Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 8/8

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Cambiare le cose

Abbiamo appreso qualcosa anche sul piano collettivo, oltre che personale? Michel Houellebecq è chiaro al riguardo: «Non credo neanche per mezzo secondo alle dichiarazioni del genere “Nulla sarà più come prima”. Al contrario, tutto resterà esattamente uguale». Ma non sono in molti a pensarla così[21]. Siamo stati sommersi dai commenti di chi ha voluto vedere nell’evento pandemico un’occasione per riflettere sullo stile di vita cosiddetto occidentale: riguardo al lavoro (sempre più diffusamente agile, nelle previsioni), all’economia (che dovrebbe recuperare una sobrietà — ove mai ne abbia avuta una — foriera di ritmi meno forsennati e una maggiore giustizia distributiva), alle relazioni umane (che sembrerebbero tornare a essere un valore fondante, a dispetto delle mille tecnologie che ci tengono a distanza dietro gli schermi), al ruolo dello Stato: «Oggi le persone chiedono allo Stato di funzionare sempre di più e sempre meglio, e si pentono di aver permesso che si tagliassero la sanità pubblica e la ricerca, e si affidasse al mercato tanta parte, quasi tutta, della loro vita. E scoprono l’impossibilità di salvarsi da soli. Essere responsabili verso gli altri, aiutare gli altri a salvarsi, è la condizione per salvare se stessi» (Andrea Ranieri, Il prezzo della pandemia). Un rilievo particolare ha assunto il problema ambientale: qualcuno ha visto il virus come messaggero di una natura intenzionata a prendersi una specie di rivincita sull’uomo ovvero, in termini meno antropomorfici, di una natura che torna a una vita meno inquinata dalle mille deiezioni umane. Così ad esempio Galimberti[22]: «Sono assolutamente convinto che c’è una stretta correlazione fra l’espandersi di questo virus e il modo in cui abbiamo ridotto la Terra. Non possiamo fare della Terra quello che vogliamo, siamo passati dal suo uso alla sua usura. Fenomeni come la deforestazione, la strage animali, la contaminazione delle acque e dell’aria, tutto c’entra in quello che sta accadendo. [La Terra] si sta vendicando, la trattiamo troppo male». Nello stesso solco Paolo Giordano, nel suo Nel contagio, profetizza — seppur in maniera scientifica; con la scientificità che ci si può permettere in un volumetto di sessanta pagine — che non solo avremo altre crisi come questa, ma che «quanto sta accadendo con la Covid-19 accadrà sempre più spesso. Perché il contagio è un sintomo. L’infezione è nell’ecologia».

Si osservi preliminarmente che l’idea di una natura che si vendichi dell’uomo — per quanto laicamente vestita — in certo modo la divinizza, conferendole un potere soverchiante tanto di distruzione quanto di rigenerazione, molto vicino all’immagine del Dio biblico. La idealizza, guardando a lei come a una madre benigna che con il virus non ha inteso farci del male, bensì lanciarci un monito che non potessimo ignorare (come è invece accaduto nel caso dei ghiacciai, degli incendi ecc.). Con ciò dimenticando che la natura ha già vissuto estinzioni di massa e cataclismi globali ben prima di quest’era industriale; ben prima che il genere umano potesse “meritare l’estinzione”, altro vuoto refrain abusato in rete. E, sul versante della teologia cristiana, Lorenzo Fazzini, che si domanda — nel solco della speculazione di Jonas e Ricoeur, ma anche di tanta produzione moderna e “pop” — se e come sia ancora pensabile Dio a fronte della pandemia, ed evidenzia i tratti di somiglianza tra questo nostro tempo e “la fine di tutte le cose” tipica di certe letture dell’Apocalisse, sottolinea il limite con il quale ci scontriamo: «Il coronavirus ci ha insegnato di nuovo che abbiamo un limite, che siamo un limite. Noi umani non siamo né dèi né Dio. Potessimo anche risolvere tutti i problemi che Greta ci ha suggerito di affrontare (ghiacciai che si sciolgono, temperature che impazziscono) comunque rimane qualcosa di irriducibilmente indisponibile a noi, chiamala se vuoi natura, che fa quel che vuole. E che se vuole mandarci un virus per il quale da mesi non troviamo una cura (noi che siamo andati sulla Luna e abbiamo inventato le auto che marciano da sole), ebbene, questa dovrebbe essere una lezione».

Ideologia a parte, un dato di fatto resta fermo: ci siamo resi conto di poter vivere bene comunque con molto meno di ciò cui ci eravamo abituati. Potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento collettivo: verso un mondo in cui l’Earth Overshoot Day[23] arrivi al più presto il 31 di dicembre.

Ma.

C’è un ma. Bisognerà fare i conti con la scienza. Perché l’idea di accontentarsi di ciò che si ha e raggiungere un punto di equilibrio in cui fermarsi contrasta con l’idea scientifica di progresso a tutti i costi: una scienza che non voglia superare se stessa non ha senso, almeno come la intendiamo oggi. È una questione che ha ripercussioni dirette sull’umanità e sull’organizzazione sociale globale: è all’autorevole disciplina sorella che l’economia guarda quando teorizza la crescita illimitata. Pretesa risibile, quella di ottenere una crescita illimitata in un mondo limitato come il nostro; tuttavia l’idea non è lontana da quelle cui la scienza ci ha da sempre abituati: viviamo all’interno di un universo in espansione; un corpo libero da forze continua a viaggiare per inerzia all’infinito eccetera eccetera. Qualunque discorso serio e concreto sulla rivisitazione dell’organizzazione dell’uomo e della sua attività produttiva, non può eludere la domanda su ciò che ne sarà della scienza. La scienza è intrinsecamente consumistica: qualunque idea di austerità — per quanto ragionevole e ponderata — le è radicalmente estranea. La scienza studia per studiare, per sapere; indipendentemente dall’uso che si potrà fare delle sue scoperte. Così come in linea di principio la scienza è indipendente dagli stessi metodi che impiega — è il messaggio, in forma di monito, che Wells ci manda dal suo capolavoro L’isola del dottor Moreau — essa, a stretto rigore, è indipendente anche dai risultati che consegue. Una cosa che oggi appare inutile, potrebbe tornare utile domani, dice la scienza. Potrebbe, appunto; intanto però le risorse per studiare sono state consumate. Ma è la scienza che dà luogo alle tecnologie ambientali; non c’è lampadina a risparmio energetico senza una scienza che la inventi. È vero; ma per far questo, la scienza ha bisogno di quanto di più dispendioso ci sia al mondo: del Large Hadron Collider, ad esempio; dei programmi spaziali. È il ciclo industriale della conoscenza. Con la metà dei fondi impiegati per andare in orbita, la fame potrebbe essere debellata dal pianeta. Ma, se la scienza deve scegliere se sfamare i popoli o portare avanti la ricerca, sceglierà la seconda. Non è cattiveria: è un metodo. Va precisato che la questione non è quella degli stanziamenti alla ricerca scientifica; se proprio si dovesse pensare a tagliare qualcosa, verrebbe subito in mente la produzione delle armi. La questione è più profonda e attiene alla endemica aspirazione all’oltre che la scienza reca con sé fin dai primi tempi: anche se l’umanità riuscisse a stabilire il paradiso terrestre, la scienza continuerebbe ad affannarsi per superarlo, perfezionarlo, modificarlo in ogni modo possibile. La scienza non tollera il bene, perché non può fare a meno di aspirare al meglio. E spesso purtroppo, come ben sanno gli innamorati, il meglio è l’acerrimo nemico del bene.

Ciò detto, nulla esclude che l’umanità possa individuare un punto di equilibrio. In che modo? Si possono immaginare i seguenti scenari[24].

1. Si prende consapevolezza collettivamente dell’insostenibilità del sistema organizzativo-produttivo cosiddetto “occidentale” e si stabilisce a livello mondiale un modello diverso, dove la politica recuperi il controllo sull’economia e quest’ultima torni a essere ciò per cui era stata inizialmente immaginata: soddisfare i bisogni degli uomini, di tutti gli uomini. Un modello più compatibile e sostenibile ecologicamente e più equo socialmente; dove le parole “sviluppo” e “progresso” vengano radicalmente riformate nel vocabolario per assumere un significato non più quantitativo ma genuinamente qualitativo. Dove la vita umana, a braccetto di quella naturale, sia considerata il valore più alto di tutti; motivo per cui nessuno penserà nemmeno lontanamente a produrre o consumare qualcosa di superfluo, finché ci sarà da qualche parte qualcuno che manchi del necessario. Per quanto entusiasmo possa suscitare un simile scenario, va detto — alla luce delle riflessioni condotte fin qui — che è molto molto poco probabile.

2. La presa di consapevolezza dell’insostenibilità del sistema “occidentale” non avviene collettivamente, ma solo politicamente. Si stabilisce a livello mondiale un modello diverso, più compatibile e sostenibile ecologicamente ma non meno iniquo socialmente: si taglieranno i salari ai meno abbienti (per il solito adagio “razionale” secondo il quale si raccatta di più a sottrarre 10 euro a testa ai tanti monoreddito che non 10.000 euro ai pochissimi superricchi: non è forse questa la razionalità della matematica economica?) e l’industria del lusso continuerà a prosperare comunque. La Terra ne beneficerà; l’uomo no.

3. È una versione peggiorata della precedente: siccome il modello non è cambiato, la crescita economica ritornerà a proporsi come fattore deflagrante dell’ordine: proprio come tornano a cicli più o meno regolari le crisi finanziarie, torneranno a esserci stragi come quella attuale — non a causa della ribellione della natura che tornerà a inviare virus all’umanità per frenarla; ma per la mancanza di posti letto in terapia intensiva — dove i più deboli soccombono. Il mondo vivrà in emergenza permanente o quasi: in nome di una maggiore sicurezza, meno libertà per tutti.

4. A questi potrebbero susseguirsi molti scenari appartenenti al filone narrativo fantascientifico-apocalittico — con popoli che vivono sottoterra, gente che fugge su altri pianeti dove c’è aria respirabile solo in casa (altro che “quarantena”: è la claustrofobia totale dello spazio aperto più inospitale che si possa immaginare), chi evade con le droghe psicotrope, chi si fa ibernare — in una serie di sfumature che vanno dal comico all’assurdo, passando per il tragico e il gretto; tutte ugualmente deprimenti.

5. Infine, ci sarebbe la soluzione prospettata da Argullon nel romanzo di cui abbiamo parlato (sì, sto per rivelarne il finale): l’amnesia. La gente non ha voglia di ricordare quello che è successo, tanto meno di ricavarne una lezione: è stata una fatalità, la più brutta che sia mai capitata, e non deve gettare la sua lunga ombra sul benessere dell’oggi. Tutto tornerà esattamente com’era: e resteranno a farla da padrona l’avidità, la stupidità, l’insensibilità, la grettezza. È la posizione di Houellebecq che citavamo in apertura. Ed è la cosa più ovvia, a ben pensarci: non è forse questa la prima idea che ci viene in mente, quando sentiamo ripetere che “nulla sarà mai più come prima”? Secondo Igor Sotgiu, docente di Psicologia della memoria e delle emozioni dell’Università di Bergamo, ricorderemo ben poco di questa pandemia[25]. Chi ha vissuto emozioni forti, come la perdita di un caro, o un frangente di impegno particolare (nel fare o nell’imparare qualcosa di nuovo) ricorderà di più; per il resto «la maggior parte delle persone ha tamponato la sospensione del tempo con comunicazioni molto frequenti e poco salienti. Il rumore di sottofondo con cui abbiamo riempito il vuoto ha impedito alle persone di vivere esperienze emotivamente intense di cui avranno ricordo». Al più, sostiene Dorthe Bernsten, professoressa di psicologia presso la Aarhus University in Danimarca, ricorderemo ciò che ci è mancato: le persone che non abbiamo potuto incontrare, una festa, un evento. Ciò che non c’è stato, insomma, anziché ciò che c’è stato.

La verità è che tutto questo è un esercizio speculativo piuttosto fine  a se stesso. Nessuno conosce il futuro e lanciarsi nel fare ipotesi e profezie ha qualcosa di avulso, oltre che di ingenuo. Al di là della preferenza per una o l’altra di queste ipotesi (o per le mille qui non affrontate), è indubbio che la peggior disfatta per l’umanità sia quella di non trarre nessun insegnamento da quest’esperienza traumatica e destabilizzante. Come sottolinea David Quammen, una volta superata la pandemia, sarebbe gravissimo se «i politici e altri dicano okay, visto?, era un falso allarme, non è mai stato niente di che! e usino questa lettura sbagliata e compiaciuta come scusa per non arrivare preparati alla prossima epidemia»[26]. Quello che si può fare — che ciascuno di noi può fare — è fare la propria parte. Senza illusioni: se i governanti non fanno la loro, nessun comportamento singolo potrà supplire a questa mancanza[27]. Ma non senza determinazione: la parte di ciascuno è continuare a sperare e a vivere nell’ottica del prendersi cura di questo mondo, secondo l’adagio del fondatore dei boy-scout, Baden-Powell. O, se si preferisce, secondo il monito di Periandro di Corinto: “Abbi cura del Tutto”. Non perché sia calcolabile o prevedibile che così le cose andranno meglio. Solo per diventare in tal modo gli uomini migliori che possiamo essere.

Opere citate

— “Durante il lockdown gli italiani hanno letto meno libri di prima”, in «Il Libraio», 16 luglio 2020, visibile in internet all’indirizzo https://tinyurl.com/calolettura (pagina visitata il 16 luglio 2020).

Imitazione di Cristo, ed. Bompiani, Milano 2002.

Aa.Vv., Dopo il virus. Cambiare davvero, ed. Gruppo Abele, Torino 2020.

Rafael Argullol, La ragione del male, ed. Lindau, Torino 2018.

Jane Austen, Ragione e sentimento, ed. Newton, Roma 2011.

Zygmunt Bauman, Modernità liquida, ed. Laterza, Roma-Bari 2000.

Maurice Bellet, Octone, ed. Cerf, Paris 1987.

Maurice Bellet, “Dalla rassegnazione alla trasformazione del desiderio”, in AA.VV., Derive e destino dell’Europa, ed. l’Altrapagina, Città di Castello (PG) 1999, pp. 7-38.

Maurice Bellet, “L’economia in un vicolo cieco”, in AA.VV., Il delirio dell’economia, ed. l’Altrapagina, Città di Castello (PG) 1995, pp. 1-97.

Paolo Calabrò, La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell’umano di Maurice Bellet, ed. Il Prato, Padova 2014.

Alessandro Campi (a cura di), Dopo. Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali, ed. Rubbettino, Catanzaro 2020.

John Carpenter, Essi vivono, 1988 (tratto dal racconto “Eight O’Clock in the Morning” di Ray Nelson).

Pierre Dalla Vigna I non-luoghi del Coronavirus. Il Covid-19, la filosofia e gli zombie, ed. Mimesis, Milano-Udine 2020.

Francesca Dell’Ara, Mamma, usciamo? Storia di un coronavirus, ed. Erickson, Trento 2020. Illustrato da Giada Negri.

Francesca Dell’Ara, Storia di un coronavirus, ed. Erickson, Trento 2020. Illustrato da Giada Negri.

Lorenzo Fazzini, Dio in quarantena, ed. EMI, Bologna 2020.

Andrea Ferrazzi (a cura di), Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia, ed. Rubbettino, Catanzaro 2020.

Luca Forestieri, “Non ricorderemo nulla di questa pandemia”, «Rolling Stone», 26 aprile 2020, visibile in internet all’indirizzo https://tinyurl.com/ForestieriPandemia (pagina visitata il 27 maggio 2020).

Erich Fromm, Avere o essere, ed. Arnoldo Mondadori, Milano 1996.

Umberto Galimberti, Intervista di Dario Crippa per «Il Giorno», Milano, 25 maggio 2020, visibile in internet all’indirizzo https://tinyurl.com/GalimbertiCrippa (pagina visitata il 27 maggio 2020).

Umberto Galimberti, Intervista TV di Peter Gomez per «Nove» in “Sono le Venti”, 3 marzo 2020, visibile in internet all’indirizzo https://tinyurl.com/GalimbertiGomez (pagina visitata il 27 maggio 2020).

Giuseppe Gembillo e Annamaria Anselmo, Le cassandre della pandemia. Carson Potter Prigogine Lovelock Morin, ed. Le Lettere, Firenze 2020.

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, ed. Einaudi, Torino 2003.

Paolo Giordano, Nel contagio, ed. Einaudi, Torino 2020.

Michel Houellebecq, Saremo uguali soltanto un po’ peggiori”, «Repubblica», 5 maggio 2020, pp. 30-31.

Alessia Marconcini, “Mi ritrovo dinanzi a uno specchio”. I sogni della quarantena, ed. Progedit, Bari 2020.

Lidia Menapace, Io, partigiana. La mia Resistenza, ed. Manni, Lecce 2014.

Nicola Paparella, Pierpaolo Limone, Gilda Cinnella, Pandemia. Apprendere per prevenire, ed. Progedit, Bari 2020.

Blaise Pascal, Pensieri, ed. Newton, Roma 1993.

Edgar Allan Poe, Racconti del terrore, ed. Arnoldo Mondadori, Milano 1990.

Andrea Ranieri, Il prezzo della pandemia. Uno sguardo d’insieme, ed. Castelvecchi, Roma 2020.

Marco Senaldi, L’astuzia del Coronavirus. Una riflessione filosofica intorno alla pandemia, ed. Piemme, Milano 2020.

Lars von Trier, Melancholia, 2011.

Aurelio Valente (a cura di), L’Unione Europea dopo il Coronavirus, ed. Progedit, Bari 2020.

Herbert George Wells, L’isola del dottor Moreau, ed. Arnoldo Mondadori, Milano 1990.

Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, ed. Rizzoli, Milano 2016.

Paolo Calabrò, docente di editing e scrittura creativa, dirige la collana di filosofia “I Cento Talleri” dell’editore Il Prato insieme a Diego Fusaro ed è autore di diversi articoli scientifici anche in ambito internazionale. Ha pubblicato cionque romanzi noir e quattro saggi di filosofia in volume: Il rischio di pensare. Scienza e paranormale in Rupert Sheldrake (2020), Ivan Illich. Il mondo a misura d’uomo (2018), La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell’umano di Maurice Bellet (2014) e Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (2011). Gestisce il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Collabora all’Opera Omnia di Raimon Panikkar. editing.paolocalabro.info


[21] Luca Giunti, naturalista, azzarda addirittura un elenco (non esaustivo!): «Tento un elenco parziale e fazioso: costringerà Milano a costruire piste ciclabili; convincerà le ferrovie ad allungare i treni sovraffollati dei pendolari; concederà bonus per acquistare biciclette e non automobili; vieterà ai calciatori di sputare ogni momento; porterà la banda larga in Val Chiusella; farà riaprire qualche ospedale periferico, punto nascite, pronto soccorso, e poi scuole, uffici postali, negozietti e presidi forestali; ci farà fare file ordinate senza numeretti; farà spostare gli investimenti pubblici da F35 a Ffp2, dai cacciabombardieri agli asili, da singoli raddoppi ferroviari antistorici a diffuse manutenzioni ordinarie» (“Saggezza della natura e cattivi pensieri”, in Aa.Vv., Dopo il virus).

[22] Intervista di Dario Crippa per «Il Giorno» del 25 maggio 2020.

[23] È il giorno in cui si calcola che la Terra abbia già esaurito le risorse da essa prodotte l’anno precedente. Nel 2019 è stato il 29 luglio.

[24] E tanti sono i libri dedicati al tema del “dopo” e alla riflessione sulla strada da imboccare. Tra gli altri si segnalano: Aurelio Valente (a cura di), L’Unione Europea dopo il Coronavirus; Alessandro Campi (a cura di), Dopo; Aa.Vv., Dopo il virus; Nicola Paparella, Pierpaolo Limone, Gilda Cinnella, Pandemia.

[25] Cfr. Luca Forestieri, “Non ricorderemo nulla di questa pandemia” in «Rolling Stone».

[26] Cit. in Dalla Vigna, I non-luoghi del Coronavirus. David Quammen è l’autore del bestseller Spillover (ed. Adelphi, 2017), nel quale si teorizza (nel 2013 in lingua inglese) la genesi di pandemie a partire dal passaggio di un virus altamente letale da una specie all’altra (c.d. “salto di specie”), fino ad arrivare all’uomo. Suggestivo che Quammen abbia previsto che, con maggiore probabilità, il fenomeno si sarebbe prodotto in Africa o… in Cina.

[27] «I piccoli passi non bastano più per arginare le catastrofi; è giunta l’ora di ricominciare a pensare in termini di grandi movimenti sovranazionali e planetari che contrastino la spoliazione del senso» (Moni Ovadia, ”La pandemia del senso”, in Aa.Vv., Dopo il virus).

[Leggi la parte precedente / Scarica l’articolo completo in formato PDF]

Autore: Paolo Calabrò

Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Collaboro con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Dirigo con Diego Fusaro la collana di filosofia "I Cento Talleri" dell'editore Il Prato e con Daniele Baron la rivista online «Filosofia e nuovi sentieri». Sono membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Il rischio di pensare. Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e i libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (2021); – L'albergo o Del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.

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