Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Esistere forte di Stefano Scrima

> di Daniele Baron

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Il libro di Stefano Scrima, da poco edito, Esistere forte. Ha senso esistere? Camus, Sartre e Gide dicono che…, Ed. Il Giardino dei Pensieri, Bologna 2013, ha già nel titolo lo stigma che ci consente di decifrarne la chiave di lettura: la domanda sul senso dell’esistenza ne è al centro. Essa viene affrontata in un percorso che si articola in una serie di piccoli saggi (alcuni già apparsi in rivista) e si concentra principalmente su tre autori: Sartre, Camus e Gide. Si aggiunge ad essi poi la presenza a scopo didattico di brevi biografie degli autori trattati e del riassunto delle loro opere principali: ciò rende fruibile l’opera di Scrima sia a chi conosce già gli autori tematizzati sia a chi li affronta per la prima volta. Continua a leggere


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Le case abbandonate

> di Daniele Baron

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Passiamo loro di fianco, spesso senza accorgerci della loro presenza. Sono luoghi negletti in una cittadina sonnecchiante. Stanno lì sul ciglio della strada o poco distante, in disparte. Oppure si trovano in un bosco, depredate, sventrate, invase da serpi, da rovi e da ortiche. Oppure su un litorale marino, di fianco ad altre abitazioni, altre residenze affollate da turisti. Case abbandonate, disabitate.  Continua a leggere


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Dal divenire come Dio alla morte di Dio – parte II

> di Daniele Baron

2. Usque ad mala

«Quando Nietzsche annuncia che Dio è morto, significa che Nietzsche deve necessariamente perdere la propria identità. Poiché quel che qui viene presentato come catastrofe ontologica corrisponde esattamente al riassorbimento del mondo vero e apparente da parte della favola: nel cuore della favola vi è una pluralità di norme o piuttosto non v’è nessuna norma che sia propriamente tale, poiché il principio stesso dell’identità responsabile è ad essa, in senso proprio, sconosciuto finché l’esistenza non si è esplicata o rivelata nella fisionomia di un Dio unico che, in quanto giudice di un io responsabile, strappa l’individuo ad una pluralità in potenza.
Dio è morto non significa che la divinità cessa di essere una spiegazione dell’esistenza, ma piuttosto che il garante assoluto dell’identità dell’io responsabile svanisce dall’orizzonte della coscienza di Nietzsche il quale, a sua volta, si confonde con questa scomparsa»[1]

Al paradigma del “divenire come Dio” in età contemporanea si sostituisce quello diametralmente opposto della “morte di Dio”, la loro opposizione misura la distanza tra l’epoca passata e quella presente.
La morte di Dio annunciata da Nietzsche in Die fröhliche Wissenschaft[2], se interpretata come fa Pierre Klossowski in questo passo e negli altri suoi scritti come fine dell’Io responsabile identitario, può essere letta sia come possibile spiegazione dell’evento tragico che ha colpito il filosofo tedesco (la sua follia), sia come verità a contrario del mito della Genesi. Continua a leggere


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Dal divenire come Dio alla morte di Dio – parte I

> di Daniele Baron

«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» [GENESI 3, 6-7]

«All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto, polvere tu sei e in polvere tornerai”» [GENESI 3, 17-19]

«Il Signore Dio disse allora: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e dei male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita » [GENESI 3, 22-24][1]

1. Ab ovo

Alla fine dei tempi, o a quella che si percepisce come tale, come anche nelle epoche di profondo mutamento, spesso traumatico, si rende necessario interrogare l’origine per comprendere se non siano presenti fin da principio i segni della fine e per cercare strumenti allo scopo di penetrare meglio ciò che si vive. Ciò che sta idealmente all’inizio della nostra cultura è il racconto della Genesi, della creazione del mondo da parte di Dio. Oggi, dopo l’evento della morte di Dio, che dobbiamo intendere storicamente come fine di un’epoca ed apertura di un’altra ancora incerta nei suoi orizzonti, ci troviamo forse oltre la dialettica, classica nella nostra cultura, di origine e fine. Ciò significa che il ritorno all’origine avviene oggi in modo differente rispetto ad una volta: rileggere la parola della Bibbia può avere un che di ironico quando non si crede più alla verità, non solo letterale, ma anche spirituale e allegorica, del suo racconto. Tuttavia, io penso che il nuovo possa essere edificato solo attraverso la contezza di ciò che ci lascia orfani, più o meno smarriti e più o meno felici; probabile che una nuova interpretazione dell’origine possa acclarare la verità che permea la nostra epoca o almeno rendere palese ciò che la perdita dell’origine tende a far diventare inconscio. Continua a leggere


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L’impossibilità della morte

> di Daniele Baron

«Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. “Come un cane!”, disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere»
F. KAFKA, Il Processo, Garzanti, Milano 1995, p. 187.

Sembra impossibile pensare alla morte in condizioni normali: non vogliamo soffermarci su ciò che oltremodo ci fa soffrire, ci sgomenta, ci fa paura e che sembra il contrario di tutto ciò che vogliamo e desideriamo. Spesso si è data una rappresentazione falsata della morte, oppure si è cercato di nasconderla alla vista ed alla coscienza e, se forzati ad affrontarla, ci si è affidati al rito ed alla fede. Ai giorni nostri c’è stata talvolta una spettacolarizzazione della morte ed al necessario silenzio che sempre accompagna quei momenti si è sostituito un ipocrita applauso: non solo nei casi di morte per la patria, ad esempio, ma anche per la morte di persone innocenti; si capiscono il dolore, lo sgomento, la rabbia, il mancamento, ma perché applaudire se non per risolvere l’angoscia in comode giustificazioni? Nel corso della storia, poi, il suicidio è stato a torto quasi unanimamente condannato; il suicida è stato trattato come un peccatore, uno che di fronte alle difficoltà della vita ha scelto una via comoda per non assumersi responsabilità. Possiamo leggere questa condanna come un non volere indagare sulle vere ragioni che spingono una persona a quel gesto tragico.
Pertanto, il comun denominatore dei comportamenti davanti alla morte, soprattutto nella società contemporanea, è la fuga, ma se il pensiero vuole essere autentico deve affrontarla: essa non può non essere tematizzata, è forse “IL” tema per eccellenza per comprendere e misurare il nostro essere al mondo.

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La Communitas secondo Roberto Esposito

> di Daniele Baron

1. Etimologia del termine communitas

Nel libro Communitas. Origine e destino della comunità il filosofo Roberto Esposito intende prendere le distanze radicalmente da modi di intendere la comunità che potremmo definire “classici” ed introdurre un nuovo modo di pensarla.
Partendo dalla constatazione che mai come nella riflessione contemporanea il concetto di comunità è al centro del discorso (ad esempio nella sociologia organicistica della Gemeinschaft, nel neocomunitarismo americano e nelle varie etiche della comunicazione), afferma subito che proprio il modo in cui viene affrontato l’argomento ha per conseguenza di mancarlo: insistendo sul proprium, sul considerare la comunità come un pieno o come un tutto, le concezioni dominanti in filosofia politica la riducono ad una proprietà dei soggetti, vale a dire a ciò che li accomuna: una qualità che si aggiungerebbe loro facendone soggetti anche di una comunità.

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Io è un altro – parte III

> di Daniele Baron

3. Immanenza-trascendenza: Divenire

La ricerca precedente ci ha condotto ad un punto che abbiamo definito provvisoriamente “originario”. Abbiamo visto che se identica è la sua apertura, la sua intuizione attraverso la consapevolezza derivante dalla formula “Io è un altro”, differenti sono i modi di abitarvi.
Di esso, però, abbiamo potuto dire poco, sembrando essere pensiero ed insieme qualcosa che al pensiero sfugge, coscienza ed insieme inconscio, un “luogo” che precede il rapporto soggetto-oggetto, che viene “prima” di ogni distinzione tra enti sul piano oggettivo. Come si vede, quando il linguaggio tenta di riferirsi a quella regione – scoperta intuitivamente da Rimbaud e ricompresa nel cogito da Sartre – è costretto all’imprecisione, attingendo ancora a termini di spazio (“luogo”) e tempo (“prima”), condizioni dell’esperienza sensibile oggettiva. Tuttavia, l’originario non può essere né nello spazio né nel tempo come accade agli oggetti. Per designare “qualcosa” che sfugge allo spazio ed al tempo il linguaggio è costretto, in modo paradossale, a ricorrere proprio a elementi afferenti allo spazio ed al tempo. Si può dire, dunque, che esso può affermare poco, ma quel poco risulta ancora troppo. E’ d’obbligo, infatti, la seguente precauzione: occorre specificare che il luogo non è un “dove” preciso, esula da ogni localizzazione (è pertanto in ultima analisi un “luogo non-luogo”) e precisare anche che il “prima” non va inteso in senso temporale ma semplicemente logico, un prima dunque che è sempre “prima di tutto”, e che a tratti può apparire (in Rimbaud ad esempio) come un “orizzonte”, una regione “a venire”, qualche cosa che sempre si allontana nel futuro a mano a mano che ci avviciniamo e che perciò diventa l’opposto: un “dopo” che è sempre un “oltre”. L’originario appare pertanto atopico ed acronico. E per complicare ancora di più il quadro già intricato, o forse per chiarire da dove nascano tali difficoltà, affermiamo in modo perentorio ancora due cose: in primo luogo, che esso non è affatto qualcosa, una cosa, un che di identico e di unitario, dato come oggetto, ma è ciò che sempre differisce da sé; secondariamente, che già il termine “originario” è fuorviante nella misura in cui fa pensare (per associazione di idee dovute ad una specifica tradizione interpretativa) a qualche cosa come ad un fondamento, una origine o un principio.

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Io è un altro – parte II

> di Daniele Baron

2. Jean-Paul Sartre – L’Io trascendente la coscienza

Jean-Paul Sartre riprende la formula di Rimbaud “Je est un autre” ne La Transcendence de l’Ego. Pur tenendo conto della diversità di linguaggio e di ambito, si può affermare che Sartre qui elabora una concezione particolare della coscienza e del campo trascendentale che sembra collimare con l’intuizione di Rimbaud.
Premetto, in ogni caso, che la riproposizione della formula avviene solo in un punto della “Conclusione” di questo libro e, se consideriamo l’opera nel suo complesso, il riferimento è marginale. L’opera di Sartre, pubblicata nel 1936 nella rivista “Recherches philosophiques”, oltre che segnare il suo esordio filosofico ufficiale, rientra nell’ambito dei suoi studi sulla coscienza trascendentale a partire dalla fenomenologia di Husserl. A La Transcendence de l’Ego deve essere affiancato un altro saggio molto breve, scritto parallelamente, ma pubblicato solo in seguito (nel 1939), vale a dire Une idée fondamentale de la phénoménologie de Husserl: l’intentionnalité.
Entrambi sono il frutto della sua elaborazione personale delle dottrine di Husserl e sono stati scritti durante un viaggio-studio a Berlino nel 1933-34. Il suo intento è di radicalizzare alcune nozioni della filosofia del pensatore tedesco sulla coscienza trascendentale. Il lavoro sulla fenomenologia proseguirà poi con i suoi studi sull’immaginazione e sull’immaginario.
Differenti sono gli interessi di Sartre, più prettamente filosofici ed il riferimento a Rimbaud si contretizza nel finale dell’opera, solo en passant.
Tuttavia, solo a prima vista. Io credo, infatti, che un legame di analogia ben più profondo possa essere stabilito a partire dalla formula “Io è un altro” tra le posizioni di Sartre e di Rimbaud.

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Io è un altro – parte I

> di Daniele Baron

1. Arthur Rimbaud – il contesto storico-letterario de “La lettera del Veggente”

Io è un altro. Je est un autre.
Questa formula ricorre in due lettere della Corrispondenza di Arthur Rimbaud: nella lettera del maggio 1871 a Georges Izambard – professore di Rimbaud al collegio, ma anche amico e confidente che lo iniziò alla letteratura; ed in quella immediatamente successiva a Paul Demeny amico di Izambard, a sua volta poeta, risalente al 15 maggio 1871. In esse, inoltre, viene delineata quasi con le stesse parole la poetica che ha guidato (in alcune poesie già composte) e poi guiderà (in Une saison en enfer e ancor di più nelle Illuminations) la fulminea carriera come poeta di Rimbaud: una poetica che ha segnato in maniera decisiva lo sviluppo successivo della letteratura francese e non solo. Soprattutto la lettera a Demeny (passata alla storia come “La lettera del Veggente”), più lunga e più dettagliata, sembra configurarsi come un vero e proprio manifesto del suo fare poetico e come un elemento essenziale per la comprensione della sua creazione. Queste due lettere, dunque, spiccano per il fatto di esprimere in poche righe, con stile magnifico, il distillato del pensiero di Rimbaud.
Nel tempo si sono succedute innumerevoli letture e le ermeneutiche più eterogenee delle due lettere di Rimbaud, molti ed eccellenti ingegni si sono esercitati su questi testi e su questa formula in particolare. Per esempio, una delle più famose e rilevanti riprese della formula “Io è un altro” è quella di Jacques Lacan: lo psicanalista francese l’ha valorizzata nella sua personale rielaborazione dell’inconscio.
Lo scopo che mi sono posto in questa disamina è di comprendere, per quanto possibile fedelmente, in che senso Rimbaud scrive che l’Io è un altro e parallelamente di spiegare questo concetto, muovendo dai suoi scritti e guidato da una precedente autorevole ripresa (da parte di Jean-Paul Sartre ne La Transcendence de l’Ego).
Il mio intento è riuscire a chiarificare in che modo si possa predicare dell’Io l’altro; dimostrerò che l’essere della formula “Io è un altro” è comprensibile solo se tradotto in termini di divenire. Il mio discorso verterà su questioni ontologiche e fenomenologiche.

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La morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre – Parte III

> di Daniele Baron

3. MOTIVI DELL’ABBANDONO

Sartre nel dopoguerra lavorò con assiduità al progetto di un’opera sulla morale dell’autenticità, accumulando degli appunti in numerosi quaderni. Secondo la sua testimonianza, questo lavoro lo condusse a riempire «una decina di grossi quaderni di note» (J.-P. SARTRE-M. SICARD, Entretien. L’écriture et la publication, cit., p. 14. Questo numero [una decina] è solo indicativo e non preciso, perché in un altro luogo Sartre parla di dozzine di quaderni: cfr. J.-P. SARTRE, Autoritratto a settant’anni, cit. pp. 69 s.). In essi il tema principale era appunto il problema della morale dell’autenticità e le sue riflessioni si fondavano su i presupposti teorici ed ontologici de L’être et le néant. L’orizzonte della sua ricerca però non era limitato a quest’unico tema; si occupava infatti anche del problema del rapporto della morale con la storia e la dialettica ed altri pensieri non propriamente legati alla morale s’inserivano nella sua trattazione (Cfr. S. DE BEAUVOIR, La forza delle cose, cit., p. 161 e p. 173; La cerimonia degli addii, cit., pp. 192 s., pp. 430 s. Cfr. anche J.-P. SARTRE, Autoritratto a settant’anni, cit., pp. 69 s.).
In seguito all’abbandono, avvenuto alla fine del 1949, del progetto di un’opera sulla morale, Sartre non si occupò più di quei quaderni e li perdette per la maggior parte (Cfr. J.-P. SARTRE, Autoritratto a settant’anni, cit. p. 87; J.-P. SARTRE-M. SICARD, Entretien. L’écriture et la publication, cit., p. 14). Ad un esplicita richiesta non acconsentì alla loro pubblicazione, ma non si oppose al fatto che venissero pubblicati postumi.
I Cahiers pour une morale e Vérité et existence sono quanto ci resta oggi di quell’intensa riflessione: i primi sono stati scritti negli anni ’47-’48, la seconda nel ’48 (Fanno eccezione le due appendici dei Cahiers, che pur occupandosi del tema della morale, non rientrano nel corpo dell’opera. La prima è stata scritta nel 1945. La seconda che si occupa dell’oppressione razziale negli Stati Uniti non è datata. Cfr. J.-P. SARTRE, Quaderni per una morale, Edizioni Associate, Roma 1991, pp. 537-557).

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La morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre – Parte II

> di Daniele Baron

2. DOPOGUERRA: DIFFICOLTÀ DELL’IMPEGNO

Nel dopoguerra Sartre cerca di mettere in pratica gli insegnamenti che ha tratto dall’esperienza dei cinque anni di guerra; la sua scelta d’impegno politico e la sua volontà di comprendere con sempre maggiore esattezza la società e l’epoca in cui si trova si precisano. Allo stesso tempo, però, in questo suo intento si scontra con le difficoltà derivanti dalla situazione incerta di quel periodo ed anche qui gli eventi storici concorrono a formare ed in buona parte a deformare e deviare la sua posizione.
Qui voglio ricostruire il clima politico e culturale degli anni che vanno dal 1945 al 1949 circa per comprendere in quale contesto la sua riflessione morale si sia sviluppata e quali siano i fattori della sua personale esistenza che l’hanno accompagnata influenzandola.
L’immediato dopoguerra vede un primo deciso affermarsi del pensiero di Sartre ed anche il successo dell’esistenzialismo sia sul piano strettamente culturale che su di un piano più ampio, tanto che esso diventa una vera e propria moda. Sartre diventa all’improvviso nel 1945 uno scrittore celebre in tutto il mondo.
La prima tappa della concretizzazione della sua decisione d’impegnarsi e della sua volontà di partecipare attivamente all’attività politico-culturale del suo tempo è la creazione nel 1944-45, insieme a Raymond Aron, Simone de Beauvoir, Michel Leiris, Maurice Merleau-Ponty, Albert Ollivier, Jean Paulhan, della rivista “Les Temps Modernes”. Nella Présentation del primo numero dell’ottobre 1945, cercando di definire i precetti generali a cui la rivista dovrà rifarsi, Sartre precisa nello stesso momento quale deve essere la funzione dell’intellettuale e della letteratura nella società. L’intellettuale deve essere impegnato, engagé, deve fuggire dalla tentazione d’irresponsabilità, è in situazione nella propria epoca e deve sceglierla (Cfr. J.-P. SARTRE, Presentazione di “Temps Modernes”, in IDEM, Che cos’è la letteratura?, Il Saggiatore, Milano 1995, pp. 122 ss.).

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La morale dell’autenticità di Jean-Paul Sartre – Parte I

> di Daniele Baron

L’être et le néant di Jean-Paul Sartre si conclude con breve paragrafo dedicato al problema morale (Cfr. J.-P. SARTRE, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1965, ristampa 1997, pp. 694-696). Qui Sartre dice che l’ontologia occupandosi esclusivamente di ciò che è, ha solo una funzione descrittiva e non prescrittiva, non può fornire degli imperativi dai suoi indicativi, ma lascia intravedere quello che potrebbe essere una morale che si fondi sui risultati della sua indagine. L’ontologia apre a prospettive morali complesse che necessitano di un’approfondita trattazione. Per questo motivo, Sartre qui si limita ad enunciare senza rispondervi alcune questioni che sorgono da questo punto di vista e rimanda la loro soluzione ad una futura opera specificamente dedicata al problema morale.

«Tutti questi problemi, che ci rinviano alla riflessione pura e non “complice”, non possono trovare la loro risposta che sul terreno morale. Vi dedicheremo un’altra opera» (Ibidem, p. 696).

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