Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot

Sfaccendati. Il volto esistenziale di una crisi non solo sanitaria – Parte 7/8

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Essere l’eccezione

In un certo senso, tuttavia, lo sfaccendato — o meglio: il complottista che è in lui — ha ragione. Ci ricorda qualcosa. Qualcosa che tutti conosciamo, ma che nella vita di ogni giorno mettiamo fra parentesi perché è una realtà dura con cui fare i conti. E lo è perché infrange uno dei tabù fondamentali su cui è fondata la nostra immagine dell’uomo moderno: quello dell’individualità.

La verità è che il singolo, nei fatti, conta davvero poco. Troppo poco. Tanto poco da essere, nel totale, irrilevante. Il boicottaggio alla multinazionale criminale di turno da parte del singolo che smette di acquistarne i prodotti non serve a nulla. Servono a poco le azioni collettive, figuriamoci le iniziative personali. Se non vado a votare alle prossime elezioni, lo scenario politico del mio Paese non cambierà di un soffio. Sacrilegio: inorridisce la coscienza civica di ogni democratico perbene. E giustamente: non è retorica affermare che c’è chi ha dato la vita affinché io potessi oggi dire queste cose (e scegliere se andare o no a votare alle prossime elezioni). Ma qual è la verità? S’è detto prima: il singolo non conta. Nella somma dei numeri generati dalla massa, il suo contributo al totale è, come dicono i fisici, trascurabile. Come una cifra decimale troppo lontana dalla virgola perché si possa prenderla in considerazione. “E che accadrebbe se tutti facessero come te?” si dice. Appunto. Se tutti facessero in un certo modo: solo la massa può ottenere un reale impatto sociale.

Un discorso volto a sminuire di diritto ogni responsabilità? Tutto al contrario: è il punto di partenza di ogni impegno personale che intenda essere concreto. Intendendo qui per concreto ciò che si collochi nel mezzo di due estremi ugualmente illusori e perniciosi: il primo, di poter riuscire in ogni intento pur di impegnarcisi a fondo; il secondo, dell’inutilità di ogni battaglia. Un invito a essere se stessi e a portare avanti le proprie convinzioni, nei fatti oltre che nelle intenzioni, indipendentemente dalle previsioni e perfino dai risultati. Non c’è istanza di autenticità più radicale di questa. E non c’è speranza più audace di quella che confida di mantenere sempre un grado di libertà sufficiente a portarla avanti.

C’è di più. La consapevolezza che il nostro apporto personale sia completamente ininfluente su quello complessivo, quando la massa operi in controtendenza, ci conferisce un ulteriore grado di libertà. Ad esempio, in un mondo dove tutti si informano forsennatamente (la celebre affermazione di Hegel per la quale «il giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno» non è mai stata così attuale come oggi) arrancando dietro all’ultima notizia quasi potesse essere quella definitiva (o risolutiva), posso sentirmi libero di non informarmi. Per quanto appena detto, infatti, ciò non avrà nessun impatto sulla realtà globale e nemmeno su di me. Ogni cosa continuerà a seguire il suo corso, indipendentemente dal fatto che io possa essere informato sull’ultima dichiarazione di questo o quel politico, sulle fluttuazioni quotidiane degli indici valutari, sull’andamento stagionale del campionato di calcio. (E, ove mai una grossa novità si annunciasse, o un’enorme catastrofe si profilasse all’orizzonte, temo che ne verrei a conoscenza comunque. Ammesso che ciò possa servire a qualcosa; penso a Melancholia di Von Trier: più grandi e decisive sono le cose, più sfuggono al controllo del singolo). La consapevolezza che l’uomo ha di se stesso e del suo posto nel mondo non dipende dalla cronaca se non in minima parte. Posso fare a meno di mettermi anch’io all’inseguimento delle breaking news. Neanche la più affollata delle cacce alla volpe ha bisogno di troppi cani.

Si può essere l’eccezione. Come quando certi cristiani rispondono, a chi imputa loro di non andare a Messa la domenica, che chi vive la spiritualità in ogni momento non ha bisogno di giorni e ore stabiliti per il gruppo, così potremo rispondere noi a chi ci imputi di non andare a tempo con la musica.

Ecco la lezione che abbiamo tratto dalla crisi del virus: a volte, la parte più bella di una canzone non è il ritornello, ma l’assolo.

Sigla.

[Leggi la parte precedente / Leggi la parte successiva]

Autore: Paolo Calabrò

Laureato in scienze dell'informazione e in filosofia, gestisco il sito ufficiale in italiano del filosofo francese Maurice Bellet. Collaboro con l'Opera Omnia in italiano di Raimon Panikkar. Dirigo con Diego Fusaro la collana di filosofia "I Cento Talleri" dell'editore Il Prato e con Daniele Baron la rivista online «Filosofia e nuovi sentieri». Sono membro dell'associazione di scrittori «NapoliNoir». Ho pubblicato in volume i saggi: – Il rischio di pensare. Scienza e paranormale nel pensiero di Rupert Sheldrake (Progedit, 2020); – Ivan Illich. Il mondo a misura d'uomo (Pazzini, 2018); – La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell'umano di Maurice Bellet (Il Prato, 2014); – Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011) e i libri di narrativa noir: – Troppa verità (2021), romanzo noir di Bertoni editore (2021); – L'albergo o Del delitto perfetto (2020), sulla manipolazione affettiva e la violenza di genere, edito da Iacobelli; – L'abiezione (2018) e L'intransigenza (2015), romanzi della collana "I gialli del Dio perverso", edita da Il Prato, ispirati alla teologia di Maurice Bellet; – C'è un sole che si muore (Il Prato, 2016), antologia di racconti gialli e noir ambientati a Napoli (e dintorni), curata insieme a Diana Lama.

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