (“etnòs”).

Pertanto, il popolo è quello che si riconosce in una cultura comune e dunque non un semplice aggregato di persone.

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Finitudine – La disperata ricerca di un senso

Quando parla di finitudine[1], Telmo Pievani – scienziato e filosofo al tempo stesso, lombardo di nascita, newyorkese di formazione, padovano di adozione – sembra voler fare riferimento a quella stessa caducità cui si riferiva Giacomo Leopardi, per esempio nel lamento in cui sospira … e fieramente mi si stringe il core / a pensar come tutto al mondo passa … (La sera del dì di festa), o quando confessa … io mi metteva a piangere la sorte umana e la miseria del mondo (Zibaldone). La finitudine, dice Pievani, è il trionfo delle tiranniche leggi della termodinamica. È l’ineludibile trionfo del disordine sull’ordine. È il progresso estremo (o la regressione) della materia verso quel nulla quasi circolare, da cui tutto sembra essere emerso e in cui tutto sembra concludersi, e attorno al quale tanto inutilmente si arrabattano i fisici per capire che fine farà tutta quanta la materia.

Ma il tema vero attorno al quale si dipana il pensiero di Pievani non è la finitudine in sé. Di questa, dice Pievani, bisogna che ce ne facciamo, razionalmente, una ragione. Non c’è via di scampo. La finitudine è la contidio sine qua non, è il framework esistenziale, in cui si colloca il tema veramente centrale: quello del senso, vale a dire al significato del tutto e del particolare, e in questo tutto e in questo particolare, la vita: la vita ovunque si sia sviluppata, la vita di ogni specie e di ogni essere e, in primis, la vita di ciascuno di noi. Dov’è il senso, dunque, se tutto è destinato a finire?

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L’eterno ritorno dell’uguale

L’interpretazione heideggeriana del pensiero dei pensieri

Introduzione

A partire dagli anni Trenta, Martin Heidegger imprime un cambiamento radicale alla trattazione del problema dell’essere. Contestualizzato nell’orizzonte storico della filosofia heideggeriana, questo evento rappresenta un momento di rottura con l’orientamento epistemico che aveva dominato la sua ricerca fino ad allora. L’«ontologia fondamentale» dell’esserci cede il posto a un’indagine che muove a partire dall’essere stesso scoperto nel suo carattere di evento. L’approccio fenomenologico abbandona l’accezione soggettivistico-trascendentale con cui era stato effigiato sotto la paternità di Husserl e l’«ermeneutica della fatticità» degli anni di Friburgo si evolve e vira finalmente in direzione di una comprensione dell’essere libera da fraintendimenti metafisici e teoretici. Heidegger stesso denomina tale mutamento col termine di «svolta (Kehre)» (Heidegger 19871, p. 157), intendendo con essa l’evento storico di un rovesciamento di prospettiva risolutivo per il pensiero occidentale: il portato filosofico di questo decennio è di carpire l’avvento dell’essere nella sua più pura incontaminatezza, prescindendo da visioni epistemiche o prospettive obnubilanti che ne celino l’originaria purezza. Affinché tale opportunità si realizzi è necessario «partecipare a […] [un] pensiero diverso, che abbandona la soggettività» (Heidegger 19872,p. 281), e quindi emanciparsi dal tenore esistenzialista che fino ad allora aveva impedito alla ricerca di procedere oltre il piano esistentivo: appunto, studiare l’essere non più da una prospettiva privilegiata (quella dell’esserci), ma dall’essere stesso.

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Eutanasia illegale: alcune considerazioni non popolari.

La filosofia è sguardo creatore dell’orizzonte; sguardo in un orizzonte (Zambrano, L’uomo e il divino, p. 245)

Il conflitto etico e le buone ragioni.

Nel convulso e caotico crocevia dei recenti eventi internazionali (Afghanistan), delle polemiche interne su vaccini e greenpass, ancora freschi di campionato europeo appena vinto, c’è un movimento referendario che sembra aver raggiunto la soglia delle 500mila firme, tappa fondamentale per potersi validamente candidare a momento di convocazione dei seggi. È la proposta chiamata “Eutanasia legale”, sulla quale svolgerò in questa sede alcune veloci ed efficaci considerazioni non popolari, ovvero che non piaceranno ai più, e probabilmente proprio ai promotori referendari e ai loro molteplici sostenitori, tifosi e partigiani.

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La coscienza infelice. Il complottismo come patologia del dissenso

1. Complottismo e paranoia

Negli ultimi mesi i quotidiani hanno dato un peso significativo alle manifestazioni, svoltesi in tutta Italia, per denunciare la gestione dell’emergenza sanitaria, specie rispetto al tema vaccini. Protagonista di queste manifestazioni è l’ormai onnipresente figura del “complottista”, uomo dai mille sospetti, in preda a un’inquietudine civile pronta a riempire le piazze. Può essere dunque interessante valutare la fenomenologia di questo personaggio controverso, destinato, a quanto pare, ad avere un ruolo di prim’ordine nel panorama politico contemporaneo.

Con la parola “complottista” – che ha una sua storia, qui impossibile da trattare – si vuole anzitutto indicare il vasto panorama della cultura popolare dedita alla speculazione fantascientifica e fantapolitica. Il termine indica colui osserva le verità ufficiali come il camuffamento di progetti invisibili, spesso finalizzati al controllo politico e sociale. Il mondo, per il complottista, sarebbe popolato di trame sfuggenti e ostili, fantasmi persecutori, pericolose (e occulte) autorità sadiche.

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SELEZIONE E RIDUZIONE: SUGGERIMENTI SULLA CULTURA DAL PENSIERO DI NIETZSCHE

In un frammento sistematico scritto tra la Primavera del 1871 e gli inizi del 1872, dunque in corrispondenza della preparazione delle conferenze Sull’avvenire delle nostre scuole, Nietzsche annota a proposito della situazione della cultura: «è necessaria una restrizione che si opponga alla tendenza all’estensione»1. È proprio in questo frammento che vengono analizzate le spinte che sono alla base di quegli impulsi del tempo ad ampliare e diffondere la cultura da un lato, e dall’altro a restringerla e indebolirla, esposti poi nella prima delle conferenze2.

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“Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà” di Telmo Pievani

Il filosofo evoluzionista Telmo Pievani prende spunto nel suo libro Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà (Raffaello Cortina Editore, Milano 2020) da un espediente letterario: immagina che Albert Camus non sia morto nell’incidente stradale del 1960 e che si trovi ricoverato al Centre Hospitalier di Fontainebleau, dove va a fargli regolare visita l’amico Jacques Monod, il quale gli porta le bozze di un libro che stanno scrivendo insieme, con Lucrezio come suo nume. Così Finitudine alterna e intreccia due piani narrativi: il primo, quello dell’esposizione teoretica data dalla lettura delle bozze del succitato (e immaginario) libro; il secondo, quello del dialogo diretto e intenso fra i due pensatori.

L’assunto filosofico di fondo è il seguente: la finitudine è la verità radicale, aprioristica e insopprimibile di tutto ciò che è. Tutto si evolve e si dissolve come dentro una “tirannia termodinamica”. La caducità – scrive Pievani – è un sasso nello stagno le cui onde si allargano sempre più: noi siamo la schiuma insignificante di queste onde, appartenenti a una specie biologica che si estinguerà, vaganti in un pianeta che sarà inghiottito dal suo Sole che, a sua volta, esploderà.

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Soffrire ha un senso?

La sofferenza assurda dell’innocente con le sue ricadute nella letteratura e nella psicoanalisi è il tema che caratterizza la recente opera di Massimo Recalcati intitolata Il grido di Giobbe. Il tema è ricorrente e nel corso della storia ne sono state fornite varie spiegazioni, spesso ma non sempre giustificative.

Negli Scritti sul criticismo, nel saggio intitolato Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea, Kant si chiede come si possano conciliare il peccato, il male fisico e la non corrispondenza dei delitti e delle pene con la giustizia, la bontà e la saggezza di Dio nel conservare le sue creature. La soluzione che ne aveva dato Leibniz nei suoi Saggi di Teodicea evidentemente non lo soddisfaceva.

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8 e mezzo di Federico Fellini. Tra Neorealismo e industria culturale.

La chiave di ogni contenuto artistico (…) sta nella sua tecnica.
T. W. Adorno

Per comprendere veramente un’opera d’arte è necessario avvicinarla con l’occhio del filosofo e il cuore del poeta, affinché il “di più”, ossia lo spirituale, prodotto dalla configurazione dei suoi elementi materiali/sensibili, si esteriorizzi ed inizi a brillare.
Che cosa ne pensa del nostro regista Federico Fellini? “Egli danza… Egli danza, ecco”… Con queste parole poetiche nel film La ricotta, Pier Paolo Pasolini, per bocca di Orson Welles, che interpreta il pensiero del regista del Decamerone, descrive il cinema di Fellini. Questa definizione, a ben vedere, è così carica di significati che, per chiunque voglia avvicinarsi all’opera di Fellini con sguardo esegetico, risulterebbe opportuno tenerla in considerazione. È da sottolineare, già da subito, come Pasolini nel descrivere il cinema felliniano non si limiti ad una esposizione teorica, ma, al contrario, rimandi immediatamente a un mondo come quello della danza che investe vasti territori di significato che esulano proprio dalla sfera del pensiero raziocinante. Come non ricordare, a proposito, le magnifiche sequenze di Otto e ½, dove il tema della danza sembra predominante: la scena delle Terme e il voluttuoso ballo della Saraghina ne sono testimonianza, fino ad Amarcord, in cui tale dimensione estetico-artistica risulta davvero centrale. Insomma, l’intera filmografia di Fellini è costellata da tale elemento vitale, che assume un ruolo significativo quasi in ogni rappresentazione.

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