Filosofia e nuovi sentieri

«Mi rappresento il vasto recinto delle scienze come una grande estensione di terreno disseminato di luoghi oscuri e illuminati. Lo scopo delle nostre fatiche deve essere quello di estendere i confini dei luoghi illuminati, oppure di moltiplicare sul terreno i centri di luce. L’un compito è proprio del genio che crea, l’altro della perspicacia che perfeziona» Denis Diderot


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Scolio XXI

> di Luca Ormelli

La violenza spesso ristagna tagliente nelle espressioni all’apparenza più innocue. “Cittadino del mondo” ripetono in contrappunto le anime che si vogliono semplici ma avvertite; non si avvedono che, così facendo, strappano con l’inganno a quella natura che tanto rispettano la sua ultima potestà: l’essere cioè compiutamente tirannica.


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Addio al filosofo Stefano Garroni

stefano garroni

«La morte accompagna nel silenzio ogni nostro respiro. Gli attimi vissuti si ricompongono in un ordine fisso, immobile.

Le cose che abbiamo amato ci accompagnano nel segreto oscuro delle porte chiuse.

Ci ha lasciato Stefano Garroni. Filosofo. Uomo rigoroso, serio e profondo.

Ostile alle semplificazioni, alla filosofia spettacolare e vuota, alle liquidazione in blocco delle grandi tradizioni intellettuali dell’Occidente.

Era consapevole che l’impegno è oggi “scelta morale” che parte dall’individuo e che si traduce poi in gesto politico, “atto eroico” in un mondo che ha perso “qualunque moralità”.

Sapeva che la rinuncia dell’uomo–massa ad andare in fondo è anche la rinuncia alla Filosofia.

Ci restano le sue analisi, i suoi libri e il ricordo di quella cortesia cavalleresca di chi ha attraversato il proprio tempo assumendosi il rischio di pensare». 

Pietro Piro

La Redazione di “Filosofia e nuovi sentieri” si associa alle parole commosse di Pietro Piro di addio a Stefano Garroni, filosofo italiano mancato il 13 aprile 2014.

Garroni aveva cortesemente concesso alla nostra rivista una intervista – pubblicata il 16 ottobre 2013 e reperibile al seguente link: Filosofia e nuovi sentieri incontra Stefano Garroni.


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Scolio XX

LO SCHIZOIDEO IMPERANTE
Nei toni di un invito a Nietzsche

> di Leonardo Arena*

…allo schizo, pertanto, appartiene di fatto il mondo del pensiero, checché ne dicano Deleuze e Guattari, il cui Antiedipo segnerà una svolta, rispetto ai convulsi rapporti padre/madre, per tutti noi, i figli occidentali di un platonismo mal digerito o soltanto espunto, si spera, dai meandri della Storia. Nietzsche vi pertiene, pertiene alla sfera schizoidea, ma ciò non suoni come un rimpianto, o un’accusa di reato, no, non incriminazione, qualora lo schizo fosse, come è, il substrato di ogni nostro pensiero o azione, od omissione, come un tempo asseriva in una dottrina pretesa cattolica e quindi universale. Lo schizo che noi siamo osa assumere i toni del paranoideo, anche parmenideo, che s’impunta sulle distinzioni, normale/anomalo, complotto/innocenza, e non ne viene a capo; no, se non vietandosi di aderire all’esorcismo del nudo, grande piaga dell’epoca, che vorrebbe trovare, e non lo attinge, il senso, fosse pure uno solo, il significato, e poi arretra di fronte allo stesso Moloch che ha creato.

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Scolio XIX

> di Luca Ormelli

La filosofia che nasce urbana è una filosofia viziata; somiglia a quei frutti che catturano la vista anziché il gusto tanto sono irrealmente privi di imperfezioni. La filosofia, quando nasce autentica, è sempre una filosofia della natura, περι φυσεως.


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“Ritiri Filosofici” incontra Emanuele Severino

Con grande piacere segnaliamo l’articolo degli amici di Ritiri Filosofici, resoconto dell’incontro e del colloquio intercorsi con il filosofo Emanuele Severino. Qui di seguito riportiamo l’introduzione e il link alla pagina in cui è possibile leggere il dialogo nella sua interezza.

Colloquio con Emanuele Severino

Primo febbraio 2014. Un lungo viaggio in auto ci porta a Brescia. Profondo settentrione d’Italia. La città ci accoglie, nel primo pomeriggio, fredda, con una leggera pioggia ed il cielo plumbeo. Attraversiamo corso Garibaldi, dove il grigio dei sampietrini è amplificato dalle pozze d’acqua. Gli abitanti di questa città stanno iniziando il pomeriggio libero, prima del sabato sera. Una passeggiata in centro, un caffè in un bar di piazza Pio VI, un giro in libreria. Noi ci posizioniamo in un B&B, con una finestrella che dà sui tetti di Brescia.
Bagnati, umidi, refrattari al calore. Quando attraversiamo le vie centrali della città, in largo anticipo – per goderci anche il luogo nel quale siamo venuti – sembra che le persone a passeggio stiano trascorrendo un pomeriggio di svago, di divertimento e di relax. Noi, come semplici turisti, guardiamo i palazzi di quella città lombarda, affascinante e anche un po’ magica. In realtà è per noi un giorno speciale, perché alle sei del pomeriggio abbiamo un appuntamento con Emanuele Severino. Ci accoglie a casa sua come fossimo due suoi amici. Con la cordialità e la signorilità che solo i grandi hanno. Ci accomodiamo in una splendida stanza, arredata da altissime librerie piene zeppe, da alcuni tappeti, da un pianoforte a coda e dall’Orfeo scolpito da suo figlio. Il tutto illuminato, soavemente, da alcune lampade. Sediamo su un divano rosso bordeaux, che fa angolo con due poltrone. Severino è curioso di sapere quali sono i nostri studi, il nostro ambito di ricerca. Ognuno di noi gli racconta, brevemente, ciò che studia e l’argomento sul quale sta lavorando per la tesi di laurea. Lui è interessato, regalandoci spunti possibili e consigli di lettura.

Comincia così il nostro colloquio con Emanuele Severino.


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Scolio XVIII

«Quasi tutta la filosofia s’inceppa in questo tranello: alcune nozioni sono, sembrano a un tempo inevitabili e inestricabili. Tempo – Causa – Realtà – ecc. Si crede di non poterne fare a meno e si constata che sono piene di tenebre e contraddizioni. Ma le nozioni non sono che strumenti. Basta scartarle e andare dritti al proprio problema particolare.  Si scoprirà sempre che la cosa si può esprimere diversamente o che il problema diventa assurdo e inconsistente. Chiedere se il mondo sensibile è reale equivale a chiedere se non sia simile a un sogno, se cioè non sia simile al mondo che noi consideriamo derivato dal mondo sensibile e che definiamo mediante quest’ultimo. Si può ben supporre che ci si possa destare dal mondo sensibile e percepire un mondo altro che potrebbe farci valutare quello sensibile come quest’ultimo fa col sogno. Ma questa è soltanto una supposizione, un’immaginazione o un’analogia, cose mentali fugaci, e noi dovremmo attribuire la stabilità a questa vaga supposizione – al mondo sensibile, la debolezza, mentre il risveglio induce ad attribuire, l’una al mondo sensibile, l’altra al mondo del sogno! Il reale non sensibile dei filosofi è un sogno. Se tutto è sogno, non ci sono più sogni e non si è detto niente (1924, Alpha, IX, 690-691)» [Paul Valéry, Quaderni. Volume secondo, Adelphi, Milano, 1986].


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Scolio XVII

> di Luca Ormelli

Insito nella rappresentazione è irriducibile l’errore: ogni rappresentazione è, invero, un essere-in-vece-di, un costituire relazione. Pure ciascuna relazione in sé non è altro che l’attuarsi d’una assenza di autonomia, una costante manifestazione di insufficienza, di mancanza. Il dolore pertanto scaturisce, prorompe dall’inestinguibile sentimento di privazione, di frammentazione dell’unità originaria [dolere origina dal latino dolere da riferirsi alla radice dar=dal, dol spezzare, scindere ravvisabile anche nel sanscrito darati e dalati scoppiare, lacerare, fendersi e nel greco dero scorticare] che si vuole ognora sanata in una nuova unità. Senza avvedersi l’uomo che è proprio nella volontà di unire ciò che il dio ha diviso che alberga il dolore. E dunque volere la lacerazione, aspirare alla scissione, protendersi alla totalità conoscendo irraggiungibile – perduta – ogni unità.


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Scolio XVI

«Se la filosofia è esperimento, essa è vita che si mette alla prova quotidianamente e non può più essere un insieme di parole: la filosofia deve liberarsi delle parole, al massimo cercarle come illustrazione di ciò che sta facendo. Risoluzione della filosofia nel fare, nell’esistenza di ciascuno; sua eliminazione, altrimenti: letteratura (i filosofi hanno l’ossessione di prendere la vita con il pensiero come se il pensiero riuscito fosse quello che afferra la vita. Invece il pensiero che afferra la vita è un pensiero morto: la vita rimane fuori da lui. L’unico modo di rendere vivo il pensiero è quello di conferirgli una autonomia dalla vita; un pensiero vivo è vivo come un pianto o un animale: non descrive o spiega la vita ma è vita)» [Ludovico Gasparini, filosofia = errore di esistenza – Pagine di quaderno, Il Melangolo, Genova, 2011, p. 90].


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Scolio XV

«Per settimane e mesi ci torturiamo invano il cervello, e a chi ce lo domandasse non sapremmo dire perché continuiamo a scrivere, se per abitudine o per ambizione, oppure perché non abbiamo imparato a fare altro, o per la meraviglia che ci prende davanti alla vita, o magari per amore della verità, per disperazione o indignazione, così come non sapremmo mai dire se scrivere accresca in noi la saggezza o la follia. E forse tutti noi perdiamo la visione d’insieme appunto perché intenti a costruire ciascuno la propria opera, ed è magari per questo che tendiamo poi a confondere la complessità crescente delle nostre costruzioni mentali con un progresso nella conoscenza, mentre nel contempo già intuiamo l’impossibilità di capire gli imponderabili che davvero determinano il corso della nostra esistenza» [W. G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Adelphi, Milano, 2010, pp. 192-193].


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Scolio XIV

«Si potrebbe sottolineare con forza e ritenere chiaramente questo: che la verità non è là dove si considerano gli uomini isolatamente: essa comincia con le conversazioni, il riso complice, l’amicizia, l’erotismo e ha luogo solo passando dall’uno all’altro. Odio l’immagine dell’essere legata all’isolamento. Rido del solitario che pretende di riflettere il mondo. Non può rifletterlo, perché, essendo egli stesso il centro della riflessione, cessa di essere a misura di ciò che non ha centro. Immagino che il mondo non assomigli a nessun essere separato, chiuso in se stesso, ma a ciò che passa dall’uno all’altro quando ridiamo, quando ci amiamo: immaginando ciò, l’immensità mi si schiude e io mi perdo in essa. Poco m’importa allora di me stesso e, reciprocamente, poco m’importa d’una presenza estranea a me» [Georges Bataille, Il colpevole, Ed. Dedalo, Bari, 1989, p. 62].


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Scolio XIII

«Quando leggo in Virgilio, Felix qui potuit rerum cognoscere causas! Georgiche, L. 2. mi chiedo, quis potuit? No, le ali del nostro genio non possono innalzarsi fino alla conoscenza delle cause. Il più ignorante degli uomini a questo riguardo ne sa quanto il più grande dei filosofi. Noi vediamo tutti gli oggetti, tutto ciò che avviene nell’universo come una bella scenografia d’opera, di cui non riconosciamo né le corde né i contrappesi. In tutti i corpi, come pure nel nostro, le prime molle ci sono celate, e probabilmente lo saranno per sempre. Ci si consola facilmente di esser stati privati di una scienza che non ci renderebbe né migliori, né più felici» [Julien Offroy de la Mettrie, Il sogno di Epicuro, Il Minotauro, Milano, 1994, p. 3].


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Scolio XII

«La situazione attuale oscilla tra due tendenze. Da un lato, il nichilismo che suggerisce: “Non c’è nulla di sacro, non culliamoci nelle illusioni” – cui si può aggiungere una certa forma di materialismo scientista e positivista. Dall’altro, il ritorno al religioso, in cui il bisogno di credere fondamentalmente umano – è assurdo contrastarlo, poiché la partecipazione al senso fa parte di ciò che l’essere parlante ha di più specifico – è capitalizzato da religioni che lo rinchiudono in dogmi. Dogmi che diventano integralisti, come si vede oggigiorno in particolare nell’Islam. Tra questi due abissi la via è stretta, ma penso che l’esperienza analitica – e in un certo qual modo l’esperienza estetica – consista nel conservare il bisogno di senso, la necessità stessa di illusione, senza intrappolarli in assoluti o istituzioni» [Julia Kristeva, Il rischio del pensare, Il Nuovo Melangolo, Genova, 2006].