Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Fede Ermeneutica Parola. Il nuovo volume Jaca Book dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar

> di Paolo Calabrò

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Per parlare di Fede Ermeneutica Parola, volume IX tomo 2 dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar – filosofo catalano scomparso nel 2010 – si potrebbero adottare tanti punti di vista. Ma forse la cosa più stimolante è cominciare dalla domanda: “Esiste in Panikkar una filosofia del linguaggio?” La risposta è affermativa e affonda le radici in due libri pubblicati in vita: Mito fede ed ermeneutica e Lo spirito della parola, qui ripubblicati parzialmente insieme a diversi contributi anche inediti in italiano.
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Benjamin Fondane, La coscienza infelice

 

Benjamin Fondane, La coscienza infelice, cura e traduzione di Luca Orlandini, Aragno, Torino, gennaio 2016. ISBN 978-88-8419-765-8 (pp. 430).

 

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> di Stefano Scrima*

«L’uomo, chiunque esso sia, ovunque si volga, è insoddisfatto del suo destino» (p. 21). Così esordisce La coscienza infelice di Benjamin Fondane (1998-1944), poeta esistenziale, filosofo, drammaturgo e cineasta rumeno espatriato in Francia nel 1923. Sulla scorta del suo maestro Lev Šestov, con quest’opera apparsa nel 1936, Fondane si rivolta contro l’infelicità della condizione umana forgiando una propria filosofia esistenziale, che, come gli esistenzialismi che la precedettero e seguirono, intende mettere al centro l’individuo concreto, la sua esistenza reale, l’uomo in carne e ossa.

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Eresie nel Medioevo. Un libro GBE di Laura Sugamele

> di Paolo Calabrò

All’inizio del nuovo millennio (quello medievale dell’XI secolo), in seguito all’indebolimento dell’alleanza tra il potere temporale e quello ecclesiastico, va affermandosi in politica una forma di governo sempre più autonoma: il controllo si fa sempre meno eteronomo, e i popoli – anche se la cosa si realizza più facilmente e più velocemente nelle piccole realtà locali – trovano sempre maggiori spazi di autodeterminazione. Siamo alle soglie dell’era delle Civitas, e questa fondamentale novità non ha solo un risvolto organizzativo o politico: cambia anche la cultura, il modo in cui lì’uomo concepisce se stesso e il proprio posto nel mondo. Il proprio ruolo. Cambia, insomma, anche l’assetto spirituale della comunità. Dalla ritrovata libertà sociale e intellettuale dei singoli salta fuori, in modo più o meno inaspettato e, per così dire, “automatico”, la rivendicazione di una libertà religiosa che si esprime in vari modi: da quello più personale e silente, a quello più collettivo e sbandierato, che talvolta prende la forma dell’eresia…
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Filosofia e letteratura distopica. Un saggio Aracne di Ambra Benvenuto

> di Paolo Calabrò

In un piccolo fondamentale saggio sulla politica in epoca nazista (“La responsabilità personale sotto la dittatura”, in R. Esposito [a cura di], Oltre la politica, ed. Bruno Mondadori, 1996, pp. 93-127), Hannah Arendt spiega che ciò che ha permesso ad alcuni tedeschi di non perdere la testa per il fuhrer e la sua legge non è stata affatto – come a lungo si è creduto, e ancora si propaganda – l’abitudine a tenere saldamente per veri certi valori, cui aggrapparsi indipendentemente dalla realtà e spesso a dispetto della realtà, bensì l’attitudine ad ascoltare la propria coscienza e a valutare il mondo circostante in accordo con essa. L’interessante volume di Ambra Benvenuto, dal titolo Filosofia e letteratura distopica, sembra voler riaffermare con forza questa conclusione, declinata – anziché nel panorama della barbarie nazista – in quello distopico delle tante narrazioni letterarie, cinematografiche, filosofiche che abbiamo conosciuto dai tempi di More fino ad oggi.
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La filosofia radicale. La proposta helleriana di un’utopia concreta

> di Alessandra Peluso*

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Una grande maestra di filosofia, certamente, può definirsi Ágnes Heller: esponente di spicco della Scuola di Budapest, allieva di Lukàcs, scrive per noi, per le attuali generazioni “La filosofia radicale. Il bisogno di un’utopia concreta e razionale”, edita da Pgreco Edizoni, Milano. Un testo che riconosce nella filosofia il valore universale di bisogno, una necessità di muovere dalle radici storiche, dalle origini, per proporre una soluzione. Heller prospetta un aiuto sostanziale e concreto nella filosofia. “La filosofia è il demiurgo”, scrive ad un certo punto Ágnes Heller, “essa esige che il mondo diventi la patria dell’umanità”. E non è solo una pretesa, aggiunge la filosofa, ma qualcosa che può accadere, realizzarsi perché la filosofia è democratica, è un bisogno di tutti. Ciascun uomo dotato di ragione partecipa alla discussione filosofica. Un’idea regolativa, quella di Heller, che poggia tra l’essere e il dovere, tra l’apparenza e l’essenza, l’opinione e il sapere.
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Due saggi di Madame de Staël riproposti da Bibliosofica a cura di Livio Ghersi

> di Paolo Calabrò

Due sono i saggi raccolti nel volume di Madame de Staël appena edito da Bibliosofica: le Lettere sugli scritti e il carattere di Jean-Jacques Rousseau e le Riflessioni sul suicidio. Ma forse meglio si dà conto dell’opera spiegando che, a ben vedere, i saggi qui presentati sono tre: per la lunghezza e l’intrinseco legame con la biografia dell’autrice e la sua opera, anche l’introduzione del curatore – Livio Ghersi, funzionario dell’Assemblea Regionale Siciliana, autore di diversi studi di carattere storico-filosofico – andrebbe infatti considerata non come una mera presentazione, ma come un saggio essa stessa: dal ricordo della ricorrenza del 250mo anniversario della nascita di Germaine Necker (ai più nota appunto come Madame de Staël), ai motivi che rendono opportuno riparlare del pensiero di una donna vissuta a cavallo della Rivoluzione dell’89 e che non ha piegato il suo pensiero al pur razionale conformismo dei suoi tempi e dei poteri che li hanno dominati.
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Etologia filosofica. Il problema della soggettività animale in un saggio Mimesis di di Roberto Marchesini

> di Paolo Calabrò

L’uomo, il soggetto per eccellenza, porta sulle sue spalle la tara (o la condanna, o la nemesi, se si preferisce)di considerare se stesso come “l’eccellenza del soggetto”, giungendo fino al punto (biasimevole ancor prima che errato) di considerarsi non solo “più soggetto degli altri”, ma addirittura “l’unico soggetto”. Ciò che ha portato, nel corso della storia del pensiero, al limite estremo del solipsismo; ma, più diffusamente, alla considerazione di ogni “non umano” – dalla pietra al coccodrillo – come a una specie di meccanismo inanimato che, pur con le opportune (quanto inutili) precisazioni e distinzioni, resta pur sempre qualcosa – come dire: – di serie B. È anche vero che l’uomo, nell’ambito delle neuroscienze oggi trionfanti, porta coerentemente alle conseguenze ultime il principio descritto, affermando a ogni piè sospinto – con un sorrisetto inebetito dalla gioia – che, ebbene sì, anche l’uomo è una macchina; e che quindi tutta questa discussione è destinata a scomparire. Non di meno, in attesa che questa ennesima fede ottenga la sua parusia, le domande rimangono, e urgenti: gli animali sono inferiori a noi in quanto privi di coscienza, sentimento, desiderio? O, peggio: sono davvero, letteralmente, solo carne a disposizione per i nostri macelli?
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Visione mistica. Teologia e filosofia in un libro Jaca Book di Raimon Panikkar e Angela Volpini

> di Paolo Calabrò

Da Dio che «si è fatti impotente nella sua creazione» a una visione rovesciata della religiosità, nella quale le cose “spirituali e celesti” contano meno di quelle “materiali e terrestri”; da Maria come modello umano, tangibile e presente (al punto da prenderla in braccio, secondo la descrizione della mistica coautrice) alla spiritualità interculturale dei nostri tempi ecumenici, da un lato, e di scontro omicida, dall’altro: una spiritualità che nei secoli ha agito a favore dell’oscuramento del desiderio dell’uomo e dell’autoconsapevolezza di quest’ultimo, e che oggi invece ha bisogno di recuperare il suo ruolo di motrice del disvelamento del sé. In altre parole, la religione deve tornare ad essere quello per cui è nata: riconciliare l’uomo con la creazione e con se stesso; in definitiva, riconciliarlo con una realtà che – secondo l’esempio di Maria – va accettata non solo e non tanto nei suoi limiti, ma soprattutto nelle sue potenzialità…
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Il vento e il vortice. Utopia e distopia in un saggio Erickson di Agnes Heller e Riccardo Mazzeo

> di Paolo Calabrò

Il pensiero e l’emozione lavorano insieme, finalmente la filosofia – dopo il trauma cartesiano – lo ha accettato. Ciò che vale in particolare nel caso dell’immaginazione, fusione singolare tra le facoltà razionali e quelle emotive. Ora, tra le tante creazioni dell’immaginazione, le utopie sono quelle che coniugano alcune credenze della propria epoca con la passione della speranza; similmente, le distopie mettono insieme certe credenze tipiche dell’epoca con la passione della paura. Se in una certa epoca predominino le une o le altre – dato che ogni uomo è sempre soggetto tanto alla speranza quanto alla paura – dipende dalle credenze, appunto, che dominano in quell’epoca. È quindi più facile coltivare un’utopia come quella di Thomas More (“superclassico” di cui ricorre quest’anno il cinquecentenario della pubblicazione) in un momento storico di fiducia nell’umanità e nel senso (quindi nell’ordine; o, quanto meno, nell’“ordinabilità”) della realtà intera; viceversa, è più facile che proliferino le distopie, in un secolo che ha conosciuto lo sterminio scientifico di massa (si legga: lager e gulag) e l’orrore dei totalitarismi e dell’atomica: ecco che, al posto di Utopia, hanno visto la luce i tanti libri di Orwell, Huxley, di Bradbury e di Zamjatin…
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Ritorno ad Heidegger. Ricordi di un messaggero della foresta nera, in un saggio biografico Diabasis di Frédéric De Towarnicki

> di Paolo Calabrò

Martin Heidegger: un Cézanne della filosofia? Alla fine della seconda guerra mondiale, di Heidegger si dice di tutto – un “nichilista”, secondo Camus, Mounier e Malraux; un “esistenzialista” che rifugge da quell’impegno diretto caro a Sartre, che dopo il suo L’Essere e il Nulla sta affilando le armi della critica per «Les Temps modernes»; per i più, un “collaborazionista” che ha saputo vendersi al miglior offerente e al quale, infine, le cose sono andate male. Di tutto si dice, dunque; ma poco se ne sa, poco lo si è letto, meno si è cercato di comprenderlo. Così Frédéric De Towarnicki prende in mano la situazione e si inerpica su per la Foresta Nera tanto amata da lui e dal maestro di Messkirch, per incontrarlo di nuovo, portargli gli echi di un mondo che va troppo veloce per concedersi il lusso della riflessione originaria, e riceverne l’insegnamento più autentico e incontaminato…
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Cristianesimo. L’ultimo volume dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar in edizione Jaca Book

> di Paolo Calabrò

Dopo la pubblicazione del primo tomo, nella seconda metà dell’anno scorso, arriva finalmente in libreria il secondo tomo del libro Cristianesimo (Una cristofania. 1987-2002), volume terzo dell’Opera Omnia di Raimon Panikkar, a cura di Milena Carrara Pavan. Rispetto al precedente
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Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica

> di Moira De Iaco*

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Il libro di Federico Sollazzo Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica – arricchito nella nuova edizione digitale della Kkien Publishing International dal testo iniziale “Quando una crisi non è un’opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare” – risponde a un’istanza fortemente attuale, quella di riflettere sulla forma politica e morale delle democrazie occidentali liberali fondate sulla razionalità strumentale. Assolvere il compito di svelare quello che Sollazzo chiama “totalitarismo post-totalitario” affrontando temi e autori della filosofia morale e politica contemporanea, permette a quest’opera di presentarsi come un’indispensabile strumento per studenti e studiosi intenti a riflettere sulla crisi totalizzante del nostro tempo. La prospettiva, come l’autore si preoccupa di precisare nella premessa, non è quella di auspicare un nostalgico e obsoleto ritorno al passato, bensì quella di indagare “la struttura pratico-operativa e ontologica della società occidentale” (p. 4) in vista del conseguimento di un pacifismo sociale. Continua a leggere